Una storia vera – (Season Finale)

Lei è una donna potente. Molto potente. Una di quelle che se ci fai a botte ne buschi tante, ma tante. E’ una abituata a prendersi tutto ciò che le fa gola. Lavora per una grande multinazionale. Ne è l’amministratore delegato Europa. Il suo ingaggio è, più o meno, una decina di milioni di euro. Arrotondato per difetto. Parla sei lingue tra cui il russo e il giapponese ed è capace, se proprio deve, di mangiarti a colazione e cagarti prima di pranzo.  Soprattutto non è un cesso.

Lui è un balordo. Mezzo spiantato. Ha balzane velleità artistiche e i piedi nelle sabbie mobili. Le sue mani, anziché cercare un ramo a cui attaccarsi, passano il tempo a pettinarsi, convinte, proprio come lo erano gli spartani di Leonida alle Termopili, che occorre presentarsi in ordine nell’Ade. E’  pieno di assurdi codici di onore e untuose etiche bislacche che conosce solo lui. E i Lacedemoni. Parla lingue che non hanno traduttori ufficiali e quando mangia qualcosa di indigesto non riesce proprio a mandarlo giù. E gli rimane lì. Per giorni. Provocandogli alterazioni nel modo in cui percepisce la vita. Soprattutto non è un gran fico.

Lei cerca qualcosa. Lui l’ha perso, quel qualcosa.

Lei lo chiama. Dice che sa tutto di lui e della sua “arte.” E vorrebbe fargli fare il salto fuori dal mondo dei sommersi. Lui non ci crede manco un po’ ma è curioso di capire meglio.

Lei scende da Milano, una domenica apposta, per parlare di questo. Lui le va incontro.

Parla solo lei. Tanto. Dice che di lui sa tutto e che vuole, per par condicio, che lui sappia di lei. Fa mostra di muscoli, promettendo bonifico di due milioni a una fondazione che combatte una malattia dal nome strano e che la chiama proprio mentre stanno pranzando. Dice che sono l’ultimo suo super bonus e che non sa come spenderli in modo migliore. Le facevano la corte da un po’  e l’aver parlato con lui l’aveva spinta a fare l’ultimo passo. Lui la guarda e non dice niente, ma pensa che è la dimostrazione finale della propria inezia. Poteva parlar meglio. Perché con solo la metà di quell’assegno avrebbe salvato un sacco di posti di lavoro di gente che lavora pensando che lui possa risolvere problemi che invece sembrano insormontabili.

Lei dice di essere molto ammirata dall’arte di lui e che la cosa l’ha spinta fin là. Lui le dice che è ammirato dalla capacità di lei di essere  un  Tirannosauro Rex di classe. Si può essere dominatrici in tanti modi. Il suo non è il peggiore che ha visto.

Lei alla fine gli fa la sua proposta.

Indecente.

Ma non troppo.

Solo un po’.

Quel po’ di troppo.

Lui sorride e le dice no, grazie.

Ha i suoi codici che conoscono solo gli Achei del Peloponneso e, certe cose, per loro non sono in vendita. Con questo scudo o su questo scudo, perDiana o per Marte non importa.

Si salutano amichevolmente. Lei non si scompone di un centimetro, sa bene di poter soddisfare la sua fame in migliaia di altri modi più proficui. Lui sa solo che vorrebbe raccontare ciò che è successo a quel qualcosa che ha perso, o che forse, meglio, non ha mai davvero avuto, ma che in ogni caso è sempre nel suo cuore.

Poi si collega a internet e legge post e commenti e pensa che c’è un motivo per cui gli Spartani non esistono più.

Che c’è un motivo per cui niente è rimasto della loro città e della loro cultura.

E quindi che sia, che arrivi Alarico e costruisca Mistra

Ma questo, lo stesso, è per te,

cara qualcosa

=====================================================================================================================

That’s all Folks

It has been nice to play with all of you…

Breve elenco di dischi che mia madre minacciò di spaccarmi sulla testa se li avessi suonati ancora

1)   Jake and Diane – John Mellecamp  (una volta lo chiamavamo pure Cougar poi si incazzò di brutto e adesso il nickname si può solo sussurrare a bassa voce senza che lui se ne accorga altrimenti ti prende a sberle). Entrai in fissa con il ritornello che tutt’oggi trovo geniale “Oh yeah life goes on, Long after the thrill of livin’ is gone”  e non la smettevo di metterla sullo stereo e di suonarla con la chitarrina e a mia madre veniva puntualmente l’orticaria. Avevo solo il gran problema che non riuscivo a tradurre una parte del secondo verso  quando Jake dice “Hey Diane let’s run off behind a shady tree dribble off those Bobby Brooks, let me do what I please” Insomma, si, più o meno significa che avendo Diane seduta sulle gambe, a un certo punto lui le dice “adesso andiamo un po’  là sotto all’ombra e divertiamoci un pochino”. Tuttavia quel “Dribble off those Bobby Broooks mi stava indigesto e proprio non lo capivo e a quel tempo non c’era mica internet a darti soluzioni. Insomma per anni ho cantato questa canzone senza sapere di che diavolo stessi parlando fintanto che, una decade dopo, in America, sono finito in un centro commerciale e, vagando senza metà ho scoperto che Bobby Brooks è una delle marche più importanti nell’area degli indumenti intimi femminili. Almeno laggiù. E sono rimasto là davanti ai reggiseni con un sorriso ebete in faccia fintanto che non è arrivata una commessa che mi ha preso per maniaco e con fare energico mi ha chiesto cosa diavolo avevo da ridere da solo davanti. Non mi sono scomposto di nulla e gli ho urlato: “Now, rock on”

2) Going to California – Led Zeppelin . Come tutti i miei amici avevo una specie di fissa per il grande dirigibile di piombo (sul nome LEAD poi tramutato in LED si potrebbero scrivere fior di post). Quando sparavo il rock duro allo stereo i miei si incazzavano come delle bisce. Poi uscì  il mitico “Led Zeppelin IV” dove c’era questa ballata straordinaria che decisi di imparare. Poiche non disturbava le orecchie mia madre scelse  di sopportare ma fu quando mi chiese che cosa minchia si dicesse nella canzone che arrivarono i problemi “Ho passato troppo tempo con una donna crudele, Mi sono fumato tutta  la mia roba e bevuto tutto il mio vino e adesso ho preso la decisione di intraprendere un nuovo inizio. Andando in California ….” Ecco sta cosa proprio non la sopportava. Pensava che mi sarei drogato e ubriacato e che sarei partito per l’America lasciando tutto indietro. E non ci fu verso di farle capire che era solo una canzone. Nient’altro che una stupenda ballata. Lei invece sosteneva che se l’avessi continuata a cantare lo avrei fatto anche io. Tutto. Ogni cosa. Io ridevo di gusto quando argomentava quelle boiate, eppure porco cane, c’aveva ragione lei. Andò proprio così. Mai sottovalutare il potere predittivo di una madre.

