Sono quello di Peter Gabriel

Ci sono cose che ti fanno capire, molto più di altre, quanto sia del tutto fuori luogo cercare di dare un senso alla propria esistenza.

Alla loro età, ad esempio, io strippavo per i Rolling Stones e la British Invasion in generale.  Parlo dei Led Zeppelin, degli Who, o dei Cream per intendersi.

Le mie figlie, invece, sono pazze di VIOLETTA.

Forse allora  è per la vergogna che avevo rimosso il fatto che circa sei mesi fa, in un eccessivo slancio d’amore, avevo ceduto alle loro suppliche e avevo comprato i biglietti per la tappa fiorentina del Tour europeo di quella rincoglionita e dei suoi amici sudamericani.

Così, ieri sera, mentre ero dalla commercialista a cercare scappatoie legali, mi suona il cellulare.

Era Virginia. La più grande.

“Oh Fava ti sei scordato del concerto?”

Ho un cervello di prim’ordine io. Che cazzo. Ero il vanto di tutto il mio condominio da bambino. Eppure  non riuscivo proprio a capire di che minchia stesse parlando:

“Ti stiamo aspettando da un’ora, se non vieni subito si arriva tardi. Violetta ci sta aspettando.”

Una martellata sui coglioni avrebbe fatto meno male.

Prendo gli insulti della commercialista che maledice il fatto di lavorare per un tozzo di pane per un uomo che permette alla figlie di trattarlo a quel modo e corro a prenderle. La mia intenzione di recuperare sulla tabella di marcia andando a manetta in autostrada è frustrata dalla classica coda tra Firenze lastra a signa e Impruneta. L’angosciante fila di un’ora appesantisce ulteriormente l’atmosfera in auto. Pareva fosse colpa mia pure quella. Rassicuro tutte sul fatto che so come arrivare nel posto dove ci sarà lo spettacolo. Non ci saranno problemi.

“Take it easy baby, c’è babbone che ha tutto sotto controllo”

Esco a Firenze Sud, risalgo e….“Chi minchia ha fatto sparire il Mandela Forum????????????’”

La fronda contro di me diventa insostenibile da sopportare. L’insulto che esitava a esprimersi con orgoglio trova finalmente la sua ragion d’essere. Avevo confuso il Mandela Forum con l’attuale Obi Hall ex Sasch Hall ex Palatenda ex un milione di altre cose.

“No, ma allora dillo. Dillo che lo fai apposta. Tu vuoi boicottare Violetta.”

Chiedo in giro. Nessun fiorentino sa un cazzo che cosa sia quello che oggi chiamano Mandela Forum. Disperato, oramai senza più una speranza vengo salvato da un marocchino che, impietosito, mi dice che hanno preso a chiamare così il Palasport davanti allo Stadio. Corsa folle tra i viali per arrivare in zona. Gimcana assurda tra semafori rossi e idioti al volante che non sanno guidare. Parcheggio al volo a cazzo di cane in posto dove dubito si possa fare. Solita perdita di tempo all’entrata con i buttafuori “scimmions” che mi chiedono di lasciare la bottiglietta dell’acqua che mi portavo dietro. E finalmente  siamo dentro, proprio mentre il concerto-spettacolo-stronzata sta per iniziare.

E, senza rendermene conto, capisco di essere entrato in uno show come quello dei Beatles. Quelli cioè che si vedono registrati in bianco e nero (su tutti quello allo Shea Stadium di New York, con le donne che urlavano come matte, in modo isterico, strappandosi i capelli e avendo orgasmi multipli solo perchè Paul e John dicono “Hello”). Allo stesso modo, non so quante migliaia di bambine e mammine e cretine varie urlare come ossesse di fronte a ragazzotti che cantano (male) e recitano (peggio) metà in spagnolo e metà in italiano. Pure in play-back. Prendere coscienza che ho permesso che tre di esse siano proprio le mie figlie mi fa pensare che sarebbe giusto che mi si togliesse la patria potestà.

Parte il concerto e partono anche loro. Voglio dire che spariscono inghiottite dal mare che si agita per quei minchioni sul palco. Pogano. Cazzo. Cominciano a pogare per Violetta.

Inaccettabile.

Mi rivolgo a uno stewart. Ho perso le mie figlie. Sono state possedute dal demonio. Che mi aiuti. Qualcuno porca troia mi aiuti. Lui mi guarda, sorride, mi mette una mano sulla spalla e mi indica una decina di padri che sono in un angolo un  po’ defilato fuori dalla calca, nelle mie stesse condizioni. Raggiungo la compagnia e uno mi dice:

“E’ la prima volta ah?”

Mi sta simpatico. E comincio a parlarci. Mi tranquillizza. Mi dice che lui oramai c’ha fatto il callo. Poi mi fa l’occhietto e ammicca.
“Poi meglio zoccole che suore no?”

Ma si hurrà.

Hurrà Saiwa.

All’improvviso mi sento chiamare:

“Masty, cazzo ci fai qua?”

“Sai, non sapevo che fare, passavo e mi sono fermato. Che cazzo vuoi che ci faccia qua? Soffro. Ecco che faccio. Soffro.”

Io e Lorella avevamo “socializzato” più o meno un secolo fa. Mi aveva mollato durante un concerto di Peter Gabriel. Fu pesante. Lo ammetto. Il narciso che alberga dentro di me fu devastato. Nonostante tutto, però, siamo rimasti amici. Aveva sposato un tizio con cui aveva avuto due bambine che si erano ammalate della stessa malattia delle mie: la violettite. Si era poi separata ed era venuta al concerto con il suo nuovo boy-friend. Uno stronzone bello come il peccato, ma antipatico come la merda.

All’improvviso parte un coro pazzesco che sovrasta ogni cosa: LE-ON, LE-ON, LE-ON, LE-ON

Chiedo a Lorella: “Ma chi cazzo è Leon?”

“L’eroe. Quello bello e buono. Un palloso. Io preferisco Diego. Scusa un attimo torno subito.”

Mentre ci lascia il suo boy friend con una spocchia veramente insopportabile mi fa, ridendo:

“Quindi tu saresti quello di Peter Gabriel.”

Non lo considero neanche un po’.

Dopo cinque minuti torna Lorella con un altro tizio accanto. Un armadio di noce massello:

“Senti mi spiace dovertelo dire” fa al suo boy friend “ma tra noi proprio non va. E’ molto meglio che la finiamo qua. Per entrambi”

L’uomo vorrebbe interagire in qualche modo, ma l’amico di lei, fa in modo che ne perda subito la voglia. Lorella poi  saluta e se ne va. Io rido e guardo il suo ex boy friend e gli dico:

“Io sono quello di Peter Gabriel, tu sarai sempre quello di Violetta, vuoi mettere?”

L’uomo che cercava il paradiso

Suo padre amava raccontare che quando era un bambino era impossibile da tenere.

Agitato, si affannava a far fracasso e poi rideva tutta la notte, anche nel sogno, terrorizzando l’intera famiglia. Ascoltava però tutte  le storie che gli venivano raccontate e credeva sempre in quello che gli veniva detto, soprattutto quando riguardava campi nomadi, barboni e arcobaleni d’oro. Aveva più o meno un milione di domande ma capì ben presto che erano troppo difficili per coloro che lo circondavano, perchè tutti gli dicevano “stai zitto bimbo, pensa a giocare” . Non fu quindi una sorpresa quando lasciò la sua casa, così giovane, alla ricerca del paradiso che sapeva esistere, là fuori, da qualche parte.

Non fu, in realtà, una libera scelta. Non c’era altra cosa che avrebbe davvero potuto fare.

Diventò uno studioso, anche se non era veramente mai andato a scuola e vagò per le vie del mondo. Galere e puttane furono le università che lo formarono di più. E con loro prese molte lauree. Sapeva poco, ma di tutto, e aveva sviluppato una particolare capacità nel riuscire a immaginare il resto. Imparò che non tutti i giorni si riescono a superare le paure e anche a capire cosa intendesse davvero dire la gente quando gli parlava. Per questo piaceva alle persone che incontrava. Tale abilità, non gli permise tuttavia di sputare fuori la tristezza, la stessa che c’è quando muore un albero di Natale, che aveva fissa dimora nella sua anima. Non trovò mai un vero amico e con le donne andò ancora peggio. Ogni volta era una nuova speranza, ma alla fine si convinse che quella dei suoi sogni non era ancora nata e che si sarebbe accontentato anche di trovarne solo una che non diventasse il suo incubo. Ma non successe. Questi fallimenti però non diminuirono la sua capacità di sognare. Tutti gli uomini sognano, è vero, ma non tutti allo stesso modo. C’è chi lo fa di notte negli angoli bui della sua mente ma, quelli che lo fanno invece di giorno, sono pericolosi, perché possono agire. Possono provare a vedere il loro sogno con occhi aperti per renderlo possibile. Lui ci provò. Tentò con tutte le sue forze di trovare il posto che credeva sarebbe stata la sua casa.  La maggior parte delle persone corrono in cerchio, lui invece ha corso lungo una vera e propria linea retta. Non avrebbe voluto lasciare quelli che gli hanno voluto bene indietro come capitò. Se successe fu perchè si convinse che, pure a essi, piaceva soltanto la puzza dei propri stronzi. E tutti loro, per non fargli pensare che aveva torto, lo lasciarono andare senza fare davvero molto per trattenerlo con la scusa che era uno difficile a cui star dietro. E la cosa confondeva tutti. La sua folle ricerca del paradiso perduto, del resto, non appassionava mica nessuno .

Cominciò così a detestare ogni cosa avesse la gente perchè credeva che quando si finisce a fare o possedere le cose che fanno tutti si diventa proprio come loro. Alla fine, la sua unica vera ambizione fu quella di diventare nessuno, perchè era passato accanto a migliaia di persone senza riuscire a vedere un solo essere umano.

Il suo non riuscire a trovarlo da nessuna parte lo portò alla decisione finale.

Ora, forse non voleva davvero farlo, ma dall’alto di una grande scogliera su cui era salito vide il vuoto sotto di lui e ne sentì forte il richiamo. Bastò spostare il peso un po’ in avanti e tutto il resto venne da solo. Era un tipo che voleva attraversare ogni linea e saltare ogni recinto. Anche l’ultimo. E per cercare il suo paradiso pensò di dover andare fino all’altro mondo.

L’unica cosa che quelli che l’hanno conosciuto si chiedono ancora è se mai fosse riuscito a riprendere fiato tra la sua nascita e la sua morte.

 To unpathed waters, undreamed shores. (William Shakespeare)

Uomini e/o caporali (ovvero Emma poppamelo)

Dopo averci meditato sopra per anni mi sono convinto che il culmine del piacere sia, quasi sempre, la pura e semplice distruzione del dolore.  Cosa che sostengono molto bene pure i membri dell’associazione nazionale anestesisti e rianimatori ospedalieri. Eppure io sono uno delle poche persone al mondo in grado di riuscire allo stesso tempo sia a godere provando un singolare senso di onnipotenza quando una donna mi confessa che, qualche giorno prima, ha indossato quel vestito particolare proprio per me, sia a soffrire lo stesso come un cane perché non ricordo assolutamente di quale vestito si tratti.

