Sesso e mondiali di ciclismo 2013

La prima volta che ho fatto sesso e’ stato un secolo fa. Anzi, per dirla meglio, tecnicamente è passato pure un millennio. Non ho ricordi speciali di quell’esperienza. Ho rimosso un po’ tutto. Lei era la classica nave scuola e feci la canonica figura di merda standard. Come da regolamento. Insomma niente di che. L unica cosa che rammento bene e il fastidio che mi dava il freno a mano della Fiat 128 di mio padre che, a causa della mia imperizia mi premeva su un fianco causandomi un fastidio micidiale, anche se, pensandoci adesso, forse e’ stato grazie ad esso che sono riuscito a ritardare di qualche decimo di secondo la fine dell’amplesso. Ho evitato almeno che una chiara sconfitta, diventasse una disfatta in stile Waterloo.

Negli anni a seguire ho perfezionato di molto la mia tecnica. La cosa che oggi  mi riesce far meglio e di cui mi glorio sempre nelle serate da ciucchi con gli amici, quelle in cui ognuno tira fuori il suo pezzo migliore, è che so come portare avanti la conversazione dopo che “l’evento” si è’ concluso. Il divertente e’ che nessuno ci crede.  Pensano che li stia prendendo per il culo. Dicono che è’ impossibile. Nessuno, di coloro che frequento, tra le cui fila, va detto per onestà intellettuale, non è iscritto alcun “irreprensibile padre di famiglia“, può davvero sconfiggere la “tristitia post coitum” e annientare quel desiderio di scappar via che assale il maschio predatore  in fase digestiva. Per tutti loro il T-rex, magna di gusto e poi scappa a rintanarsi per fare il chimo e il chilo. O come diavolo si chiamano.  Nessuno può farci niente.

Beh, io si.

Il più grande sostenitore che io la spari grossa è Luigi S., il mio avvocato. Conosco Gigi da anni. E’ stato avvocato di una mia ex dipendente che mi ha mosso causa inventandosi cose fantasiose al solo fine di rubacchiare qualche soldo extra. La zoccola sosteneva di aver lavorato più ore di quanto era stata poi pagata. Cosa del tutto falsa ma, poiché in questo Paese i giudici del lavoro in genere non stanno a perdere troppo tempo per cause di basso profilo, andando giù con la roncola regalando sempre la ragione al lavoratore,  Gigi mi obbligò ad una transazione extra-giudiziale. Da persona furba e disincantata sapeva bene che ogni imprenditore che si rispetti non fa mai battaglie di principio, tentando invece di limitare il più possibile i danni potenziali. Durante la negoziazione che scaturì ci annusammo e ci riconoscemmo. Un po’ come fanno gli animali. Eravamo parte della stessa maledetta genia di essere umano: “l’uomo ossimoro”. I bipedi che rientrano in questa sottoclasse dei sapiens-sapiens, hanno una precisa caratteristica: sono, allo stesso tempo, tutti d’un pezzo e pieni di contraddizioni. Quella volta persi dei soldi, ma guadagnai un amico. Quando firmammo di fronte alla direzione provinciale del lavoro il tombale di chiusura rapporto, salutò freddamente la sua cliente e mi invitò subito al bar a bere. Mi disse: “Cazzo, amico, mi spiace averti derubato. Ma era lavoro lo capisci no?”