3) Dream On – Aerosmith. Ho sempre pensato che fosse una delle canzoni più intelligenti che siano mai state scritte. Oggi più di allora sono in grado di apprezzare il testo che vorrei aver scritto io. Una bellezza e una liricità straordinarie:  “Ogni volta che mi guardo nello specchio, tutte queste rughe sul mio viso sono sempre più distinte. Il passato è passato, svanito come tenebre all’alba. Non è questo il modo in cui in vita ognuno paga il suo debito? So che nessuno conosce la strada da percorrere. So che il peccato è di ognuno, devi perdere per imparare a vincere. Metà della mia vita nelle pagine scritte nei libri, vissuta è imparata da idioti e saggi. Sai che è vero, tutte queste cose ti ritornano 
Canta con me, canta per gli anni, canta per le risa e canta per le lacrime.”  Insomma fantastico no? E’ che questa canzone prende brillantemente velocità ed è cantata sempre più in fretta fino all’isterico finale quando Steven “la bocca” Tyler urla a squarciagola “Dream on” in continuazione come un pazzo. Ed era la cosa che facevo pure, per imitarlo. Sembravo così posseduto da Satana che a volte mia madre andava in terrazza e si metteva a pregare ad alta voce.

4) Fire Lake – Bob Seger – Quando andai in fissa per il grande uomo del Michigan i miei pensarono che, forse perche non era neanche detto, solamente se mi avessero portato a San Giovanni Rotondo da Padre Pio, avrei potuto ritrovare la pace e la serenità. Già mi vedevano drogato come i capelli lunghi mendicare sui marciapiedi suonando la chitarra. Non sapevano, allora, che a quel modo sarei arrivato più lontano di come poi in realtà è successo facendo la persona “normale”. Comunque Fire Lake è uno dei pezzi che ancora oggi più amo. Verbosa e grassa, con un significato non semplice da prendere perché molto allegorico. Insomma fatta su misura per me. Parla della capacità di assumersi rischi nella vita: “Who wants to take that long shot gamble and head out to Fire Lake…” se mia madre sapesse che io sto ancora Heading out proprio verso il grande lago di fuoco si rivolterebbe nella tomba. Ah, quasi dimenticavo, proprio in quell’album uscito nel 1980, Against the wind, c’è nell’omonima canzone, uno dei versi più straordinari che io abbia mai letto “Wish I did not Know now what I did not know then” Vorrei non sapere oggi quello che non sapevo allora. Che è diventato il mio motto di vita.

5) 50  ways to leave your lover – Paul Simon .  Uno pensa a quei due ragazzacci newyorkesi e gli vengono in mente  Sound of Silence oppure The Boxer. Ma questa canzone è una delle cose più geniali di tutti i tempi. Basta conoscere un po’ l’inglese e avere un po’ di brio e fantasia e vai fuori di testa. No anzi, mandi fuori di testa chi ti ascolta che all’inizio ride di gusto, poi smette poi si adombra poi ti insulta e infine ti minaccia fisicamente di picchiarti se non la smetti subito. Volete vedere? ecco qua: I’m riding my bike Mike, I’m going to my sister, mister, I’m feelind sad, Dad, Maybe you could get me some candy, Randy, Don’t be such a slob, Bob, just listen to me… Che faccio continuo? No eh… ok, la finisco qua. Se mamma avesse davvero preso in mano il disco con aria minacciosa gli avrei potuto dire che in caso di emergenza la canzone di riserva di Paul Simon era Me and Julio Down by the Schoolyard, che per qualche motivo le dava ancora più fastidio.

6) “Friend of the Devil”  - Grateful Dead . Questa canzone sembrava scritta apposta per me. L’unico, il grande, l’inimitabile, il genio, Jerry Garcia aveva fatto qualcosa di orribile e non poteva fare altro che scappare. “Well, I ran into the devil and he loaned me twenty bills
I spent the night in Utah. In a cave up in the hills” Cazzo, com’era vero.

7) I started a Joke – Bee Gees.  Barry Gibb è uno dei geni più sottovalutati della storia della musica. Ha scritto un migliaio di canzoni che sono diventate Hits assolute alcune pure insospettabili cantate da altre grandi pop star. Però qua, cazzarola è un mistero di prima classe. insomma il tipo ha fatto una battuta e ha fatto piangere il mondo intero. Percepivo una straordinaria profondità nel testo. Il mondo piangeva perche lui non era divertente? Conoscevo gente così. Nel seguito della canzone uno di loro, un Bee o un Gee si mette a piangere e questo fa ridere tutti e quindi come diceva Nick Carter, tutto è bene ciò che finisce bene.

8) Swamp Girl – Frankie Laine. Uno dei testi più poetici del mondo civilizzato e assolutamente terrorizzante. Il fava, Frankie dico, è malato e stanco o entrambe le cose e una donna cattiva lo sta chiamando dall’orribile palude in cui vive. Laine era famoso per altre canzoni su fruste o carne secca o treni merci o cose simili mentre il suo capolavoro era noto solo a me e alla mia famiglia. Una vergogna.

9) If you could read my mind – Gordon Lightfoot – Ho sempre pensato che il canadese fosse un genio. Non ha avuto il successo che meritava, anche se è stato e ancora oggi è molto apprezzato. Questa canzone è una delle canzoni d’amore più belle mai scritte. Perché ti gabba. Insomma parte bene e tu sogni e invece finisce che ti incula il finale: “Se si potesse leggere la mia mente, l’amore, che storia i miei pensieri potrebbero raccontare. Proprio come in un vecchio film di tanto tempo fa, dove c’è un fantasma che vive in un oscuro castello o una fortezza,  con le catene ai miei piedi. E quel fantasma sono io e non potrò mai essere liberato finché tu non riuscirai a vedermi….” ma poi conclude con “cerchiamo di essere reali su, Non ho mai pensato che avrei potuto agire in questo modo E devo dire che io non capisco. Non so dove abbiamo sbagliato, Ma la sensazione di amore se n’è andata E io non posso tornare indietro. Mi dispiace.” Non diceva tanti saluti a mamma ma il succo era quello. E sta cosa la mia di madre non l’ha mai digerita.