Niente. Nemmeno il colore.

Emma, l’inquilina che sta sopra il nostro ufficio e che incrocio ogni tanto al portone o al bar qua di fronte è una donna che si fa notare. Ama, infatti, citare film, sbagliandone puntualmente  il regista o la pronuncia inglese, che però le piace tanto ostentare. E poi, Signore Iddio, usa di continuo  l’espressione ”piuttosto” assolutamente a caso, mettendola in mezzo alle frasi, così, come si lanciano i coriandoli a carnevale, spesso adoperandola alla stessa maniera di un “o” congiuntivo.

In modo non del tutto sorprendente, nonostante l’evidente sciatteria mentale è comunque una donna felicemente sposata con due figli adolescenti grossi come Bud Spencer che se solo mi avvicinassi a lei in modo non appropriato mi scorticherebbero vivo. Eppure, la nobildonna, si diverte lo stesso a prendermi per il culo ammiccando a doppi sensi per il mero gusto di provocarmi. Le piace giocare e, si sa, con me trova terreno fertile, essendo, per natura, predisposto geneticamente alla cazzata goliardica. Fino a oggi pensavo però che il gioco fosse fine a se stesso. Insomma dai, solo un po’ di colore in mezzo alle classiche giornate grigie della provincia italiana. Invece ho capito che c’era il trucco. La furbina lo faceva perche era ben consapevole che prima o poi le sarei stato utile. Stamattina, infatti, è scesa trafelata in vestaglia, piombando nell’ufficio e gettando lo scompiglio in tutti noi. Piagnucolando alla maniera delle sciantose napoletane ha detto a Daniela che le ha aperto la porta che aveva assolutamente bisogno di aiuto perchè la caldaia le si era rotta e fa ancora piuttosto freddo. Sosteneva di avere la  febbre  alta e che non poteva uscire. Sola in casa, con i figli a scuola e il marito a lavoro aveva pensato che solo io potevo aiutarla a risolvere la situazione.

Ora,  non è che non volessi aiutarla,  solo che, avendo la piena consapevolezza di essere mediamente handicappato nelle cose manuali, e quindi sapendo che sarebbe stata l’ennesima occasione per mostrare di nuovo la mia inettitudine alla conduzione di un’esistenza capace di confrontarsi con i mille problemi pratici che la quotidianità ci sottopone in modo impietoso, ho fatto lo gnorri.

Lei non ha mollato la presa:

“Ti prego, ti prego, ho un febbrone pazzesco aiutami.”

“Eddai bestia, che ci stai anche a pensare? Forza.” ha ululato Daniela.

Tirato per la giacchetta decido di sputtanarmi in maniera definitiva e accetto l’incarico.

Entro così nel suo appartamento e, in effetti, fa molto freddo. Tergiverso ravanando tra i radiatori, girando le manopoline da una parte all’altra come un qualsiasi babbeo e lei sta per mangiare la foglia. Mi guarda torva e mi fa:

“Oh bella, quello la so fare anche io!” .

Le ricambio lo sguardo d’odio e penso: “Quello che non sai fare te, amica mia, è però il “Pretender”.  Mo’ ti cardo io.”

Faccio la faccia offesa e, sdegnato, le chiedo di farmi strada presso la caldaia, in terrazzo. E là parte il Buster Keaton che alberga dentro di me.  Comincio ad armeggiare facendo finta di capirci qualcosa, nazzico un po’ con i pulsanti, così, a vanvera, apro e chiudo l’acqua dentro la caldaietta, controllo con aria saccente tubi di cui non ho la minima idea quale sia la funzione nè che cosa stiano a fare là e alla fine metto su una faccia da laureato in ingegneria termonucleare e confermo che si, ha proprio ragione, proprio non funziona. Occorre tuttavia necessariamente chiamare un tecnico autorizzato dalla ditta, perchè, certo, potrei anche farlo io senza problemi, le dico senza guardarla negli occhi, ma la bassa manovalanza è tuttavia obbligatoria dato che se ci mettessi sopra le mani perderebbe le garanzie che ha grazie ai controlli periodici che ha fatto fino a quel momento e sarebbe molto peggio. Emma rimane inebetita di fronte al mio sproloquio al punto che mi sarei dato il cinque da solo da quanto l’ho sparata grossa ma, mentre sto per tornare felice alle mie cose, mi chiede se ho almeno una stufetta o qualcosa per consentirle nel frattempo di riscaldare la stanza. Tiro un sospiro di sollievo perchè penso che stavolta posso finalmente fare un figurone a costo zero. In magazzino infatti avevamo una vecchia stufaccia ante-guerra, che Zaira ogni tanto si accende perchè è una giovane nata vecchia. Scendo, la prendo e penso che niente stavolta può fermarmi.

Errore di valutazione clamoroso.

Quando rientro nell’appartamento mi accorgo che l’unica presa disponibile per attaccare il ferrovecchio è gia super occupata da una miriade di altre cose. Stereo, TV, lampade, radiosveglia, caricabatterie del cellulare e un altro paio di arnesi di cui ho avuto paura a chiedere. Da buon maschio pragmatico propongo di staccare tutto e, affanculo il resto, adesso si va con la stufetta.

Lei no.

La stronza che fa?

Un sorrisino bastardo e dice:

“Ma no dai, come faccio se togli tutto? Piuttosto fammi una cortesia personale.  Vai a comprare una prolunga e la attacchiamo di là e vedrai che sistemiamo ogni cosa. Vuoi?”

La bestia che è in me voleva urlarle il più canonico degli “Stocazzo“, ma il senso di colpa di chi lascia sempre le cose a metà e che molla quando il gioco si fa duro che mi perseguita da “illo tempore” mi impone di assecondare la sua mostruosa richiesta. Lei infatti non aveva la minima idea di quel che mi ha chiesto. Quale immane tortura avrei dovuto sopportare per poterla soddisfare. Eh si. Perché, per colpa sua, sono stato obbligato ad andare in un posto in cui non mi sono mai recato da solo ma sempre accompagnato da un genitore e solo previo certificato di sana e robusta costituzione del medico di famiglia. Un luogo oscuro, massonico e messianico,  i cui riti segreti sono custoditi gelosamente da sacerdoti drughi che, invasati di sapere, tramandano la loro scienza, di generazione in generazione, per via orale affinché non vada persa, ma solo e sempre ai figli maschi e che si guardano bene dal far conoscere qualcosa ai non iniziati.

La Ferramenta.

Io odio le Ferramenta. Più o meno come le infradito e i Suvve. La Ferramenta è là per dire a tutti gli handicappati del mondo, quelli come me per capirci, che sono delle mammolette incapaci e che la devono smettere di spacciarsi per uomini veri. Uno e due. Quelli che non devono chiedere mai. Noi che abbiamo nel DNA un cromosoma sbagliato, bisogna chiedere sempre e comunque altro che. Anzi, spesso pure supplicare.

Entro e il titolare sta parlando con un uomo. Capisco subito che non si tratta di uno stimolante simposio di un gruppo di intellettuali che sta cercando di aprire le vie per un nuovo pensiero filosofico che si opponga a quello di Kant. In effetti parlano una lingua a me completamente sconosciuta: gruppo elettrogeno, cavo coassiale, smerigliatrice angolare, utensili Festool, distanziometro laser. A onor del vero va detto che ho sempre saputo che quelle “cose” esistono, ma mi ero convinto che, nella vita vera, ci sarebbe stato qualcun altro in grado di usarli al posto mio. Spazzola fili acciaio ottonato curva, Pitoneria ganci rampini, schiume poliuretaniche. Insomma qualcosa mi dice che sono piombato in uno dei miei peggiori incubi. Io però voglio soltanto una prolunga e, quando arriva il mio turno, lo ripeto come un robot, perché, in macchina, avvicinandomi alla loggia massonica, mi ero preparato a dovere. E che cazzo. Sono mica uno così. Io so studiare. E quindi vado con la poesia imparata a memoria

“Vorrei una prolunga da almeno 2000 watt di portata”

Durante il percorso, facendo le prove da solo in macchina, che la gente che mi vedeva da fuori chissà che avrà pensato, mi ero convinto che si trattasse di  una bella frase ad effetto, sufficiente a millantare competenze che non ho. Attività in cui, lo ammetto, mi piace eccellere fin dai tempi dell’esame di diritto commerciale, quando gabbai l’ignaro professore con un abracadabra che ha segnato la mia esistenza facendomi pensare che spesso apparire conti più dell’essere. La risposta del tamarrone però mi colpisce alla schiena.

“Allora le devo dare un filo di almeno 1,5 millimetri di spessore, se non 2, in aggiunta ad almeno due connessioni di…”

Si, vabbè, ciao nini. Crollo come quel miserabile che sono.

“Senta,  ho freddo e devo attaccare la stufa. Fuori ho visto una prolunga  c’è scritto 3600 watt, va bene quella?”

“Lei si sbaglia”, si oppone e mi spiega in modo dettagliato una formula segreta inventata da Mago Merlino con cui, secondo il capo della loggia massonica, dovrei costruirmi da solo il tutto con il materiale radioattivo che mi avrebbe venduto lui e che avrei dovuto trattare con una tuta d’amianto per evitare di essere contaminato. Ovviamente la mia curva dell’attenzione è durata cinque secondi. Al sesto i miei due neuroni erano già impegnati a capire a come uscire vivo da quell’inferno. Ho puntato l’uscita di sicurezza e mi sono detto “Vai, più veloce della luce, e non voltarti indietro.”

L’orgoglio però è una brutta bestia. Ho visto in faccia all’uomo con i denti di metallo, lo schifo di superiorità di  coloro che si rendono conto di star comunicando con qualcuno appartenente a una razza inferiore e, quando mi ha detto con fare scocciato “Vuole che glielo rispieghi più lentamente perchè non ha capito?” con un  sussulto di dignità ho preso di peso quell’uomo e l’ho portato di fronte alla prolunga che avevo visto all’entrata:

“Ma quella non va bene. E’ è una prolunga con che si riavvolge”.
“Eh allora scusi?.
“Non cambi le carte in tavola mei lei mi ha chiesto una prolunga, non una prolunga con riavvolgitore”.
“Ah beh, mi scusi tanto, non volevo offenderla mi creda”.
“Se vuole usare quella prolunga, sappia che la deve svolgere tutta”.

“No? davvero?”

Inutile dire che l’ho comunque accattata di corsa con grande soddisfazione e senza pensarci su due volte sono scappato da quel lager. Tornato nell’appartamento dalla malata ho attaccato il tutto e chiuso finalmente in gloria una cosa che non credevo avrei pensato di poter mai risolvere ed Emma prima che me ne uscissi mi ha detto con voce suadente.

