Il guardone

Fin da piccolo ricordo che quando c’erano i fuochi d’artificio, invece di tenere lo sguardo fisso al cielo, rivolgevo la mia attenzione a coloro che assistevano allo spettacolo. Mi è sempre piaciuto osservare le espressioni delle persone di nascosto. Vedevo chi gridava e chi restava a bocca aperta. Chi cercava di calmare il pianto di un bambino impaurito e chi invece si capiva che era capitato là per sbaglio ma avrebbe voluto essere proprio da tutt’altra parte. Confesso che ancora oggi mi piace rivolgere lo sguardo nella “zona d’ombra”. Perfino quando andavo allo stadio non riuscivo a restare a lungo attento al vivo dell’azione. Al contrario mi ritrovavo a osservare le persone accanto a me sugli spalti, oppure il bordo del campo o la zona cieca alle telecamere. E alla fine mi sono convinto che c’è più profondità quando osservi senza essere visto. Una profondità vera. Quasi intima. Un po’ come se si riuscisse a capire cose diverse, proibite agli altri mentre il futuro è là, pronto a cambiarci tutti.

Stamattina stavo prendendo un caffè al bar e ho notato in un angolo una coppia che si stava baciando teneramente. Per evitare di imbarazzarli  mi sono sforzato di guardare fuori dalla porta e senza nemmeno rendermene conto mi sono ritrovato a sbirciare il parcheggio dove ho occhieggiato una donna che stava scendendo da un’auto tedesca di grossa cilindrata. Non l’avevo vista prima. Ho pensato che dovesse essere di passaggio. Bionda, sui venticinque anni, vestiva con una t-shirt di un cantante che non ho proprio riconosciuto. Quel che mi  ha colpito di più però era il suo sguardo. Duro come il ghiaccio verde di certe giornate invernali quando vai a sciare sulle montagne dell’Appennino. L’ho seguita con lo sguardo lungo il piccolo tratto che doveva fare per entrare.

“Bella fica”"  mi fa il barista che si è reso conto che la guardavo e che doveva aver pensato che avessi su di lei, le stesse mire che vedevo nei suoi occhi “scommetto che è dolce e miagola come una gattina.” ha aggiunto con complicità tutta maschile.

Io, invece, se avessi dovuto scommettere qualcosa, avrei detto che era una dura. Una di quelle che se hai contro è meglio se stai attento perchè potresti finire per farti male. Ho evitato però di dirglielo per evitare un dibattito di cui non sentivo proprio la necessità. La tipa, appena entrata, si è diretta verso il bancone. Le ho sorriso. Lei ha accennato una smorfia con la bocca. Credo fosse un modo tutto suo per ricambiare la gentilezza. Il barista era già pronto ad attaccar bottone ma lei, togliendosi gli occhiali tondi da sole, si è accorta della coppietta che si stava baciando all’angolo del locale. E ho visto cambiare il suo sguardo. All’improvviso ha perso completamente la sua forza vitale. Sembrava confusa. Una cosa che non avrei mai detto. Un po’ come se ti capitasse di incontrare Sigourney Weaver e quella ti confessasse che non sopporta i bacherozzi. Uccide gli Alien con una facilità irrisoria, ma le bachere nere proprio no, non può davvero nemmeno vederle.

I due amanti, intenti a scambiarsi effusioni e attenzioni al limite della decenza, non si sono manco accorti di lei che, invece, senza ordinare niente, ha girato i tacchi e se n’è andata.

“E che cazzo le sarà preso?” mi fa il barista “non mi puoi mica spaventare sempre le clienti migliori Masty però eh.”

In quel momento mi sono sentito come un regista che non sa da che parte puntare la telecamera. Avrei voluto vedere meglio la faccia del barista e capire se ci è o se ci fa, ma avrei voluto anche osservare i dettagli dei due piccioncini che gettavano lo sguardo verso di noi pensando che stessimo parlando di loro e che ci sorridevano come a dire “mi spiace, oggi è il nostro turno, a voi toccherà un’altra volta”. Decido invece di mettermi a guardare la donna che era appena uscita. L’ho vista camminare verso l’auto. Da dietro sembrava molto meno sicura e arrogante di quando l’avevo vista arrivare. Si è passata una mano tra i capelli senza un reale motivo per farlo. Un gesto istintivo. Come se avesse voluto cacciare via i pensieri dalla testa. Poi ad un tratto si è fermata. Non era ancora arrivata alla macchina e se ne stava là, in mezzo al parcheggio. Immobile. Riuscivo a sentire il suo disagio. Non sapeva se andare avanti con la sua vita oppure no. Qualche forza la tratteneva dal proseguire, ma, lo stesso, non riusciva a invertire la rotta. E questa battaglia la paralizzava. Il barista stava già pensando ad altro e la radio raccontava di un oroscopo assurdo. Un paio di altri avventori cazzeggiando sul Milan, mi hanno chiesto se, secondo me, c’era il rigore ieri sera.

Non  ho risposto. Ero anche io paralizzato a osservare, o meglio, cercare di capire, la battaglia che si stava combattendo dentro quella donna che,  ferma in mezzo a un’area abominevole piena di cemento, non riusciva a decidere cosa fare di se stessa. Un cartone animato che muoveva le ruote o le gambe in continuazione ma non riusciva a fare un centimetro in avanti. Di nuovo una mano tra i capelli. Lo sguardo si è voltato di lato. Niente.

“Insomma, scusi, le abbiamo fatto una domanda. Per lei il rigore del Milan c’era o no?”

E’ passata una macchina e le ha suonato. L’insulto soffocato dell’autista che non riusciva a parcheggiare in qualche modo l’ha scossa.

“Ah ho capito lei dev’essere uno di quelli che hanno a schifo il calcio e pensa che gente come noi che nel parla non valga niente.”

Ho visto un brivido che le ha attraversato la schiena e avuto la sensazione che avesse metabolizzato ciò che doveva fare.

“Ma lascialo perdere, non vedi che è tonto?”

Si è voltata di scatto ed è tornata indietro. Con cattiveria. Sigourney Weaver doveva aver saputo che qualche Alien era dentro il barrino e si stava preparando a entrare e a farli fuori tutti. Ha aperto la porta ed è andata verso i due amanti. Lui, quando se lè trovata davanti alla fine si è accorto di lei, ma non ha fatto in tempo a evitare lo schiaffo che lei gli ha tirato.

“Sei un bastardo” ha urlato con voce stentorea, catturando l’attenzione di tutti che hanno smesso di fare qualunque cosa per prestare attenzione alla baruffa che  stava per scatenarsi, che è diventata “main event” , perdendo quindi attrattiva ai miei occhi. E così mi sono rivolto ai due gonzi che mi avevano dato del tonto e dico:

“Il rigore è inventato ed è un modo come un altro per dimostrare che siete come la Juve. Berlusconi e Galliani sono proprio come la Juve. Ladri.”

I due però non mi hanno considerato di pezza, intenti com’erano a vedere gli sviluppi dell’azione della donna con una T-Shirt che, se solo avessi saputo chi rappresentava, avrei fatto giornata. Rimango attratto dalla giugolare dell’uomo che mi sta piu vicino. Quello che mi aveva interpellato. Erano grosse come corde. Aveva un sorriso stampato sulla faccia che vedevo di lato mi faceva pensare che era uno di quelli che gode quando parte un Gran Premio e qualcuno si fa male alla prima curva. L’altro invece aveva la faccia triste di chi ama chiosare per giorni sulle cattive abitudini delle persone.

“E comunque il mio presidente sarà sempre Vittorio. Questi ciabattini che c’hanno fatto fallire e che si lamentano sempre possono andare a cagare con Berlusconi e tutti gli altri” dico per cercare di attrarre la loro attenzione.

“Si, si, va bene” fa il primo “però adesso non mi rompere i coglioni” che devo godere in altro modo” è il sottinteso.