La cosa che mi fa impazzire di Gigi è che, nonostante sia bello come un attore, adora cacciarsi in situazioni assurde con persone improbabili. Potrebbe entrare in qualsiasi bar schioccare le dita e portarsi a letto chiunque desideri e invece preferisce spendere soldi sulle chat line a pagamento dove, però, spesso gioca anche a fare la donna per far eccitare il maiale dalla parte opposta, che non sa che si sta facendo una sega parlando con un uomo. Senza contare che è pure il re del “sex over the phone”.  Nelle serate super alcoliche, quelle in cui ti viene voglia di vomitare e che non capisci che cazzo stai davvero facendo, dato che ti sembra di vivere in un film, ci ha pure fornito anche dimostrazioni porcarecce di tale abilità.  Poi, il giorno dopo, lo si può trovare bello lindo in Tribunale a discutere, con cognizione di causa, di come l’ultima sentenza della corte di cassazione rimetta in discussione il principio di legittimità costituzionale di un qualsivoglia diritto. Stamattina avevo bisogno proprio dei suoi consigli. Una cosa che non poteva aspettare e così l’ho chiamato. Ho sentito un rumore di fondo assurdo e lui che mi diceva che mi avrebbe richiamato. Ho insistito. Era troppo importante. Tuttavia non capivo che cosa stesse dicendo e così mi ha detto che se proprio era indispensabile avrei potuto raggiungerlo, in città, in un palazzo di gran pregio, da una sua cliente.  E così ho fatto, smoccolando come pochi tra i lavori in corso che fervono alacremente per permettere che i mondiali di ciclismo possano partire. Eh si, perchè sabato prossimo ci sarà la cerimonia di apertura proprio qua a Lucca. I mondiali di ciclismo. Quelli veri. Quelli che di solito si vedono in televisione trepidando per i campioni vestiti di azzurro,  che le volte che  prendono bombe migliori degli altri vincono pure. Una cosa ganza ah? Piu o meno. L unica cosa davvero fica  e’ che finora il tutto ha provocato solo esilaranti reazioni a catena. Potrei parlarne per ore, ma mi limiterò a sottolineare la genialità di ri-asfaltare per bene SOLO la strade dove verrà svolta la corsa più importante, lasciando TUTTE le altre  con buche e piene di dissesti che, se non ci stai attento finisci per spaccare ogni cosa.

Quando sono arrivato a destinazione mi è venuta ad aprire la padrona di casa, una vecchia matrona, che con fare ottocentesco mi ha accolto con un sorriso di circostanza, cosa che mi ha permesso di ammirare in tutto il suo splendore la sua dentiera appena rifatta con denti troppo bianchi per essere veri. Qualcosa di lei mi ricordava Katia Ricciarelli, solo un po’ più vecchia. Mi ha fatto strada e ho raggiunto la grande hall della casa dove, assieme al mio amico Gigi ho trovato un gran casino. Un nugolo di persone intente a lavorare. Operai che martellavano, elettricisti che saldavano, meccanici che lavoravano su impianti luce appesi un po’ ovunque con grosse cineprese che scivolavano con panoramiche e zoommate verso aree ancora vuote. La vecchia megera mi dice allora piano:

“Ho affittato il palazzo per una serie di spot televisivi e per un’area interviste per i mondiali”.

Guardo meglio e vedo persone che avrei giurato  fossero regista e sceneggiatori che si insultavano sulle scadenze, sforamenti del budget e via discorrendo. Alcuni operai hanno poi chiesto alcune cose tecniche alla proprietaria che ci ha lasciato per accompagnarli nel luogo dove sono tutti gli impianti della casa. Rimasto solo con Gigi, senza pensare e senza dare alcun valore alle parole, gli ho detto:

“Di’ la verità, ti scopi la vecchia babbiona eh?”

L’ho fatto nel modo in cui avrei potuto dire qualsiasi altra cosa. Che so. “Buongiorno” oppure “Hai visto come c’hanno rubato la partita ieri?”. Insomma solo un mero cik-ciak cameratesco per aprire la discussione.  Lui impallidisce e mi dice:

“Ssshhhhh, zitto, ma sei scemo?”

Per un attimo penso che si sia offeso e mi maledico per non essere stato attento a non ferire i suoi sentimenti. Poi aggiunge:

“Come hai fatto a capirlo?”

Se non stessi vivendo una situazione drammatica che, tra le tante cose, mi ha procurato una paresi facciale che mi impedisce di ridere, mi sarei buttato per terra a grattarmi la pancia e a sbellicarmi dalle risate. Lui allora tenta improbabili spiegazioni:

“Guarda non si può nemmeno raccontare. E’ una vera ninfomane. Una malata  Non mi è mai capitato prima, giuro.”

“Cazzo Gigi, sei te il malato”

“Si è vero, ma tu che puoi capì? tu da quanto non scopi come si deve eh?”

“Ah beh, invece  scopare con un ottuagenaria sarebbe scopare per bene?”

“Non ha ottant’anni, idiota…”

“Nel senso che festeggia il compleanno a dicembre?”