“Quando mi sentirò meglio, ti prometto che non ti offrirò solo un caffe. Piuttosto mi rimetterò di nuovo quel vestito che ti piace tanto. Lo farò apposta per te!”

Si. E’ veramente una cosa fantastica.

Se solo riuscissi a ricordarmi qual è.

Il nemico è in agguato

Non ho mai capito bene la “ratio” che sottende a quella famosa regola per cui i gesti romantici degli altri sembrano sempre nuovi e affascinanti e i tuoi, invece, cretinate di basso livello. Eppure essa racconta una verità apodittica. Sarà perché l’uomo è cacciatore e la donna pescatrice, ma con certi esseri umani di sesso femminile, a volte, è proprio difficile riuscire a tirar fuori la propria mascolinità. Ammesso e non concesso di avercela ancora, intendo. Oggi, ad esempio, avevo  deciso di arrivare in ufficio con alcuni fiori di campo che a me sembravano molto belli che volevo regalare a Daniela e Zaira, le due colleghe che lavorano in amministrazione. Gli idealisti come me hanno un’idea aristocratica dell’amore. Una cosa oligarchica, con tanto di araldica greca, ma troppo spesso non considerano le ingenti sacche di povertà che pascolano il verde praticello del nobile sentimento. Mi sembrava di aver fatto un bel gesto e credevo che potesse essere un buon modo per provare a rimettere in sesto quel qualcosa tra noi che si è un pochino incrinato a causa della crisi. Ci aspettano momenti a dir poco drammatici e quindi, ho pensato, tanto vale che li affrontiamo assieme come un’invincibile armata romana.

Invece, come mi hanno visto arrivare con quel mazzo di “verdura” in mano,  Daniela mi ha detto con faccia seria:

“Cos’hai combinato stavolta?”

“No, giuro, niente.” ho balbettato io  “Volevo solo farvi un pensiero dolce, ricordarvi che vi voglio bene…”

“Seee. Furbino.” fa la iena “Guarda che tanto prima o poi lo scopro, quindi tanto vale che me lo dici subito. Forza, sputa il rospo.”

Stavo per argomentare una controffensiva con i fiocchi, quando Zaira è arrivata s’è preso il “mazzolin di fiori” e ha cominciato a piangere, dando una spinta eversiva alla situazione.

Io e Daniela abbiamo decretato una tregua armata e lei si è sentita allora in dovere di raccontarci la delusione che la attanaglia perché lo stronzo con il quale esce, ha deciso di rivedersi con quella che lui considerava ex, ma che ufficialmente non lo era. Pare che ieri sera il tipo, candidamente, le abbia detto:

“Tesoro, domani vado da lei per vedere che effetto mi fa”.

“E che cazzo di effetto gli dovrà mai fare? Non è mica una striscia di cocaina.” sosteneva lei.

In effetti sarà semplicemente una che gli vorrà bene. Evidentemente non conoscendolo. Zaira però continuava a starnazzare che lei lo ama tantissimo e che  farebbe ogni cosa per farlo felice. Io mi sono ben guardato dal dirle che non c’è niente di più inquietante, per un uomo, che trovarsi di fronte un’invasata che lo ama in feroce orgasmo proiettivo, incurante di lui. La cosa metterebbe a disagio e urterebbe i nervi di chiunque. Poi, per cercare di commuoverci ci ha comunicato che, lunedì prossimo, lo mollerà per vedere che effetto gli farà questo, aggiungendo però che lo riprenderà subito dopo perché non può proprio farne a meno.

Per me era abbastanza.

E’ chiaro che è una rapace, ma ama stare al sicuro, e non lo lascerà mai perché è anche una bella opportunista e come tutti le opportuniste, vigliacca e discretamente porca.  Così ho deciso che me ne sarei andato a far colazione dal mio amico Fabrizio che è un po’ che mi aveva chiesto di farlo. Anche se, lo ammetto, ripensandoci meglio adesso, “Ho deciso lo mollo” è una frase elegantissima da dire. Molto antidepressiva, a suo modo signorile, che recide e snobba.

Fabrizio è in pensione già da un po’ e vive vicino a un posto particolare. Per descriverlo occorre fare un po’ di toponomastica di Lucca.

Toponomastica.

Che brutta parola. Deriva dal greco. Topos vuol dire Topa. No-Mastica, significa “non c’è per Masticone”. Insomma “Niente topa per masticone”. E’ un periodo difficile anche in quello. Penso che toponomasticamente dovrei chiamare il blog “lo scacciatope”. Comunque, Fabrizio, vive vicino all’argine del fiume Serchio, quello che bagna la città (assieme alla pioggia, poichè Lucca è notoriamente il pisciatoio d’Italia) e dove hanno fatto un bellissimo parco fluviale nel mezzo al quale vive una “effervescente”  comunità di Rom. Voglio che si sappia che, Via della Scogliera a Lucca, è ciò che causerà la rivoluzione in Toscana. Sarà il nostro “Boston Tea Party”. Ricordatevelo quando accadrà. Io l’avevo predetto. Perchè a queste latitudini la gente, in genere, sopporta quasi tutte le minoranze. Insomma è mediamente tollerante, ma lo zinghero rimane zinghero. Non che peraltro gli amici Rom abbiano mai fatto molto per dare, a quei pochi di noi me compreso che ancora li difendono, argomenti spendibili a loro difesa, evitando in modo accurato di rendersi minimamente simpatici in alcun modo. La costruzione del super mega figo (e inutilmente dispendioso) parco fluviale che ha, in modo demente, inglobato nel suo cuore il luogo che da più di un secolo è la sede dei Rom ha fatto traboccare il vaso. Per non so quante volte il Comune ha provveduto a far sgomberare coattivamente la comunità usando mezzi coercitivi di una violenza assurda e, sempre con puntualità disarmante, dopo pochi giorni, taaaaac, magicamente l’area si ripopola ogni volta. Con la scusa che la popolazione è esasperata dai furti e dalla sporcizia la polizia effettua pattugliamenti continui con l’obiettivo di trovare appigli per appiccicare fogli di via a chiunque gli capiti a tiro. Tutte le volte che ho discusso sulla legittimità di questi atteggiamenti Fabrizio, come tutti gli altri che conosco mi rispondono con il classico “sai una sega te…” preludio ad altri attestati di stima reciproca che finiscono sempre con “Se ne devono andare fuori dai coglioni e se non la smetti pure te…”

Oggi l’appuntamento era dopo la corsetta che lui si fa tutte le mattine sul parco fluviale. Al barrino sul ponte.

Come arrivo vedo un nugolo di persone intorno a un uomo che riconosco come il mio amico e mi preoccupo. In realtà il più agitato è proprio lui. Racconta che mentre era immerso nella sua musica dentro le cuffiette e aveva trovato un buon passo non si era accorto che un grosso dobermann di proprietà degli zingheri lasciato libero di andare, lo aveva seguito e senza un apparente motivo aveva preso a mordergli il culo. Non c’era nessuno in zona e quindi raccontava di essersela vista brutta e di essersi molto impaurito. Poichè è un tipo che sa difendersi gli ha tirato anche una serie di calci per cui anche il cane stesso doveva averne buscate tante. In effetti Fabrizio aveva dei bei segni sul sedere e sui polpacci che indicavano che la colluttazione era davvero avvenuta e dal dolore non riusciva a star seduto. Mi sono offerto di portarlo al pronto soccorso per le cure mediche ma lui in preda a desiderio di vendetta ha preteso di chiamare i vigili e di accompagnarli a cercare il cane. Mancava nel popolo che si era radunato qualcuno che gridasse “Morte agli zingari” e poi s’era tutti. Mi era chiaro che se avessi detto una qualsiasi cosa avrebbero scaricato su di me la loro rabbia e ho preferito non dargliene motivo e mi sono limitato a seguire la triste processione una volta che gli ineffabili sceriffi della Contea sono arrivati pronti a far giustizia sommaria del primo bischero che gli capitava davanti.

Dopo un bel po’ siamo giunti nei pressi piccolo centro ippico che è adiacente all’area Rom e Fabrizio ha cominciato a urlare: “E’ lui, è lui…” .

In effetti si vedeva il cane in lontananza con una ragazza che gli stava accanto e lo coccolava. I due gagliardi Pecos Bill in divisa hanno tirato fuori le armi e un coro si è alzato dagli astanti: “Ohhhhhh”.

Ho detto a quello che mi stava più vicino:

“Ma so’ scemi???”

Quello non m’ha nemmeno risposto. Mi ha guardato nello stesso modo in cui si guarda una cacca scoperta nel proprio giardino appena pulito.

Una volta arrivati più vicini assisto a uno dei drammi kafkiani più divertenti e tragici allo stesso tempo che mi sia mai stato dato di vedere in vita mia.

La ragazza che coccola il “povero” cagnaccio preso a pedate da Fabrizio è nientepopodimenoche sua figlia, Monica, abile cavallerizza, che rimane a dir poco basita dall’arrivo del manipolo di vendicatori. Fabrizio non sa più che dire o pensare e balbetta qualcosa. Monica non capisce. I vigili sempre pistole in mano.

“Ma che succede babbo?” gli urla

“No dimmelo te. Che ci fai con quella bestiaccia?”

“E’ il cane del centro ippico è uscito da recinto perchè avevo chiuso male il cancellino ma qualcuno lo ha pestato. Guarda qua come sanguina. Se scopro chi è lo denuncio….”

Un nuovo “Ohhhhhhhhhhhhh” del commando fa da coro alle affermazioni di Monica.

“Sono io il cattivo. Ma mi stai dicendo che quello non è il cane degli zingari?”

“Ma certo che no. Si chiama Bonnie. E’ dolcissima. Non fa mai male a nessuno. Come hai potuto pestarla a questo modo?”

La discussione prosegue per altri dieci minuti ma l’evidente calo della tensione e la chiara impossibilità di fare a pezzi, almeno oggi, uno zingaro fa desistere quasi tutti dal continuare a seguire la questione. Rimaniamo solo io, Fabrizio e i vigili che gli chiedono se vuole sporgere comunque denuncia. Monica gli dice che era lei la responsabile del cane e che se denunciasse il centro ippico e gli venisse garantito un risarcimento del danno loro si rifarebbero su di lei. Il mio amico che non ancora non si è riavuto dallo choc, spara la minchiata della giornata: “Siamo sicuri che non è degli zingari?”

“O mai sei di coccio.” fa Monica “ho detto che è del centro ippico e caso mai dovrei essere io a denunciare te…”

Mi guardo con i vigili e quatti quatti, ce ne andiamo in silenzio.

