“L’È maiala”

Oggi sono proprio con le gomme a terra.

Per usare un toscanismo, “L’È maiala!”. Che tradotto in un italiano più comprensibile e meno da strada, significa “è un momento decisamente difficile e irto di difficoltà di vario genere”.

Mi viene in soccorso soltanto una delle poche lezioni teoriche che mi ha dato mio padre quando una volta, evidentemente alticcio, mi disse in modo serafico una delle verità più apodittiche che ho mai udito da essere umano e che da allora cerco di seguire, più di quelle del vangelo che ci hanno inculcato nel maledetto catechismo per la prima comunione. Il babbo, una sera, prese me e mio fratello e ci disse:

” Ragazzi, siate sempre voi stessi, ma, se vi rendete conto che quel voi stessi è una merda, vedete di fingere.”

Wrestling è la parola giusta, oppure Truman Show se preferite.

E così mi sono stampato in faccia un sorriso più fasullo di una moneta da tre euro e via, pedalare. Tuttavia, far finta di essere altro è un’esercizio zen che a volte crea qualche piccolo danno collaterale che può aggravare lo stato del malato. Stamattina, ad esempio, ho fatto colazione con Marco G. Uno degli agenti immobiliari più delinquenti e truffaldini che conosca. Non mi sta nemmeno particolarmente simpatico, ogni tanto però ci gioco a tennis e questo basta al gonzo per pensare che siamo amici. Mi ha chiamato con la scusa di volere un consiglio. In realtà, conoscendo il trombone che mai e poi mai si abbasserebbe a cose simili, significava che intendeva ammollarmi un qualche pacco dei suoi. Lo sapevo perfettamente. E’ che oggi di stare da solo non mi andava per niente e  in tempo di guerra ogni buco è pertugio, tanto per usare un altro toscanismo (lo so, lo so, è utilizzato per parlare di donne ma ho deciso di diventare frocio e quindi chissenefrega).

Ci siamo visti alla “Stella”, una pasticceria top dove si può praticare l’eutanasia, la dolce morte, perché se segui l’istinto ti mangeresti ogni cosa fino a sfondarti e crepare soddisfatto. Lui è arrivato vestito, come gli capita spesso, con una tuta acetata che lo rendeva ancora più coatto di quanto non sia in realtà. Assomigliava a uno dei tanti che si vedono a spingere, in modo indolente, carrelli della spesa nei supermercati, accanto a donne truccate in modo grossolano che pensi lo facciano apposta a essere cosi sciatte. Un parente del personaggio del camionista del film Bianco Rosso e Verdone.  Esibiva un orribile taglio di capelli mullet e gli mancava solo lo stuzzicadenti e i mocassini fucsia e poi sarebbe stato da premio Oscar.

Vabbè da telegatto va.

Aveva l’espressione compiaciuta di chi ne ha viste poche ma buone, rilassato e serioso mi guardava sicuro e spavaldo, così pieno e sicuro delle sue certezze. Tra un maritozzo e l’altro ha tentato di rifilarmi un terreno agricolo con sopra un vecchio garage fatiscente pieno di immondizia che nessun sano di mente potrebbe mai prendere in considerazione. L’affare stava nel fatto che suo zio prete gli aveva garantito di sapere che nel prossimo piano regolatore avrebbero cambiato la destinazione d’uso permettendo un gran business . L’ho lasciato cuocere nel suo brodo. Il Masty normale lo avrebbe ucciso prima che iniziasse a parlare, quello falso di oggi ha deciso di rispettare il prossimo suo come se stesso. E quindi pure il suo ruolo di venditore di sòle e l’ho lasciato parlare, sforzandomi di sorridergli, anche se avrei voluto vomitargli addosso un po’ della rabbia che covo dentro. È andata avanti, fintato che vedendomi apatico non reagire alle sue panzane ha sospirato deluso: “Non te ne frega un cazzo eh?”

Il Masty tarocco di oggi ha compiuto la leggerezza di aver pietà di quel tacchino delle Galapagos tentando di spiegargli in modo ecumenico, senza perdere il controllo ,che, insomma, un po’ di rispetto non guasterebbe e che infinocchiare la gente così, non si dovrebbe fare, specie con chi si conosce.

Non ha nemmeno abbozzato una strategia di difesa. Ha grugnito che mi avrebbe offerto la colazione e s’era pari. Ho pensato: “Ma si. Va bene. Non importa. Tanto oggi sono Jim Carrey e so che tutto intorno a me è falso.”

Quel masticabrodo però mi ha teso una trappola.

Dopo avermi stretto la mano quasi stritolandomela si è allontanato con il suo classico passo così difficile anche solo da descrivere , quando dopo una decina di passi  sento che mi chiama e urla:

- Scusa un attimo, ma sai se slasti la zattera?”

Preso alla sprovvista mi viene del tutto naturale rispondere.

- Eh?

La mia risposta è il preludio alla scarica che mi sono ampiamente meritato per non aver ricordato una delle prime regole che impari da bambino, per la strada.