10) Paradise by the dashboard light – Meat Loaf – No. Meat Loaf proprio non lo reggeva. Per me era un gran fico. Ciccio come il nome che si era scelto aveva (ha)  un talento bestiale che lo portava a cantare con una voce pazzesca e a suonare pure meglio e a rimorchiarsi una super  topa nel video di questa canzone che significa “Paradiso dalla luce del cruscotto” visto che lui si paciuga Elen Foley in macchina.  Ogni volta che passava su video music erano dolori e il disco originale che ancora conservo con amore e gelosia ha rischiato più volte di finire nella spazzatura, iIndifferenziata, di allora

Er passero ferito – Natale Polci

Il mio amico IntesoMale, mi ha chiesto (giustamente) di far penitenza della mia dabbenaggine.

E quindi per rimediare ai miei sbagli ecco qua. Un tributo a tutti quanti voi che amate “de magna bene e de beve meglio” ma che ogni tanto vi inchinate al genio de li artri. Perchè io so’ come voi.

Posto questa stupenda poesia erroneamente attribuita a Trilussa, in realtà di Natale Polci.

Scritta nel 1951 è stata pubblicata nel 1968 nel libro”NER CAMPOSANTO DE LA VERITA’“.

La versione che trascrivo è l’originale. Nel tempo infatti molti hanno tentato di appropriarsene facendola diventare persino una barzelletta. Alcuni hanno tradotto le parole in romanesco in un improbabile italiano. Altri cercando di lanciare un film (orribile) di Natale l’han fatta diventare uno stornello toscano quando non lo è. Per rendere onore al poeta Natale Polci, ripropongo quello che lui ha scritto davvero.

Tuttavia, poichè la vita è fatta anche di ingiustizie e nel porcile tutto si introgola, posto anche il super famoso intervento di Bocelli da Fiorello alla radio che la ripropose alla grande per quanto lui, riprendendo la vulgata, la recitò modificandola e aggiungendo due sestine finali non presenti nell’originale.

Er passero ferito
Era d’agosto e un povero ucelletto
ferito da’ la fionna d’un maschietto
s’agnede a riposà co’ un’ala offesa
su’ la finestra aperta d’una Chiesa.
Da le tendine der confessionale
un prete intese e vidde l’animale,
ma dato che lì fori
c’ereno… nun so quanti peccatori
richiuse le tendine espressamente
e se rimise a confessà la gente.
Ma mentre che la massa de persone
diceva l’orazzione,
senza guardà pe’ gnente l’ucelletto,
’n omo lo prese e se lo mise in petto.
Allora, nella chiesa, se sentì
un lungo cinguettio: “Ci! Ci! Ci!”
Er prete, risentenno l’animale,
lasciò er confessionale
poi, nero nero, peggio de la pece,
s’arampicò sur purpito e lì fece:
“Fratelli! Chi ha l’ucello, per favore,
vada fori dar Tempio der Signore”.
Li maschi, tutti quanti in una vorta
partirono p’annà verso la porta.
Ma er prete, a quelo sbajo madornale,
“Fermi! – strillò – che me sò espresso male!
Tornate indietro e stateme a sentì:
qua chi ha preso l’ucello deve uscì!”
A testa bassa e la corona in mano
cento donne s’arzorno piano piano
ma mentre se n’annaveno de fora
er prete ristrillò: “Ho sbajato ancora!
Rientrate tutte quante fije amate,
ch’io nun volevo dì quer che pensate.
Io già v’ho detto e ve ritorno a dì
che chi ha preso l’ucello deve uscì,
ma io lo dico a voce chiara e stesa
a chi l’ucello l’abbia preso in Chiesa!”
In quelo stesso istante
le moniche s’arzòrno tutte quante
eppoi, cor viso pieno de rossore,
lasciarono la casa der Signore.

Buon Natale un cazzo

Quando continua a piovere dentro la tua vita e a nessuno frega niente delle alluvioni che ne derivano perchè ognuno pensa alle proprie,   Buon Natale un cazzo
Quando, come esci di casa trovi solo gente che si lamenta perché le cose non vanno a posto da sole con un semplice scatto dell’interruttore , Buon Natale un cazzo

Quando tutti hanno fretta e ognuno si preoccupa solo di sè stesso   Buon Natale un cazzo

Quando qualcuno invece pensa che occorra impegnarsi e ti dicono che devi scegliere tra Berlusconi, Bersani/Vendola/D’Alema, Grillo o Monti,  Buon Natale un cazzo

Quando ci si sente traditi da quel vecchio bacio di Giuda, beh, la mia mamma me lo diceva sempre: Buon Natale un cazzo!

Quando hai bisogno di risposte vere e incontri solo opportunisti che ti regalano altre bugie, Buon Natale un cazzo

Quando tutte le parti del puzzle che avevi cominciato a costruire anni fa si staccano e ti impongono di ricominciare da capo, Buon Natale un cazzo

Quando ti accorgi che quasi tutti quelli che corrono accanto a te sono scrocconi venuti a rubacchiarti qualcosa, Buon Natale un cazzo

Quando i sindacati si indignano e difendono il comandante Schettino che è stato licenziato dalla Costa Crociere, ma non per il cancro tra le famiglie di Taranto perchè qualche morto qua e là non è niente rispetto al lavoro di tanti, beh la mia mamma me lo diceva sempre: Buon Natale un cazzo!

Quando ti senti come un cane zoppo che cerca di attraversare una strada trafficata di TIR che corrono all’impazzata, Buon Natale un cazzo

Quando ti accorgi che i tuoi sogni sono stati calpestati senza che tu abbia potuto far niente per evitare che succedesse, Buon Natale un cazzo

Quando ti ritrovi a dare pugni al vento e a parlare con gli animali perchè pensi che siano gli unici in grado di capire come ti senti davvero, Buon Natale un cazzo

Quando il tuo governo ti tassa anche per pisciare e ti dice che non potevano fare niente di meglio ma che potrebbe anche andare peggio e capisci che si tratta ,alla fine, solo di una scelta tra realtà e finzione, beh mi ricordo sempre che la mia mamma mi diceva, Buon Natale un cazzo!

