La nobiltà della sconfitta

Ontologicamente siamo sconfitti.

Alcuni lo scoprono prima, da bambini, a sei o sette anni. Magari mentre giocano a nascondino e aspettano di essere tanati, e lì, nel buio e nel silenzio perfino del respiro, sono invasi dall’angoscia della mancanza. Di un senso, del luogo da dove si è stati gettati nell’esistere, della meta da raggiungere. (Ma ne esiste poi davvero una?). Anche chi non se ne accorge e in quei momenti pensa solo a correre più forte di chi sta sotto, se questi lo trova, per fregarlo, nel profondo di se stesso in qualche modo l’intuisce. Lo sa.

E la corsa, che può continuare anche per tutta la vita, quella che ti fa affannare nel tentativo di affermarsi e possedere, tradisce prima o poi, il suo essere facciata, il suo appartenere a un mondo fallace fatto di apparenza e di ombre.  L’infinito diventato qualcosa da cavalcare con qualche trucco e presunta saggezza non ti basta più. Diventi rancoroso, famelico, bulimico. Avverti quel senso di inadeguatezza che non se ne va, quella patina di noia che rende tutto senza senso. Vuoi tutto, mangi troppo. La tua digestione diventa difficile, il tuo talento obeso. Se ti va bene, vomiti. Se ti va male, scoppi. E ti accorgi che più si ha successo, più si lasciano per strada gli altri. Si parte dal plauso e si finisce nell’invidia. Capita così che a volte ci si debba limitare e non dare il massimo di sé, proprio per evitare di compromettere un delicato equilibrio nel rapporto con gli altri. In questo caso si sacrifica l’”io” in nome del “noi”. E non solo a livello sociale, ma anche in un rapporto per esempio di coppia. Sono scelte, delle volte terribilmente autodistruttive.

Oppure può accadere che si finisca per scoprire che esiste un fattore individuale che impedisce il successo. Quelli che hanno studiato la chiamano “Nikefobia”. E’ quella che nella sport ti blocca per una frazione di secondo che è quella che ti fa perdere o che ti fa compiere errori elementari che se solo non ne soffrissi non commetteresti mai.  O che nella vita di tutti i giorni ti fa esitare o rinunciare proprio nel momento cruciale. E magari ti compiaci nel pensare che te la cavi molto meglio con l’insuccesso mentre invece il successo che pensavi di cercare, alla fine, ti mette solo che a disagio.  E affanculo la parabola dei talenti e pure il super io.

Ci sono culture per cui vincere è tutto (Wall Street…)  mentre per altre è l’esatto contrario (Monasteri tibetani…). E mi torna in mente la hoganbiiki, la simpatia giapponese per il perdente, raccontata da Ivan Morris ne La nobiltà della sconfitta.

Ci rimane solo il paradosso: la libertà deriva dall’accettazione di ciò che non si può cambiare .

L’abbracciare, con lo spirito del resistente,  quello di chi sa che cosa l’aspetta e tiene alto e diritto il proprio sguardo, ciò che il destino ha in serbo. È paradossale è vero , ma fino ad un certo punto. Perché è come dire alla morte: tu stai vincendo, ma io non ti temo. E non temo nemmeno la solitudine che semini intorno a me, perché noi, proprio noi, io e chi mi hai preso, siamo qui, nei gesti, nei sentimenti, nelle parole dette e scritte, nei pensieri, negli innumerevoli segni e tracce, che verranno raccolti, che saranno seguiti, anche oltre me.

Oltre noi…

La Grande Bellezza (versione originale)

Quando ho scritto “La grande Bellezza” spedii il manoscritto a Sorrentino. Quella merda ha cambiato una o due cosette e c’ha vinto l’Oscar senza nemmeno pagarmi una cena. Questo era lo screenplay.

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Ho un orologio biologico munito di radio, ogni mattina divento cosciente, da lì ad aprire gli occhi passa qualche minuto, e nella mia testa gira un ritornello. Spesso canzoni che non ascolterei mai volontariamente di complessi come i Dik Dik o di Britney Spears, una volta persino gli One Direction. Non sapevo manco chi fossero, ho canticchiato la melodia a una vecchia commessa di un negozio di dischi e me lo ha detto lei. Mi ha anche guardato come a dirmi “Lei mi fa veramente schifo”.

Stamattina mi è presa con gli Abba:

OOOOOOOHHHH  FERNENDOOO

ora mi sono rotto il cazzo non riesco a fermarmi.
Perchè io sono un vero uomo e ce la posso fare porco (bip)

FEEEERNENDOUUU.

Mi mangio il fegato per la rabbia per questo. Ho il cuore spezzato e il midollo osseo di burro. Tutte espressioni indicative del mio quotidiano stato emotivo. E al momento anche un alito pestilenziale perchè ho pranzato con un piatto di focaccia alle cipolle che era di una bontà unica ma che lascia il suo retrogusto amaro. Solo il mio amico FEEEERNENDUUU può capire come mi sento. Buon Dio perchè non sei come FEEEERNENDUU. Dai basta. Mi faccio schifo. Non posso continuare a vivere cantando FEEEERNENDUU, in continuazione.

La commessa dell’Esselunga che mi ha venduto la focaccina con le cipolle che ha tagliato e impacchettato con lo stesso schifo di chi prende in mano uno stronzo del suo cane in un parco, me l’ha passata dicendo: “Come può mangiare una cosa simile?”

Volevo insultarla. Poi ho capito che era a causa dell’utero disabitato che si comportava a quel modo. Credo che la sua anima di tanto in tanto soffra, magari solo una leggera depressione ciclica, che si concretizza con il suicidio del menarca. Ho cercato la parola menarca sul dizionario dei sinonimi e dei contrari non l’ho trovato, allora ho scritto t’amo sulla spiaggia…. (a Feeeernandoo)
No, ho barato. Menorrea, c’è. Ciclo mestruale. C’è pure qualche sinonimo. Non ci sono contrari. Questo vorrà pur dire qualcosa.