L’arrivo improvviso di una comitiva ha impedito il continuo del colloquio.  Si capiva dal codazzo di gente che lo seguiva a distanza che era arrivato il produttore o qualcosa di simile. Era uno di mezza età, ben vestito con a fianco una sventola che aveva una cascata di capelli biondi, cosce che sembravano partire dalla gola e tette abbronzate. Una, per capirsi, che al confronto una coniglietta di playboy è una femminista incazzata. Gigi mi dice che deve chiudere un contratto con il suo segretario personale e mi molla là in attesa e sparisce da qualche parte. Il Boss  mi passa accanto e non mi si fila di pezza. Ricambiato. Vedo tutti gli altri però che, non appena vengono avvicinati abbassano la testa in segno di rispetto. Le regole non scritte che valgono ovunque. La sensazione forte e’ che nessuno voglia incrociare il suo sguardo perché Dio non voglia quello volesse attaccar discorso, rischierebbe il posto in men che non si dica.  Il tipo in questione sembra la rappresentazione vivente della nota espressione “con il capo non si scherza”. Si fa avanti il regista e dalla sua espressione deduco che ha necessità di una conferma da parte del nuovo arrivato che invece duro gli dice:

“Tutto qui? “

“In che senso?”

“Insomma quanti marchi vedi là dietro?”

“Il regista scruta in lungo e in largo il tavolo e i pannelli già tappezzati con i loghi di alcuni marchi: “

“Cinque”

“Fantastico, sai contare. Ora dimmi quanti sponsor ufficiali abbiamo coinvolto?”

Il regista mormora piano: “Venti”

“Allora perché ne vedo solo cinque? “

“Non vedo dove altro potremmo mettere gli altri in questa fase. Poi nell’altra scenografia sono certo che…”

“Forse qui?” lo interrompe il Boss, indicando un punto in fondo sulla sinistra “Laggiù possiamo anche ficcarci una cazzo di macchina per caffè e un’auto. Te lo devo dire io, cazzone?”

“Eh che a me così potrebbe, come dire, sembrare un po’ volgare, ecco..”

“Volgare?”

“Beh, se tappezziamo di pubblicità ogni cosa qua dentro..appesantiamo il prodotto finale” ribatte il regista

“Appesantiamo il prodotto finale ? Ma porca di quella Troia ascoltami bene, non me ne fotte un cazzo se non si riesce a vedere nient altro che la merda che cerchiamo di rifilare alla gente se questo serve a far incassare anche solo un euro in più . Il tuo problema è che il pubblico potrebbe trovarlo volgare?”

“Si”

Il Boss non lo degna di risposta, si volta verso un altro assistente e gli chiede di dire a quelli della raccolta pubblicitaria di piazzare qualche telefonata e vedere chi fa l offerta migliore per i posti che lui aveva indicato. Poi aggiunge cattivo: “E manda anche una email del mio estratto conto al pubblico (detto in modo ridondante)  e vediamo quanto cazzo lo trova volgare. ” fa una pausa e aggiunge “Fallito di merda.”

E se ne va, seguito dalla “pasionaria” bionda, lasciando un silenzio irreale dietro di sè. Dopo un po’ ritornano Katia Ricciarelli seguita da Gigi. La vecchia mi sorride in modo strano. Vedo che l’avvocato dietro sghignazza qualcosa. Rimango impassibile. La soprano mi dice piano:

“Mi piacciono gli uomini mezzi pelati sai..”

Non mi infastidisce tanto il passaggio al “tu” quanto quell’affermazione sul fatto che la mia testa sia oramai quasi una piazza d’armi. Le faccio una smorfia. Lei allora aggiunge:

“Mi ha detto l’avvocato che mi trovi interessante. “

Guardo Gigi che si sta spanciando dietro di lei e capisco che cosa ha fatto il bastardo.

“Si in effetti è una donna di gran classe”

Lo ammetto, come so mentire io, nessuno mai.

“Dammi pure del tu e chiamami tigre. E pensa che con me non avrai neanche bisogno di portare avanti la conversazione….dopo…”

“Ah ecco… senti avvocato dobbiamo parlare…” dico allo scemo.