Mi è venuto da ridere. Ho lasciato un euro sul bancone facendo cenno al barista che, intanto, era andato a dirimere la rissa in fondo al locale tra le due donne che continuavano a litigare per un u0mo che a me pareva insulso. Sono salito in macchina con un pensiero fisso in testa che mi faceva pulsare il cervello. Avevo ansia e uggia per questo. Ho riavviato il tutto per andarmene da qualche parte a far finta di lavorare, quando passando davanti all’entrata del bar, vedo che la donna venticinquenne stava uscendo. Si era rimessa gli occhiali e sembrava più cazzuta che mai. Mi sono fermato davanti a lei. E’ lunedì mattina e si preannuncia una settimana di merda. Non poteva cominciare così male. Con il cervello che mi pulsava a duecento bit al minuto senza avere risposte. Abbasso il finestrino e le dico”

“Scusi signorina, mi scusi se la disturbo, ma è una cosa che proprio non mi dà pace. E se non mi aiuterà lei passerò una giornata terribile a pensarci e poi starò male e saliranno i succhi gastrici e l’ulcera si farà viva e insomma, la prego, mi aiuti”"

La bionda mi guarda interdetta. Non sa se ci sono o ci faccio. Vorrei dirle “tranquilla, amica mia, ci sono ci sono, non ci faccio mica”. Mi fa di nuovo una smorfia come dirmi di sputare il rospo e io allora dò fiato alle trombe Turchetti:

“Senta mi dice per favore chi è il cantante della sua T-shirt? mi sembra di averlo visto da qualche parte ma non ne sono sicuro. Ho bisogno di saperlo, la prego.”

“Ma vai a cagare pirla.”

Controsensi di un Paese assurdo

E se al posto di Kabobo, a Niguarda, ci fosse stato un italiano, il PDL avrebbe invocato lo stesso l’invio dell’esercito?

Se anzichè un ghanese che come Giovanna D’Arco sentiva le voci di Dio ci fosse stato il sciur Brambilla che impazzito perchè il Milan forse non andrà in Scempio Lig, avesse preso a badilate tutti gli juventini che incontrava,  i pidiellini avrebbero tirato fuori di nuovo la storia degli immigrati cattivi da ghettizzare?

Ma per non farsi mancare niente, di là, fanno pure peggio.

Ilda Boccasini decide di mostrare a tutti come si buttano via straordinariamente bene i soldi pubblici, che tanto ce l’abbiamo tanti.

Nella requisitoria contro Berlusconi, in un italiano che quello di Di Pietro sembra da letterato dell’Accademia della Crusca, riesce a dire (cito testualmente, prego controllate) :

 ”…..la minore extracomunitaria, persona, lo ripeto, intelligente e furba. Di quella furbizia proprio orientale delle sue origini, sfrutta ….riesce….in una…. a sfruttare la propria essere extracomunitaria….”

Ora, se una cosa come questa l’avesse detta Borghezio, lo avrebbero (giustamente) fatto a pezzi tutti. Invece oggi si parla di gaffe. Di scivolata di Ilda la rossa.

La cosa più clamorosa, almeno per me, e che nessuno (e mi chiedo perchè…) ha fatto notare è che in quella frase sopra citata in neretto la Boccassini ha ammesso (oltre ad essere ignorante perchè il Marocco non è oriente) una cosa pazzesca che invalida tutto il processo: dice infatti che la Ruby Rubacuori, oltre a essere una furbetta extracomunitaria, SFRUTTA il suo essere tale. In altre parole è la Boccassini stessa a dire che è lei la sfruttatrice e non Berlusconi.

Praticamente è la stessa PM a dichiarare che il processo è sbagliato.

E comunque siamo sempre qua.

Anzichè dire a Berlusconi di vergognarsi per i danni che ha fatto al Paese, per i ministri incapaci che ci ha costretto a sopportare, per la faccia tosta di non accettare le Istituzioni democratiche (nemmeno Andreotti è mai arrivato a tanto. Nonostante tutte le sue malefatte non hai mai detto di essere vittima di un complotto) siamo ancora qua a cercare di condannarlo perchè è un puttaniere.

Però di bello c’è che il PD ha deciso di dare finalmente un immagine di cambiamento al proprio elettorato. Ha detto che è l’ora di mostrare a tutti che esiste una gran volontà di rinnovamento e ha eletto segretario Epifani.

Epifani?

Quasi quasi mi faccio tatuare una bestemmia in fronte.

 

                                                    

 

Un po’ di qualunquismo. Così. Tanto per gradire.

Il qualunquismo è l’ultimo baluardo della vera cultura italiana. Quella non ancora imbarbarita dagli immigrati che, piano piano, stanno cambiando tutti i nostri costumi. Una vera e propria religione dogmatica, che riesce a far concorrenza persino alla Chiesa cattolica.I postulati fondamentali che regolano il suo catechismo sono che, in primo luogo, il mondo va sempre peggio e non esistono più le mezze stagioni, perché, forse, se l’è rubate il governo ladro. E che, in secondo luogo, qualunque cosa tu possa fare per migliorare le cose, esso si rivelerà inutile, in quanto, comunque sia, il mondo andrà sempre peggio.

Un vero italiano che si rispetti, infatti, ha la netta e chiara impressione che tutto vada costantemente in merda, qualunque cosa si faccia.

I luoghi di culto deputati per professare questa onorevole fede sono, in genere, i bar, i treni e tutte quelle situazioni in cui non si ha niente da dirsi l’un l’altro. Cene con gli amici e parenti incluse.

Il Comune di Lucca dove mi sono recato stamattina per l’ennesimo problema burocratico che allieta queste giornate di primavera non fa eccezione. Il vecchio impiegato che avrebbe dovuto provare a sbloccare la mia pratica incagliata in modo, a mio parere, ingiustificato/cabile non appena mi siedo davanti a lui riceve una telefonata e, incurante della mia presenza, ulula a quello che l’ha chiamato:

«Non so cosa sia, ma è di sicuro la solita presa il culo!».

Sono certo che se avesse studiato un po’ di più, avrebbe cambiato solo la prima parte della sua affermazione e non la seconda, ammettendo cioè di conoscere l’argomento, ma ciò nonostante, il verdetto rimarrebbe sempre lo stesso. E chi può dargli torto. In fondo, da noi, è tutto un magna-magna generale.

«Io me ne sto per andare in pensione» continua l’impiegato  parlando dentro la cornetta, facendo una smorfia contrariata con la bocca e scuotendo la testa con gli occhi rivolti a terra  «ma quello là è un perfetto idiota patentato e non c’è alcuna speranza. Tanti auguri a voi che restate»

Me ne sto ad ascoltare inebetito il troglodita e ammiro la sua capacità di sopravvivere a tutto. Deve aver vissuto una vita in cui ha conosciuto dirigenti e colleghi di ogni genere eppure era ancora là a fregarsene con il distacco di chi sa che, comunque vada, ce la farà sempre. Io, invece, provato nel fisico e nel morale mi sentivo come i Pink Floyd, quando scrissero “A momentary lapse of reason” per scrollarsi di dosso il fantasma pesante di Roger Waters. E non mi consola affatto sapere che, dopo quell’album, i Pink Floyd hanno fatto pure puttanate peggiori.

Stranamente non ricevo da un po’ alcuna notizia dal pellet, che non deve essersi accorto di quel che mi sta capitando. La palpebra ballerina è tornata però a farmi visita. Non credo che sia legata a nessuna malattia particolare. Fa sintomo a sé, un po’ come la provincia autonoma di Bolzano.

Decido di non incazzarmi.

Chi se ne frega.

Quando sai di avere, professionalmente parlando, il cancro e con esso un tempo finito prima di tirare le cuoia non ti affanni più dietro cazzoni come lo stronzo che dalla parte di là della scrivania faceva segno con la mano, come per dire, “Aspetta eh. Abbi pazienza. Non è mica colpa mia”.  Li guardi e apprezzi la loro inconsistenza che, anzi, ti affascina. E pensi al monumento che gli costruiresti. Una grossa merda a rotoloni con dedica: All’impiegato comunale ignoto! E mi è venuto in mente di quando Warren Zevon, uno dei miei autori preferiti, intervistato dopo che gli era stato diagnosticato un canchero inoperabile al fegato, alla domanda se nelle sue condizioni avesse una qualche conoscenza sulla vita e la morte che nessuno aveva ancora capito rispose: “Non credo, tranne il fatto che ho imparato a gustarmi ogni panino che mangio”. E così, nonostante avessi il fuoco al culo per le scadenze non rispettate e le banche che mi inseguono per portarmi via anche le mutande, ho messo il cellulare in modalità “aereo” e ho fatto cenno allo stronzo di continuare pure a discutere di niente come stava facendo che tanto io non c’avevo un cazzo da fare e per me andava pure bene così. Lui era il mio panino.