L’anima del mio cuore viene e va. Ha come una carriera da hostess. Quando sento battere alle pareti so che è in casa. Non ho mai capito se sbatte tappeti o inchioda quadri al muro. So solo che quando c’è mi piace il casino che fa, e quando non c’è subaffitta a qualcosa di losco. E in questo momento un alieno si è impossessato del mio. E mi fa paura.
Tuttavia è il fegato l’organo del mio corpo più esigente e viziato. Si infastidisce appena bevo alcolici e mangio fritti per più di due giorni, gratta sul peritoneo incessantemente, è la mia tortura medioevale della goccia. Ehi Fegato, mo’ ti canto Fernando stai attento a te.

E’ veramente un periodo strano. Per trovare pace mi immergo in dialoghi di stranieri. In questo modo non sono obbligato capire il senso di ciò che dicono e posso concentrarmi sul suono. Una sorta di terapia musicale. L’altro giorno, proprio per questo, sono persino entrato nella moschea musulmana. Mi hanno cazziato perchè non mi ero tolto le scarpe. Pensavano fossi del comune e che volessi dei soldi. Ho provato a spiegare che mi piaceva il suono gutturale delle loro preghiere e l’Imam che c’aveva la faccia da Ciccio Ingrassia mi ha cacciato via. Borghezio sarebbe stato orgoglioso per la sua tolleranza.  Mi sono allora messo a guardare per ore come un ebete canali satellitari astrusi polacchi e uzbechi e sauditi attratto solo dal suono che fanno. I telegiornali giapponesi mi irritano il colon e fanno venire la lombo sciatalgia ma quelli indiani invece hanno un suono veramente fantastico. Li guardo e ascolto e mi ipnotizzo (e penso a lui… il mio idolo…, cazzo che non se ne vuole proprio andare… è qua, sulla punta di lingua che vuole uscire, e spinge i polpastrelli a scrivere il suo insulso nome. Ma io resisto. Lo vedi amico mio? ho il potere di resisterti.)

Intanto il cervello macina, cerca tra le immagini, paragona, ascolta e scarta i ricordi, si affretta a trovare la similitudine.
La similitudine ti salva dalla follia.

Mi è presa la voglia di comprare i fanghi per gli inestetismi della cellulite. Li vendono in barattoli da un chilo al supermercato con annesso pantaloncino di plastica. Ti spalmi i fanghi sulle cosce e sulla pancia e ti infili nei mutandoni.

E infine diciamocelo: Come si fa a considerare seriamente un giornale senza oroscopo.

Lo so!

Non è un commento adeguato alla situazione.
E allora sai che?

Can you hear the drums Fernando? I remember long ago another starry night like this In the firelight Fernando
You were humming to yourself and softly strumming your guitar
I could hear the distant drums And sounds of bugle calls were coming from afar

They were closer now Fernando Every hour every minute seemed to last eternally I was so afraid Fernando
We were young and full of life and none of us prepared to die
And I’m not ashamed to say The roar of guns and cannons almost made me cry

There was something in the air that night The stars were bright, Fernando They were shining there for you and me
For liberty, Fernando Though we never thought that we could lose There’s no regret
If I had to do the same again I would, my friend, Fernando

Non ne posso più di vedere fratelli di sangue andarsene

Ci sono momenti in cui ti viene la voglia di salire in cima a un grattacielo per provare a scoprire se è vero che non si può volare come dicono quelli che hanno studiato.

A me capita quando mi sento più solo di quanto già di solito non mi senta.

Di questi tempi mi sta capitando più e più volte. Per mille ragioni.

E oggi è una cosa devastante:

E’ MORTO UN FOTTUTO GENIO

Roberto “Freak” Antoni

conosciuto ai più per essere il cantante degli Skiantos.

Non ho mai conosciuto un personaggio così geniale, bollato come demenziale solo da chi lo è davvero, un demente.

Ero al concerto degli Skiantos quando salirono sul palco e anzichè suonare si misero a cucinare gli spaghetti con il pubblico che cominciò a insultarli. Là compresi che Roberto era mio fratello maggiore.

Lo incontrai di persona a Bologna una volta, a una presentazione di un suo libro, geniale come lui:

“Non c’è gusto in Italia a essere intelligenti  (seguirà dibattito)”

Gli dissi che speravo che suo padre si fosse scopata mia madre per essergli fratello e lui mi scrisse come dedica del libro:

“Ti amo Masty, ma solo dopo i pasti!”

Solo Lowell George poteva arrivare a tanto e se non sapete chi è chissenefrega.

E io penso che non sia giusto, ecco.

No.

Dopo che qualche settimana fa se n’è andato Uncle Pete Seeger, che adesso pure Roberto ci abbia lasciato

se ne vanno tutti.

E a me stamani va proprio di prendere quell’ascensore…

o di suonare rock’n roll bovino dal volto umano fino a cadere sfinito per terra.

 

Lettera a Martina

Tuo padre aveva un gran talento ma, soprattutto, era un uomo dotato di una meravigliosa, innocente, intelligenza che mostrava il suo massimo quando, giocando con te, riusciva a creare  una magia speciale. Pensava di essere libero e credeva che nessuna donna lo avrebbe mai fermato, fino a quando, però, tu non gli hai sorriso. Era convinto di essere fiero e selvaggio e di sapere dove stava andando, ma poi, sentendo la tua risata, nei suoi occhi è arrivata la saggezza. Correva nella notte coi suoi vestiti al vento alla ricerca, nel cuore delle tenebre, di un po’ di tenerezza, inciampando nelle luci della città e poi di nuovo nell’ombra, appeso alla risata con la quale le persone come noi nascondono le proprie tristezze. Poteva illuminare luoghi che non lo avevano mai visto prima e convincerti che con lui avresti potuto vincere ovunque. Ma poi ha visto il tuo sorriso ed è cambiato tutto.