“Se vuoi prima ti faccio vedere la casa.” rilancia la tigre. Fulmino con gli occhi Gigi e le rispondo:

“Grazie, grazie mille signora, guardi, è come se avessi accettato. Adesso devo proprio andare.”

Ho preso e sono scappato via, seguito poco dopo dal mio amico che si è preso un bel po’ di randellate ma poi, come capita spesso di questi tempi, si è finiti a parlare al bar dei miei problemi. Prima di lasciarmi mi dà una pacca sulle spalle e mi dice: “Capisco tutti i tuoi casini sai? pensa che c’è un tizio che conosco che è diventato impotente a causa dei problemi di lavoro. Dice che è comunque una cosa temporanea.”

“Se non voglio scopare il puttanone non vuol dire che sia impotente, stronzo.”

“Le seghe, amico, non valgono, ricordalo”.

Ed è volato via sulla sua Torpedo Blu.

In effetti, pensandoci bene ha ragione lui.

La prima volta che ho fatto sesso è stato un secolo fa.

L’ultima? e chi se lo ricorda….

vecchi

La carriera al contrario

Arturo ha fatto un passo indietro.

Almeno così dicono tutti quelli che lo conoscono da tanto tempo. Moglie compresa.

Si è laureato con me tanti anni fa ed ha fatto una carriera brillante. Da un’azienda all’altra, s’è fatto tutta la gavetta, per poi arrivare in una multinazionale che lo ha proclamato manager dell’anno. Quando ci rivedevamo non mi sembrava felice di sbattere in faccia a tutti la sua posizione sociale. Al contrario un po’ se ne vergognava. Era come se si sentisse un privilegiato rispetto a coloro che non riuscivano a trovare per intero la loro strada, me compreso. Non ha mai voluto lucidarsi le mostrine e non voleva mostrare i suoi muscoli di uomo arrivato. O comunque non con noi che lo conosciamo da quando se ne andava a giro con i calzoni corti. Ogni volta che gli chiedevamo del suo lavoro, lui minimizzava. Diceva e non diceva. La moglie però no. La moglie se ne vantava eccome invece. Era lei, che non ha mai lavorato un giorno in vita sua, a raccontare a tutti quanto fosse in gamba il padre dei suoi figli. Premiato alle convention aziendali, viaggi premio a iosa, portato a esempio a tutti per impegno, sacrifici e risultati. Ogni volta che lei ne parlava a quel modo a me stava un po’ sul cazzo, perchè mi sembrava evidente che per Anna, la moglie, lo status sociale era tutto ciò che realmente interessava e non c’è niente di più eccitante, per lei che sbattere in faccia a tutti la loro grandezza mentre gli altri a mala pena sanno come arrivare a fine mese. Poi però guardavo Arturo e lo vedevo imbarazzato e questo mi bastava per perdonarlo per la moglie che s’è scelto. E poi mi piaceva da matti il fatto che nella sua opulenza aveva mantenuto fede a un vecchio patto che avevamo fatto da ragazzi: mai comprare un SUV!

Le persone che comprano un SUV , sono sudicioni. Lo pensavo allora e lo penso ancora. E  nonostante la sua indole da martire, Arturo aveva resistito alle pressioni della moglie arrivista che ne pretendeva uno e per questo ho sempre pensato che meritava il successo che stava ottenendo.

Ho rivisto Arturo e la sua famiglia qualche settimana fa ed era tutto cambiato.

Non era difficile capirlo. Non vestiva più con vestiti di marca, non era più sbadato nell’usare i soldi offrendo tutto a tutti, e anzi era attento a non sprecare. Senza che nessuno chiedesse niente la moglie si è affrettata a raccontare che avevano deciso che la qualità della vita era più importante dei soldi e del successo e che quindi lui si era dimesso dal lavoro che lo impegnava oltre misura in quella multinazionale per farne un altro che gli desse più tempo per stare con lei e con i due figli. Quando lei raccontava questa storia  con la stessa enfasi con cui ha sempre fatto, mi sono accorto che Arturo guardava per terra, ma non gli ho detto niente. Non ce n’era alcun motivo. Nè c’era motivo di chiedere di più sul nuovo lavoro sul quale avevano glissato con grande classe. Mi aveva colpito piuttosto invece, nel proseguo della serata di come la moglie fosse molto più fredda con lui di quanto non lo fosse mai stata prima. Se non avessi saputo che si amavano da anni, avrei detto che lo trattava con astio. Nei suoi occhi avrei giurato di poter riconoscere il rancore e la tristezza e il dolore di colei alla quale è stato tolto qualcosa. Fosse anche un sogno.