Quando vedi  uomini che lavorano per vivere ma altri che, invece, vivono per lavorare, Buon Natale un cazzo

Quando vedi che ce ne sono alcuni che lo fanno per quattro soldi ma altri che invece non lavorano affatto, ma se ne vanno sempre in vacanza ai Caraibi, Buon Natale un cazzo

E io, per quanto mi riguarda sono felice di cantare le lodi al figlio di Dio, anche se vorrei chiedergli solo una volta una domanda che è tanto tempo che c’ho in gola: “Da che parte stai Signore? Io non l’ho mica capito sai.”

E comunque, caro Gesù, Buon Natale un cazzo anche a te!

Rino Tommasi è vivo e lotta assieme a noi

Il virtuale frega.

Il virtuale amplifica ogni cosa. Il bello e il brutto.

Capita così che si possano incontrare persone decenti e pensare che siano fantastiche oppure persone di basso spessore che diventano improvvisamente miserabili. In realtà non è vera nessuna delle due asserzioni. Tutti possiamo essere tutto sotto le giuste circostanze e con gli stimoli appropriati. E’ solo che, chi ci mette un po’ di cuore, qualche volta può anche restarci male.

Alcuni dei commenti che sono stati postati ad esempio sono stati veramente colpi bassi che pensavo di non meritare. Ammesso mai che qualcuno meriti qualcosa poi. Alcune persone che hanno sentito la necessità di dirmi che cosa e come deve essere un blog. Soprattutto più d’uno mi ha accusato di scrivere il blog per esibizione (a codeste persone faccio umilmente notare che se fosse stato per quello bastava metterci nome e cognome e dire comprate i miei libri. Cosa che in genere qua dentro in genere fa chiunque, persino se si autopubblica). Poi mi hanno definito pallonaro, vecchio decrepito, pelle ammuffita, satiro, satrapo, pesce balla, coglione, pasturatore, millantatore, puttaniere. In fondo ci stanno tutti quante queste amorevoli descrizioni.  Non ne rinnego nemmeno una. Ognuna ha un suo perchè. Ma, se posso dire, è l’indifferenza che mi ha colpito. Persone che passavano per essere, nel caso peggiore, buoni vicini di casa che semplicemente spariscono. Insomma chi se ne frega che fine fai. Cambi casa? te ne vai? hai un tumore? hai perso il lavoro? muori?

Bene. Cazzi tuoi. Me ne sbatto. Evito anche di mandare un telegramma di condoglianze.

Il tema dell’indifferenza non è nuovo e so di sfondare porte aperte, qua, come nella vita, vera. Credi di aver creato, magari pure malamente, una piccola, banale, community alla quale però in qualche modo assurdo tieni. E invece ti accordi che, come nelle migliori tradizioni è pura finzione. Come quasi qualsiasi altra cosa. Prendiamo dove ci va, quando ci va e diamo indietro qualche cosa, come ci va, quando ci va. Nessun obbligo di legge. Niente. Solo una convivenza, un DICO, nel quale chi c’è c’è e chi non c’è, chi se ne frega. “Amici” che vanno, altri che vengono per poi andare di nuovo. Persone che pretendono attenzioni, ma che non sono mai disposte a darne in cambio se non quando e come vogliano loro.

Banalità. Lo so. Le solite triste storie banali che capitano in ogni città del mondo e che nel virtuale amplificano i loro effetti. Devastanti per le anime più sensibili. Puttanieri included.

Qualcuno (lo stesso che sostiene che ho aperto un blog per esibizione) ha spiegato in modo approfondito che il blog è condivisione. La cosa che non comprendo ancora è come si possa ritenere più nobile condividere le proprie insensate e orripilanti poesie piuttosto che il gusto per la cazzata in quanto tale che è il motivo per cui tarocco (dichiarandolo) i TAG. Cambiare i TAG è uno stile di vita, una filosofia di pensiero di coloro che credono che non sia sano prendersi troppo sul serio.

La differenza tra quelli che pensano come me e quelli che “condividono” poesie di ‘sto cazzo? Beh, l’ha messa in bella mostra qualcun altro al quale ho imprudentemente chiesto come stava in un commento sul suo blog e mi ha risposto dicendo che il suo blog è sacro e non può essere sporcato da domande personali come quella. Blog in cui, per inciso, posta le foto della sua città neanche fosse la locale Pro-Loco. Bah, mistero!

Di recente poi ho notato che un’anima in pena che si è iscritta al blog con la mail tarocca braccio@diferro.it, ha preso dimora in questo posto abbandonato sparando su tutti e facendo saltare i nervi a qualcuno. La cosa che più mi ha divertito è vedere come io sia stato accusato pure di essere lei/lui in incognito. Per la verità mi hanno accusato anche di essere Edoardo e non so chi altro. Il virtuale amplifica ogni cosa.  Pure la demenza. Ma questa cosa mi sa che l’ho già detta.  Per quanto sia assurdo che lo debba precisare, confesso che non mi sono mai postato sul mio blog con altro nickname. E paranoia per paranoia credo che sia qualcuno conosciuto che si diverte a massacrare ogni cosa. E comunque ne ha diritto. Tanto quanto ne hanno avuto gli “amici” che si sono dati, sparendo nel nulla. Però cara/o Silver Silvan, lasciami stare Dolce Uragano e EDO che sono stati gli unici a rompersi le palle per venire qua a salutarmi di quando in quando, ricordando che esistevo. Mi stai simpatica/o, quanto meno non sei banale, però ti prego, se puoi, non esagerare con l’insulto. E se proprio devi massacrare qualcuno spara su di me, tanto oramai manchi solo te…

E comunque alla faccia di Ombradiunsorriso, ho deciso che non solo tarocco i TAG, ma per questo ritorno tarocco pure il titolo del post. E affanculo tutto il resto…

Angeli caduti

Si dice che si sono ribellati a Dio e all’ordine cosmico da lui costruito .

L’esistenza del male deriverebbe dunque dalla ribellione, consumatasi nella notte dei tempi?