Un giorno mi disse che, solo tu, avresti capito come ci si sente a non essere mai chi si vuole davvero essere.

E non so dirti meglio di così, che significato avesse lui per me.

Tua madre è una sopravvissuta. E farà ciò che è giusto fare, dividendo con te il silenzio per un uomo che adesso è là, sulla luna. Tu sei ancora poco più che una bimbetta eppure gli somigli già tanto e credo che continuerai quello che lui ha cominciato anche se il mondo, adesso, è un po’ più freddo. L’umanità è però dalla tua parte. Oggi lui ti ha insegnato come si piange, ma ben presto imparerai anche come si tenta la sorte e come ci si possa lasciar dietro metà di se stessi per poi ritrovare pezzetti di vita a pezzi e prender su tutto l’amore che trovi.

E adesso esci fuori. Avanti esci fuori.  Muoviti, per l’amor di Dio, ed esci fuori.

Tra un po’, ne sono certo, troverai una via di scampo e qualcuno proprio come te.

Aspetta e vedrai…

Le donne lo sanno, le donne l’han sempre saputo…

Marchino è sempre stato un sostenitore del fatto che non tutti gli uomini andassero a troie solo per via del costo:

“Quando abbasseranno il prezzo a otto o nove euro lo vedrai. ”  era il suo cavallo di battaglia.

Poi, un giorno, è arrivato l’amore e l’ha fregato. Che a dirlo così è pure un eufemismo, perchè qualcuno descriverebbe la sua catarsi in modo diverso. Vederlo trasformare da puttaniere incallito a uomo-zerbino è stato un attimo. Certe donne conoscono l’arte di fottere la mente e la dignità dei bipedi di sesso maschile così bene che ti viene da pensare che l’industria del porno andrebbe considerata anche in senso clinico-riabilitativo.  Dopo averlo ridotto ad ammasso di caccole l’ha gettato via con un movimento veloce dell’indice e del pollice e lui l’ha pure ringraziata. Non averlo attaccato di nascosto sotto la poltrona di casa di sua madre pare fosse un grosso benefit. Quando si dice essere umiliati.

Dalla disperazione in cui è caduto non riesce più ad andare nemmeno a puttane. Finisce per parlarci e basta, quelle si scocciano e lo minacciano se non tira fuori il denaro e, quando capita, si attacca al telefono con me e per ore mi dice che non ci sono più le troie di una volta e che per Natale prenderà un albero. Con l’auto.  Continuando a seguire la sua ex di nascosto, mentre la zoccola va a fare la spesa, l’ha scoperta, infatti, a pomiciare con il suo nuovo tamarro e questa cosa l’ha distrutto perchè è convinto che se la facesse quel truzzo anche prima di mollarlo. Che poi è pure vero anche se nessuno glielo dice chiaro e tondo per carità di patria.

Stamattina così non mi andava di lasciarlo solo e l’ho accompagnato a Mediaworld a comprare un cellulare nuovo. Lo shopping compulsivo di boiate di cui si può fare a meno è un ottimo modo per scatenare endorfine utili come la morfina ad anestetizzare l’anima. Almeno per un po’. Uscendo, passiamo accanto a una coppia mostruosa, lui con i capelli lunghi ma diradati, una vocina soffocata, le braccia lunghe e le gambe corte, lei piriforme, il viso a sobbalzi. Sembravano felici progettando qualcosa davanti alla finta edera che circonda il parcheggio. Si vedevano in prospettiva futura. Non so leggere dentro la mente delle persone, ma sono certo di aver capito che Marchino si fosse convinto che quei due non si vedessero veramente. Errore tipico di chi dà per scontate le cose e non si mette in discussione ogni giorno:

«Dovete rischiare qualcosa » ha detto all’uomo che lo guardava impaurito « insieme ce la potete davvero fare» Il tizio ha compreso che il mio amico è solo un innocuo cialtrone e i suoi occhi si sono velati di pietà, mentre Marchino continuava a dare il meglio di sè «No, No, davvero, dovete camminare mano nella mano, ma è necessario che continuiate anche a guardarvi e sorridervi e a capire che siete ancora saldamente uno accanto all’altro. Altrimenti finisce che, tra dieci anni, vi ritrovate su due lati della strada diversi e non riuscirete a capirne il perché. E così vi lascerete e poi starete male. Tutti e due»

La signora, che deve essere una che, sicuramente, fa danza classica, perché non ha capito un cazzo di quel che il mio amico gli aveva appena detto, gli ha sorriso e ha detto al mostro che la accompagnava di dargli un euro.

Pure micragnosi, ‘sti stronzi.

 

Consustanzialità

E’ uno strano fenomeno quello di parlare e bere. Parli, parli, parli, bevi, bevi, bevi e svanisce tutto in aria, aria fritta e la memoria conserva solo una traccia della corrente sottomarina che serpeggia inosservata sotto tutti gli scambi sociali e che evolve durante queste conversazioni febbricitanti, confessionali, appassionate, sincere, sconnesse, quasi inconsce. Riuscire a non chiedere a un medico di lobotomizzarti, mentre pensieri insopportabili si scatenano dentro di te, per poi restare a contemplare le rovine dentro la mente sperando di capire quello che è successo e magari trovarci un senso, è ciò che invidio di più nelle persone.  Eppure, pur lottando da anni contro le stesse domande e ossessioni trovo sempre  le medesime monotone e inutili risposte senza aver riscontrato un  progresso. Un criceto in una ruota.