Ieri sera ricevo una telefonata. Era Arturo. Aveva voglia di parlare. Mi ha detto che non se la sentiva di prendermi per il culo. “Non te”,  ha detto. Mi ha così confessato che la sua azienda, mesi fa, lo ha cacciato. Dall’oggi al domani, senza apparente motivo. “Solo” perché la crisi in corso imponeva dei drastici tagli di personale, loro hanno semplicemente scelto tra quelli che costavano di più e che in prospettiva avrebbero reso meno. L’eroe aziendale, l’uomo che le aveva fatto guadagnare un sacco di soldi era diventato semplicemente un ramo secco. Altri giovani manager le sarebbero costati meno e avrebbero lavorato di più e per questo avrebbero preso il suo posto. In quanto dirigente non aveva diritto ad alcun supporto sindacale nè al reintegro. Arrivederci e grazie per l’impegno, le auguriamo ogni fortuna. E liberi la scrivania entro mezzogiorno.

La fine del lavoro è coincisa con la quasi probabile fine del suo matrimonio. La crisi sopravvenuta con esso l’ha convinto che sua moglie abbia trovato un amante. E comunque non hanno più rapporti sessuali nè intimità di alcun genere.

Mi ha detto di aver provato a riciclarsi in qualche azienda più piccola, ma nessuno vuole assumere un uomo di cinquant’anni, non importa quanto grande possa essere la sua professionalità e sono bastati pochi mesi per mandare in crisi tutta la famiglia. Pensando che non avrebbero avuto difficoltà nel trovare un altro impiego, non hanno abbassato immediatamente il loro livello di vita e questo li ha portati vicino al crack totale. La famiglia della moglie lo ha tartassato e lui alla fine, giunto alla canna del gas, è stato costretto ad accettare di lavorare come aiutante di un elettricista che ripara ogni cosa. Il tipo, un amico del padre, gli ha offerto il posto solo in memoria del vecchio genitore che un tempo lo aveva aiutato. E adesso ogni mattina, Arturo, prende la sua pandina usata che il tipo gli ha dato in uso e parte a fare cose che solo qualche anno fa non credeva di poter mai fare.  Tutte le mattine il capo gli dà il lavoro da fare e gli dice in quanto tempo lo deve fare e lui, che un po’ se la cavava con le cose manuali, non c’ha messo troppo a imparare le  cose che non conosceva. Ma santo cielo, voglio ben dire, era uno dei migliori studenti che abbia mai conosciuto.  Mi ha detto che comunque riparare cose elettriche non è male come lavoro. Alla fine guadagni sempre un sorriso dal cliente e questo gli basta, almeno quasi sempre, per mandare giù la vergogna di aver perso il suo status sociale. Mi ha detto che incontra persone buffe e strane. Extra comunitari stipati in appartamenti in cui non credeva si potesse vivere o neo separati all’inizio di una nuova vita. Dice che non si annoia mai. E poi è sempre a giro con la sua pandina. A volte fa freddo, a volte piove. A volte un SUV di merda gli passa davanti e lo spinge sulla proda. Quando capita però lui non lo maledice come faccio ancora io. No. Lui sorride e scuote la testa.  Quella piccola utilitaria è diventata il posto dove passa un sacco di tempo. L’ha pure personalizzata mettendoci una radio che prima lei non aveva, qualche vestito per quando piove e fa freddo e persino un kit per il pronto soccorso che non si sa mai. Mi ha detto che ci tiene dentro anche qualche libro per i momenti morti e mi ha chiesto persino qualche consiglio in merito. La parte intellettuale del suo lavoro precedente gli manca un po’ e pensa di sopperire con questo al mancato uso del cervello che è costretto a subire. I libri, mi ha detto, gli placano quella sete mentale che nel suo attuale lavoro non è richiesto. Certo l’orgoglio è un po’ ammaccato e forse perderà anche la famiglia ma la musica a palla che ogni tanto mette in macchina per stordirsi, la stessa che ascoltavamo trent’anni fa, riesce a portarlo via ai tempi in cui credevamo che noi ce l’avremmo fatta.