- Poppa, Masty, Poppa – urla quella favonchia. – E ci caschi sempre popò di minchia lessa che non sei altro.”

Come tutti i balordi inetti non riesco di meglio che a cogitare in fretta e furia una stupida banale rappresaglia che si esaurisce in un, ben ritmato e scandito, sempreverde, mavaffanculo, tutto attaccato,  prima di montare in macchina e sparire. Arrivato di corsa in ufficio mi sono fatta una scorpacciata di acido acetilsalicilico con Maalox per contorno per farmi passare la nausea e l’acidità di stomaco che si erano impossessati del mio corpo.

E forse, già che ci sono potrei anche giocare a bocce con i miei testicoli.

Masty vai a cacare.

 

Come si lavorano questi pellegrini…

Credo che dovremmo un po’ più di rispetto agli spagnoli.

Insomma, dai, ammettiamolo. Gli italiani hanno una supponenza di base con loro allo stesso modo in cui i francesi l’hanno con noi. E gli inglesi con i mangiarane. Credo che derivi da quella che io chiamo la sindrome del terrone. Insomma, chi è a sud (non solo geograficamente) è per definizione, peggiore. O dicendolo in modo politicamente corretto “in via di sviluppo.”

Noi, va detto a onor nostro, siamo, per fortuna, mediamente più cialtroni e meno spocchiosi dei polentoni del nord Europa, però, lo stesso,anche se sorridiamo e godiamo della presenza di spagnoli nelle nostre vite, sotto sotto, pensiamo: si vabbè, però siamo meglio noi!

La dimostrazione di quanto falso possa essere un pensiero così sottilmente diffuso io ce l’ho sotto gli occhi tutti i santi giorni.

Doverosa premessa: non l’ho mai fatto (not yet I mean…) , ma ho letto molto sul cammino di Santiago. So, ad esempio, che gli spagnoli lo hanno organizzato benissimo, facendolo diventare una specie di cult internazionale al punto che non è più solo una meta per cattolici praticanti in cerca di remissione dei peccati ma anche di atei che detestano i libri di Coelho (come me..) e che lo fanno anche solo perchè è semplicemente bello (per chi fosse interessato c’è un divertente libro di Liebig Etienne “Come sedurre la cattolica sul cammino di Compostela”). Mi sono così, alla fine, fatto l’idea di una cosa piena di passione e di vita, anche e soprattutto nei confronti della natura. Tra sacchi a pelo, ostelli, rifugi d’emergenza, amicizie improvvise ed infortuni di viaggio, il Cammino pare una cosa diversa da persona a persona. Camminare dalle sei alle otto ore al giorno, con il rischio di finire l’acqua e non potere bere, con il dolore alle gambe che ti piega ma che devi superare con le tue forze per proseguire. Partire ogni mattina per fare trenta chilometri con dieci chili di zaino sulle spalle senza spesso vedere una casa o un centro abitato per ore riporta alla condizione umana del vivere, quella condizione che si perde nella vita caotica e frustrante di ogni giorno e nelle vacanze preconfezionate da villaggio turistico. Si attraversano torrentelli d’acqua passando da un ciotolo all’altro proprio come facevano una volta i pellegrini. E poi, camminando tra bellissimi e superbi paesaggi, spesso incontaminati, si conoscono nuove persone in continuazione, ognuna con la propria storia da raccontare e spesso vogliose di conoscere la tua, fatto strano considerato che l’abitudine è spesso che non ci si ascolti nella vita quotidiana neppure tra amici, persi nella mediocrità di una vita stereotipata. In genere, si dice che l’ideale sarebbe partire in solitudine e aspettare che il tempo porti nuove persone nella tua vita. E, le amicizie che nascono sul Cammino sembra non si dimentichino mai.

Noi che c’entriamo?

Beh, la verità è che a noi ci piace taroccare.

E dai su. Inutile negarlo. Il tarocco da noi gode di una straordinaria popolarità che in altre latitudini non potrà mai raggiungere. Siamo molto inclini, ad esempio, a comprare cose falsamente griffate per strada da chi non ha diritto a svolgere attività commerciale, o prodotti alimentari che “assomigliano” agli originali ma che costano molto meno e ci importa poco se sono sani oppure no. Per diversi anni la scheda Tarocca Sky era il massimo sfoggio di italianità. Un modo come un altro per mostrare fieri l’appartenenza alla nostra terra e cultura.

Così, per non smentirci, abbiamo inventato anche la versione tarocca del Cammino di Santiago: la via Francigena!

La storia di essa è facilmente trovabile su Internet. Era uno dei percorsi di pellegrinaggio medioevali. Parte (iva) da Canterbury per arrivare a Roma.