E  mi ha preso in parola.

Mi sono imposto di fare un’esercizio zen e di non dare segni di uggia. I lavoratori dipendenti pubblici hanno dei diritti, perbacco. E chi sono io per agitarli, con uggia fuori posto? Dò allora un’occhiata a fuori dalla finestra e l’unica cosa che riesco a intravedere sono due gatti che si stanno ingroppando su un albero. Buongiorno tristezza. All’improvviso nella stanza piomba Luigi, il mio avvocato, che avevo chiamato ore prima per un’altra rogna che mi è capitata e a cui avevo detto che, nel caso, avrebbe potuto trovarmi là. Avrei voglia di abbracciarlo e di sentire un po’ di calore umano, ma la sua faccia mi sconsiglia di fare un qualsiasi tentativo per vedere se esiste qualche margine di manovra al riguardo.

«Ciao Masty» dice con freddezza, cominciando una disamina dell’ennesima rottura di cazzo che devo affrontare proprio quando lo zelante impiegato comunale finisce la telefonata e con grande serietà, dopo essersi reso conto che non ci sono apparentemente altre persone in fila con aria accomodante mi fa:

«Vabbuò, signò, restate pure qua tranquilli a parlare, io me ne esco qui fuori, in corridoio, a fumarmi una sigarettina»

L’australopiteco che dovrebbe risolvermi la bega per cui sono finito davanti a lui, della legge che lo vieterebbe, se ne sbatte. Lui sa sopravvivere pure a essa. Avrei voglia di chiedergli quanto tempo gli manca alla pensione. Perché, che diavolo, sulla scorta dei miei studi, lui sta rischiando di fumarsi l’ultima, di sigarette. La sua vita è in pericolo e può essere sparato in qualunque momento. Deve assolutamente prendere dei giorni di ferie. Cazzo, dai, lo sanno tutti. (sto parlando del fatto che nei film i poliziotti che stanno per andare in pensione vengono sempre e comunque uccisi prima della fine della pellicola.)

Non faccio in tempo a dirgli che con l’avvocato posso parlare anche dopo, che quello è già uscito.  Luigi, che è sempre con i minuti contati e che non ha imparato ancora a rallentare quando la vita te lo chiede sembra invece felice dell’opportunità di sbrigare le cose con me velocemente. Mi fa firmare al volo quattro fogli non dandomi la possibilità di leggere cosa minchia c’ha scritto, mi impapocchia con tre cosucce per tenermi buono e mi dice che si farà vivo lui. Che poi significa “non mi rompere i coglioni che ho anche da fare altre cose”. Lo so bene. In fondo per quanto lo pago c’ha pure le sue ragioni.

Con l’umore sotto i tacchi, l’ autostima che segna rosso e una gran voglia di scappare da qualche parte dove nessuno mi conosca aspetto che rientri il glorioso impiegato comunale dalla sua pausa sigaretta. Come lo vedo arrivare penso di esser finito in qualche Candid Camera. L’alternativa a questo è che il tipo sia un seguace di un famoso movimento culturale d’avanguardia che da anni, mimetizzandosi da robaccia da balera, plasma menti e coscienze. Il ballo liscio. L’homo erectus a cui il Comune paga un generoso stipendio rientra infatti nella stanza con un passo che sembra che stia danzando una mazurca. Relevè, Relevè. Un-due-tre, Un-due-tre. Raul Casadei sarebbe orgoglioso di lui. Si siede e gli esce un rutto che soffoca solo in parte.

“Ah che palle, signore mio” mi fa con tono complice “Lei non sa che cosa vuol dire aver a che fare con un padre anziano degenerato.”

Sono paralizzato. Non so come comportarmi. Se gli dicessi che non me ne frega una cippa di suo padre porco rischierei di mettermelo contro, con il pericolo che insabbi definitivamente la mia pratica. Se invece mi mettessi ad ascoltarlo potrei vomitargli in faccia la cena di ieri sera che devo ancora digerire.

“E’ che lui non vuole arrendersi all’età e tenta di farsi tutte le “badone” dell’est che trovo per dargli una mano”

Gli sparo un sorriso più falso di una moneta da tre euro.

“Eh si è un problemone. Capisco.”

«A volte penso che sia un vero mostro. Sul serio eh. Una volta però era diverso. Era tutto diverso!”

Mi arrendo. Basta. Mi vuoi qualunquista?

Sarò il tuo qualunquista preferito:

“Eh si” gli faccio “si stava meglio quando si stava peggio.”

“Eh già, i giovani di oggi non hanno più valori di una volta. Quelli come noi rispettano i genitori e gli anziani. Mica loro.”"

“Proprio così. E questi politici prima o poi ci uccideranno tutti”.

“Quanto è vero ciò che dice. Poi adesso qualche genio ha pure inventato  i cibi biologici. Ma che cazzo sono questi cibi biologici?”

“Prima la pecora clonizzata adesso i cibi biologici.”

“Bene, vedo che ci intendiamo, come posso aiutarla?”

Ora. Io non so se è stato questo scambio di opinioni “profonde”  a dargli carburante, ma il tipo si è messo “di buzzo buono”  e si è sbattuto oltre misura per aiutarmi a risolvere il problema che mi aveva portato fin là. Per tutto questo mi sono sentito in dovere di ringraziarlo come si deve, nella lingua che egli sembrava parlare meglio.

“Grazie davvero. Ma non sente che caldo? E’ proprio vero, non ci sono più le mezze stagioni”

“Dovere. Eh si. E’ come dice lei. E mi raccomando si faccia forza che questa crisi è peggiore di quella del 29″

“Per me è colpa dei cinesi”

“Oh anche io la penso così. E poi cucinano anche i gatti”

“E non muoiono mai”

“Oh ma la pensa proprio come me, su ogni cosa eh?”

“Eh si”

“Bene signor Masticone, auguri e figli maschi. Femmine non ne faccia, perchè sono tutte zoccole”.

Ecco, brutto stronzo, questa non dovevi dirla.

Hai rovinato tutto.

E io che stavo per cominciare a pensare che anche tu fossi un sapiens-sapiens.

                           

Nemesi

Incontro Frezzolini, al solito posto, il ristorante-bar “Da Drugo” nel vialone che da Altopascio porta verso l’alta lucchesia. E’ un punto di ritrovo piuttosto conosciuto, oltre che meta di camionisti inconsapevoli che Walter, il titolare ex picchiatore di estrema destra, lo ha chiamato così solo per omaggiare il film “Il grande Lebowsky” che considera il capolavoro della cinematografia del secolo scorso.

Come tutti gli ansiosi che si rispettano sono arrivato in anticipo. Il problema di noi ansiosi è che quando si arriva sul posto, più precisi dei puntuali, non c’è mai nessuno che possa apprezzarlo. Frezzolini, che è un aggressivo, si è fatto invece attendere una mezzoretta. E’ una tattica studiata a tavolino. Lo so bene. Eppure lo stesso mi colpisce al fegato e mi mette subito in difficoltà. Lui è uno dei miei fornitori. Uno cattivo. Uno di quelli con i quali sarebbe meglio non avere a che fare. Se solo si potesse ancora scegliere intendo. Tuttavia fa prezzi così bassi che è impossibile resistergli. Il problema è che avanza crediti da tempo e io, che sono vicino alla canna del gas, continuo a mandarlo in bianco con i pagamenti menando ogni volta il can per l’aia. E così ha deciso di partire all’attacco e ha chiesto un incontro. Ero preoccupato perchè ha già fatto fallire un paio di persone che conosco che non lo hanno pagato nei tempi concordati. Gli stessi con i quali lo avevamo soprannominato “The Mind” perché, il fesso, vanta anche una lusinghiera apparizione TV  al quiz “Chi vuol essere milionario” in cui è riuscito nella non facile impresa di farsi buttare fuori alla seconda o terza domanda. La domanda complicatissima era “Qual è stato il sequel del romanzo “I tre moschettieri di Dumas?”. Frezzolini ha giustamente scartato le risposte Promessi Sposi, Vent’anni dopo e il Visconte di Bragelonne per accendere “I quattro moschettieri”. Un vero genio.