Non ho dormito tutta la notte pensando a lui. Pensando che potrebbe essere la stessa fine che capiterà a me. La storia di chi aveva ottenuto tanto, o abbastanza, ed è costretto a ridurre tutto. Ogni cosa. Ma le cose che fa tutti i giorni adesso e soprattutto il modo in cui me li ha raccontati mi hanno spiazzato per l’umiltà  e la dignità e per il modo in cui è onesto e cristallino.

Da qualche parte ho letto che se tutti noi facessimo il nostro lavoro con attenzione e dedizione il mondo funzionerebbe meglio.

Questa affermazione in parte è giusta ma in parte sembra essere  conservatrice. Cioè è come se sottintendesse che è meglio che ciascuno continui a fare quello che fa senza pensare di poter fare altro. Io penso che i lavori migliori sono quelli che ci si inventa. Quelli quei mestieri che fino a quando non li abbiamo sperimentati noi non esistevano. E anche nel fare l’avvocato o il medico o il commerciante si possono sperimentare modi nuovi e per questo innovativi. Modi che lo fanno appartenere un po’ di più, quel lavoro, alla persona che lo fa.

Ecco forse sta tutto qui. Tutto sta nel riuscire a trovare un modo proprio, personale e distinguibile in ogni lavoro che facciamo, per farcelo sentire un po’ più vicino.  Un po’ come dire che se siamo solo in prestito a un certo lavoro lo faremmo molto peggio e che lui ci sarà molto più pesante di come potrebbe essere se fosse un pochino più nostro.E comunque trovare un equilibrio rimane la cosa fondamentale perché occorre pensare che noi non siamo solo il lavoro che facciamo. Non è giusto essere identificati o identificarsi con la propria competenza professionale. Credo che sia sano essere soprattutto qualcos’altro, oltre alla nostra dimensione lavorativa. Insomma siamo quello che facciamo ma anche quello che ci concediamo di non fare quando potremmo farlo.

Ma stamattina il sole si è alzato presto e Arturo avrà preso la sua pandina con le scale sul tettino e sarà partito per una nuova giornata di incontri. Mi piace pensare che si sia appena acceso la radio e stia ascoltando un programma che gli porti via la testa.

E che sia in pace con se stesso!

 

 

 

 

Elogio del Bukkake

Era già da un po’ che pensavo di fare un post sul sesso.

L’avevo promesso per ripagare tutti i cialtroni che ho turlopinato con i Tag a lui riferenti e che invece arrivano qua, entrano nell’Osteria-bar, Masticone e trovano gente che ride o piange o spara cazzate a go-gò ma di sesso nemmeno a pensarci sopra.

Inizialmente pensavo di scrivere delle mie fantasie erotiche, ma poi ho deciso che sono troppo banale anche da quel punto di vista. Insomma, ammettiamolo, a me piace fare le cose normali, in condizioni normali con persone normali. Non mi piacciono le orge, sono geloso della mia donna, non mi piacciono i privè e non amo praticare lo scambismo. Insomma una vera palla, lo ammetto. Sullo scambismo poi ho una mia idea tutta personale. E cioè che gli uomini che lo praticano vadano a raccattare una mignotta da qualche parte e arrivino felici nei luoghi di scambio arrapati come licantropi perche pensano che si stanno per fare la moglie di un altro che fa, di nascosto, tuttavia la stessa cosa. E quindi i bellimbusti finiscono per scoparsi le rispettive puttanazze credendo di fottere la mogliettina del babbeo che ha accettato lo scambio.

Tutti fanno così. Tutti tranne il mio amico Massimo, ma questa è un’altra storia. E no. Gli voglio bene e quindi non ve lo presento.

Con queste premesse non sapevo più a che santo votarmi per tirar fuori qualcosa sul sesso che sia minimamente interessante quando stamani a Radio 3 (proprio lei) la radio più acculturata che esista mentre sono in macchina sento la minchiata del mese. Un tizio, non ricordo nemmeno il contesto, tira fuori la storia per cui sembra che sia stato calcolato che il getto di sperma esca dal pene ad una velocita’ di circa 17 km/h. E tutto il giorno che questa cosa mi fa morire dal ridere. Ci penso e rido da solo. Ho anche deciso che la prossima volta che mi faccio una sega, me la voglio fare davanti a un’autovelox per calcolare il mio spruzzo.