Avendo notato che il cammino di Santiago in Spagna stava diventando una grande attrazione turistica, quindi potenziale fonte di guadagno, qualcuno da noi s’è messo in mente di proporre una versione alternativa dello stesso e ha tentato di organizzare una cosa simile. L’ha fatto all’italiana. Cioè alla cazzo di cane. In altre parole non c’è un progetto d’assieme che lega il tutto. Piuttosto esiste una sperimentazione a macchia di leopardo. Una serie di zone, spesso distanti tra loro, che non hanno guardato al progetto nella sua totalità ma si sono limitati al solo al bieco tentativo di attrarre turisti per la propria Pro Loco.  Due aree su tutte: il Lazio e l’alta Toscana.

Ora, lo so che deve essere difficile da credere per chi ha davvero fatto il Cammino di Santiago, ma la sua versione tarocca made in Italy, passa proprio davanti casa mia. Non in senso figurato intendo. Passa FISICAMENTE davanti casa mia. Proprio sul marciapiede davanti al mio cancello. E prosegue lungo una meravigliosa arteria ad alto scorrimento automobilistico dove se si respira a pieni polmoni, con un po’ di impegno, si può pure prendere il canchero ai polmoni per lo smog che si respira. Sempre che non si muoia prima venendo arrotati dagli autotreni che sfrecciano veloci come lippe. E così, in primavera, comincia il flusso dei pellegrini che convinti di esser tali, vestiti con scarponi da montagna e di alpenstock e zaini superpesanti mi passano davanti, ridicoli come solo chi è davvero ridicolo può essere. In genere, essendo anch’essi amanti del tarocco, arrivano in autobus fino a Lucca per gabbare tutta la strada che avrebbero dovuto fare in precedenza pensando poi di passare per boschi o posti leggendari venendo invece dirottati sulla via Romana Ovest dove, se avessero delle comode scarpe da passeggio anzichè armamentario da scalatore, avrebbero molte più possibilità di sopravvivenza.

In genere capiscono l’inculata dopo un paio di giorni e, infatti, credo che la gran parte di essi una volta usciti dal territorio lucchese decida di prendere un altro autobus o treno per arrivare a Roma. Anche se il sospetto che ci riprovino da un’altra parte del percorso ce l’ho. Come anche la sicurezza che verranno accolti dagli altri italioti nello stesso modo.

Prima di uscire dalla mia terra hanno però la fortuna di passare davanti a uno dei più grandi monumenti nazionali, protetto dal Ministero dei Beni Culturali molto più che gli scavi di Pompei o del Museo degli Uffizi. Sono veramente orgoglioso di questo e del fatto che disti solo pochi chilometri da dove abito. Sto parlando della mega sede centrale della SNAI.

Vuoi mettere una sana scommessa su una partita di cartello con un pallosissimo paesaggio mozzafiato in cima a un passo pure difficile da scalare?

Non di rado, quando ci passo in macchina ci vedo entusiasti pellegrini che, essendosi rotti gli zebedei di camminare in mezzo alle macchine decidono per un bel pit-stop fatto a base di panini con la porchetta dell’ambulante abusivo mentre si godono i video dei principali eventi sportivi.

Stamattina mi ci sono fermato anche io per comprarmi  un panozzo come si deve da portare via perché, stiamo mica a scherzà, Tonino l’ambulante napoletano sa il fatto suo. Mentre attendevo il mio turno mi sono messo a parlare con uno di loro. Un americano che con la moglie, vestito come da copione con tanto da cappellaccio da boy scout, era in fila con me. Il fatto che parlassi in inglese mi è sembrato per lui una liberazione. Poteva finalmente sfogare la sua frustrazione in madre lingua. Mi ha detto che venivano da Austin, Texas, e che volevano fare una cosa che assomigliasse al Cammino di Santiago ma che non fosse così difficile. La Via Francigena gli era sembrato un’ottima alternativa. La realtà però li stava un po’ deludendo ma che, riuscire almeno a vedere la partita di baseball dei Texas Ranger sui televisori della Snai li aveva messi di buonumore. Gli ho detto che se avevano bisogno di qualche informazione particolare o di un aiuto  glielo avrei dato. Lui,  ringraziandomi, mi ha chiesto dove trovare un bancomat funzionante perchè i due che aveva incontrato (sulla via Francigena…) erano “out of order” e stava meditando di mollare una volta raggiunto Altopascio e di riprendere la corriera fino a Firenze. In funzione di un imprecisato senso di appartenenza alla Pro-Loco Italiana mi sono sentito in dovere di incitarli a continuare. Non so nemmeno bene io perchè. Forse stavo parlando piu a me stesso che a loro. Immagino che utilizzassi quella famiglia come transfert per parlare a me stesso. Nella lunga attesa (Tonino sarà bravo ma è indolente come pochi…) gli ho detto della necessità di non mollare. Di provarci ancora. Di resistere. Che quello era il senso del pellegrinaggio. Non importa se l’immaginario andava in una direzione diversa da come si presentava la realtà. Non si doveva mollare, punto e basta.