Fabrizio e sua figlia stanno ancora là a discutere

Ci penserò su

Quando Adele mi ha chiamato per farmi gli auguri di compleanno ero rimasto sorpreso. Per quanto ci leghi una profonda conoscenza risalente oramai alla notte dei tempi, ci frequentiamo sempre meno. Adesso vive a Roma. Zitellona incallita e impenitente, per scelta adora circondarsi di almeno un paio di amanti che sceglie a turno, tra tutti coloro che godono nell’essere soggiogati da donne che sanno come trattare menti inferiori. Toy boys e nient’altro. Ogni tanto, per cambiare, si fa qualche sposato, ma, in genere, preferisce evitarli, non tanto per motivi etici quanto perché, dice lei, la gran parte di essi vivono sensi di colpa molto forti che le rovinano il piacere della storia.

Io e Adele, non abbiamo mai fatto sesso assieme, nè avuto alcuna storia. Era come se avessimo sempre saputo sin da ragazzi che, se ciò fosse successo, ci saremmo distrutti l’un l’altra.  Troppo cervellotici e allo stesso tempo decerebrati per non resistere al richiamo della foresta che impone la difesa del proprio territorio da essere potenzialmente minacciante. A onor del vero, se vogliamo essere onesti, lei ha sempre avuto qualcosa più di me. Un centinaio di grammi di cervello in più che erano sempre stati evidenti a entrambi. Più o meno la stessa differenza che passa tra un Freccia Rossa e un normale Intercity. Lei, insomma, è sempre arrivata prima di me e, spesso, pure in posti che mi sono vietati. Con grande classe non mi ha mai fatto pesare la sua natura. E’ quel tipo di donna alfa che ha rispetto di coloro che riconoscono la sua supremazia. Il secolo scorso facemmo un patto d’onore: mai inutili e pericolosi coinvolgimenti erotico-sentimentali. In cambio libertà assoluta nell’amicizia. E, lo confesso, avere un amica di sesso opposto con cui poter parlare a certi livelli, di cose difficili da affrontare anche con se stessi è assolutamente priceless. Abbiamo così affrontato il nostro torbido più torbido, paure incluse, le crisi e le angosce, con la consapevolezza che l’ altro avrebbe aiutato e capito. Abbiamo condiviso alcune battaglie sociali in cui credevamo e contemporaneamente siamo stati molti vicini l’uno all’altra in momenti drammatici di interruzioni di gravidanza o di tradimenti che spaccavano il cuore raccontandoci di tutto. Perfino cose che avremmo avuto difficoltà ad ammettere alla nostra stessa coscienza. Un legame che è’ passato sopra molti uomini e molte donne che sono sparite nel buio e con esse anche tante paure e seghe mentali.

Poi un giorno e’ sparita anche Adele. Non le ho chiesto niente. Faceva parte dei patti. Credo che semplicemente non le andasse più  Qualcosa che suonava come “ok e’ stato bello, ma adesso basta”. La navicella che andava sulla luna ha staccato me, il pezzo a cui era proibito allunare, ed è partita alla conquista dello spazio.

L’ho seguita da lontano. Con amore. L’amore puro intendo. E ho sofferto nel rendermi conto che ha patito la crisi di Apollo 13. Deve essere stato tremendo poter vedere la meta a un passo e non poterla toccare. Laureata in storia è finita a fare la sistemista in Hewlett Packard. Il mondo talvolta è proprio una merda.

Sentirla al telefono, in modo inaspettato, mi ha fatto sorridere. Era bello riaverla accanto dopo tanto tempo, anche se, conoscendola, sapevo che ci doveva essere dell’altro sotto. Come suo solito e’ andata subito al punto:

“Il giorno di questo tuo compleanno sarà ricordato non solo per il “milestone” che hai raggiunto ma anche perchè hanno eletto Papa Francesco…”

fa una pausa, studiata, poi aggiunge “….e perchè mi sono laureata pure in Psicologia.”

Me l’ha detto così. Come una bulimica vomita una cena che proprio non riesce a metabolizzare.

Non voleva spararmi in faccia la sua superiorità. Non cercava di farmi sentire una merda perchè io la seconda laurea non la prenderò mai. Aveva bisogno di condividere con qualcuno che “capisse” la gran cosa che aveva fatto. Che capisse davvero intendo. In un flash di qualche secondo mi sono immaginato i suoi amanti belli e fichi e ricchi che la guardavano facendole i complimenti senza comprendere la grandezza di ciò che aveva davvero compiuto. O i suoi attuali amici che le offrivano da bere dandosi di gomito come a dirsi “è solo una pazzoide”. Un po’ come se Pietro Mennea poco prima di morire avesse detto ai suoi amici che era in grado ancora di fare i 100 metri in 11 secondi e tre e che con quel tempo si sarebbe potuto qualificare ancora a 60 anni alle Olimpiadi. Quelle vere. Una specie di miracolo sportivo di cui solo Valery Borzov avrebbe potuto comprenderne l’immenso valore e significato. Una laureata in Storia, che finisce a fare la sistemista per una multinazionale del cazzo e trova il tempo e la voglia e la forza di studiare ancora non si sa bene come e dove e prendersi una laurea di 5 anni in Psicologia. Un mito assoluto. Io potevo capirlo. Io si. Lei lo sapeva. Io che come lei avevo avuto per un po’ di tempo ambizioni da seconda laurea e che mi ero iscritto a Scienze Politiche dove mi hanno abbonato metà degli esami per il precedente corso di laurea e che dopo averne dato soltanto uno ho mollato perchè ho capito che non ce l’avei mai fatta, pena smettere di vivere. Il mio cervello semplicemente si era rifiutato di farlo. Mi aveva scritto una mail in cui mi diceva che a 20 anni era molto agile e scattante ma che se avessi voluto spremerlo ancora dovevo chiudere una marea di altre applicazioni che invece amavo tenere aperte. E a me non andava affatto.

Ad Adele invece non hanno abbonato niente eppure ce la fatta lo stesso. E il giorno del mio compleanno voleva condividere quella cosa. Con me. Sapeva che ero invidioso di lei, ma lo ero in un modo sano. Insomma la ammiravo in modo profondo. E così non solo l’ho riempita di complimenti, com’era giusto che sia, ma le ho dato soddisfazione chiedendole ogni cosa. Perchè sapevo che era ciò che desiderava. Uno arriva in cima all’Everest e vuole raccontare che cosa ha provato. Le sue paure e insicurezze e i piccoli momenti di gioia. Insomma tutto dai. In genere la gente, quando parli di cose così grandi e che per te hanno un valore immenso si limita a dire “Ah si brava. Ganzo. A proposito hai sentito l’ultima? lo sai che Bersani forse si dimette?”. Tutti sempre pronti a passare ad altro. Nessuno davvero interessato alla magia che hai fatto.

E così sono stato un’ora al telefono con lei che mi ha raccontato di ogni cosa. Con passione e amore e dolcezza e amarezza e tutto il resto.

Alla fine le viene il dubbio che forse ha esagerato.

“Senti scusami sai. Non volevo mica offendere la tua sensibilità…”

“Ma che scherzi? Figurati l’ho capito. Fino a là ancora ci arrivo.”

“Grazie, sapevo che tu avresti capito. Almeno tu…”

Mentre stavo per risponderle qualcosa di divertente mi spiazza e mi chiede:

“Senti, ma secondo te abbiamo fatto una cazzata?”

“Pardon?”

“Insomma, secondo te avrebbe potuto funzionare tra noi?”

Aveva la voce incrinata. Lo sentivo. Doveva essere terribilmente a terra. Il giorno della sua seconda laurea Adele era a terra.

“No. Cazzo. Non poteva funzionare. Lo sai benissimo. Avremmo scopato un paio di volte. Pure male perchè sei dominante e non mi piace e ci saremmo persi tutto il resto. Tutto questo. Credimi, abbiamo fatto la cosa giusta.”

“Sei sicuro? E’ solo che mi ritrovo qua oggi sola con un cazzo di pezzo di carta e l’unico che posso chiamare per condividere questa cosa davvero sei te…E’ triste ammettilo”

“Adè, porca troia, sono Masty.  Te lo ricordi?”

“Si certo.”

“Hai scelto una vita che dà soddisfazioni diverse da quelle che in questo momento stai anelando…”

“Sto anelando? Come cazzo parli? Finchè non prendi la seconda laurea non ti azzardare a parlarmi a questo modo sai?”

Ci siamo messi a ridere, abbiamo cazzeggiato un po’ e poi ci siamo salutati.

Avevo rimosso la cosa fino a questa mattina.

Mi ha chiamato di nuovo e quando ho visto il suo numero apparire sul display mi sono preoccupato non poco. Sono passati una decina di giorni dal mio compleanno e mi era venuto il dubbio che fosse ancora nel “Mode – Paturnie” e mi sono preparato mentalmente a subire la forza delle sue argomentazioni romantiche. In realtà sono bastati pochi istanti per capire che era tornata lei.

“Masty, ti ho chiamato per scusarmi dell’altra volta.”

“Figurati, non dovevi”

“Si invece. Ho avuto un momento di debolezza. Un paio dei miei toys mi ha mollato per donne più giovani….”

“Coglioni….”

“Eh già. Sono stata male un po’, come hai visto. Ma adesso mi sento molto meglio grazie a una cosa che ho appena scoperto. E’ fichissima e la devi assolutamente provare anche te.”

“Addirittura….” le ho detto a prenderla in giro. A lei non è sfuggito il mio sarcasmo.

“Senti, fava, devo ricordarti che tu arrivi sempre dopo di me? Non è mai successo il contrario. Quindi non fare il superiore sai?”

“Ok, ok, dimmi dai, sono tutt’orecchi”  le ho risposto remissivo.

“Ecco, bravo, così già mi piaci di più. Allora senti, ho appena aperto un Blog. Hai capito bene? un Blog.”

“Apperò…”

“Lo so. Tu non puoi capì”

“In effetti…”

“Si, si, mi si è aperto un mondo incredibile. Fatto di poesia e merda, di pazzia e intelligenze particolari, di armonia assurda e di caos cosmico. Ti ci voglio dentro. Non è negoziabile. Lo so, adesso ti sembra strano. Penserai che ho ripreso a drogarmi e cose simili, ma credimi sulla parola, quando succederà mi darai ragione”.

Non ho risposto subito.

Ho pensato che siamo sempre stati iper sinceri l’uno con l’altra. Di quella sincerità che però, a volte, fa male. Negli anni si è creato questo paradigma tra noi per cui lei è sempre avanti a me e se solo le avessi detto la verità avrei incrinato le sue micro certezze. E ho pensato anche che dovevo qualcosa alla nostra storia e al suo genio e comunque un Presentat arm alla sua seconda laurea. Quindi mi sono limitato a dirle:

“Va bene Adele, prometto che ci penserò su…”

La sindrome di Andy (ovvero questo blog si autodistruggerà al centomillesimo contatto)

Cosa c’è di più triste nella vita che fare un punto nave?

Eppure, nonostante questo, ogni tanto ci tocca farlo per non rischiare la deriva.

Anche  quella di un Blog non fa eccezione.

Per una strana coincidenza astrale questo che state leggendo e’ arrivato, nello stesso momento, in un punto in cui ha raggiunto centomila contatti, diecimila commenti e seicento followers. Se non è da punto nave questo, non so quale altro potrebbe esserlo.