Sono stato indeciso se accettare il suo invito a “discutere” del problema fino all’ultimo. Poi ho pensato che accettare di parlarci era il minimo che potessi fare. Gode di pessima reputazione e non mi piaceva  affatto l’idea di vedermelo arrivare a casa con qualche sgherro una di queste sere. Il posto che continua a scegliere per i nostri incontri, ogni volta mi dà il mal di pancia. Frezzolini lo sa. E’ per questo che mi chiede di raggiungerlo sempre proprio da Drugo. Come cultura sta a zero ma è uno sveglio. Ama partire in vantaggio e conosce i trucchi del mestiere. Non abbiamo ancora cominciato e siamo già due a zero per lui. Il locale è vuoto e Walter ci fa un cenno di saluto. Dopo pochi istanti entra un marocchino vestito in modo abbastanza lercio che parla malissimo. Sostiene di aver avuto cinque euro di resto in meno quando ha comprato le sigarette un’ora prima. Dice di essersene accorto solo quando è arrivato a casa. Walter, un uomo che, non solo è in evidente sovrappeso ma è dalla pinguedine che fa paura al solo nominarla, inizialmente non capisce di cosa stia blaterando l’extra-comunitario, poi realizza e comincia a urlare.

“Come faccio a sapere che è vero? Dovevi dirlo prima di uscire dal bar. Così non va bene.”

Se ci fosse stato un picchetto che lo quotasse, avrei scommesso qualsiasi cosa che stava per partire l’insulto e, a seguire, la litania contro i negri e tutti gli stranieri, gli zingari e chiunque venga qua a fare i comodi loro. Invece, mentre mi preparavo a prendere le difese dello stolto che aveva deciso di venire a combattere una guerra assurda per quattro spiccioli, Walter mi sorprende. Apre la cassa e gli dà cinque euro. Quel ciccione, quel bastardo ciccione di merda, quasi si è vergognato della mia faccia ammirata. Gli ho sorriso e l’ho come ringraziato di avermi fatto sbagliare. Come il marocchino si dilegua, ci sediamo su un tavolino in mezzo al niente che serpeggia dentro il locale e gli racconto tutto. Il tutto si riassumo nel semplice assunto:”Frezzolì, sono nella cacca più purulenta. Io voglio pagarti ma devi aver pazienza altrimenti porto i libri in tribunale e non becchi un euro.”. Vedo la sua faccia sbiancare in volto due o tre volte e, quando finisco, non reagisce come pensavo avrebbe fatto. Ero certo che mi avrebbe aggredito con parole e minacce ed ero pronto a una rappresaglia di pari livello come si conviene in questi casi ma, al contrario, mi fa una faccia triste e ammette che, in fondo, mi capisce.

“The mind” che mi capisce? Un vero ossimoro.

Dice che si rende conto di come io mi senta solo adesso perchè anche lui ha appena scoperto di soffrire di una strana solitudine che da qualche tempo lo accompagna e che non vuol proprio lasciarlo. Aggiunge che vorrebbe, a volte, non aver bisogno di nessuno ma si sta scoprendo ogni giorno di più un mendicante di parole che nessuno gli dona mai, perchè tutti passano, lo guardano, magari salutano, ma se ne vanno. Se non sapessi che è uno stronzo mi farebbe quasi tenerezza. Mi guarda con gli occhi tristi da italiano in gita (si ok, lo so, gli occhi erano allegri, quelli di Bartali intendo ma mi piaceva st’immagine) come a chiedermi aiuto.

E sia mai che io non aiuti qualcuno che me lo chiede. E voilà, come ogni puttana che si rispetti gli dò esattamente ciò che mi chiede.

Vuoi parole? Te le dò io le parole, dove sta il problema? E infatti gliene regalo a iosa. In cambio di una dilazione di pagamento avrei fatto qualsiasi cosa. Figuriamoci parlare. Così gli chiedo di lui e della sua famiglia. E Frezzolini non vede l’ora di raccontarmi la sua storia triste. Quella di sua moglie che lo ha mollato perchè lui continuava a chiederle di parlargli. Di comunicare davvero. Lei, mi dice, sa fare solo televisione. Parlare senza dire niente, specifica. E’ interessata solo a vivere in modo superficiale. E Frezzolini, eh beh, Frezzolini vuole di più. Vuole un rapporto speciale. Non gli bastava più uno basico, basato solo sul sesso che, ci tiene a dire, funzionava bene. E alla fine quella, ossessionata dal suo modo di fare che a volte diventa violento, ha preso armi e bagagli e se n’è andata con i due figli.

 Mentre lo ascoltavo stavo per stabilire il record olimpionico di vomito. Non riuscivo proprio a essere simpatetico con il suo dramma. Sembrava infelice e la cosa mi piaceva. Perchè è un bastardo che puzza da cravattaro. Lo conosco bene. Ha fatto bene la moglie a trovarsene un altro. Che sono sicuro c’è. Tuttavia dovevo trovare un modo per compiacerlo altrimenti si sarebbe incazzato e non avrei saputo come affrontare i pagamenti. E così per impressionarlo ho dato sfogo al mio estro da Cagliostro de noarti e gli ho detto :

“Le parole del cuore sono la fellatio degli Dei.”

Non so come m’è venuta. E’ uscita così. Plop. Come un rutto. Mi sembrava una bella cosa per impressionare un bischero del genere. Misteriosa e porca nello stesso tempo pensavo avrebbe fatto presa sulla sua cultura da Radio Scuola Elettra di Torino che sono certo ama declamare con gli amici al bar. Un guizzo nei suoi occhi però mi fa sudare freddo. E’ colpito, questo è certo, ma come tutti coloro che sentono gli “animal spirits” non si fida. Mai.

“Chi l’ha detto?” mi chiede brutalmente, pensando di intimidirmi.

“Apollinaire” bluffo spudoratamente. Tanto sa un cazzo lui di Apollinaire.

Infatti incassa la stronzata con classe, anche se continua a guardarmi di sbieco. Qualcosa di me proprio non gli va a genio anche se non saprebbe dire bene che. Questa è la mia forza. Disoriento gli idioti. Riesco comunque a percepire che ha un fottuto bisogno di condividere  una qualsiasi cosa che gli permetta di giustificare quel curioso buonismo che ha deciso di regalarmi. Non sapendo come intortarlo nè come tenerlo buono, non trovo di meglio che di raccontargli di quando rividi la mia ex all’Ikea, in mezzo a un nugolo di clienti che amano farsi maltrattare da commessi brutali e afasici e di come ebbi la consapevolezza della facilità con cui si diventa estranei. La percezione del distacco. Il dolore dell’allontanamento. L’avvelenamento di qualcosa di grande che scivola via. La faccia di Frezzolini si è allora distesa.  Il fatto che anche io sia stato mandato a cagare lo ha fatto stare meglio. E’ di quei personaggi idioti del mal comune mezzo gaudio. Avrei voluto allora dirgli un sacco di cose sul come penso che si svolgano i rapporti tra due esseri umani che si amano, ma non sono convinto che sarebbe riuscito a capire. Gli avrei voluto dire, ad esempio, che come dice il grandissimo Dr.Cox le relazioni non sono come quelli che si vedono al cinema in cui due persone soffrono per aversi per circa un’ora e mezzo, a volte due e poi sono felici per sempre. No. Non funziona così.  Nella vita vera nove su dieci i due si mollano perchè non sono bene assortiti sin dall’inizio e più della metà di chi si sposa divorzia comunque. Le coppie che funzionano davvero sguazzano in mezzo alla stessa merda di tutti gli altri con la sola piccola, grande, differenza che non si lasciano sommergere. Uno dei due, a turno, si farà forza e, ogni volta che occorre, lotterà per quel rapporto. Se è giusto e se sono molto fortunati, uno dei due dirà qualcosa, farà qualcosa, che porterà avanti la relazione. Lui e la moglie sono semplicemente nella media. Come tutti gli altri. Era già scritto.

Invece, dando per scontato che non avrebbe capito una minchia di tutto questo, vado sul classico che so funzionare come un evergreen e  gli dico che con gli ex c’è sempre una gara. Si chiama “chi dei due morirà disperato?“, evitando però di fargli notare che lui la sta perdendo alla grande. Il bastardo allora si fa serio e confessa, di punto in bianco, che in tutta la sua vita si è masturbato una manciata di volte perchè quella cosa proprio non gli piace farla. E sta cosa lo fa star male.