Mentre parlavo, mi è venuto in mente che stavo blaterando solo una serie di merdate inutili. E fasulle. E pure fuori luogo. Ma prima che potessi correggere il tiro (avevo già pensato di pagare pegno accompagnandolo direttamente ad una banca vicina) Tom, così si chiama, mi guarda serio e mi fa quasi paura. La moglie mi sorride e lui mi allunga la mano e stritola la mia quando gliela porgo:

“Ok Buddy” mi fa “you’ve convinced me. We won’t stop. We’ll give another chance at the Via Francigena”. ha detto pronunciando quel “frenchigina” in modo tale che non ho potuto fare a meno di sorridere, provando allo stesso tempo un grosso imbarazzo perchè non so mica se gli ho fatto un favore.

Prima di risalire in macchina gli ho augurato buona fortuna e mi è venuto anche in mente di chiedergli se avevano, come fanno sempre gli americani, un desiderio segreto associato al pellegrinaggio. Lui sorride e so di aver colpito nel segno:

“The World Series for the Texas Rangers. What else?”

Qualcosa mi dice che però che se quella franchigia vuole vincere il campionato di baseball sarà bene che non conti sul fatto che Tom e Mary raggiungano Roma a piedi da Lucca perchè altrimenti anche quest’anno andranno in bianco.

      

Dirsi addio…

Forse in alcuni momenti da soli, senza nessuno attorno, una strana luce illumina i fatti e li fa apparire in modo diverso, come se ogni cosa che viviamo avesse un suo significato superficiale e uno molto più profondo.

Chiamiamo idee chiare quelle che hanno lo stesso grado di confusione delle proprie e così, magari, incontri qualcuno e pensi che stai per iniziare un viaggio solo perchè quello ha le stesse idee strampalate che hai te in testa.  La partenza per un viaggio ha qualcosa di magico in sè, un brivido che ti scuote fin dentro le ossa e fa sussultare.  Un aumento impercettibile di calore che ti fa vedere colori che sono sempre davanti a te e  che non riuscivi a vedere prima e che invece, tutto ad un tratto, ti appaiono così pieni di luce e meravigliosamente lucenti.

La partenza ha qualcosa di magico, ma spesso la si confonde con l’attesa di ciò che si sta per vivere.

E ad allora ho pensato che però, in fondo, è come se noi partissimo tutti i giorni.

Fin dal suono della sveglia iniziamo la nostra sfilza di azioni insignificanti che facciamo in automatico che non vale la pena di ricordare. Cerchiamo invece di ricordare altre cose che reputiamo più importanti.

Oggi per me partire è una di quelle cose.

Mi sono tornati alla memoria molti pensieri legati alla mia vita, alcuni piacevoli altri meno, ma tutti erano legati a una partenza.

Partire da luoghi affollati, altre volte salpare da luoghi più intimi. Isolati.

Alla conclusione della fiera ho capito questo: tutte le volte che ti chiudi la porta di casa alle spalle,  vuol dire partire.  Partire davvero. E, per ogni andata c’è un ritorno, eppure ogni volta è diverso.

Si, io sono in viaggio e non posso fermarmi neanche se volessi…

 

Lezioni di vita

Stamani ho preso e sono salito in macchina per vagare.

Molte persone quando hanno le paturnie, l’umore sotto i tacchi o le palle girate fanno altre cose. Guardano un film, si fanno una sega, chiamano un amico.

Io vago.

Metto lo stereo a palla che non sento nemmeno il cellulare e parto, così. Ad minchiam. Se fossi un ebreo sarei l’ebreo errante.

Ad un certo punto mi accorgo che la nafta sta finendo, vedo un distributore davanti al quale sarò passato un miliardo di volte senza mai fermarmi perchè fanno dei prezzi assurdi e decido di fare il pieno là. Così’, per farmi un po’ male.

Scendo e dal casottino vedo sbucare un ometto vecchio come il cucco con in testa un cappellaccio di paglia. Sembrava uscito dal film “Buena Vista social Club”. Mi sta simpatico e gli sorrido stanco. Lui mi guarda e dice:

“Amico c’hai la faccia di uno che l’ha appena preso in culo”

Trasecolo, non posso credere alle mie orecchie. Lui non se ne cura e va giù:

“Vuoi il pieno vero? Vedrai che quando alla fine devi pagare te lo faccio cacare io il cazzo che hai dentro co’ sti prezzi” .

Pensa di essere divertente e ride. Adesso mi fa sta facendo incazzare.

“Senti nonno”

“Ivo, mi chiamo Ivo”

“Senti nonno Ivo….”

non mi fa finire.

“Hai appena scoperto che la tua donna scopa con un altro vero?”

“Ivo, io ho rispetto per la tua età ma..”

“No è che hai la faccia di uno che si innamora sempre delle donne sbagliate.”

Come dargli torto? anche se lui però non può saperlo.

Decido di lasciarlo andare libero, ma chi se ne frega. Lui però se ne approfitta.