Mi piacerebbe fosse chiaro che, nelle mie intenzioni, non è’ affatto una cosa autocelebrativa. Anzi.

I numeri di cui sopra sono, per l’appunto, numeri. Essi non valgono niente se non parametrati a un Benchmark di riferimento qualsiasi. E sapete una cosa? Per me non ce ne sono di applicabili qua dentro. Davvero. Esistono Blog come quello della mia amica Lidia Zitara che con grande nonchalance, in un anno, fa il triplo dei miei numeri, oppure Blog migliori di questo come quelli di Intesomale o Wish o Mr.Incredibile   che fanno curiosamente meno. (Per citare i primi che mi vengono in mente scusandomi per gli altri e solo per far capire il concetto)

In altre parole, non sono i numeri che danno valore a un Blog.

Che cosa quindi?

Ora non voglio rompere i coglioni aprendo una lunga e penosissima disquisizione sul concetto di valore. Ce ne sono diverse, tutte onorevoli, che hanno il mio massimo rispetto. Per quanto mi consta, essendo un convinto marginalista, sono convinto che il valore di un Blog, come di qualsiasi altro bene, sia dato dalla soddisfazione che il consumatore ottiene dal consumo di una dose in più di detto bene, tenendo costante il consumo di tutti gli altri beni del suo paniere.

I motivi per cui l’ho aperto, più o meno un annetto fa,  sono molto diversi da quelli che, adesso, lo tengono in vita. E questo mi piace. Vuol dire che mi sono evoluto. Da allora ho chiuso il mio account FB e quello Twitter è “Out of Order” ma solo perchè non trovo mai il tempo o la voglia di terminarlo. Non credo più (se mai poi l’ho fatto) al valore (per me…) dei Social Network. Credo invece, molto più di un anno fa, nel valore di una comunità di Blogger. Ho imparato che, con tutti i suoi limiti, il vecchio e caro mondo che stiamo abitando, sia un posto meraviglioso nel quale si può, imparare, leggere, cazzeggiare, ridere, piangere, litigare, innamorarsi, prendere per il culo, mentire, falsificare, fare sesso, pontificare, fare televisione, poesia, letteratura e bla e bla e bla. Qua dentro ogni cosa si amplifica ed è più facile trovare anime gemelle o affinità elettive o tutto ciò che DAVVERO unisce due o più essere umani. Se succede è perché è possibile eliminare tutte le sovrastrutture (avrebbe detto Carletto da Treviri) che nel mondo “reale” frapponiamo tra noi e gli altri. Tutto il finto perbenismo o la moralità che permea la vita borghese in una qualunque città del Pianeta. Non importa se qualcuno o tutti, chi più chi meno, falsifica e mistifica. Barriere come l’età o la cultura o il ceto si annullano d’incanto (quasi). Dalle parole e dalla relazione che instauriamo con gli altri, viene fuori la nostra vera essenza. Qualunque essa sia. Fosse anche, poi, che ci fossero persone che, come il mitico Oscar Giannino, si inventano una vita che non esiste davvero, se mai mi fosse stato dato di averli incrociati, sappiano che ho amato di loro quel lui/lei vero che ho intravisto.

Almeno, io ci credo. Io la penso proprio così.

Si amplificano però non solo le cose positive, ma anche le negative. Anche io, come tutti, immagino, ho una lista di Blogger (persone?) che mi stanno profondamente sui coglioni. Sapendo bene che il sentimento è reciproco. Con alcune ho fatto litigate inimmaginabili in un mondo che non fosse questo, con altre ci siamo autolimitati decidendo di evitarci l’un l’altro come la peste.

Dico tutto ciò perchè voglio arrivare a un punto che è poi il vero cuore del post. Quello che ho fatto mio in questo punto nave. Di fatto un appendice a un altro scritto qualche giorno fa (Fantasmi).

Voglio arrivare a quella che io chiamo la Sindrome di Andy.

Passo indietro.

La lista nera dei Blogger da evitare è, almeno per me, una cosa che nella “realtà” sia da considerarsi un termine sbagliato. Perchè, siete liberi di non crederci, con tutti quelli che ci sono dentro a qualunque titolo, sia per mia immissione diretta che per loro auto-proclamazione, io mi ci sento ancora legato. E li seguo, di nascosto. Da lontano. E mi piace pensare che loro facciano lo stesso con me (ho già detto mi pare che ho una marea di gente che entra qua dentro digitando il nome del Blog su Google per non farsi riconoscere). E’ come, per me, quando torni a fare una passeggiata nella tua città Natale e ti piace rivedere le facce invecchiate dei tuoi vecchi amici/nemici. E sapere di loro. Perchè se anche gli avevi augurato segretamente di crepare in qualche angolo nascosto del pianeta, ancor più segretamente hai sempre sperato che ce la facessero invece a trovare la loro via.

Invecchiare assieme.

Che cosa c’è di più magico?

Poter contare sulla sicurezza che amici, falsi amici, nemici, falsi nemici, siano sempre là con te. A donarti, senza saperlo,  la sensazione di immortalità. Allungando i tempi che portano all’inevitabile facendoti sentire bene perchè ancora ci sono. Perchè con le merdate che scrivono, con le cattiverie gratuite che sono in grado di regalare, con la monnezza con cui inquinano il mondo, comunque ti fanno sentire in un posto in cui riconosci le vie. Sai che dietro l’angolo c’è il negozio del barbiere, e più in là ancora il pizzicagnolo. Sai che arrivano uragani e terremoti e Berlusconi è sempre là. Ma anche tu sei sempre in un posto in cui riconosci i confini. Una Nazione invisibile non riconosciuta (ancora) da nessun altra, ma di cui tu ti senti cittadino. Sentirsi a casa? Una cosa del genere. Inter pares, soprattutto…

E così succede che, quando qualcuno che sta nel tuo mondo chiuda baracca e burattini saluti tutti, spenga il Blog e se ne vada, ti senti un buco dentro l’anima grosso così. La morte, fosse pure virtuale mi sgomenta. Perdere qualcosa/qualcuno che comunque hai interiorizzato, con qualunque didascalia tu l’abbia etichettato mi  fa male. Un male tremendo. Come mi fa male l’indifferenza di chi si affretta a commentare  frasi gentili ma che sono coltellate per spiriti con una sensibilità appena appena decente: “Buona vita”, “Tanti auguri” “Hai fatto bene, mo’ lo faccio anche io”…

Mavaffanculo

Tu mi togli qualcosa altro che. Tu devi restare. Anche se sei su quella lista nera del cazzo, o meglio ancora se sei un amico su cui credi di poter contare. Quel credere è gia tutto. Non puoi morire, non puoi farlo. E mi incazzo quando gli altri abitanti del mio mondo chiosano con banalità standard senza avere la forza nè, purtroppo, nemmeno la voglia di capire, comprendere. Figuriamoci di lottare.

Recentemente se ne sono andate diverse persone. Alcune presenti nella lista nera, altri invece amici/he.

E provo dolore.

Sono scemo me ne rendo conto. Ma quando uno fa il punto nave deve sentire un po’ di dolore e mostrarsi più scemo del solito sennò avrebbe fatto il punto canotto, o il punto materassino e che cazzo.

E qua arriva la Sindrome di Andy.

Io ho amato a dismisura, tanti anni fa, Andy Kauffman. Sono cresciuto con lui. Personaggi come Latka o Tony Clifton vivono ancora dentro di me. Andy era un genio. E come tanti, spesso incompreso perchè aveva paranoie tutte sue. Il film Man on the moon, con un Jim Carrie straordinario, gli rende pieno onore. Quando Andy è morto, nel 1984, io sono entrato in momento di grande prostrazione. Gli volevo bene a Andy anche se era solo un personaggio della TV. Amavo la sua sensibilità e la sua dolcezza. Nella sua genialità, prima di sparire per sempre disse che avrebbe inscenato la sua morte e sarebbe tornato 20 anni dopo. E io ho passato tutto il 2004 ad aspettare il suo grande come-back.  Per tutto quel tempo io ho davvero sperato che Andy non fosse realmente morto e che fosse di nuovo, solo la sua ennesima burla. E ancora oggi continuo a sperare che abbiamo capito male e che lui avesse detto 30 anni e non 20.

Ed è allo stesso modo che io aspetterò che tutti i miei amici e quelli che non lo sono resuscitino dal regno dei morti virtuali e riaprano i loro di Blog, ridandomi la bella mappatura della mia città che avevo quando loro erano qua con noi.

Il racket dei bicchierini da fiori nei cimiteri

L’ ho beccata.

La maiala.

In flagranza di reato.

L’ho vista da lontano davanti al fornetto dov’è sepolto il mio vecchio, accanto all’altro, dove sta Zita, mia madre. Attento a non farmi scoprire, le sono arrivato alle spalle mentre lei si stava mettendo il secondo vasino nella tasca destra del paltò. Sono anni che compro bicchierini di vetro, valore commerciale tre euro e cinquanta che, puntualmente, qualcuno si frega, lasciando le orchidee viola,  la mia firma sulla tomba dei miei, sul bordo del marmo a morire prima del tempo. C’ho messo un po’ ma ho scoperto  che,  a “Sterpeto”, il luogo dove vorrei essere sepolto anche io, vige la regola del “frega tu che frego anche io”. Quando a qualcuno gli sparisce il vasino di vetro, va a sua volta a sgraffignarlo da qualche altra tomba. In genere i ladri fanno man bassa in quelle meno curate, tanto, dopo un po’  che frequenti il club “Morituri te salutant”, capisci quali sono.  In tutto questo io sono sempre stato l’anello debole della catena. Quello che pagava per tutti. Non ho mai partecipato al magna-magna generale, non tanto perché  sono buono e generoso, ma solo perché ho sempre avuto il terrore di dovermi trovare nella situazione in cui si è’ ritrovata ieri la simpatica ladra. Con le mani nella marmellata. La figura di merda a gratis l’ho sempre digerita male.

Lei, “Focaccia tosta bum bum”, avrà avuto  la mia età. In evidente sovrappeso, vestiva una palandrana nera che avrebbe dovuto avere, immagino, funzione snellente, eppure, lo stesso, sembrava la figlia di Demis Roussos e Moira Orfei. Le mancava solo il nido del cuculo in testa.  Una volta che l’ho inchiodata alle sue responsabilità sono rimasto a guardarla in silenzio, come un ebete. Una parte di me e’ sempre stata simpatetica con i momenti catartici che sono obbligati a vivere le persone. Il mio sguardo doveva avere però qualcosa di sinistro perché ella, la maiala, mi guarda terrorizzata e mi dice:

“La prego signore non mi denunci. Ho così tanti casini.” fa una pausa, poi, con voce suadente, aggiunge “Possiamo metterci d’accordo, no?” e mi sorride.