“Anche io mi sono masturbato si e no cinque o sei volte in vita mia. ” gli rispondo. E penso:  Si, se la mia vita fosse cominciata qualche giorno fa.

Alla fine cala le braghe in modo vergognoso e confessa che non ha ancora metabolizzato la separazione e ora non fa altro che  pensare a come riavere indietro la sua famiglia.

E a me è venuto da ridere.

E che cazzo. Aveva appena detto che non era felice con sua moglie che non “parlava” con lui e che più o meno coscientemente aveva fatto di tutto per mandarla fuori dalle palle e adesso le mancava da morire solo perchè voleva scopare? Prima fai il forte e poi la mammoletta?

Insomma dai, su,  Frezzolini sei una barzelletta. E’ tutto un complesso di cose che fa si che io mi fermi qui le donne a volte si sa sono scontrose o forse han voglia di far la pipì. Ho pensato così che da Gerry Scotti era andata male ma si sarebbe potuto iscrivere nel nuovo programma di  Maria de Filippi “C’è Potta per te!”. Se stava zitto forse una qualche demente poteva fregarla.

E ho riso.

Errore imperdonabile. Non sono ancora la puttana che vorrei essere. Devo applicarmi meglio.

Non era come essere tornati indietro ad inizio incontro. Piuttosto essere andati avanti in un’altra direzione. Quella sbagliata. La sensazione era di quando spingi forte una porta in cui c’è scritto sopra “Tirare”. E così mi spara un ruvido:

“Tu mi ricordi il dottor House. Un uomo tanto intelligente, quanto perennemente immaturo, capace di salvare vite umane e di restare sul cazzo a tutti quelli che ha intorno allo stesso tempo.»

“A me il Dottor House sta simpatico.»

“E certo. Lui sei te, stronzo. A me stanno sulle palle i tuoi sorrisini da saputello invece. Allora se ami ridere così, tira fuori i soldi che mi devi.”

Era tornato quello che conoscevo. A mali estremi, estremi rimedi.

«Aiutami dai, ti prego. Abbi pazienza. Non intendevo ridere di te, ma della situazione.»

Come so umiliarmi io, nessuno mai. Nemmeno House, altro che.

Passiamo un altro po’ di tempo a discutere di questa cosa e alla fine si lascia convincere e mi concede un altro mese per raccattare i soldi che gli devo.

Prima di andarsene mi fa:

“Quella frase…”

“Quale?”

“Quella dei pompini e degli Dei, non l’ha detta Apollinaire vero? te la sei inventata te per infinocchiarmi.”

Resto in silenzio. Non mi va di infierire. Lui scuote la testa e mi fa:

“Sei proprio una merda. Quasi peggio di me. Ci si vede House, stammi bene, porta i soldi la prossima volta però, altrimenti sono guai!”

Lo lascio andare e decido di festeggiare questa conquista insperata di tempo con un bel Negroni alla faccia di tutti. E poichè quel fascista di merda di Walter mi aveva sorpreso con l’immigrato l’ho preso da lui e, non l’avrei mai detto, ma quel buffone sa fare cocktail da urlo e così ho fatto il bis.

Secondo errore fatale della giornata.

Perchè, bello imbenzinato, io posso fare dei danni mica da niente. E infatti, uscendo, passo accanto a una coppia mostruosa, lui con i capelli lunghi ma diradati, una vocina soffocata, le braccia lunghe e le gambe corte. Lei piriforme e con il viso a sobbalzi. Sembravano felici, mentre stavano per entrare da Drugo, progettando qualcosa davanti alla finta edera che circonda il parcheggio. Si vedevano in prospettiva futura, ma ero certo che non si vedessero veramente. Errore tipico di chi dà per scontate le cose e non si mette in discussione ogni giorno. Mi ricordo della discussione con Frezzolini sul rapporto di coppia e di come esso può finire e così sento la necessità di dirgli:

«Dovete rischiare qualcosa , insieme ce la potete davvero fare, ma dovete rischiare qualcosa, cazzo»

L’uomo mi guarda preoccupato. Pensa che sia una minaccia e se ne sta in guardia alta. Pochi istanti e comprende che sono solo un innocuo cialtrone, i suoi occhi si velano di pietà. Io allora lo incalzo.

«No, No, davvero, dovete camminare mano nella mano, va bene, ok, ma dovete guardarvi e sorridervi e capire che siete ancora saldamente uno accanto all’altro. Altrimenti finisce che, tra dieci anni, vi ritrovate su due lati della strada diversi e non riuscirete a capirne il perché. E così vi lascerete e poi starete male. Tutti e due»

La signora, che deve essere una che sicuramente fa danza classica, perché non ha compreso un cazzo di quel che ho appena detto, mi sorride e dice al mostro che la accompagna di darmi un euro.

Pure micragnosi, ‘sti stronzi.

Volete andare al cine, stronzetti?

ok al cine e affanculo vacci tu. Io sto qua e aspetto Bartali.

E tramonta questo giorno in arancione e si gonfia di ricordi che non sai mi piace restar qui sullo stradone
impolverato, se tu vuoi andare, vai…
e vai che io sto qui e aspetto Bartali scalpitando sui miei sandali, da quella curva spunterà quel naso triste da italiano allegro
tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano
C’è un po’ di vento, abbaia la campagna
e c’è una luna in fondo al blu…

                                                                       

La mia piccola goccia

Mio padre era un duro.

Un cazzo di duro con tutti, ma con me in modo particolare.

Non me l’ha mai detto, ma il sospetto che fossi il frutto di una scopata adulterina di mia madre, deve essergli venuto in mente più di una volta. In fondo come dargli torto? Eravamo così dannatamente diversi. Lui, il re della superficie, io che invece ho sempre sentito dolore per cose che alcuni esseri umani nemmeno si accorgono di fare. Lui essenziale e minimalista, io ridondante e spesso eccessivo.

Per tutte questo non abbiamo mai parlato tanto. Una specie di muro di Berlino o di Gerusalemme impediva la comunicazione.

Poco prima di andarsene però, sentì la necessità di raccontarmi una storiella che doveva aver letto su qualche giornalaccio preso dal tavolo del barbiere oppure su una Selezione del Reader’s Digest che a lui piaceva tanto.

Non so dirlo meglio, ma l’ho interpretato come una specie di testamento. Il suo modo per dirmi addio.

Più o meno, largo circa, faceva così:

Tanto tempo fa, durante un temporale, un fulmine incendiò la Savana. Le fiamme si svilupparono altissime e tutti gli animali della foresta scapparono via terrorizzati. A un certo punto un elefante vide una coccinella portare tra le mani una goccia d’acqua e dirigersi verso le fiamme. Gli si parò davanti con tutta la sua mole e le chiese:

“Dove stai andando coccinella?” E lei rispose:

“Sto andando a spegnere l’incendio.”

L’elefante sgranò gli occhi e le domandò perplesso:

“Con quella gocciolina???”

E lei:

“Faccio la mia parte.”

Avevo rimosso il tutto fino a quando, per un bizzarro scherzo del cervello mi è tornata in mente. E’ strano. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. Anche se a volte lo fa in modi che tu non ti aspetti. Che voglio dire? Non lo so. Davvero. Sono solo un tipo curioso con problemi che se uno psicologo si mettesse a lavorare bene su di me finirebbe lui per diventare pazzo. Ad esempio io vivo dei momenti in cui ho desiderio di avere dei super poteri. Parlo sul serio. Non scherzo. Lo so. Sono strano. L’ho appena detto. Dimostro di essere ancora infantile e molto bambino, ma, onestamente, ammetto che più che fantasie erotiche della serie “o famo strano” ne ho alcune in cui sono il salvatore dell’umanità. Mr.Fantastic è il mio mito, ma pure Batman o Iron Man non sono da meno. E subisco persino il fascino maledetto di Magneto. E tanto per chiarire a tutti in che dannato blog  siete finiti, come Troisi nel film  ”Ricomincio da tre”, ogni tanto cerco di spostare un vaso con il pensiero convinto che, se ci riuscissi, potrei risolvere tutti i problemi della mia vita. Fake it ’till you make it, dicono gli americani. E io continuo a far finta di riuscirci fino a quando non ci riuscirò davvero.