“Fammi indovinare….. è sposata e ti vuole bene ma scopa bene e con gusto con il marito?…no anzi non è sposata ma ha altri tre o quattro cazzi che se la risuolano meglio di te che invece le parli d’amore?…oppure semplicemente si è rotta le palle di uno come te e ti ha detto sayonara…”

“Ivo, c’hai una fissa sai? Ho solo problemi di lavoro, casini vari, dormo male la notte, Equitalia…”

“Non dirmi che sei frocio sai…sarebbe peggio eh”

“No, ma che c’entra? senti tieniti i tuoi 50 euro e tanti saluti, è tardi devo andare”

“Ma ‘ndo vai chiucolo, vieni là nel gabbiotto che ti faccio assaggiare una cosa che ti riporterà il sorriso”

Se fosse partita in quel momento Cielito Lindo sarei stato davvero sicuro di essere nel film di Win Wenders.   Ma non c’è nessuno sulla strada e di continuare a vagare mi sarei anche rotto le palle. Penso anche che da nonno Ivo posso raccattare un po’ di materiale per scriverci sopra un racconto o qualcosa di simile e quindi accetto.  Lui esce con una bottiglia di Rum e una scatola di sigari.

“Oggi sono qua perchè mio figlio è voluto andare a festeggiare non so che con quel finocchio del suo amico e mi ha chiesto di sostituirlo per un giorno, ma mi sono già rotto i coglioni. Per fortuna mi sono portato dietro questi sigari e questo nettare. Tieni prendine uno, vedrai che ti passa tutto”

“No, grazie come se avessi accettato, non fumo e poi a quest’ora è presto per me per bere. Forse è meglio che adesso però vada….”

“Allora lo vedi che sei davvero un frocio? Non bevi, non fumi, non trombi …”

“Senti Ivo, adesso vado è…. ciao”

“No…No…viene qua ti insegno io a trattare le donne vieni qua, fammi compagnia che non passa un’anima e io voglio parlare con qualcuno. E poi figlio mio, tagliati quella cazzo di barba che ti invecchia e pure i capelli tienili più corti che altrimenti fai ridere è per questo che ti sfanculano tutte”

Non so come mai ma quell’essere buffo improbabile e assurdo mi intrigava da morire e non riuscivo proprio ad andarmene via. Lui allora trangugia un sorso dal bicchiere che intanto si è riempito e comincia a cantare:

” Regola numero uno, prendi una donna trattala male, spezzagli la spina dorsale….”  sulle note di Teorema di Marco Ferradini

“Ivo, si dice spezzaLe, non spezzagli.. è femminile” ribatto senza pensare

“lo vedi? sei un perfettino di ‘sto cazzo, per questo lei tromba con un altro. Tu sei palloso. Nessuna donna sopporta i pallosi a lungo. E tu amico sei palloso.”

“In effetti non l’avevo mai vista sotto questa angolazione” gli dico per dargli corda.

“Io li conosco quelli come te “amore, tesoro, salciccia e pomodoro”, ma che bacini e bacini Porco (bip), mettiglielo in mano invece…”

“Ivo è Pasquetta te lo ricordi?”

“E allora Madonna (bip) che cazzo significa Porco (Bip) tu mettiglielo in mano e vedrai che tutto cambia”

“Io ho problemi con Equitalia e…”

“Maledetta quella (bip) (bip) chi cazzo se ne frega di Equistacippadicazzo? Tu pensa alla topa e tutto si aggiusta. Però fallo bene, senza innamorarti sempre delle donne sbagliate”

“Che sarebbero?”

“Quelle che non te la danno e vanno con altri. Cioè tutte, a vedere da come sei imbranato…”

“Sono solo sfortunato, tutto qua”

“La sfortuna è stata per quella povera donna di tua madre che chissà quanto l’hai fatta penà” Poi mi guarda di sbieco e rilancia “Sicuro che non sei frocio vero?”

“Fino a prova contraria”.

Mentre sto per chiedergli se aveva altre cose da insegnarmi arriva un’altra macchina. Esce un tipo distinto che mi ci sarei cambiato e Ivo gli fa

“Amico c’hai la faccia di uno che l’ha appena preso in culo””

Questo lo guarda e gli dice “Ma sei scemo?” e quel pazzo di Ivo riprende

“Non ti preoccupare che con i soldi che costa la benzina il cazzo in culo piano piano te lo faccio scendere io” e ride

Il gentiluomo si avvicina minaccioso a Ivo e mi tocca intervenire. Il cliente pensa che io sia suo figlio e mi minaccia. Io lo prego di far finta di niente e mi picchetto la tempia con l’indice, per dirgli “E’ matto non ci star a perdere tempo”

Alla fine scocciato il tipo decide di andarsene non senza aver detto ad alta voce cosa pensava di Ivo e della sua famiglia, che in quel momento ero Io.

Mi sento sollevato e persino Ivo mi ringrazia di averlo aiutato.

Sto per risalire in macchina e vedo che mi guarda e mi dice:

“Siamo sicuri che non sei frocio, vero?”