Anche i desideri sono cambiati mica tanto. Stamattina, ad esempio,  ho un intenso desiderio di sbudellare un po’ di persone che dico io e di palpeggiare la cassiera della Total Erg che mi ha guardato con occhi da troia e di sfondare il didietro delle macchine lente con tanta violenza da farle saltare in aria. In realtà potrei anche rinunciare a esaudirli se trovassi quello che cerco da sempre: “Consustanzialità”. Non tanto con Dio quanto con altri esseri umani. Uguaglianza nella sostanza. Essere di una sola e medesima natura. Ricerca questa che mi ha sempre fatto solo gustare il sapore della malinconia, inseparabile compagna di viaggio. Eppure in me cova il fuoco perverso della muta ribellione alla vita e annaspo sorridendo sorrisi che non sento miei. Vorrei solo sedermi e aspettare che l’erba cresca e godere del silenzio che annuncia il temporale. Esplosioni di rosso per il fuoco della rabbia su un velo di tulle per la nebbia dell’indifferenza che confina ogni cosa nell’oblio dell’abitudine di vivere. Sto ancora cercando  di ritrovare i miei sogni, che non ricordo nemmeno quando ho perso, ma ho fame di beni primari.

Quasi quasi vado a vivere in campagna

Le parole che non hanno il senso del Tempo

Ci sono occhi che toccano come mani e, senza che te ne accorgi, finisci con il ritrovarti lividi in posti strani.  E ci sono anche solitudini che si attorcigliano su se stesse e che si comportano come  polpi trascinandoti in posti dell’anima dove tutto puzza di pneumatico e di spazzatura. Mi disse che quando la vide scendere dal treno la sua vita si era come fermata. Avevano fatto il viaggio da Reggio Calabria a Milano nella stessa carrozza, senza dirsi una parola. Eppure con gli occhi si erano raccontati ogni piccolo particolare delle loro esistenze. Era in grado di poter dire di lei cose che nessuno sapeva, nonostante non avesse mai sentito il suono della sua voce. Questo perché, in mezzo a  passeggeri che  passarono il tempo a mangiare, urlare e rimproverare i ragazzini che disturbavano con i loro giochi infantili,  si erano amati come forse solo Romeo e Giulietta avevano fatto prima. Lei aveva la carnagione scura, una pettinatura da temporale e una singolare elegante tristezza che le riempiva il viso come un velo d’acqua. Una pozzanghera nella quale lui avrebbe voluto infilare il piede. Per tutta la vita. E cosi le chiese di sposarlo. Con gli occhi. E lei, allo stesso modo, sorridendo gli rispose si. Successe, proprio mentre la donna si accingeva a scendere a Piacenza. Lui, però, non ebbe il coraggio di alzarsi e di seguirla. Né di fermarla. O di abbracciarla. Timido e impacciato come tutti coloro che non sanno come fare il passaggio finale per finalizzare l’azione perfetta.  E rimase là, paralizzato,  a guardarla da sopra la vettura, mentre lei, tremando, attendeva sul binario che lui trovasse la forza per raggiungerla. Poi il treno ripartì, e fu solo allora che l’uomo capì la bestemmia che aveva appena urlato contro Dio, senza nemmeno aprire bocca e, mi confessò,  che in quell’istante gli sembrò di essersi trasformato in una caramella sputata sul marciapiede, con tutte le formiche che ti salgono addosso.

Perse il suo cuore dietro a un finestrino di un treno, quel giorno in Emilia. E non lo trovò mai più. Negli anni lo aveva poi sostituito con un transistor che ascoltava per mezzo di auricolari dai quali si sentiva uscire sempre musica italiana di un tempo che fu e con una Madonnina di Lourdes che teneva legata al collo alla quale aveva chiesto la grazia di poter ritrovare il suo amore. In cambio aveva preso a battezzare gli animali che incontrava, cercando però di annegare i rimpianti nell’alcool  per avvelenare lentamente il fegato, giocando a tressette con i suoi fantasmi e con quell’angelo radioattivo che la bussola rotta dei suoi pensieri ogni tanto gli mandava.  Aveva occhi da vampiro, un sorriso da torero e l’espressione di uno che aveva visto città  che in realtà erano deserti con appoggiata sopra tanta gente che cercava di fuggire da qualcosa. Era tuttavia anche pieno di sorrisi e pianti che sembravano non potessero portare da nessuna parte, ma che, quando li notavi,  ti stringevano forte il cuore. Dava, soprattutto, l’impressione di uno che poteva seppellire i propri stronzi ovunque volesse. Cosa che ammiro in modo particolare perché so quanto sia  difficile riuscirci. Certo,  la clessidra nella sua testa, gli nascondeva forse un po’ di sabbia e lui non sempre pareva in grado di poterla ritrovare e c’era anche quel maledetto puzzo delle sue sigarette senza filtro nauseabondo, ma sapeva pregare anche da ubriaco e sono quasi certo che riuscisse a sognare persino senza occhiali.  Lo so perché, a casa sua, un giorno trovai un binocolo di plastica blu nel quale si vedevano diapositive di Bordighera, un orologio con la faccia di Paperino sul quadrante e un accendino a forma di rivoltella. Quando gli regalai la mia vecchia stella da sceriffo con su scritto “Marshall” fu contento come un bimbo e mi disse “Un giorno magari scriverai pure di me”.  Annuii e mi incalzò. Voleva sapere di più. “Cosa dirai?”. Gli risposi che avrei scritto che era un uomo che era stato troppo a lungo in candeggina eppure non si era scolorito più di tanto e che,  per questo, aveva ancora la forza di cercare un numero che non voleva proprio saperne di uscire. Sorrise e accendendosi l’ennesima sigaretta aggiunse: “Penso che prima o poi capirai anche tu che arriva un’ora del giorno che spaventa le finestre ma che raddrizza il cuore.” Ricordo che pensai che siamo stati tutti creati per fare le cose facili e sopravvivere a quelle difficili, ma non glielo dissi perché sapevo che mi avrebbe risposto che ci sono persone che le cose le sanno fare solo per bene senza pensarci troppo sopra. Sempre. E poi ci sono gli altri.  Del resto credo fosse anche un convinto assertore del fatto che la sanità mentale è unicamente un’imperfezione della natura. C’era una mosca che dava fastidio e lui arrotolò il giornale e cercò di ammazzarla ma mancò i tre o quattro colpi. “Non è la tua giornata” gli dissi ridendo. “Se per questo non è neanche la mia settimana nè  il mio mese nè il mio anno nè la mia vita.”