Ora, non ne sono molto orgoglioso sia chiaro, ma, per onestà intellettuale, devo ammettere che il maschilista di merda che alberga dentro di me, tenuto sotto controllo da anni di lavoro e di analisi cercando di usare quel poco di cultura che sono riuscito a fare mia, qualche volta chiede però ancora a gran voce che gli venga pagato un tributo molto oneroso.  E così, non so quale razza di maledetto malefico percorso mentale fanno ogni tanto i pensieri dentro la mia testolina bacata, so solo che, in quel momento, mi è venuto da pensare che il balenottero che avevo di fronte volesse pagare in natura, tutte le centinaia di euro che ho speso per comprare i bicchierini di vetro dal fioraio.  L’ho guardata allora meglio e un’espressione di schifo mi è’ salita sulla faccia. Un pompino in un cimitero, a saldo e stralcio dei crediti, dalla figlia di un lottatore di sumo “un si po’ fa’” mi dispiace, ma proprio “un si po’ fa”.

Le dico :

“Signora, scusi, ma non mi pare proprio il caso.”

“No che ha capito. Intendevo dire che, visto che lei non viene quasi mai e questa tomba e’ la più saccheggiata del cimitero, se ha pazienza con me io le prometto che da oggi le faccio la guardia e cambio pure l’acqua ogni tanto alle orchidee”

Poi all’improvviso cambia espressione. Deve aver realizzato, credo, che ho detto di no a una proposta sessuale che lei, invero, non mi aveva mai fatto, ma che, comunque, la cosa le fa male. Si mette a piagnucolare e mi dice:

“E poi anche lei come mio marito pensa che faccia schifo. Anche lei come lui non si farebbe mai toccare da me. E’ scappato sa. Mi ha mollato, perché ha trovato meglio. E mi ha lasciato senza un euro e con un figlio ancora piccolo”

Eh si bella mia. Cara la mia Ciccia Basiccia, sorella di Ciccio Bomba cannoniere, hai proprio ragione. Non mi farei mai toccare da te.  Penso.

Però ho la forza di fare il salto e di “uscire dall’acquario” e riesco a guardarci da fuori. Noi due assieme. Soli in mezzo al cimitero di Grosseto. Due perdenti che il mondo ha preso a schiaffi sulle orecchie. Siamo partiti assieme tanti anni fa nella corsa affannosa della vita. Forse con aspettative diverse, eppure lo stesso eravamo là, dopo decenni, uno di fronte all’altro, con le medesime toppe al culo. Io con soli cento euro in tasca, che erano ciò che rimaneva da un incredibile operazione di “stretching-money” per far durare il più possibile quel niente che ancora avevo dall’ultimo stipendio preso mesi fa. Lei costretta a rubacchiare bicchierini di vetro su una tomba per mettere i fiori su quella dei suoi cari. Io, un equilibrista che su un filo sta cercando di terminare la camminata per arrivare all’altro grattacielo con una sbarra lunga in mano e che nel frattempo è stato colto da una folata di vento malefico chiamato “crisi” che gli sta facendo perdere definitivamente l’equilibrio, ben consapevole che sta per sfracellarsi a terra. Lei che sul filo non c’è mai salita, non tanto perchè tendente all’obeso, ma perchè deve aver preferito regalare la sua vita e il suo amore a uno che ha deciso un giorno che di lei non ne poteva proprio più.

In altre parole due personaggi perfetti per un hard-boiled americano.

E ho provato tenerezza per quella schioppettona. Non so dire bene come, ma sentivo di volerle bene. Eravamo due disgraziati e, per me, è sempre stato molto facile trovare affinità elettive con gente della mia risma. Quindi le ho detto:

“Senti, Ciccia Basiccia, il pompino no. Il pompino proprio non se ne parla. Ma un caffè si, un caffè te lo posso offrire.”

Ok, ok, va bene. Lo ammetto. Non ho usato proprio queste parole, ma il succo era quello.

E così, seduti come fossimo stati amici da sempre, lei mi ha raccontato la sua storia, scofanandosi, nel frattempo, tre pezzi dolci, ripieni di crema, che al mercato nero del barrino davanti al cimitero di Grosseto valgono ben di più di un bicchierino di vetro per orchidee. Ciccia, che poi si chiama Patrizia, mi ha detto che quando è nervosa le viene da mangiare tanto. Ho evitato di suggerirle che allora basterebbe qualche goccia di Valium ogni tanto per tornare in forma. Mi ha detto che il suo uomo, un impresario o qualcosa di simile, l’ha piantata dopo che le aveva giurato che non l’avrebbe mai lasciata e che sarebbero sopravvissuti assieme alla crisi. Invece una sera ha semplicemente telefonato per dirle che non tornava a casa. Per toglierle anche la speranza ha specificato che non valeva solo per quel giorno, ma per sempre.Lei lo ha supplicato. Si è umiliata come mai prima. Lo ha pregato di non rovinare tutto. Gli ha detto che era un momento difficilissimo per lei che aveva appena perso il padre e pure il lavoro. Lui le ha semplicemente detto “Non so che dire. Mi dispiace .” Ha scoperto poi che si è messo con una molto più giovane che sembra abbia risvegliato in lui i sensi che con lei avevano trovato la pace. Davide, il loro figlio, da allora vive con grande ansia perchè il padre lo ha come rimosso dalla sua vita senza dargli spiegazioni. Alimenti compresi. Patrizia è tornata nella casa d’origine e vive con il contributo miserabile della madre pensionata. Pulendosi la bocca sporca di crema con il fazzolettino di carta, si è passata il tutto sugli occhi per asciugarsi le lacrime che avevano ricominciato a scendere. Dice che il giorno dopo sarebbe stato il compleanno di Davide e lei non può permettersi di pagargli alcuna festa. Questo significa che lui verrà deriso anche dai suoi compagni di classe che non lo inviteranno più alle loro di feste e finirà per essere escluso pure da essi.

E, mentre pregavo che la modella boteriana non tentasse l’assalto al quarto pezzo dolce, mi è venuta in mente “l’androcrazia” dei bambini ai miei tempi. E di come, nella loro purezza, nella loro quasi totale assenza di opinioni, i ragazzini possono lo stesso far molto male a un loro simile. E ho pensato anche che era il mio di compleanno e che quasi nessuno se n’è accorto. Quasi tutti se ne sono fregati e, chi sapeva, ha rimosso. Nessuna festa, nessuna torta, nessun augurio.  Un ectoplasma non festeggia. Davide però avrebbe invece dovuto. Ha difficoltà un adulto a gestire mancanza di attenzioni figuriamoci un ragazzino già pieno di complessi per conto suo. E mi sono messo a calcolare velocemente, a mente, se, distante più o meno 200 chilometri da casa mia, se andando a 60 all’ora sull’Aurelia, facendo incazzare i Tir, avrei potuto evitare di far benzina. La mia espressione pensosa deve aver fatto credere a Ciccia che mi ero rotto di sentire le sue lagne e quindi si è alzata per prendere congedo. Questo suo gesto ha disturbato i miei calcoli e ho dovuto prendere una decisione di corsa. E così senza aver ben chiaro che cosa stavo facendo ho tirato fuori la mia riserva, i miei bei “100 eurini” e gliel’ho allungati. Lei mi guarda con occhi feroci e ha rilanciato:

“Guardi che non sono mica una puttana sa?”

Il tono mi indispone, il maschilista di merda che è dentro di me, dalle segrete in cui è cacciato, in fondo alla mia anima urla che devo risponderle “E certo.  Che un lo so? E chi ti paga bella mia…” Riesco a zittarlo e le dico:

“Ci mancherebbe. Però al “Mago Merlino”, il locale con i gonfiabili, mi pare che con un centinaio di euro si possa fare bella figura con gli amici. Lei però mi promette che non mi ruba più i bicchierini dalla tomba ok?”

Ciccia mi guarda. Mi sta studiando. Capisco che sarebbe lei a non volermi fare la fellatio, qualora io la pretendessi. Un bel colpo al mio ego già ammaccato.

“E’ sicuro?” mi dice, titubante.

“Non sono mai sicuro di niente. Sto solo investendo sul mio futuro. Con quello che mi costano i vasini, se lei mi assicura adeguata “protezione”  faccio un affarone”.

“Guardi che non mi deve niente. Non le ho certo raccontato tutto questo per cercare la sua pietà io…”

La interrompo:

“Non si preoccupi. So bene tutto.”

“Cosa sa esattamente mi scusi?” mi incalza lei.

“So come ci sente quando una donna che ami, mentre tu ti umilii, ti dice le parole che  ha detto a lei suo marito “Mi dispiace non so che dire”

“Pensi che io gli avevo promesso che sarei cambiato. Che sarei cambiata, ha capito? Che mi sarei messa a dieta per farlo felice. E lui se n’è fregato”

“E che un lo so? Quando lo feci io, lei mi ha sfanculato e poi mi ha detto “Stai bene, se puoi”, veda lei””

“Tutti piangono e soffrono.”

Fa una pausa.

Poi aggiunge

“A volte”.

Mi viene da ridere e mi tocca risponderle a tono:

“Si. E allora resisti, resisti, resisti.”

Lei mi guarda in un modo che non avrei mai detto e mi fa una grande tenerezza. Poi con voce sommessa:

“Conosce anche lei i REM eh?”

“Eh beh…”

“No è che di solito ci frego tutti co’ sta cosa…”

“Non è ancora nato quello che mi frega con i REM”

Poi all’improvviso le torna quell’espressione di dolore fortissimo sulla faccia. Una specie di spasmo. E mi chiede:

“Non tornerà vero. Mio marito non tornerà da me?”

La osservo mentre mi chiede di raccontarle una bugia. Lo so. Sento che già sa la verità, ha solo bisogno di drogarsi come capita a volte anche a me. Mi verrebbe di accontentarla. In fondo è ciò che chiede. Eppure lo stesso le rispondo:

“Io glielo auguro. La mia non l’ha fatto. Ha solo pensato a salvare se stessa. Era fatta così. Sana. Siamo noi quelli strani, cara Patrizia. Noi i malati e i perversi. Noi le persone che non fanno i conti e che si donano sempre e comunque. E siamo destinati a pagare costi che conducono a fallimenti che gli altri, i sani, non vivranno mai. A noi, loro, non ci perdonano niente ma noi siamo condannati dalla nostra natura a perdonare sempre loro. “

“Eh già”

“Pensi che la mia aveva un figlio che si chiama proprio come il suo. A volte la vita eh? Prenda questi soldi dia retta.”

“E’ davvero sicuro?”

“Ognuno di noi ha il proprio modo di pagare i propri conti con il signor Universo. Questo è il mio. Lo consideri un regalo a Davide”

Ha allungato la zampa e si è incassato il bottino. Ci siamo scambiati il cellulare. Un modo come un altro per sancire l’inizio di un’amicizia nuova. A onor del vero si è anche offerta di pagare almeno lo spuntino, ma non gliel’ho permesso. E che cazzo, una volta che faccio il signore, fammelo fare per bene.