Sabato stavo passeggiando  sulle mura di Lucca con il cagno e mia figlia grande, Virginia. Eravamo in un momento in cui ognuno pensava ai fatti suoi. Non so indovinare che cosa passasse nella testa di lei, ma so benissimo che io stavo rimuginando sul fatto che essere un apprendista super eroe non è per niente fico. Insomma stavo cercando una spiegazione logica sul perchè diavolo, nonostante mi ci applichi oramai da quasi quattro decadi, quando urlo “Fiamma” non mi si accende ancora la mano destra.

All’improvviso, vicino al baluardo di San Colombano vedo su una panchina un uomo sui trent’anni, dai tratti asiatici che sta piangendo come una fontana. E’ chiaro, dal suo aspetto e dalla sua puzza che deve aver passato qualche giorno “per strada”. Di per se vedere un uomo che piange a me fa stringere il cuore, ma il notare che nessuno dei tanti a passeggio si fermasse per consolarlo mi stava provocando dolore. C’erano un sacco di miei concittadini intenti a correre o ad andare sui roller blade o in bici e pure tanti turisti con le loro belle guide in mano a rimirare le bellezze di una cittadina stupenda, ma nessuno che vedeva quell’uomo che a me pareva disperato.

E io mi sono sentito fuori posto.

Non era più la mia città o la terra che ho sempre amato. E non c’era alcun che di meraviglioso nel passare davanti a un uomo che piange facendo finta di niente. Non c’era alcuna passione, quella che voglio trasmettere come fosse un contagio a mia figlia. Ho sentito freddo e la paura più grande è stata che l’avvertisse anche Virginia. E ho avvertito un’inspiegabile e disperata voglia di aiutare quell’uomo. Voglia di sedermi accanto a lui e parlarci.

E così abbiamo fatto.

Cholsu, così si chiama, mi racconta allora, in un dialetto anglo-italo-coreano particolare, una storia assurda ma allo stesso tempo banale che può essere riassunta in poche battute. Coreano di una qualche cittadina che non ho mica capito bene dov’è, incontra un’italiana laggiù per lavoro, si innamorano e lui la segue qua quando lei ritorna a casa base. Vivono per un po’ assieme, poi lei si stufa come molti fanno con i cani e lo butta fuori di casa. E lui si è ritrovato all’improvviso senza quattrini per strada in una terra all’altro capo del mondo, paralizzato, senza avere un’idea sul come uscire da quella situazione.

E francamente pure io non sapevo proprio che diavolo fare.

Ho pensato allora saggio attivare l’unico super potere che, almeno al momento, so di avere: lo spara cazzate a raffica, di serie, incorporato, grazie a un maledetto cromosoma sbagliato che è presente nel mio acido desossiribonucleico. Mi sono così fatto dare il numero della sua (ex) donna, Anna e l’ho chiamata. Senza una strategia o una connessione causa effetto che potesse reggere un normale contraddittorio. Senza niente. In altre parole con pochissima qualità, ma tanta gamba. Anzi voce. Perchè l’ho tenuta al telefono per quasi due ore. Come so instillare i sensi di colpa io, nessuno mai. Anzi no. La mia ex era meglio e da lei, va detto, ho imparato dalla campionessa mondiale pluridecorata. Occorre ammettere anche che, Anna, consapevole della sua malefatta, sembrava colpita dalla mia telefonata e sentivo che stava per cedere al mio fascino perverso anche se una voce cattiva in sottofondo le urlava di chiudere la chiamata. Riesco a capire che è del suo nuovo fidanzato fiorentino che è poi quello che le ha imposto di cacciare di casa Cholso, che non voleva sapere di mollarla.  Anna però non chiude la telefonata e così, alla fine, stressata, riesco ad abbindolarla bene e la costringo ad ammettere che farà la sua parte nell’aiutare soprattutto economicamente Cholsu a tornare a casa sua. Mette però dei paletti rigidi che non riesco a estirpare. Dice che farà ciò che deve, ma solo dopo che il suo nuovo fidanzato se ne sarà tornato a Firenze e che quindi fino a domenica sera non può riprendersi Cholso in casa. Dice che fino ad allora avrei dovuto pensarci io.

Io?

E che cazzo c’entro io?

E a quel punto le parti si sono invertite ed è stata lei a farmi sentire in colpa per tutte le volte che non ho mai dato una mano a qualcuno. E mi sa che quella grandissima stronza della mia ex deve averle dato lezioni private a mia insaputa.

Quando, distrutto nel fisico e nel morale sono tornato alla panchina da dove mi ero allontanato per la telefonata trovo che Virginia e il cagno sono già soggiogati dal coreano e pendono dalle sue labbra. E la cosa mi da un po’ di fastidio.

Ma no, dai. Perchè mentire?

Mi ha davvero rotto i coglioni.

Avrei voluto dire a mia figlia “Guarda cretina che questo il cagno se lo cuoce al barbecue e se lo magna alla faccia tua…” . Però taccio. Non avevo nessuna voglia di aprire un nuovo fronte di guerra di trincea. E decido lo stesso di portarlo a casa mia, offrirgli il pranzo, fargli fare una doccia per ripulirsi e per una notte avrebbe dormito sul divano.

E là è cominciata la mia piccola, personalissima, via Crucis.

Inutile entrare nel dettaglio di piccole, sordide, quisquilie di bottega. Dico solo che è stato difficile. Molto difficile. Ecco. Di fronte al simposio di una riunione familiare allargata per festeggiare il compleanno della sorella della donna di mio fratello con presenza di figli,  cugini e con loro anche mariti e mogli attuali e passate dare spiegazioni.

Che palle dare spiegazioni.

Doversi giustificare a cinquant’anni è una cosa che non auguro a nessuno.

L’obiezioni principale di tutti può sintetizzarsi nella domanda basica, latente, in ogni loro affermazione: “Ma tu, caro Masty, i cazzi tuoi mai eh?”

La verità però è che, in fondo, io credo davvero che i veri super poteri sono soprattutto dentro i piccoli gesti per gli altri. In questo periodo di alluvioni e di case immerse dal fango il nostro essere super eroi sta nel semplice prendere una pala e spalare del fango, nell’abbracciare un anziano in lacrime per aver perso tutto, nel donare un sorriso con un pasto caldo.

Per usare una metafora calcistica, ho raggiunto la consapevolezza che è inutile urlare e sbraitare slogan contro qualcosa o qualcuno. Insultare l’arbitro o i giocatori. Io sarò sempre uno di quelli che per contestare aspetterà la fine della partita. Non sono un tifoso sempre presente in ogni dove. Sono semplicemente uno che cerca di fare la sua parte. Ecco, forse sabato ho capito in modo definitivo cosa prevede il mio copione e quale sia il mio posto in curva. Quella della vita intendo. Ho capito che, accidenti, non diventerò mai un personaggio della Marvel, ma sarò sempre uno di quelli che non abbandonerà il  proprio ideale e farà ad esso un atto di totale abbandono.

Non ho la presunzione di essere nel giusto. Semplicemente prendo atto che è la mia natura e che è il mio contributo per spegnere l’incendio.

La mia piccola goccia.

Nient’altro che la mia piccola goccia.

 

 

.

PS.: stamattina mi ha chiamato Anna per dirmi che grazie a me ha capito di essere ancora innamorata di Cholsu e ha mollato il fiorentino.

PPS: Grazie a me????????

PPPS: Cholso le ha detto che sono stati tutti molti carini con lui e che si è sentito a casa sua.

PPPPS: Cholso, listen to me carefully, impara meglio l’itagliano, dai retta…!!!!!!

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Aspettando Godo

Ci sono persone che aspettano la grande occasione da tutta la vita.

E’ inutile negarlo, nessuno si rassegna al fatto che la propria vita sia “tutta qui”. Nel tragitto tra la scuola dei figli e il posto di lavoro. Tra il campo di calcetto dove giochi con gli amici e il supermercato dove compri per lo più cose inutili di cui potresti benissimo fare a meno. O nei giardinetti sotto casa quando inizia la primavera. Che sia fare la spesa il week-end e pulire la casa ogni tanto per ricordarsi che dobbiamo aver rispetto di noi stessi. Organizzare le vacanze o aspettare il Natale per rivedere qualche parente. O portare fuori di casa il cane e guardarlo mentre si rotola nel fango. E poi cenare. Sempre verso le otto. E riuscire a leggere solo qualche pagina del libro che tieni sul comodino perchè poi crolli di stanchezza.