Non so, forse perchè ho la tendenza a trovare interessante chi ha personalità, faccio fatica a coniugare la parola MALE a quello di ribellione. Che poi vuol dire libertà. Ammesso poi che davvero ne abbiamo, di libertà intendo. La vecchia questione sul libero arbitrio…

Di recente ho avuto modo di incontrare alcune persone che  mi sono sembrate tali (compreso il mio amico Angelo che è cascato dalla bici e si è fratturato il malleolo). La cosa che mi ha colpito in tutti  è che più o meno consapevolmente passano tutto il loro tempo in cerca di una seconda possibilità, in cerca di quella cosa che metterebbe tutto a posto e che gli farebbe far pace con Dio che hanno fatto incazzare. Trovano sempre ragioni per non sentirsi bene, sempre alla ricerca di una pace che non raggiungeranno mai per quanto possano a volte credere di averla trovata in qualche angolo oscuro, in un lavoro socialmente utile o in qualche letto o più banalmente in qualche matrimonio riparatore. Vorrebbero essere vuoti e leggeri, di nuovo senza peso e aerodinamici e si ritrovano invece sempre più pesanti e sempre più legati alla forza di gravità terrestre che non gli permette di spiccare  quei voli come sapevano fare un tempo. Vorrebbero essere estratti dai rottami delle loro fantasticherie silenziose e nettati di tutte le bugie che raccontano per inventare ciò che gli manca, ma dentro le loro anime il temporale continua a infuriare.

E hanno anche paura a frequentare i loro simili, che annusano e percepiscono allo stesso modo in cui l’Highlander sentiva la presenza di altri immortali. Temono, credo, che se Dio li scoprisse in un assemblamento di due o tre, potrebbe scattare la denuncia di associazione sovversiva con finalità di terrorismo. E di nuovo cacciati e si ricomincia. Un karma che intendono spezzare.

Capita così che Freedom ad esempio, rifiuti di prendere un caffè assieme al concerto di Bruce a Milano, perchè è con il nuovo fidanzato che pare sia stato mandato direttamente da Dio a salvarle l’anima. Hai visto mai che cambi idea se la vede con me che in fondo mi sono solo permesso di fare il tifo per lei contro di Lui che la voleva stecchita? Si è pure ben guardata dal dire altro, che so, una minchia di incoraggiamento a cercare anche io la salvezza, perchè, credo, temesse che se l’avesse fatto sarebbe incorsa di nuovo in peccato mortale. Non le ho detto che non era affatto mia intenzione sedurla in alcun modo facendole perdere la via di ritorno per il paradiso. Sarebbe stato inutile, tempo sprecato. Spero almeno che possa aver finalmente trovato un po’ di pace. Finchè dura almeno.

Oppure al contrario, capita che un altro Angelo si innamori del diavolo che la scopa bene ma che non la vuole amare come lei vorrebbe. O meglio che la ama come sa amare il diavolo, solo scopando bene. Lei, più emancipata di Freedom, chiede persino aiuto a tutti quelli che sanno che cosa significa la parola disagio. La richiesta è subdola perchè ne nasconde un altra: vuole essere convinta, meglio convincersi da sola con un piccolo aiutino, che in fondo amare un demonio non è mica la fine del mondo! Insomma c’è di peggio…In fondo il sesso funziona….

E poi incontri gli Angeli che sono impegnati nel sociale pensando che è a quel modo che troveranno la salvezza e la redenzione. Il sociale è quasi sempre la loro famiglia, i figli su tutti ma anche genitori malati oppure mariti o mogli che non sopportano più ma a cui vogliono bene (?) e per i quali si immolano. Più sentono il sangue in bocca degli schiaffi che prendono dalla vita e più credono che Dio avrà pietà di loro e gli permetterà di ritornare in paradiso.

Tutti questi sono Angeli Caduti che credono di poter ottenere la redenzione. Non sanno come, ma credono di potercela davvero fare.

E poi ci sono quelli che invece io preferisco. I matti. O meglio coloro che hanno un disturbo della personalità che è caratterizzato dal disprezzo patologico del soggetto per le regole e le leggi della società, da comportamento impulsivo, dal crearsi un mondo che non esiste e in cui loro sono l’unico Dio (oltre che l’unico abitante). Quelli come me. Potrei benissimo essere uno dei personaggi del  libro “Soffocare” di Chuck Palahiuk. Nel libro, c’è questo Viktor Mancini, un’erotomane pazzesco, fissato con il sesso sempre e comunque e che segue un corso per disintossicarsi dal sesso. Victor Mancini, si innamora di una dottoressa del manicomio dove lavora una dottoressa, Paige Marshall e alla fine del libro però scopre che la dottoressa Paige Marshall, che si aggira tra i reparti del manicomio vestita come un dottore a fare visite a tutti i matti, altro non è che anch’essa una matta internata come  tutti gli altri là dentro e alla quale i medici veri lasciano giocare quel ruolo nel tentativo di tenerla calma, perché altrimenti diventa pericolosissima.

Anche io vorrei tanto conoscere la dottoressa Paige Marshall. Vorrei tanto scappasse dal libro è entrasse nella mia vita, se capitasse sono certo che mi direbbe  “scappa con me sulla Luna. Assieme ce la possiamo fare.”

In fondo anche io come lei sono  un Angelo caduto. E con la dottoressa Paige Marshall e tutti gli altri  dissociati come noi dividerò il mio destino.

L’insostenibile leggerezza dell’essere

Spesso in queste settimane di passioni, intese come tribolazioni, ho pensato a che cosa avrei davvero voluto fare per tirare a campare. Insomma al lavoro perfetto. Ero indeciso su alcune tipologie molto adolescenziali e quindi, consapevole della stupidità dell’idea ho abortito l’idea di venirne a capo. Questo almeno sino a stamattina quando, prendendo la bretella per andare a Lucca ho pagato il pedaggio a un essere che per prendere il dovuto e ridarmi il resto, non mi ha nemmeno guardato in faccia, preso com’era dal cruciverbone che lo appassionava tanto, mentre poco più in là la musichina di UNO mattina con le belle facce accoglienti di personaggi televisivi noti gli faceva compagnia.

Ecco, io avrei tanto voluto fare il casellante.