Il Tempo comunque è bravo a togliere i segni che qualcuno ti lascia addosso. Lo fa non per bontà ma solo perché ansioso di lasciarci i propri, eppure può essere che, dopo che hai compreso di essere soltanto uno dei tanti giocattoli con la carica, uno di quelli a cui dai qualche giro di chiavetta e quando si scarica, pace, un giorno tu finisca per confessare a te stesso di voler davvero bene ai tuoi lividi. Succede allora che il Tempo cominci a perdere sangue dal naso e getti la spugna, crollando sul ring. E così ieri, quando sono venuti a portarlo via i meccanici vestiti di bianco, che hanno cercato prima di farlo camminare come si fa con un frigorifero e poi l’hanno sdraiato su un lettino legandolo come uno di quelli animali che lui battezzava, mentre annaspando cercava aria per i polmoni, con gli occhi chiusi  ha sussurrato:

“Vi prego fatele sapere che sto morendo”

D come Domodossola

Gennaro mi ha confidato che è convinto che ogni volta che qualche sconosciuto per strada gli sorride e senza apparente motivo gli fa un cenno di saluto, stia in realtà pensando : “Ma guarda che stronzo”. Dice che succede anche lui e questa è, quindi, la riprova che lo fanno tutti. E’ un vero fenomeno. Ha un cervello diviso nettamente in tre parti. Una prima area logo occipitale, molto compulsiva che vorrebbe portarsi a letto qualunque donna incontri e poi altre due aree, lobo parietale e temporale, molto più ragionevoli che vorrebbero, invece, fare la stessa cosa. C’ha proprio la fissa, una volta, per capirsi, regalò al bar che frequentiamo, un Babbo Natale assurdo che, se pigiavi un bottone, si inculava la prima renna della muta e, al culto di Padre Pio da Pietralcina, preferisce quello di Fraccazzo da Velletri, il frate della statuina che se gli premi la testa, da sotto il saio gli spunta fuori una fava enorme. Fuma come un turco le Camel light e segue alla lettera il più noto comandamento di Dio: ama il calcio come il prossimo tuo, al punto tale che non trova patetiche neanche le partite tra la nazionale cantanti e i commentatori di Sky.

Ieri è venuto a casa mia. Era tristissimo. Dice che ha le prove che la moglie lo tradisce e così voleva parlare con un amico. In realtà s’è rotto quasi subito di farlo e mi ha obbligato a guardare con lui un film horror, che gli piacciono tanto perché dice che lo rilassano, facendosi fuori, praticamente da solo, una costosa bottiglia di Sambuca Molinari che mi ero comprato solo qualche giorno fa e che contavo di far arrivare almeno a Natale. A un certo punto dal nauseabondo scannarsi tra esseri mostruosi è uscita una zombie che faceva veramente schifo e lui mi fa: “Ma come me la tromberei a questa…”  Peccato che in quel momento è entrata mia figlia piccola, una creatura innocente, che ancora non sa che pena e tristezza sono gli uomini come suo padre e l’amico in crisi e ha chiesto timidamente: “Che vuol dire trombare babbo?” L’idiota non si scompone, mi sorride e mi ammicca “Dai, dai, che prima o poi ti tocca, meglio subito. Fortifica, non la vorrai mica far diventar suora no?” Mi sono ritrovato così come un fesso, una domenica pomeriggio del cazzo, a pensare che avrei voluto essere da tutt’altra parte e pur di evitare tale strazio mi sarei sottoposto pure alla tortura di sentire otto ore di fila Radio Radicale senza possibilità di cambiare canale. Decido di fare lo gnorri, sperando nella provvidenza divina. La zombie di prima, quella del film, nel frattempo, decide che vuole avere un rapporto sessuale con un altro morto vivente che però, giustamente, la schifa e Gennaro non trova di meglio da dirgli: “Ma sei proprio Ricchione“.  La bimba che era  rimasta in attesa delle mie spiegazioni di prima gli chiede così “Ma che vuol dire recchione? che c’ha la malattia infettiva?” Decido che basta: “Gennà, porza zozza andiamo fuori a bere ma smettila per favore”. Lui si adombra, poi all’improvviso si mette a piangere. Così dal niente. “Io la amo Masty io la amo, giuro davanti a Dio che se lascia lo stronzo e torna solo con me,  comincio a fumare sigarette elettroniche, a farmi  le seghe e a bere solo caffè decaffeinati” La simpatia per lui svanisce non appena mia figlia mi incalza “Ma che vuol dire “farsi le seghe”? Non faccio in tempo a rispondere che lui cattivo si riprende e le dice: “Eh sta un po’ bonina per favore che poi ti faccio i compiti cosi almeno una volta prendi dieci”. Comprendo che ha ampi margini di peggioramento, mi viene in mente di essere come il pugile di quella vecchia battuta di Beppe Viola  che all’angolo chiedeva al suo allenatore come stava andando sentendosi rispondere “Se lo ammazzi fai pari” e quindi di imperio mi alzo e lo trascino fuori. Prima di uscire urla con voce impastata da mezzo ubriaco “Almeno il Berlusca quando l’ha mollato Veronica poteva scegliere tra mille donne, pure quella Rudy.,.”

 Mia figlia allora tira fuori una cultura che non le riconoscevo e che mi ha spaventato: 

“Ti sbagli, questa la so: si chiama Ruby non Rudy”

No.