Ecco, quest’ultimo atto di orgoglio, ha fatto però incazzare il signor Universo. No perchè, Lui, come ci insegnano gli ebrei, non è mica buono e caro come Gesù. Eh no. Lui è fumino e gli stanno sui coglioni gli sboroni. E, poichè pare che Jesus sia andato in missione con lo Spirito Santo a Roma per il conclave, dove ha fatto tutto di fretta perchè si era rotto di stare a sentire i suoi cardinali a discutere di banche e pedofilia e che per dimenticare ogni cosa s’è poi presa una sbronza colossale a Trastevere in Paradiso c’è un bel trambusto. Eh già, perchè sembra che al Figlio dell’Uomo la cosa sia piaciuta talmente tanto che lui e lo Spiritoso Santo sono rimasti là a fare bisboccia. Il numero Uno è stato così costretto a riprendere tutto in mano. Tornare a lavorare, da pensionato che era, lo ha fatto andare su tutte le furie (la Fornero è avvisata, mo’ so cazzi sua). E così, com’è e come non è, quel mio atto di superbia lo ha fatto particolarmente incazzare. E me lo ha fatto ricacare bello bello. Più precisamente all’altezza del chilometro trecentouno, località Quercianella, dove la mia splendida Megane ultracentenaria ha deciso di morire per disidatrazione.

Ecco, se fumassi, quello sarebbe stato un momento stupendo per scendere dall’auto e accendermene una appoggiato al cofano. Ma sono talmente inetto che non so fare nemmeno quello. Quindi, poichè amo il contradditorio e nell’uno contro uno sono sempre stato bravino (bovino?), mi sono limitato a dire al signor Universo che cosa pensavo di Lui con una sequela di Bestemmie ben assestate sparate ad altezza uomo. Lui allora ha pensato bene di mostrarmi i muscoli e ha fatto venire giù un diluvio pazzesco con lampi e tuoni da paura,  ricordandomi chi comanda. Dentro l’abitacolo, impaurito, infreddolito, avvilito ho chiamato il mio amico Nicola perchè venisse, rifornito di tanica di benza, a salvarmi ed egli, ca va sans dire, si è preso tutto il tempo del mondo lasciandomi solo in mezzo a niente, con il mio “aifon” in mano pronto a fare danni. Il signor Universo, infatti, usando tecniche che ha imparato dal suo antagonista Louis Cypher, ha tentato in mille modi di farmi cedere e farmi chiamare chi non dovevo. Si è scordato però che sono un maremmano. E noi butteri sappiamo morire senza chiedere pietà a nessuno. Quasi sempre almeno. E quando ci capita di farlo, ce ne vergognamo per l’eternità.

Come Ciccia Basiccia.

Come me.

Siamo una gran coppia io e lei, altro che. E allora anzichè umiliarmi di nuovo, mi sono strafatto di “Jewel Mania” e “Castle Story” (a proposito cerco vicini…) e poi “Gravitarium” e “Sudoku”.

Alla fine è arrivato Nicola.

Che detto così fa molto “Along came Polly”, uno dei miei film preferiti. Ma, porca zozza, Nicola non c’assomiglia nemmeno a Polly. E’ pure una merda. E così per farmi star meglio mi saluta con affetto:

“Oh fava” mi dice “e la devi smette di spendere tutti i soldi con le migne. Metti la benzina prima, laido”

“Guarda che non vado a migne. Io. So mi’a come te.”

“Lo so, tu vai co’ i trans. E’  peggio”.

Il dibattito intellettuale va avanti ancora per un po’, specie dopo che gli chiedo un cinquantino per riempire il serbatoio. Lui è un lucchese vero. Bravo ragazzo eh, ma “pelle corta”, come si dice qua. Alla fine sgancia, ma solo perchè sa che con me va sul sicuro. Io, i miei debiti, foss’anche con il signor Universo, li pago sempre. Magari lo sfanculo, ma pago sempre.

Ora non so se quest’ultimo pensiero deve essere arrivato a Lui. So solo che prima che entro in casa, dopo un viaggio di ritorno estenuante, mi arriva un sms: “Grazie signore, non la conosco. Mia madre mi ha raccontato del regalo che mi ha fatto per il mio compleanno. Il più bello di sempre. Grazie ancora”. Firmato: Davide.

Credo fosse il modo che Geova ha scelto per dirmi che anche lui, a modo suo,  fa lo stesso.

That’s all Folks!    

 

L’esame di maturità

E’ successo di nuovo.

Non so. E’ una specie di maledizione. Una cosa che, per quante terapie abbia fatto in vita mia (molte…e costose),  non riesco proprio ad eliminare.

Ho di nuovo sognato l’esame di maturità.

Cazzo.

Capita quando mangio pesante o quando viva periodi di forte stress come quello attuale. Quando lo sento arrivare, nel sonno, è come se fossi cosciente. Solo che non posso fare niente per evitare di (ri)vedere l’horror de paura. Obbligato a riviverlo. Tutto. Per intero e fino in fondo.

Mi sono convinto che sia il mio inconscio che mi riporta indietro quasi a  dirmi “dai bischero, non te la prendere, sei abituato alle figure di merda, quindi perchè lamentarsi di come ti va la vita  oggi? Era già scritto”.

L’esame di maturità è stato uno dei momenti più bui della mia vita. La prima grande debacle. Io che, nell’opinione comune di quelli del mio condominio ero “la speranza bianca”, l’uomo che avrebbe cambiato l’ordine delle cose, scoperto la cura per il cancro, viaggiato alla velocità della luce, fallii miseramente la prima grande prova scoprendo che non so reggere nè la tensione, nè lo stress, come ogni buon italiota che si rispetti.

In realtà oltre alla mia incapacità di sostenere il peso della crisi le mie crepe e tutto il resto, vanto delle giustificazioni che non possono però essere portate come attenuanti di fronte alla Corte che le riterrebbe inammissibili. Eppure esse hanno due nomi e cognomi: Paola L. (il mio primo amore e che credevo avrei sposato) e il mio amico Marco (che poi è questo Marco).

Adesso è difficile raccontare tutto per filo e per segno. E pure noioso. Dico solo che il giovane Masticone era un 60 nemmeno quotato (al tempo i voti erano ancora in sessantesimi). Insomma nessuno avrebbe scommetto una lira sul fatto che non potessi prendere un punto di meno del massimo. A scuola sono sempre stato bravo. La gioia dei professori. Bambino e poi ragazzo modello. Insomma uno di quei coglioni dai…, ci siamo capiti. Paola L. era in una sezione diversa dalla mia. Stavamo assieme da un anno e non s’era mai combinato niente. Cominciavo a stancarmi. Ragazzo per bene si, ma insomma basta petting. Lei invece continuava a dire che non poteva, non ci riusciva e che dovevo capire, che c’era qualcun altro nella sua vita che gli diceva di non lasciarsi andare e di vivere una vita casta per lui, che la stava aspettando per quando sarebbe stata pronta. E io che sentendo questi discorsi mi incazzavo come una biscia facendo il fidanzato geloso. “Chi è il bastardo? dimmelo..”. Quando parlavo di coglionaggine non scherzavo mica. Mi preparai così per la maturità studiando come un pazzo. Come ho sempre fatto. Commisi però l’errore di diradare gli incontri con Paola L. che voleva studiare con me, ma che non me la dava. Ho sempre preferito farlo (studiare) da solo (anche se l’autoerotismo dopo una sessione pesante su Hegel non ha prezzo). Arrivai super preparato al giorno fatidico e con un curriculum scolastico extra-ordinario. Ero bello. Vincente. L’idolo del mio membro interno. Niente poteva andare storto. Gli scritti infatti andarono come da programma. E questo mi spinse a fare il galletto. Tornai alla carica con Paola L. a cui avevo passato pure un pezzo di traduzione per cercare l’agognato premio. Lei però in cambio del mio aiuto mi nega pure lo struscio classico. Insisto più volte, senza ottenere risultati. La sera prima dell’orale la vedo di nuovo. Lei si nega. Io corro a casa sua. Lei scende e sale in macchina. Io cerco un posto isolato e ci riprovo. Un augurio, vaticinio, così lo chiamai per l’esame del giorno dopo. Lei mi rifiuta e mi schiaffeggia. Capisco che le cose stanno prendendo una piega sbagliata. Sbarello. Scenata. Slow-motion: Io che urlo e le dico che è una zoccola e che ho visto come guarda Sansone il più figo di tutta la scuola che l’ha abbracciata davanti a tutti all’uscita dagli scritti.  Lei che piange e che dice che non capisco. Sansone è amico di famiglia e sa già tutto. Io che urlo  di nuovo per avere spiegazioni. Lei che dice che non può dirmelo in quel momento perchè ho l’esame il giorno dopo. Io che solo perchè lei mi dice che non può dirmelo allora insisto perchè deve essere una cosa grossa e dolorosissima e che quindi devo saperlo immediatamente. Il tutto per quasi tre ore. Alla fine lei si decide (sono sempre stato molto convincente, questo si):

“Volevo dirtelo alla fine degli esami ma se insisti a questo modo lo faccio adesso. Ho deciso di diventare suora di clausura. Ecco ora lo sai, contento?”

Pensai che mi volesse prendere per il culo. Le urlo che non deve permettersi di dirmi quelle puttanate. Lei piange come una pazza e mi dice che a me vuole solo bene ma ama di più Gesù e che quindi ha deciso che quella sarà la sua vita. Le quattro ore successive nelle quali cerco di convincerla che io sono molto più fico del Figlio di Dio le ho completamente rimosse. Il mio inconscio non è stronzo fino al punto di farmi ricordare ogni singola merdata che ho fatto.