Il casellante autostradale è il lavoro più fico di tutti. Ti fai i cazzi tuoi e puoi, mentre svolgi il lavoro con il 2,3% del tuo cervello, fare con il rimanente qualsiasi cosa ti aggrada. Leggere un libro, guardare la tele, farti una sega di nascosto, andare su You Porn. Persino fare il cruciverbone della settimana enigmistica. Quello di Bartezzaghi.

In fondo oggi mi sento così.

Leggero. Insostenibilmente leggero. Pronto a fluttuare, etereo, nel mondo di Alice nel Paese delle meraviglie.

Sarà che in questi ultimi giorni mi sono capitati diversi incontri più o meno ravvicinati con persone che assomigliavano a Humpty Dumpty, al re Bianco alla lepre marzolina e via di seguito che ho come la sensazione di esserci entrato senza rendermene conto.

Ieri sera ad esempio, dopo la sempre più triste partita di calcetto del lunedì, un mio amico dice  a tutti che si è innamorato pazzamente di una donna. Prima che gli dicessi che era fortunato, aggiunge che la prescelta ha anche tre figli ed è felicemente sposata e pur trovandolo interessante ed essendo coinvolta da lui, gli ha chiesto di smammare. Mi veniva da ridere però vedevo che soffriva e quindi ho evitato di parlare. Che vuol dire che è coinvolta però ama qualcun altro? avrei voluto chiedergli. Un cazzo.

O invece si. Forse tutto. Pensavo proprio a questo stamani di fronte al casellante che non mi guardava. Pensavo alla generosità del mio amico che ha deciso di non disturbarla più nonostante sapesse che forse quell’amore folle è ciò che desiderano entrambi. Ha detto che che non voleva turbare il suo equilibrio così faticosamente conquistato. Che l’amava così tanto da volere il suo bene e non il proprio. Non so se io avrei fatto la sua stessa scelta e odio scoprire persone così spudoratamente migliori di me.

Che cosa farei io se trovassi una donna con dei figli e un marito che ama tutti? credo che me ne fregherei. Del marito intendo.

E il malessere di fondo che mi accompagna in questi giorni si è così acuito. In realtà io me ne frego dei mariti ma non delle donne. Mi è capitato di abortire storie d’amore travolgenti che sarebbero diventate plot da film d’autore solo per evitare alle malcapitate la sofferenza della via crucis che in qualche modo devo percorrere. In cuor mio speravo in realtà che queste avrebbero detto qualcosa come “amore mio, ti aiuto io a portare la croce”. Ma il Cireneo, si sa, era uomo e non donna. E forse avrei dovuto nascere frocio per ambire a tanto. Proprio stamani mattina poi, per una serie di eventi casuali e fortuiti, ho scoperto anche che una di queste colpite dalla mia “benevolenza” ama adesso follemente un altro uomo.  Ho cercato di combattere il primo senso di disgusto e di repulsione con il pensiero del mio amico di ieri sera. Insomma, cazzo, posso migliorare anche io?, mi sono chiesto, e , pian piano è subentrata la serenità. Sono felice che lei sia felice. Non mi va di dirglielo, so che oltre tutto suonerebbe stonato, però si, se lei è felice e innamorata di quest’uomo così speciale per lei io lo sono con lei.

Quindi la risposta è si. Posso migliorare anche io.

Forse.

Di sicuro mi sono ricordato un passo che mi aveva colpito, di Milan Kundera, letto tanti anni fa. E non c’è mai stato momento della vita che lo abbia sentito più vicino alla mia anima, di stamattina:

È un amore disinteressato: Tereza non vuole nulla da Karenin. Non vuole nemmeno l’amore. Non si è mai posta quelle domande che torturano le coppie umane: mi ama? Ha mai amato qualcuna più di me? Mi ama più di quanto lo ami io? Forse tutte queste domande rivolte all’amore, che lo misurano, lo indagano, lo esaminano, lo sottopongono a interrogatorio, riescono anche a distruggerlo sul nascere. Forse non siamo capaci di amare proprio perché desideriamo essere amati, vale a dire vogliamo qualcosa (l’amore) dell’altro invece di avvicinarci a lui senza pretese e volere solo la sua semplice presenza.”

Della Calvizia

Quando L. mi ha detto: - Sei davvero simpatico. - Ho per un attimo temuto che stesse cercando di dirmi che non ero il suo tipo. Insomma, la solita vecchia storia: sei carino, piacevole e simpatico. Un modo decente per dirti “no grazie”. Anche gli uomini dicono la stessa cosa. Lo so bene.  S’è mai vista una strafica, super intelligente e gnocca oltre che porcona che sia definita soltanto “simpatica”?

Mai!

Io però, babbeo fino in fondo, mi sono illuso che, per la legge del simpatico, io fossi la classica eccezione. E’ stato allora che L. per farmi capire meglio che cosa intendeva  mi ha dato la mazzata finale:

- Senti ma….ecco …si , com’eri da normale?

Ho pensato che avesse scoperto la mia natura sociopatica e il narcisismo che mi fa molto Dr.Jekill e Mr.Hide e stavo per confessare che normale non lo sono mai stato, quando lei vedendomi in ambascie ha chiarito meglio:

- Insomma com”erano i tuoi capelli?

Ed è stato là che, ricordandomi che anticamente l’uomo aveva più organi sessuali, stavo per risponderle “ma che cazzo vuoi?”

Ma prima che aprissi bocca, senza accorgermene sono ripiombato nel solito vecchio dramma.

I capelli.

E ho rimpianto pure i tempi di quando mi incazzavo perchè mi dicevano “Oh lo sai che stai perdendo i capelli?” Quei dementi forse credevano che non avessi specchi in casa? Sapevo non solo che li avevo persi, ma perfino dove fossero caduti. Eppure, adesso che non me l0 dicono più ,sono ancora più triste di prima. perche ho capito di essere passato dalla condizione di “cronico” a quella di “terminale”.

La prima volta che mi accorsi del dramma che stavo vivendo ero un giovanotto. Mi specchiai a lungo e alla fine presi coscienza del dramma che mi aveva assalito a tradimento e corsi in cucina dalla mi’ mamma piangendo: Mamma, mamma sto perdendo i capelli!!!” e Lei: ” Ti levi di ‘ulo ho appena spazzato!!”.

Del resto tutti sanno che per arrestare la caduta dei capelli non basta chiamare i carabinieri.