Davvero.

Io mi arrendo.

 

Sesso e mondiali di ciclismo 2013

La prima volta che ho fatto sesso e’ stato un secolo fa. Anzi, per dirla meglio, tecnicamente è passato pure un millennio. Non ho ricordi speciali di quell’esperienza. Ho rimosso un po’ tutto. Lei era la classica nave scuola e feci la canonica figura di merda standard. Come da regolamento. Insomma niente di che. L unica cosa che rammento bene e il fastidio che mi dava il freno a mano della Fiat 128 di mio padre che, a causa della mia imperizia mi premeva su un fianco causandomi un fastidio micidiale, anche se, pensandoci adesso, forse e’ stato grazie ad esso che sono riuscito a ritardare di qualche decimo di secondo la fine dell’amplesso. Ho evitato almeno che una chiara sconfitta, diventasse una disfatta in stile Waterloo.

Negli anni a seguire ho perfezionato di molto la mia tecnica. La cosa che oggi  mi riesce far meglio e di cui mi glorio sempre nelle serate da ciucchi con gli amici, quelle in cui ognuno tira fuori il suo pezzo migliore, è che so come portare avanti la conversazione dopo che “l’evento” si è’ concluso. Il divertente e’ che nessuno ci crede.  Pensano che li stia prendendo per il culo. Dicono che è’ impossibile. Nessuno, di coloro che frequento, tra le cui fila, va detto per onestà intellettuale, non è iscritto alcun “irreprensibile padre di famiglia“, può davvero sconfiggere la “tristitia post coitum” e annientare quel desiderio di scappar via che assale il maschio predatore  in fase digestiva. Per tutti loro il T-rex, magna di gusto e poi scappa a rintanarsi per fare il chimo e il chilo. O come diavolo si chiamano.  Nessuno può farci niente.

Beh, io si.

Il più grande sostenitore che io la spari grossa è Luigi S., il mio avvocato. Conosco Gigi da anni. E’ stato avvocato di una mia ex dipendente che mi ha mosso causa inventandosi cose fantasiose al solo fine di rubacchiare qualche soldo extra. La zoccola sosteneva di aver lavorato più ore di quanto era stata poi pagata. Cosa del tutto falsa ma, poiché in questo Paese i giudici del lavoro in genere non stanno a perdere troppo tempo per cause di basso profilo, andando giù con la roncola regalando sempre la ragione al lavoratore,  Gigi mi obbligò ad una transazione extra-giudiziale. Da persona furba e disincantata sapeva bene che ogni imprenditore che si rispetti non fa mai battaglie di principio, tentando invece di limitare il più possibile i danni potenziali. Durante la negoziazione che scaturì ci annusammo e ci riconoscemmo. Un po’ come fanno gli animali. Eravamo parte della stessa maledetta genia di essere umano: “l’uomo ossimoro”. I bipedi che rientrano in questa sottoclasse dei sapiens-sapiens, hanno una precisa caratteristica: sono, allo stesso tempo, tutti d’un pezzo e pieni di contraddizioni. Quella volta persi dei soldi, ma guadagnai un amico. Quando firmammo di fronte alla direzione provinciale del lavoro il tombale di chiusura rapporto, salutò freddamente la sua cliente e mi invitò subito al bar a bere. Mi disse: “Cazzo, amico, mi spiace averti derubato. Ma era lavoro lo capisci no?”

La cosa che mi fa impazzire di Gigi è che, nonostante sia bello come un attore, adora cacciarsi in situazioni assurde con persone improbabili. Potrebbe entrare in qualsiasi bar schioccare le dita e portarsi a letto chiunque desideri e invece preferisce spendere soldi sulle chat line a pagamento dove, però, spesso gioca anche a fare la donna per far eccitare il maiale dalla parte opposta, che non sa che si sta facendo una sega parlando con un uomo. Senza contare che è pure il re del “sex over the phone”.  Nelle serate super alcoliche, quelle in cui ti viene voglia di vomitare e che non capisci che cazzo stai davvero facendo, dato che ti sembra di vivere in un film, ci ha pure fornito anche dimostrazioni porcarecce di tale abilità.  Poi, il giorno dopo, lo si può trovare bello lindo in Tribunale a discutere, con cognizione di causa, di come l’ultima sentenza della corte di cassazione rimetta in discussione il principio di legittimità costituzionale di un qualsivoglia diritto. Stamattina avevo bisogno proprio dei suoi consigli. Una cosa che non poteva aspettare e così l’ho chiamato. Ho sentito un rumore di fondo assurdo e lui che mi diceva che mi avrebbe richiamato. Ho insistito. Era troppo importante. Tuttavia non capivo che cosa stesse dicendo e così mi ha detto che se proprio era indispensabile avrei potuto raggiungerlo, in città, in un palazzo di gran pregio, da una sua cliente.  E così ho fatto, smoccolando come pochi tra i lavori in corso che fervono alacremente per permettere che i mondiali di ciclismo possano partire. Eh si, perchè sabato prossimo ci sarà la cerimonia di apertura proprio qua a Lucca. I mondiali di ciclismo. Quelli veri. Quelli che di solito si vedono in televisione trepidando per i campioni vestiti di azzurro,  che le volte che  prendono bombe migliori degli altri vincono pure. Una cosa ganza ah? Piu o meno. L unica cosa davvero fica  e’ che finora il tutto ha provocato solo esilaranti reazioni a catena. Potrei parlarne per ore, ma mi limiterò a sottolineare la genialità di ri-asfaltare per bene SOLO la strade dove verrà svolta la corsa più importante, lasciando TUTTE le altre  con buche e piene di dissesti che, se non ci stai attento finisci per spaccare ogni cosa.