Nessuno, davvero, abdica al sogno di immaginarsi come Ambrogio Fogar o Giovanni Soldini. Di immaginare di vedere la vetta dell’Everest dal campo Base e di pensare che domani mattina siederà sul tetto del mondo. O scoprire la cura per il cancro. O di essere come Bruce Springsteen sul palco assieme alla E Street band. Nessuno, ci scommetto qualsiasi cosa, decide che NON vuole vincere alla lotteria Italia o al super enalotto e diventare ricco sfondato da non doversi più preoccupare di niente se non di fare attività da mecenate o di filantropia o scegliere a quale ente benefico fare donazioni.

Nessuno pensa che tutto va bene così com’è e i sogni che avevamo da ragazzi erano solo una sciocchezza. Nessuno crede davvero che il senso della vita sia nei premi che puoi avere con i punti dell’Esselunga.

Ognuno di noi ha avuto un momento in cui la sua grande occasione sembrava lì, a portata di mano. Qualcosa tipo una telefonata di un regista che ti dice che il casting per un film che diventerà premio Oscar è andato bene e tu sei tra i candidati per essere scelto come attore principale. Oppure una lettera in cui una grande casa editrice ti dice che sta valutando il tuo lavoro che promette bene ma ancora non è ancora detta l’ultima parola. O il notaio che apre il testamento dello zio ricco d’America che non si sa a chi ha lasciato l’attico sulla quinta avenue a New York. O la visita di un famoso critico d’arte a una minuscola galleria dove sei riuscito a esporre il quadro di cui vai più fiero. O il provino per i pulcini del Real Madrid.

Tutti pensiamo che arriverà un giorno in cui qualcosa di magico accadrà. Qualsiasi cosa. Un imprevisto. Qualcosa di speciale. Memorabile. Qualcosa da poter raccontare e di cui vantarsi. Una cosa di importante e di bello. Qualcosa che di solito non succede.

Però, ecco, io credo che già sperarlo sia bello.

“…non perdiamo tempo in chiacchiere vane Estragone, facciamo qualcosa mentre l’occasione si presenta. Non succede tutti i giorni che qualcuno abbia bisogno di noi. A dire il vero non è che abbia bisogno precisamente di noi. Chiunque altro andrebbe bene per lui, se non forse meglio. L’invocazione che abbiamo sentito è rivolta piuttosto all’intera umanità. Ma qui, in questo momento, l’umanità siamo noi. Che ci piaccia oppure no. Approfittiamone prima che sia troppo tardi. Rappresentiamo degnamente una volta tanto quella sporca razza in cui ci ha cacciato la sfortuna. Che ne dici Estragone? E’ pur vero d’altra parte che soppesando a braccia incrociate il pro e il contro facciamo ugualmente onore alla nostra condizione. La tigre  si precipita in aiuto dei suoi congeneri senza la minima esitazione, oppure scappa nel folto della foresta. Ma non è questo il punto. Che stiamo a fare qui? Ecco quello che dobbiamo chiederci. Abbiamo la fortuna di saperlo. Si. In questa immensa confusione una cosa sola è chiara. Noi aspettiamo che venga Godot…”

Anche io ho aspettato la mia occasione a lungo.

Poi un giorno ho smesso.

Per stanchezza.

Quell’occasione, proprio come Godot, non è mai arrivata.

Trenta anni fa avevo vent’anni e come tutti i ventenni credevo di avere il mondo in mano. Poi intorno ai trentacinque ho capito che dovevo iniziare a muovermi se volevo ottenere qualcosa. E ci ho provato davvero. Ho mollato un posto sicuro, al riparo da tutto ciò che sta capitando in questi anni. Un posto fisso. Un gran bel posto fisso. Di prestigio. Quello per cui la gente, ancora oggi, venderebbe la propria madre per poterlo avere. La mia invece era così orgogliosa di me che non faceva altro che vantarsi con tutti del brillante figlio e, quindi, non capì affatto il perché egli, impazzito, avesse deciso di licenziarsi. Pure in tronco, pagando per andare via per mancanza di preavviso.

E tutto solo per poter cercare la sua occasione.

Tra i quaranta e i cinquanta ero convinto di avercela fatta. Non avevo colto nessuna occasione vera perché sentivo di essermene creata una con le mie mani.

Poi le cose hanno iniziato ad andare male. Non solo per me, ma per tutti. Con la crisi, una parola che copre sciagure inimmaginabili, ho dovuto licenziare le persone che lavoravano per me. Non sono stato più in grado di pagare il mutuo. Ho preso una casa in affitto. La vita continua ad avere i suoi normali alti e bassi ma, adesso, a cinquant’anni compiuti il mese scorso ho capito chiaramente che ho perso la mia occasione. Anzi, ho capito che tutta la mia generazione l’ha persa. E non so di chi sia la colpa. Non lo so davvero. E non è nemmeno importante saperlo.

L’unica cosa che conta è che, di fatto, sono invecchiato e non me ne sono nemmeno accorto.

Non so quale sia la grande occasione che sarebbe potuta arrivare. Forse, narcisista come sono, aspettavo che mi sarebbe capitata la fama. La gloria. Invece sono rimasto un signor Nessuno. Uno dei tanti. Perchè, ho dovuto ammettere, che di talenti da spendere non ne avevo poì molti. Mi ero semplicemente sopravvalutato.

Stamattina però, quando Caterina mi ha dato un bacio davanti alla scuola dove ho accompagnato lei e le sorelle e mi ha detto “Grazie babbo di essere qua!” mi sono commosso.

Ho fatto finta di niente, scherzando come faccio sempre quando sono in difficoltà. E mi sono messo a guardarle mentre entravano felice dentro la scuola. Raggianti come possono essere i bambini a quell’età.

E ho sorriso.

E ho pensato che si, in fondo in fondo, è andata bene lo stesso.

No regrets.

Noè era un imbroglione e pure un ausiliare del traffico

 

«Babbo scusa ma me lo dici quante pecore c’erano davvero sull’arca di Noè?» mi chiede Virginia  alzando la testa dal quaderno dove sta scrivendo.

Io la guardo e, finalmente dopo tanto tempo, mi sento tranquillo nel risponderle.

Un padre deve saper essere padre, cazzo. Deve poter insegnare alla propria discendenza la sua cultura e tutto il know-how che ha appreso in lunghissimi anni di studio matto e disperatissimo sui banchi di scuola.

«Certo che te lo dico io. C’erano due pecore, come erano due le coppie di animali che si portò a bordo sull’arca  Lo insegnano anche a catechismo no?» gli faccio con truce baldanza sfoggiando il mio sorriso stagionato, ma che fa sempre la sua porca figura.

«Infatti è quello che ci ha detto il prete. Però vedi, io volevo esserne sicura e mi sono andata a leggere la Bibbia e nel libro della Genesi che lui ci ha citato c’è scritta una cosa ben diversa e quindi, adesso, sono confusa.»

«Impossibile, le faccio io» rimanendo stranamente calmo.

Credo di essermi oramai abituato a questa soglia di dolore tipico di chi sa solo fare flop nei momenti che davvero contano nella vita «la Chiesa non sbaglia mica così grossolanamente. Ovvia, Virginia non prendermi in giro come fai sempre.»

«No, no, davvero babbo» dice lei seriosa «nella Genesi c’è scritto che, Dio, impone a Noè di prenderne solo una coppia quando parla degli animali immondi, mentre di quegli altri, quelli puri, quelli che si possono mangiare, doveva prenderne sette paia. Ora mi sembra che le pecore siano animali mondi, giusto? Insomma gli ebrei le pecore se le mangiano no?»

«Beh, si, in effetti, mi sembra che il kebab se lo facciano anche loro» rispondo imbarazzato.

«Appunto allora sull’arca di Noè c’erano quattordici pecore e non due come m’ha detto il prete. Sbaglio?»

«Ci deve essere un’altra spiegazione dai, per forza.»

«Ah si? E quale» fa quell’impertinente.

«Giuro che studierò a fondo la questione Virginia. Davvero.»

«Allora, già che ci sei mi puoi dire anche un’altra cosa che proprio non riesco a comprendere?»

«Sentiamo» faccio sconsolato.

«Ecco, secondo te, i pesci, Noè li ha lasciati ad arrangiarsi da soli con il Diluvio o doverosamente se li è portati a bordo costruendo un mega acquario?»