Quel coglione di Socrate ostentava la sua calvizie, sostenendo che “l’erba non può crescere sulle vie molto battute”; in altre parole, secondo lui, la sua calvizie sarebbe stata un segno evidente della sua intensa attività cerebrale

La condizione di Pelato, quasi calvo, la vivo ancora con sofferenza. A volte mi rado a zero che sembro proprio tanto carino e quei quattro peli che ho, una volta che sono cortissimi fanno sembrare che quella sia una scelta di vita e non un obbligo imposto dal buon gusto. E  sono così tonto alla fine pure io me ne convinco e allora lascio ricrescere i vari cespugli  che ancora resistono al disserbante dell’età nella speranza che sentano aria di primavera e che si siano rafforzati e ogni volta, puntuale come le tasse e la morte, arriva qualcuno che ti fa una domanda come quella di prima.

Mavvaffanculo!

Noi dell’associazione “Sani e Calvi” presieduta da Italo Calvino abbiamo creato un Comitato per i Diritti del Pelato che difende i Calvi da ogni discriminazione, ovunque e per sensibilizzare tutti a integrare i Calvi come loro simili.

Viviamo, è vero. più a lungo mangiando calvoidrati e la maionese Calvè. Però non spendiamo un soldo per shampoo e balsamo, e non andiamo mai dal barbiere. E quindi se l’economia non gira è solo colpa nostra!

Ma per quanto me la racconti è meglio un pomodoro oggi che un Pelato domani.

Detto tutto questo:

L. poppamelo!

 

Io, Anna staccato Lisa, mia nonna e Kurt Vonnegut

Capita a volte che mentre sei impegnato a sparare cazzate o a fare il bagno nelle tue paturnie e nei tuoi piccoli, grandi, drammi giornalieri, qualcosa ti prenda e ti porti via. Schiaffeggiandoti prima, per farti svegliare dal torpore in cui sei caduto e poi facendoti fare un percorso obbligato dove piano piano riprendi coscienza di cose che già sapevi ma che spesso, troppo spesso dimentichi.

Capita cioè che una blogger (Wolkerina) venga a trovarti e ti parli di tutt’altro (Salone del Libro) e ti apra a un mondo che non conoscevi (i malati di cancro).

Cioè si, li conosci. Per sentito dire. Ho pure delle amici che ci sono cascati dentro. Penso a Freedom ma anche a Alter Logos che spesso viene qua a trovarmi. Ma, per quanto voglia raccontarmela, non sono per niente certo di capire minimamente cosa gli ruga dentro l’anima a queste persone. E capita anche che attraverso Wolkerina faccia la conoscenza di una ragazza che amava firmarsi Anna staccato Lisa perché tutti in passato sbagliavano con il suo nome.

Ho detto amava.

Già. Perchè il 4 ottobre dell’anno scorso Anna staccato Lisa è morta.

Non so dire perchè, ma ho passato gli ultimi giorni a rileggermi tutto il suo blog (http://annastaccatolisa1.wordpress.com/) con la gioia di fare la sua conoscenza e la tristezza di averla  irrimediabilmente perduta. Ho pianto e ho sorriso e ho tifato per lei e ho gioito e sofferto con lei. Era, è, come se non se ne fosse mai andata e fosse ancora qua. Curioso diventare amici di una persona che non esiste più. Non nella dimensione di mondo che conosciamo almeno.

Era una donna giovane, attaccata alla vita. Voleva fare tante cose. Sognava un bed & breakfast tutto suo e una fattoria con due asinelli, due caprette, due maiali, due mucche, due papere, due pappagalli, due pecorine, due conigli, due cinghiali, tante galline, tanti gatti, due cani e tante, tantissime api.

Era attaccata alla vita. E aveva ragione.

Ora, io non mi capisco. Davvero, giuro che non ce la faccio. Pochissimi neurochirurghi al mondo forse ci riuscirebbero, ma, fatto sta, che Anna staccato Lisa mi ha fatto ricordare mia nonna. Ero poco più che un ragazzo e lei invece era nel suo letto di morte e, al tempo, a me sembrava vecchissima. Si lamentava in continuazione e ricordo che un giorno la mamma, stufa di sentirla discorrere a quel modo le disse di smetterla. Le disse che la sua vita lei l’aveva vissuta e che in fondo c’era chi stava molto peggio di lei senza avere una speranza di vita nonostante fosse ancora molto giovane e che non aveva diritto di lamentarsi troppo a quel modo.

La nonna allora stupì tutti e si sollevò sul letto e rispose, ricordo ancora, in modo fermo e deciso:

“Che cosa c’entrano l’età e la vita, la percezione che ognuno di noi ha della propria malattia e della propria sofferenza è totale e non lascia spazio per considerare quella di un altro. Non può essere paragonata da un individuo a un individuo.”

Poi mi guardò e sorridendo amaramente aggiunse:

“La voglia di vivere è identica a 14 anni come a 80.”

E aveva ragione lei. Ora lo so. Perchè solo per il fatto che uno ha 80 anni deve rinunciare ad avere la speranza di una vita lunga e senza sofferenza? Una persona a 80 anni può avere ancora una straripante voglia di vivere.

E di nuovo la mia testa è presa a vagare. Così senza costrutto. E mi sono ricordato che ognuno di noi quando nasce ha un’aspettativa di vita. Secondo l’Istat e quindi per il sistema pensionistico e assicurativo italiano è di 79 anni per gli uomini e 84 per le donne. E fare il conto è stato facile. A me restano 30 anni di vita. In altre parole un cazzo di niente. O poco più. Ricordo ancora com’ero 30 anni fa. 30 anni fa ho fatto la maturità e a me sembra appena ieri l’altro. E alcuni dei miei compagni di allora se ne sono già andati. Questo vuol dire che tra un paio di giorni sarò a 79 anni e anche io dirò tanti saluti al mondo.

E allora ho ripensato a Anna staccato Lisa e pure a mia nonna e ho fatto la lista delle cose che vorrei fare nel tempo che ancora mi è dato, teoricamente, di vivere.