Quando sono arrivato a destinazione mi è venuta ad aprire la padrona di casa, una vecchia matrona, che con fare ottocentesco mi ha accolto con un sorriso di circostanza, cosa che mi ha permesso di ammirare in tutto il suo splendore la sua dentiera appena rifatta con denti troppo bianchi per essere veri. Qualcosa di lei mi ricordava Katia Ricciarelli, solo un po’ più vecchia. Mi ha fatto strada e ho raggiunto la grande hall della casa dove, assieme al mio amico Gigi ho trovato un gran casino. Un nugolo di persone intente a lavorare. Operai che martellavano, elettricisti che saldavano, meccanici che lavoravano su impianti luce appesi un po’ ovunque con grosse cineprese che scivolavano con panoramiche e zoommate verso aree ancora vuote. La vecchia megera mi dice allora piano:

“Ho affittato il palazzo per una serie di spot televisivi e per un’area interviste per i mondiali”.

Guardo meglio e vedo persone che avrei giurato  fossero regista e sceneggiatori che si insultavano sulle scadenze, sforamenti del budget e via discorrendo. Alcuni operai hanno poi chiesto alcune cose tecniche alla proprietaria che ci ha lasciato per accompagnarli nel luogo dove sono tutti gli impianti della casa. Rimasto solo con Gigi, senza pensare e senza dare alcun valore alle parole, gli ho detto:

“Di’ la verità, ti scopi la vecchia babbiona eh?”

L’ho fatto nel modo in cui avrei potuto dire qualsiasi altra cosa. Che so. “Buongiorno” oppure “Hai visto come c’hanno rubato la partita ieri?”. Insomma solo un mero cik-ciak cameratesco per aprire la discussione.  Lui impallidisce e mi dice:

“Ssshhhhh, zitto, ma sei scemo?”

Per un attimo penso che si sia offeso e mi maledico per non essere stato attento a non ferire i suoi sentimenti. Poi aggiunge:

“Come hai fatto a capirlo?”

Se non stessi vivendo una situazione drammatica che, tra le tante cose, mi ha procurato una paresi facciale che mi impedisce di ridere, mi sarei buttato per terra a grattarmi la pancia e a sbellicarmi dalle risate. Lui allora tenta improbabili spiegazioni:

“Guarda non si può nemmeno raccontare. E’ una vera ninfomane. Una malata  Non mi è mai capitato prima, giuro.”

“Cazzo Gigi, sei te il malato”

“Si è vero, ma tu che puoi capì? tu da quanto non scopi come si deve eh?”

“Ah beh, invece  scopare con un ottuagenaria sarebbe scopare per bene?”

“Non ha ottant’anni, idiota…”

“Nel senso che festeggia il compleanno a dicembre?”

L’arrivo improvviso di una comitiva ha impedito il continuo del colloquio.  Si capiva dal codazzo di gente che lo seguiva a distanza che era arrivato il produttore o qualcosa di simile. Era uno di mezza età, ben vestito con a fianco una sventola che aveva una cascata di capelli biondi, cosce che sembravano partire dalla gola e tette abbronzate. Una, per capirsi, che al confronto una coniglietta di playboy è una femminista incazzata. Gigi mi dice che deve chiudere un contratto con il suo segretario personale e mi molla là in attesa e sparisce da qualche parte. Il Boss  mi passa accanto e non mi si fila di pezza. Ricambiato. Vedo tutti gli altri però che, non appena vengono avvicinati abbassano la testa in segno di rispetto. Le regole non scritte che valgono ovunque. La sensazione forte e’ che nessuno voglia incrociare il suo sguardo perché Dio non voglia quello volesse attaccar discorso, rischierebbe il posto in men che non si dica.  Il tipo in questione sembra la rappresentazione vivente della nota espressione “con il capo non si scherza”. Si fa avanti il regista e dalla sua espressione deduco che ha necessità di una conferma da parte del nuovo arrivato che invece duro gli dice:

“Tutto qui? “

“In che senso?”

“Insomma quanti marchi vedi là dietro?”

“Il regista scruta in lungo e in largo il tavolo e i pannelli già tappezzati con i loghi di alcuni marchi: “

“Cinque”

“Fantastico, sai contare. Ora dimmi quanti sponsor ufficiali abbiamo coinvolto?”

Il regista mormora piano: “Venti”

“Allora perché ne vedo solo cinque? “

“Non vedo dove altro potremmo mettere gli altri in questa fase. Poi nell’altra scenografia sono certo che…”

“Forse qui?” lo interrompe il Boss, indicando un punto in fondo sulla sinistra “Laggiù possiamo anche ficcarci una cazzo di macchina per caffè e un’auto. Te lo devo dire io, cazzone?”

“Eh che a me così potrebbe, come dire, sembrare un po’ volgare, ecco..”

“Volgare?”

“Beh, se tappezziamo di pubblicità ogni cosa qua dentro..appesantiamo il prodotto finale” ribatte il regista

“Appesantiamo il prodotto finale ? Ma porca di quella Troia ascoltami bene, non me ne fotte un cazzo se non si riesce a vedere nient altro che la merda che cerchiamo di rifilare alla gente se questo serve a far incassare anche solo un euro in più . Il tuo problema è che il pubblico potrebbe trovarlo volgare?”

“Si”

Il Boss non lo degna di risposta, si volta verso un altro assistente e gli chiede di dire a quelli della raccolta pubblicitaria di piazzare qualche telefonata e vedere chi fa l offerta migliore per i posti che lui aveva indicato. Poi aggiunge cattivo: “E manda anche una email del mio estratto conto al pubblico (detto in modo ridondante)  e vediamo quanto cazzo lo trova volgare. ” fa una pausa e aggiunge “Fallito di merda.”

E se ne va, seguito dalla “pasionaria” bionda, lasciando un silenzio irreale dietro di sè. Dopo un po’ ritornano Katia Ricciarelli seguita da Gigi. La vecchia mi sorride in modo strano. Vedo che l’avvocato dietro sghignazza qualcosa. Rimango impassibile. La soprano mi dice piano:

“Mi piacciono gli uomini mezzi pelati sai..”