Kate & Leopold

Riconoscersi.

Cosa c’è di più bello al mondo?

Ri-conoscere, conoscere di nuovo, qualcuno/a che si è già amato, avuto, posseduto nel passato. Magari un’altra vita….!

Parlo di amore, ma anche di amicizia.

Insomma trovarsi di fronte improvvisamente qualcuno e capire che lui o lei è per te qualcosa che non puoi spiegare a nessuno.  Quella persona è parte di te anche se magari lei stessa non lo sa ancora. E tu speri che magari un giorno anche lei troverà, come te, un antidoto alle acque del Lete, il fiume dell’oblio, che ci hanno obbligato a bere quando siamo morti l’ultima volta…

Lo so straparlo..

Eppure questo rimane il mio sogno.

Riconoscere subito qualcuno che è parte di me.

Un po’ come capita nel film Kate & Leopold che è uno dei miei movie preferiti. Un buco temporale e due persone completamente diverse provenienti da due epoche diverse, una nevrotica di fine novecento e un gentiluomo ottocentesco, si incontrano e nonostante le differenze assurde, apparenti, si riconoscono. E non possono più fare a meno l’uno dell’altra.

E così passi il tempo a guardare le persone che incontri e a vedere se nel barista del bar dove prendi il caffè ci sono i germi di un’amicizia che viene da lontano oppure no. E sai che più siete diversi e più è facile è che sia l’anima che stai cercando. Magari è in una guida turistica, o in una baby sitter, o in un direttore d’orchestra o in un’impiegata della Asl. O peggio ancora magari è una persona con un cognome ingombrante che vive nell’alta società suo malgrado.

Magari lei è sposata e ha figli, magari lui è un omosessuale, ma sai che se tu sei attento potresti anche riconoscerla, quell’anima. E dirgli. Sono io. Sono qua. Non importa cosa fai, dove stai, che cosa ti sta capitando. Io sono qua. Ti ho riconosciuta. Fa come ti pare. Scopa con chi vuoi, o resta amico con quella parte di società che non mi appartiene. Davvero non mi importa. Conta solo che tu sappia che io ci sono.

Per te.

Certo, a dirla così sembra davvero un film. Perchè poi nella realtà non succede mai.

Ad esempio io sono certo che potrei benissimo fare delle topiche galattiche.

Visto che parliamo di film che so, mettiamo che una persona mi dicesse all’improvviso, senza nessun preallarme, così parlando di palo in frasca, che ha visto un film che lei ha amato nello stesso posto dove io l’ho visto amandolo allo stesso modo, io non sono così sicuro che le direi subito: sei te!

Ad esempio, proprio per far capire l’assurdità della cosa, se una mi dicesse “Hai mai visto “Entre chiens et chats”? (che poi è “Un uomo in prestito” in italiano) sai io l’ho visto a Parigi”  Io, che l’ho visto a Parigi davvero, la prima cosa che penserei non è: “sei te!” ma piuttosto “questa mi sta prendendo per il culo e c’è la fregatura da qualche parte” e magari finirei pure per farla incazzare.

Insomma riconoscersi è una cosa meravigliosa ma niente affatto scontata.

Che cosa direi oggi a una persona che riconoscessi, foss’anche, pure meglio, un amico?

Forse gli parlerei di quella canzone fantastica che mi emoziona sempre da morire scritta da Carole King. Quella che dice, vado a memoria e la scimmiotto, che quando il mondo e le persone mi gettano nello sconforto mi piace salire in cima al tetto di casa e guardare il mondo da lassù. Perchè è solo là che riesco a vedere le cose nella giusta prospettiva e a ritrovare il mio equilibrio.

E che se lui o lei, si sentisse mai nelle stesse condizioni, se vuole potrebbe salire con me sul tetto, perchè  là c’è abbastanza spazio per tutti e due.

 

 

Il lato oscuro del sole

Qualche tempo fa in macchina ascoltava la radio e ho sentito un programma che mi ha colpito tantissimo.

Raccontava la storia di Fatima, una “bambina lunare”.

Una ragazza affetta da XP (Xeroderma Pigmentoso) persone per le quale il sole è un nemico mortale e che sono costretti tutti i giorni a vivere lontani dal mondo diurno dei loro coetanei.

Da quando ho sentito quel programma ho cominciato a cercare di capirne di più è ho visto anche il documentario girato per pubblicizzare lo stato di questi individui “The dark side of the sun” di cui sotto inserisco il link se qualcuno volesse saperne di più.

Oggi però mi piacerebbe chiedervi un po’ più di attenzione. Uno sforzo particolare. Solo per cinque minuti.

Poi potete tornare a fare quel che stavate facendo….

Ecco, fate così, immaginate per un attimo di vivere una vita al contrario. Qualsiasi cosa voglia dire. Per cui immaginate di lavorare quando gli altri sono in vacanza,  o di mangiare tutto quello che gli altri scartano. Immaginate di vestire in un modo che agli altri sembra ridicolo.  O di gioire quando gli altri soffrono.