Vorrei farci entrare un viaggio in Islanda, uno in Australia e uno in Polinesia. Vorrei suonare in un concerto davanti a tante persone. In 30 anni ci stanno a malapena sette campionati mondiali di calcio e forse è anche possibile che riesca a vederne vincere un altro all’Italia. Non credo però di avere alcuna possibilità di vedere la Fiorentina vincere il terzo scudetto.  Vorrei incontrare tutti quegli amici che non ho mai trovato e che so essere là fuori a cercarsi l’un l’altro. Vorrei imparare un po’ di più e dimenticare un po’ di meno. Vorrei non smettere di pensare che in fondo un motivo per andare avanti c’è sempre. E ricordarmi aveva ragione mia nonna, che per vivere degnamente e con speranze non occorre guardare l’età, che la vita non invecchia mai. Posso riempirli di cose buone, questi 30 anni che mi rimangono davanti, ma posso anche buttarli via, ma spero proprio di non farlo. Anzi nei prossimi 30 anni smetto pure di essere un ipocondriaco.

Poi stamattina, di nuovo la mia testa ha ricominciato a dare i numeri. E ripensando a Anna staccato Lisa e a mia nonna, mi è tornato in mente un genio. Un uomo che ho tanto amato. Uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi Kurt Vonnegut. E mi sono ricordato di un famosissimo discorso che lui ha tenuto all’Università di Syracuse quando aveva 85 anni a dei giovani che si stavano per laureare e ho deciso di postarlo. Ben sapendo che forse è una leggenda metropolitana (si dice infatti che non sia suo ma erroneamente attribuitogli, ma chi se ne frega, a me piace pensare che sia invece proprio suo) e che da esso è stato tratto il monologo finale del film Big Kaluha.

Su una cosa però sono certo. Che a parte qualche evidente e giusta banalità inserita dentro, sia Anna staccato Lisa che mia nonna sarebbero stati d’accordo con esso e che avrebbe dato loro qualche momento di felicità e che spero lo diano a chiunque lo rilegga.

==================================================================================

Se dovessi darvi un solo consiglio per il vostro futuro, allora vi direi: mettete gli occhiali da sole!
 
Perché i benefici dell’impiego a lungo termine degli occhiali da sole sono stati provati scientificamente, mentre tutti gli altri consigli che ho da darvi sono basati, nulla più, sulla mia vagolante esperienza.
Comunque eccoli.
 Godetevi la bellezza e la forza della vostra giovinezza.
Fregatevene del resto.
Non capirete quella bellezza e quella forza se non quando se ne saranno andate.
Ma credetemi quando, fra vent’anni, guarderete le vostre vecchie foto, allora vi ricorderete, in un modo che adesso non potete nemmeno immaginare, quante possibilità c’erano dietro a voi e che fantastico aspetto avevate. Perché, sapete, non siete grassi come credete!
 Non preoccupatevi del futuro. Oppure, preoccupatevene, ma sapendo che tanto è un gesto inutile. Non vi aiuterà più di quanto masticare un chewing gum vi possa aiutare a risolvere un problema di algebra.
 I veri problemi della vita tendono ad essere cose che mai prima hanno incrociato le vostre preoccupazioni. Quel tipo di cosa che ti fulmina verso le quattro di un martedì qualunque.
 Fate, ogni giorno, una cosa che vi spaventi.
 Cantate.
 Non siate avventati con i cuori degli altri, ma non tollerate chi è avventato con il vostro cuore.
 E non perdete il vostro tempo con la gelosia.
 Vi accadrà di essere in testa, altre volte indietro. È una corsa lunga, ma alla fine è una corsa solo con voi stessi però.
 Ricordatevi dei complimenti che riceverete e dimenticate gli insulti.
 Conservate le vecchie lettere d’amore.
 Gettate via i vecchi estratti conto.
 Stiratevi spesso!
 Non sentitevi in colpa se non sapete cosa volete fare della vostra vita. Le persone più interessanti che conosco non sapevano cosa fare della loro vita quando avevano 22 anni. E alcuni dei più interessanti quarantenni che oggi io conosco non lo sanno ancora adesso.
Prendete molto calcio. Siate gentili con le vostre ginocchia, quando cederanno vi mancheranno!
 Forse vi sposerete, forse no. Forse avrete dei bambini, forse no. Forse divorzierete a 40 anni, forse ballerete sul tavolo al party per le vostre nozze d’oro.
 In ogni caso, non congratulatevi troppo con voi stessi e nemmeno state troppo a borbottare contro voi stessi.
 Le vostre scelte saranno per metà frutto del caso, è così per tutti.
 Godetevi il vostro corpo. Usatelo in tutti i modi che potete. Non abbiate paura di lui o di cosa la gente pensa di lui. È il più grande strumento che mai avrete.
 Danzate, anche se non avete altro posto per farlo che la vostra camera.
 Leggete le istruzioni per l’uso, anche se non le seguirete.
 Non leggete le riviste di moda, vi faranno solo incazzare!
 Sforzatevi di conoscere i vostri genitori, non potete mai sapere quando se ne andranno.
 Siate gentili con i vostri fratelli e fratellastri. Sono il miglior legame che avete con il vostro passato e quelli che, più probabilmente, vi rimarranno attaccati nel futuro.
 Cercate di capire che gli amici vanno e vengono, ma alcuni, pochi, è bene tenerli stretti.
 Lavorate duro per costruire ponti sulla terra e nella vita, poiché più vecchi sarete più avrete bisogno di gente che vi conosceva quando eravate giovani.
Vivete a New York almeno una volta, ma andatevene via prima di diventare troppo duri.
 Vivete in California almeno una volta, ma andatevene via prima di diventare troppo molli.
 Accettate alcuni inevitabili verità, tipo: i prezzi saliranno, i politici avranno delle amanti e voi diventerete vecchi. Quando lo diventerete, vi verrà da fantasticare che ai vostri tempi i prezzi erano ragionevoli, i politici persone nobili e i figli rispettavano i genitori.
 Ah!
Rispettate i vostri genitori.
 Non aspettatevi aiuto da nessuno. Magari avete investito in azione sicure, magari avete una moglie sanissima ma non potete mai sapere quando tutto decide di andare storto.
 Non sprecate troppo tempo con i vostri capelli! O quando avrete 40 anni vi sembrerà di averne 85!
 E infine, guardatevi da quelli che vi danno consigli. Ma anche siate pazienti con loro. Dare consigli è un modo di avere nostalgia. È un modo di ripescare il proprio passato dall’oblio e di liberarsene.
Riverniciando le pareti brutte e dandogli un valore che prima non aveva.
 
E comunque alla fine, fidatevi di me, mettete sti occhiali da sole!”