Non mi infastidisce tanto il passaggio al “tu” quanto quell’affermazione sul fatto che la mia testa sia oramai quasi una piazza d’armi. Le faccio una smorfia. Lei allora aggiunge:

“Mi ha detto l’avvocato che mi trovi interessante. “

Guardo Gigi che si sta spanciando dietro di lei e capisco che cosa ha fatto il bastardo.

“Si in effetti è una donna di gran classe”

Lo ammetto, come so mentire io, nessuno mai.

“Dammi pure del tu e chiamami tigre. E pensa che con me non avrai neanche bisogno di portare avanti la conversazione….dopo…”

“Ah ecco… senti avvocato dobbiamo parlare…” dico allo scemo.

“Se vuoi prima ti faccio vedere la casa.” rilancia la tigre. Fulmino con gli occhi Gigi e le rispondo:

“Grazie, grazie mille signora, guardi, è come se avessi accettato. Adesso devo proprio andare.”

Ho preso e sono scappato via, seguito poco dopo dal mio amico che si è preso un bel po’ di randellate ma poi, come capita spesso di questi tempi, si è finiti a parlare al bar dei miei problemi. Prima di lasciarmi mi dà una pacca sulle spalle e mi dice: “Capisco tutti i tuoi casini sai? pensa che c’è un tizio che conosco che è diventato impotente a causa dei problemi di lavoro. Dice che è comunque una cosa temporanea.”

“Se non voglio scopare il puttanone non vuol dire che sia impotente, stronzo.”

“Le seghe, amico, non valgono, ricordalo”.

Ed è volato via sulla sua Torpedo Blu.

In effetti, pensandoci bene ha ragione lui.

La prima volta che ho fatto sesso è stato un secolo fa.

L’ultima? e chi se lo ricorda….

vecchi

Accidenti ai siluri

Poco da fare, Virginia, mia figlia, è una shampista in pectore.

Per quanto mi sforzi di farle migliorare il suo rendimento scolastico, la sensazione che finirà in un grande salone di bellezza a fare la tinta a vecchie bavose incapaci di invecchiare è sempre più forte. Eppure io ero stramaledettamente bravo a scuola. Ci sono volte che avrei voglia di urlare alla madre che è chiaro che ha preso da lei. Incapace di darle il suo meglio, l’artiodattilo ruminante le ha regalato il peggio. Se non lo faccio, è solo perché so che mi risponderebbe che, nel caso Virginia diventasse una mignotta, sarebbe la dimostrazione che anche io ho fatto la stessa cosa.

Eppure nonostante  questo, quella maledetta bimba, ogni tanto mi spara dei siluri che mi mettono in difficoltà.

Ieri sera ad esempio si è seduta accanto a me e mi ha detto con fare solenne, come se volesse rivelarmi una verità apodittica che a me però sfuggiva:

“Sai babbo, io credo che se Gesù nascesse oggi, sarebbe un punk”.

Sono rimasto là a fissare il muro senza risponderle niente. Non ero in grado di tirar fuori una risposta articolata che non sporcasse un’affermazione simile. Sentivo gli occhi di lei su di me che aspettavano un mio rimando. Un qualcosa che potesse aprirle vie di pensiero alternativo. Invece sono rimasto zitto, come un babbaleo. Con quell’ idea in testa di Gesù ribelle che proprio non voleva andar via.

Stanotte, come mi capita ormai spessissimo, da mesi a questa parte, mi sono svegliato alle tre. Occhi spalancati e insonnia galoppante. Il periodo difficile che sto vivendo certo non aiuta a rilassarmi. Per gabbare la mia testa, che di questi tempi mi porta a esplorare abissi di cui ho terrore, ho forzato il mio subconscio a fare un altro tipo di ricerca. A immaginare cioè altri personaggi del passato.  Immaginarli oggi.

E così a ruota libera è venuto fuori che: Napoleone sarebbe un cameriere di un bar, Jimi Hendrix un pianista, Giulio Cesare un femminiello, Hegel un urlo, Van Gogh un fiore, Gandhi un samurai, Eleanor Roosevelt una prostituta, Jim Morrison il re d’Inghilterra, Moana Pozzi una sirena, ma  Django, eh beh, lui rimarebbe lo stesso un miracolo. E poi ancora ho pensato che Bianciardi sarebbe un fantasma, Elisabetta I una casalinga, Bukowski uno scienziato, Buddha un cowboy, Newton un balordo, Galileo un drogato, John F.Kennedy uno psicotico e  Nixon premio Nobel per la pace, Enrico Mattei un monaco, Alberto Sordi un bottone di una camicia sporca.

E così stamattina portando Virginia a scuola mi è venuto di parlar con lei delle mie esplorazioni notturne. Lei però non era molto interessata. Era già avanti. Prima di lasciarla andare incontro alla vita, la bacio sempre. In genere sgattaiola via subito. Invece oggi è rimasta là. A fissarmi. Ho riconosciuto quello sguardo e ho sentito il sottomarino armare i suoi siluri:

“Oh babbo, ma se l’amore è la risposta. Qual è la domanda?”

Credo facesse riferimento a una cazzo di T-shirt di una sua amichetta che stava arrivando. Avrei voluto risponderle la verità “No, dai, sta solo scherzando. Si fa per vendere qualcosa. Money, argent, pecunia. Che non puzza mai.” Invece mi sono lasciato prendere la mano.

“L’amore è ciò che governa il mondo e occorre che tutti ci inchiniamo davanti a lui!”

Lei mi guarda e scoppia in una grassa risata:

“Si, ciao core. Ci si vede pà”

E io adesso sto qua a chiedermi se riuscirò mai a farle fare un upgrade da shampista a impiegata delle poste.

Vabbè.