So che sembra quasi fantascienza, però state con me ancora un attimo e fate uno sforzo maggiore.

Adesso provate a parlare una lingua che nessuno parla. O di aver bisogno per vivere di respirare una soluzione gassosa che non sia l’aria, ma qualcosa che è dannosa per tutti gli altri esseri umani mentre è vitale per voi.

Ok, se siete ancora qui, forse vi sarà più semplice immaginare la vita di Fatima e di tutti questi bambini e cioè di dormire quando gli altri vivono e di vivere quando gli altri dormono.

Ecco provate a immaginare se fosse così,  avreste gli stessi amici che avete oggi?

Avreste la stessa compagna o compagno?

Se la vostra vita fosse ribaltata, i vostri figli sarebbero così come sono? O magari non ci sarebbero nemmeno…

E’ le vostre attività quali sarebbero? cosa fareste per divertirvi ad esempio?

O come vivreste i momenti di lavoro e di vacanza?

E soprattutto cosa significherebbe per voi, il giorno e la notte?

Quella di tutte le persone che sono affette da XP  è una condizione che si avvicina molto all’invisibilità. Esserci ma non essere visti. Vivere i ritmi di una vita normale ma spostati in un tempo sospeso, il tempo del buio.

L’idea di vivere una vita al contrario è una cosa che le persone sane, possono solo immaginare, oppure filtrare attraverso qualche piccola e minuscola esperienza personale, tipo che so, lavorare il sabato e la domenica, o la notte invece che di giorno. Cose piccole e temporanee che però in alcuni momenti della nostra vita ci hanno fatto pensare di essere più o meno fortunati degli altri.

Però l’idea che il sole sia un nemico e che la luce possa davvero farci del male è uno stravolgimento tale che nessuno di noi può davvero immaginarlo.

E da quando ho scoperto di lei e di quelli come lei, ho deciso che, ogni tanto, voglio provare anch’io a vivere una vita al contrario!

 

http://www.thedarksideofthesun.org/

 

 

Travelling Soldier

Diciotto anni passati da due giorni, aspetta l’autobus con la sua divisa militare verde.
Nell’attesa siede ad un caffé lì vicino e fa un’ordinazione alla giovane cameriera  che porta un fiocco tra i suoi capelli.

E’ un po’ timido e così la ragazza gli sorride e  lui trova il coraggio di chiederle:

“Ti dispiacerebbe sederti qui per un attimo a parlare con me? Mi sento un po’ giù”.

Lei gli risponde: “Stacco tra un’ora e so dove possiamo andare”.

Così scendono in città e si siedono sul pontile.
Lui le dice:

“Scommetto che hai un ragazzo ma non m’importa. Non ho nessuno a cui mandare una lettera. Ti dispiacerebbe se te ne mandassi una? “.

E io ho pianto, giuro che non stringerò mai più la mano di un altro ragazzo.

Troppo giovane per lui, tutti le dicevano, mentre lei invece continuava ad aspettare l’amore di quel soldato che aveva conosciuto il giorno in cui era partito per la guerra.

Il nostro amore non finirà mai, gli giurò lei, aspettando che quel soldato facesse di nuovo ritorno. Finalmente non sarà mai più sola, specie quando una lettera le dirà che quel soldato sta tornando a casa.

Così giunsero le lettere del ragazzo. Da un campo di addestramento in California prima e poi dal Vietnam.
Lui le scriveva che il suo cuore si era innamorato e le raccontava tutte le cose di cui invece era spaventato a morte.
Diceva:”Quando le cose si mettono male quaggiù, io ripenso a quel giorno in cui ci sedemmo sul pontile. Chiudo i miei occhi e vedo il tuo bel sorriso.  Ora non preoccuparti troppo ma per qualche tempo non riuscirò più a scriverti”.

E io ho pianto, giuro che non stringerò mai più la mano di un altro ragazzo.

Troppo giovane per lui, tutti le dicevano, mentre lei invece continuava ad aspettare l’amore del soldato che aveva conosciuto e il giorno in cui era partito per la guerra.

Il nostro amore non finirà mai, giurò lei, aspettando che il soldato facesse di nuovo ritorno.  Finalmente non sarà mai più sola, specie quando una lettera dirà che il soldato sta tornando a casa.
Un normale venerdì sera ad una stupida partita di  football viene recitato il Padre nostro cantato l’inno nazionale.
Poi un uomo dice:

“Gente, chinate le vostre teste per la lista dei concittadini caduti in Vietnam”.
Lei, tutta sola, piangeva sotto le tribune.

Il primo era un suonatore di ottavino della banda locale ed  il secondo fu solo un nome letto  di cui nessuno si curò
a parte una giovane  bella ragazzina che portava un fiocco tra i suoi capelli.