La guardo e penso che la vita a volte è proprio ingiusta. Insomma, non poteva prendere un pochino da me e provare a vivere con più leggerezza, invece che di rompere i coglioni a questo modo, spaccando sempre il capello in quattro?

«Virgi, ma giocare un pochino con le bambole e con gli smalti e i trucchi come fanno le altre bambine no eh? Guarda, capisco che la play station e fare i tornei di calcio sarebbe stato chiedere troppo, è vero, ma non mi sembrava che sperare di avere una bambina che pettinasse Barbie e sognasse di Ken fosse chiedere la luna.»

«Ken è finocchio babbo, lo sanno tutti, come posso sognare di lui?»

«Si, vabbè, ciao core.»

Un colpo così tremendo alla mia invulnerabile cultura doveva essere lavato con l’alcool. E così ho fatto un salto giù al trogolo. Per bere come Dio comanda alla faccia di Noè e del budello di su’ mà.

Nonostante che nel tempo abbia provato di tutto, io rimango un grande fan del “Negroni“. Il Negroni fa il culo a tutti. Ogni tanto va bene anche il “Negroni sbagliato”, ma Lui, quello vero, è il vero nettare degli Dei. Se lo ingozzi dopo esserti fatto un “Americano” puoi anche riuscire a capire  il senso di “Starway to Heaven” dei Led Zeppelin. Lo so, lo so,  ”l’Americano” è da signorine o da fighetti radical-chic che vogliono darsi un tono ma odiano perdere il controllo, ma se dopo ci piazzate un bel “Negroni” come si deve, eh beh, signori, cambia tutto. E se trovassi un pazzoide che mi segue e se ne facesse un altro a seguire potrei anche declamare versi socialisti con una sporta di plastica in mano all’angolo della strada chiedendo l’elemosina senza vergognarmi.

Tutto questo per dire che mi sono imbenzinato come si deve ed ero pronto a un qualunque soliloquio contro lo stress della vita moderna. Ho provato così a parlare della stronzata del migliore dei mondi possibili di Leibniz ma nessuno sembrava impressionato dal mio verbo, mentre erano tutti in ammirazione della scimmia che stava prendendo posto sulla mia spalla. E così, narcisista come sono, mancandomi un’audience adeguata, ferito a morte ho deciso di andarmene via  dal trogolo pronto a riaffrontare quella merda di Noè con ben altro cipiglio.

Quel bastardone ha però chiesto aiuto al suo amico Dio. E come al solito, con chi gli pare, Geova risponde sempre presente.

La prendo larga.

Chiunque abbia mai letto L’Idiota di Dostoevskij, e abbia visto agire il principe Myskin, sa che quel libro è una grande apologia della stupidità umana. Seicento pagine per consacrare l’idiozia a suprema categoria dello spirito, sinonimo di irriducibile purezza d’animo, di epilessia emotiva, causata dall’estenuante forte sentire e capire, propri di ogni creatura spiritualmente superiore. A me,  però, è bastato molto meno per apostrofare, allo stesso modo del principe Myskin, il maledetto ausiliare del traffico che mi ha fatto trovare una, volta uscito, bello carico, una multa sulla macchina. Ero così felice per aver dimenticato per un po’ i miei guai e quel maledetto idiota dell’ausiliare del traffico mi ha fatto subito perdere il buonumore. Loro sono la vera feccia della società. Sono bastardi dentro. C’hanno questa vena, non lo so perché, amano nascondersi e far finta di niente. Sono tra noi e tu non lo sai. Potrebbero essere chiunque, si fanno passare per semplici passanti, aspettano che ti allontani e come lo fai, taac, ti lasciano il loro fogliettino. Sono di sicuro degli avanzi della polizia stradale, scartati nelle prove psico-attitudinali per manifesta demenza e bassa attitudine alla socialità. E nessuno può insultarli perché non è politicamente corretto. La nostra società, basata oramai sul buonismo imperante, mette ribrezzo e non sarà mai redenta perché non sa più da che parte voltarsi senza essere colpita dall’americanismo che la governa, partendo dalla classe politica fino ai vari programmi culturali. Siamo diventati degli ovini istruiti da un pastore analfabeta, idolatri del luogo comune più bieco. Io invece, che parlo ancora potabile, forse perché appartengo a un’altra era geologica rispetto alla contemporaneità, urlo a squarciagola “Morte all’ausiliario del traffico”,  terrorista per noi, molto più pericoloso degli agenti di Al Qaeda.

L’ausiliario del traffico è una delle prove dell’esistenza di Dio e della sua malvagità.

E affanculo anche Tony il parcheggiatore abusivo che dopo avermi ciucciato i due eurini all’entrata ha visto bene di sparire non appena quello si è materializzato.

Quando mangiare significa sprecare a prescindere


Adesso vi spiego cos’è la stupidità.

Anzi no. Sarebbe troppo lungo e difficile. Però una piccola fotografia dalla mia terra mi piace mandarla. Perchè ci sono cose che proprio non reggo più.

Io, un giorno si e l’altro pure, vado a pranzo alla Mensa comunale di Capannori. Che è poi dove vivo e lavoro. Adesso lo sapete. Quindi se volete unirmi al mio desco sarete super very welcome, quando e come volete.

Come fare per riconoscermi? E’ facile. Sono l’unico là dentro che litiga. Tutte le volte.

Eppure odio farlo. Insomma sono un tipo mansueto e oramai addomesticato. Un perdente che sa di esserlo.

Perché lo faccio allora?

Solo perché la rabbia ogni tanto va sputata fuori.

Dall’inizio di quest’anno il genio del male, lo scienziato che sovraintende alla stesura dei prezzi, ha deciso di incentivare quelli che loro chiamano “pasti strutturati” a danno del “pizzico-pizzicone” di chi, di mangiare primo-secondo-contorno acqua e frutta” a pranzo non c’ha proprio voglia.

Detto così non vuol dire molto, ma se si va nello specifico arriva il famoso genio italico che ci ha resi famosi “all over the world”: la stupidità liquida!!!!

Cosa succede?

Se uno prende:

a) primo, contorno, acqua e frutta paga sei euro

b) primo, secondo, contorno acqua e frutta paga otto euro

E fino a qua niente di strano.

Ma se decidi di prendere ad esempio, Primo, acqua e frutta, oppure secondo e contorno e basta, uscendo dal “pasto strutturato” finisci per prendere meno e pagare di più

E  io, che prendo “Primo, acqua e frutta” mi ritrovo puntuale la signora bella rubiconda alla cassa che mi chiede sette euro.

Poichè questa cosa mi irrita non poco le faccio notare ogni volta che si sta sbagliando. E lei, proprio come film di Troisi e Benigni comincia la litania. Nel suo caso mi risponde sempre “Non ha preso il contorno è fuori dal pasto strutturato”.

Mi scusi, le faccio notare,  capisce da sola l’assurdità di prendere apposta il contorno per buttarlo via per poter pagare sei euro anzichè sette no?

e lei

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

No, davvero, signora cicciona, bella piena all’amarena, non può obbligarmi a prendere il contorno e a buttarlo via per risparmiare un euro. E’ un insulto alla povertà. Facciamo che lei ha visto che l’ho preso e poi l’ho ridato indietro e mi fa pagare sei euro no?

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

Ora, so che non ci credete, ma è davvero così. Giuro E io allora blocco la fila. Il mio modo di protestare. Ci litigo ogni volta fintanto che, quelli dietro, non ne possono più e mi urlano di togliermi di torno con il contorno che nel frattempo l’altra signora preposta mi ha fatto avere il piatto di contorno e che a spregio tutte le volte mi fa: “Ci faccia quel che le pare, lo mangi, lo butti, lo dia in pasto al cane a noi non importa”

Mi guardo indietro e vedo operai, impiegati comunali o cazzoni come me affamati come lupi, mi commuovo e lascio perdere.

Prima di andarmene non rinuncio alla catechesi e chiedo a Ciccia Amarena perchè non prova una volta ogni tanto, non  sempre è, solo una volta ogni tanto a usare la sua testa senza rifugiarsi nello stereotipo del “io non decido niente, faccio solo il mio lavoro”

E lei, pazzesco, non si scompone di un millimetro. E’ veramente una donna incredibile. Non si sposta di un appoggio. Ma proprio nemmeno uno e mi ripete, con fare impassibile, il suo mantra preferito:

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

ma vafangulo