La mattina seguente sono uno straccio. Una cosa assurda. Non ho chiuso occhio. Il dolore per la perdita della donna che amavo era stato drammatico. Non riuscivo nemmeno a mettere assieme un pensiero positivo. Corro dal mio amico Marco. Lui è sempre stato uno che “faceva la vita”. Gli chiedo qualcosa che possa aiutarmi. Lui mi conosce e mi dice di non fare cazzate. Io gli dico che la voglio a tutti i costi. Che il dolore che sento è insopportabile. Lui mi urla che sono uno che non ha preso niente e che sbarellerei di brutto. Gli urlo che è un amico di merda e che mi stava abbandonando nel momento del bisogno. Pure lui alla fine si commuove e mi dà una delle sue pillole magiche. Una del cazzo. Non so cosa minchia ci fosse dentro. Pensavo mi avrebbe fatto stare meglio e invece sento il vento nella testa. Un lungo sibilo, come il vento tra gli alberi. Bocca impastata e il cervello come fosse quello di un altro. Non era più il mio. Qualcun altro si era impossessato pure della mia bocca. Dicevo cose senza che lo volessi davvero. Forse era la pillola della verità. E ho preso a ridere di brutto. Non smettevo. Era un giornata afosissima. Un luglio di fuoco. Quaranta gradi all’ombra. Poco prima dell’una. Ci può essere un qualche spettatore al Santiago Bernabeu all’una di una giornata torrida di luglio se il Real Madrid gioca contro il Lumezzane? ovviamente no. Il risultato è scontato 50 a zero. Quindi perchè pagare il biglietto? E invece si sono persi uno spettacolo fantastico. Solo davanti alla commissione che pensava già a come e dove andare a mangiare ho dato il peggio di quel che potevo dare. Presentato a tutti dal membro interno come un giovane super brillante e con due scritti di qualità tutti erano ansiosi di parlare con me. E io gli ridevo in faccia dicendo cose insensate. Non capivo nemmeno bene le domande. E vidi l’imbarazzo nei loro occhi. Questa cosa mi disturbò oltre misura. Mi venne allora in mente, tra una risata e un’altra, che volevo far loro capire che mi stavano esaminando senza sapere un cazzo non solo di me ma anche delle cose che contano davvero. E così quando la professoressa esterna di italiano mi disse che gli avevano detto che conoscevo bene la letteratura inglese e questa cosa l’aveva impressionata cominciai lo show:

“Quando cammini nel bel mezzo di una tempesta tieni bene la testa in alto e non aver paura del buio alla fine della tempesta, c’è un cielo d’oro e la dolce canzone d’argento cantata dall’allodola cammina nel vento cammina nella pioggia anche se i tuoi sogni saranno sconvolti e scrollati va avanti, va avanti con la speranza nel tuo cuore e non camminerai mai da sola.”

Tutti a bocca aperta. La schioppettona commossa disse: “Shakespeare vero?”

“Ma che dice, ovvia. E’ “You’ll never walk alone” l’inno del Liverpool. E giù risate. Non smettevo

Gelo.

Il membro interno balbettò qualcosa sul fatto che io fossi sempre stato un personaggio sopra le righe. Intervenne l’altro prof che per uscire dall’empasse disse:

“Masticone ho visto che lei ha vinto un concorso per un saggio sull’umorismo pirandelliano ed è stato invitato al Convegno annuale sul grande scrittore ad Agrigento. ce ne vuol parlare?”

E lì è nato quello che nel tempo è diventato uno miei cavalli di battaglia e che tiro fuori ogni volta che sono in difficoltà. Così. Alla cazzo di cane. Perchè spiazza sempre tutti. E ho cominciato a parlare di Carlo Airoldi. Uno dei miei idoli. Il più grande podista di fine ottocento. Uno che partecipò alla corsa a piedi Milano-Barcellona. Nell’ultima tappa della corsa,  quando era a un chilometro circa dal traguardo, riuscì a superare il suo rivale francese ormai stremato, ma a pochi metri dal traguardo, voltandosi indietro per vedere quanti metri di distacco dal francese avesse, lo vide a terra; con grande sportività tornò indietro, caricò sulle sue spalle il suo avversario e tagliò il traguardo  assieme a lui, vincendo i pochissimi soldi che erano stati messi come premio. L’anno seguente era il grande favorito per la maratona della prima Olimpiade dell’era moderna (1896 a Atene). Non aveva però i soldi per andare in Grecia e così decise di arrivarci a piedi attraverso l’Austria-Ungheria e l’Impero ottomano . Un viaggio avventuroso che lo obbligò a percorrere settanta chilometri al giorno per trovarsi in tempo ad Atene. Una volta giunto là gli organizzatori gli dissero che avendo lui preso soldi (quattro palanche) alla gara Milano-Barcellona non poteva essere considerato atleta olimpico e, nonostante tutto quel che aveva fatto per arrivare fin là, non gli permisero di correre perpetrando una delle cose più crudeli della storia.

Quando finii vidi la commissione tutta a bocca aperta. Il professore si riprese e mi disse:

“Si è una cosa fantastica, ma cosa c’entra con la domanda mi scusi?”

“Ah, mi faccia capire” gli risposi “lei forse avebbe preferito che le dicessi di quella vecchia storia di Pirandello e della mignottazza che produce prima comicità e poi umorismo perchè il sentimento del contrario arriva dopo. Ma vuol mettere la storia del mignottone con quella di Airoldi, ovvia, su.”

E giù risate.

Il Lumezzane era passato in vantaggio a Madrid.

Il membro interno mi invitò ad andarmene e io sghignazzando allegramente augurai a tutti di incontrare il loro Spyridon Louis l’uomo che rubò a Carlo Airoldi il primo oro olimpico e poi mi avrebbero saputo dire meglio se si trattava di comicità o umorismo.

Quando uscirono i quadri il risultato fu impietoso: 54/60. Con il membro interno che mi disse che per farmelo avere aveva dovuto sudare le proverbiali sette camice e che avrei dovuto essergli grato per la vita. In realtà quello che avvenne per molti mesi dopo fu difficilissimo. Il dover spiegare i propri insuccessi è una cosa che dovrebbe essere vietata dalla Costituzione. Chiunque mi incontrava mi diceva “E’ impossibile. Che cazzo hai fatto?” Per un po’ ho provato a dir qualcosa per giustificarmi poi mi sono detto “ma che cazzo me ne frega” e mi sono limitato a dire la verità, a dire cioè che ero drogato. Ovviamente non creduto perchè tutti hanno sempre pensato che stessi scherzando.

Il caso ha voluto che dopo lungo girovagare io sia finito a vivere a Lucca. Dove c’è anche il monastero delle carmelitane scalze. Paola L., o meglio, suor Maria di qualcosa come si chiama adesso, vive là dentro. L’ho saputo per sbaglio, dopo molti anni che ero qua. Ho pensato fosse un segno del destino. Vicini ma mai troppo per esserlo davvero. Una volta sono andata a trovarla. Sentivo che glielo dovevo. E’ stata una delle cose più devastanti della mia vita. In tutti i sensi. Per entrare devi passare una serie di sbarramenti che non si possono raccontare. Poi spiegare chi e cosa e perchè sei là. Insomma ti scoraggiano ad andare avanti. Alla fine ti mettono in una stanza disadorna senza niente e aspetti per un tempo lunghissimo. Poi si apre un cancelletto, come fosse un garage e da dietro una grata, come fosse un confessionale, appare la suora. Una grata che ci divideva, non potevano nemmeno toccarci le mani. Uno schiaffo mi avrebbe fatto meno male. la vidi dentro il suo vestito nero, nell’immagine che tutti abbiamo delle suore. La primissima cosa che mi disse non potrò mai scordarla:

“Ti dò cinque minuti per ridere. Poi parliamo”

A me però veniva da piangere. Lei se ne accorse:

“Non devi essere triste Masticone” disse “Io sono felice sai.”

Mi raccontò della sua vita. Una cosa che non credo sia comprensibile per chi non ha ricevuto la chiamata. Vive di preghiera per 10 ore al giorno dalla mattina alla sera con piccoli intervalli di lavoro manuale. Sette giorni su sette Si alza alla sei e va a letto alle dieci. E prega. E non possono ricevere visite di nessuno in quaresima o in avvento. Io pensavo di consolarla ma fu lei a consolare me. Quando fu il tempo di andare mi disse “Tranquillo. Pregherò per te, sappilo”. Credo fosse il suo modo per dirmi di non tornare più. Mi stava dicendo addio. Mi voltai un ultima volta prima di uscire e aggiunse:

“Certo quella storia di Airoldi solo te potevi tirarla fuori, bestia che non sei altro”.

Marco invece se n’è andato qualche anno fa. A forza di “fare la vita” l’Aids se l’è portato via. Quando vado a Grosseto passo dal cimitero a salutarlo. E me lo immagino sempre in qualche angolo a cercare di spacciare qualche merda per sopportare la vita da morto agli ultimi arrivati. E ogni volta che lo salutò rimbomba dentro di me questa canzone che fu l’inno della nostra giovinezza.

 

P.S.: questo pezzo è dedicato a Lidia Zitara che me lo aveva espressamente chiesto!

Er passero ferito – Natale Polci

Il mio amico IntesoMale, mi ha chiesto (giustamente) di far penitenza della mia dabbenaggine.

E quindi per rimediare ai miei sbagli ecco qua. Un tributo a tutti quanti voi che amate “de magna bene e de beve meglio” ma che ogni tanto vi inchinate al genio de li artri. Perchè io so’ come voi.

Posto questa stupenda poesia erroneamente attribuita a Trilussa, in realtà di Natale Polci.

Scritta nel 1951 è stata pubblicata nel 1968 nel libro”NER CAMPOSANTO DE LA VERITA’“.

La versione che trascrivo è l’originale. Nel tempo infatti molti hanno tentato di appropriarsene facendola diventare persino una barzelletta. Alcuni hanno tradotto le parole in romanesco in un improbabile italiano. Altri cercando di lanciare un film (orribile) di Natale l’han fatta diventare uno stornello toscano quando non lo è. Per rendere onore al poeta Natale Polci, ripropongo quello che lui ha scritto davvero.

Tuttavia, poichè la vita è fatta anche di ingiustizie e nel porcile tutto si introgola, posto anche il super famoso intervento di Bocelli da Fiorello alla radio che la ripropose alla grande per quanto lui, riprendendo la vulgata, la recitò modificandola e aggiungendo due sestine finali non presenti nell’originale.

Er passero ferito
Era d’agosto e un povero ucelletto
ferito da’ la fionna d’un maschietto
s’agnede a riposà co’ un’ala offesa
su’ la finestra aperta d’una Chiesa.
Da le tendine der confessionale
un prete intese e vidde l’animale,
ma dato che lì fori
c’ereno… nun so quanti peccatori
richiuse le tendine espressamente
e se rimise a confessà la gente.
Ma mentre che la massa de persone
diceva l’orazzione,
senza guardà pe’ gnente l’ucelletto,
’n omo lo prese e se lo mise in petto.
Allora, nella chiesa, se sentì
un lungo cinguettio: “Ci! Ci! Ci!”
Er prete, risentenno l’animale,
lasciò er confessionale
poi, nero nero, peggio de la pece,
s’arampicò sur purpito e lì fece:
“Fratelli! Chi ha l’ucello, per favore,
vada fori dar Tempio der Signore”.
Li maschi, tutti quanti in una vorta
partirono p’annà verso la porta.
Ma er prete, a quelo sbajo madornale,
“Fermi! – strillò – che me sò espresso male!
Tornate indietro e stateme a sentì:
qua chi ha preso l’ucello deve uscì!”
A testa bassa e la corona in mano
cento donne s’arzorno piano piano
ma mentre se n’annaveno de fora
er prete ristrillò: “Ho sbajato ancora!
Rientrate tutte quante fije amate,
ch’io nun volevo dì quer che pensate.
Io già v’ho detto e ve ritorno a dì
che chi ha preso l’ucello deve uscì,
ma io lo dico a voce chiara e stesa
a chi l’ucello l’abbia preso in Chiesa!”
In quelo stesso istante
le moniche s’arzòrno tutte quante
eppoi, cor viso pieno de rossore,
lasciarono la casa der Signore.