Sesso e (piccole) soddisfazioni

La fine dell’infanzia arriva sempre senza preavviso in un momento imprecisato tra i dieci e i tredici anni.

Nessun’altra fase dell’esistenza umana si rivelerà mai altrettanto ricca di successi e soddisfazioni personali, soprattutto mai più potrà avere la totale irresponsabilità di fronte alla legge degli uomini e alla propria coscienza.

La mia finì, purtroppo, troppo presto perché ho conosciuto il trauma della sessualità e dell’autoerotismo già alle elementari, quando mi innamorai perdutamente di una bimbetta precocemente popputa che mi ritrovai poi in classe al liceo con la quale mi feci avanti solo alla gita scolastica dell’ultimo anno. Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi…e poi…poi niente.

Gli amori romantici sono sempre stati uno psico-dramma senza pop corn per me.

Insomma scoprire di essere bruttoccio e, pertanto, di non essere attraente per il sesso femminile è stato un trauma difficile da gestire.

I miei amici erano tutti bellissimi e super fichi. A loro è sempre bastato fare così con un dito per trovare donne interessate a copulare ferocemente con i loro corpi statuari e ben curati. I soprannomi, che dalle mie parti sono cosa del tutto naturale, rispecchiavano lo stato di fatto delle cose: Antonio era “Lo Stallone”, Pietro “Il Gladiatore” ,  Carlo “Il Pretoriano”, Francesco “Mandingo” e via di seguito.

Io, per tutti, ero “Il Re”.

Mi chiamavano anche Masticone è vero, ma per tutti ero comunque Il Re, perchè dicevano (a ragione) che avevo il fisico da regnante che si vede nei film. Uno normale. Insomma non tanto alto, non tanto fico, non tanto muscoloso, non tanto e basta…..

Re senza regno e senza corona ho dovuto sudare le proverbiali sette camicie per riuscire a trovare donne minimamente interessate alla merce di scarto che ero in grado di offrire. I brutti si sa, devono ingegnarsi molto più dei belli. E quindi a me sono sempre state vietate le storie di puro sesso e carnassa. Come e quando mi proponevo come amante, nei modi che usavano tutti i miei amici del tempo, la risposta era sempre la stessa “Ripassa un’altra volta”.

Le pochissime donne che ho avuto quindi, sono state tutte donne che si sono innamorate follemente di me e che volevano sposarmi. E le nostre storie sono sempre state di un melodrammatico unico, come solo i romantici andati a male come me sanno mettere in piedi.

Un giorno, ai tempi dell’Università, incontriamo e frequentiamo un gruppo di donne tra le quali ce ne era una di una bellezza feroce. Di sicuro la donna più bella che abbia mai visto dal vero in vita mia. Ovviamente Mandingo e tutti gli altri sono partiti in tromba alla ricerca del piacere carnale che erano sicuri avrebbero ottenuto da lei che invece uno dopo l’altro li ha mandati a stendere. E anzichè scegliere quei corpi memorabili, quella dea della bellezza ha invece cominciato a uscire con me facendomi diventare un mito nel gruppo che non credeva affatto ai miei racconti in cui dicevo che eravamo solo amici e che non combinavamo niente.

Io ovviamente mi innamorai di lei che era pure intelligente e poichè  sembrava  essere una delle poche donne che apprezzava le cose che io potevo mettere sul piatto in cambio del suo amore, mi dichiarai da manuale. Lei mi guardò sorridendo e mi disse:

“Masticone mi spiace io non ti amo e so che la mia vita non potrà essere con te. Però mi fai sesso da morire e se vuoi possiamo essere amanti e finchè dura ci divertiamo”

M’avesse dato uno schiaffo mi avrebbe fatto meno male.

Tutto quello che avevo sempre pensato di essere, i miei valori, il mio modo di essere, la mia simpatia. Tutto ciò che credevo di valere per lei non contavano. Lei mi voleva solo come amante.

Le dissi che non mi avrebbe mai avuto a quel modo e che se non mi amava, preferivo non vederla più.

E così fu.

Lei allora scelse di uscire dal gruppo in cui stavamo e prese la sua strada. Io invece diventai lo zimbello di tutti i miei amici che non credettero mai a questa storia e se ne prefigurarono molte altre, tutte assurde ma che non ho mai provveduto a smentire. Sarebbe stato fiato sprecato.

Questa donna ha poi fatto una luminosa carriera nel mondo della moda, modella prima e manager poi, entrando anche nel mondo del cinema dalla porta principale.

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere una sua intervista su una rivista online.

Il giornalista le faceva domande sulla sua vita e lei non si risparmiava nel raccontarle la sua vita glamour e avventurosa.

Ad un certo punto l’intervistatrice le chiede quanti uomini ha sedotto in vita sua.

Lei le ha risposto, testuali parole:

“Non so con quanti uomini sia stata. Un numero imprecisato. Ho avuto e sedotto tutti coloro che ho desiderato. Tutti tranne uno. Uno che gli amici chiamavano “Il Re” “