E a furia di pensare alla corsa di velocità spermatica, mi è venuto in mente che potrei scrivere del Bukkake che trovo singolare e divertente. Il Bukkake è davvero un’antichissima tradizione giapponese un antico rito di fertilità che veniva compiuto dopo un matrimonio, per garantire una lunga a prosperosa discendenza alla coppia. La sposina veniva ricoperta di sperma da tutti i convenuti al matrimonio, che in tal modo dichiaravano di accettare la fanciulla come donna adulta e non più come bambina, con tutti i diritti e i doveri che ne conseguivano. La quantità di sperma indicava simbolicamente la lunga e prosperosa discendenza che i partecipanti al matrimonio auguravano alla coppia.

Del resto è’ provato che la semeterapia porti ad un allungamento della vita da parte delle donne.ll liquido è caratterizzato da pH alcalino, colore bianco-giallastro, consistenza viscosa. Contiene in particolare fruttosio, zinco, magnesio, numerose proteine nobili con funzione enzimatica. Le virtù naturali attribuite al seme sono molteplici: effetto tonificante, antidepressivo e ansiolitico, proenergetico, stimolante il sistema immunitario.Spesso una donna si chiede come fare per soddisfare pienamente il suo partner dal punto di vista sessuale, ebbene la risposta è molto semplice: è sufficiente bere il suo seme. Questo è quanto l’uomo istintualmente cerca nel corso della sua vita, anche se forse non lo sa, o non avrà mai il coraggio di chiederlo. Il sistema più semplice è quello di praticare la semeterapia all’interno della coppia; il seme può essere semplicemente assunto nel corso di un rapporto orale, oppure se il sapore non è gradito, è possibile raccoglierlo in un recipiente di vetro, mescolarlo con un po’ di succo di frutta e berlo subito dopo. I maggiori benefici si ottengono con il liquido fresco, appena raccolto. La conservazione è possibile in frigorifero, in un recipiente di vetro ben chiuso, per un massimo di 12 ore. E’ consigliabile l’assunzione 1 o 2 volte alla settimana.

Come molte antiche tradizioni giapponesi anche il bukkake ha subito l’influsso occidentale: quello che un tempo era un rito carico di significati simbolici è diventato uno sport in cui quello che conta sono gli arbitri e i punteggi. E sono nate nuove tecniche di Bukkake che manifestano lo stile e cultura dei nostri tempi:

1) a colpo secco–

Alle volte è difficile trovare un gruppo di uomini per una seria sessione di bukkake. Occorre portare il partner vicino all’orgasmo alcune volte prima di farlo eiaculare. Questo processo arriva da un antica usanza tantrica che aumenta la quantità di sperma eiaculato. Lo scopo è di riempire la faccia del/della “ricevente” con successive eiaculazioni. se il “donatore” è solo uno potete usare il suo pene come un pennello e spargere lo sperma su tutta la faccia così da avere una “copertura totale”.

2) colora le sopracciglia– 

Una tecnica eccellente è quella della colorazione delle sopracciglia. Occorre controllare un po’ il vostro orgasmo così da avere almeno due “spruzzi”.  Con il primo spruzzo partendo dall’esterno di una delle sopracciglia si cerca di “imbiancarla” tutta (la sopracciglia) per poi passare all’altra, cercando di evitare di spruzzare sul naso. 

3) famossimo “cornhole”

Al posto dei soliti Facial, questa tecnica permette di eiaculare in altre parti della testa della ricevente.per la precisione nell’orecchio. la tecnica consiste nell’eiaculare ne padiglione auricolare della ricevente fino all’ultima goccia dell’orgasmo, così da far sembrare l’orecchio una specie di tazza o di bicchiere per sperma.

4) Spray Nasale–

abbiamo tutti avuto il raffreddore e provato la spiacevole sensazione di liberazione nel soffiarsi il naso. Questa tecnica consite nel posizionarsi per l’eiaculazione nella narice della ricevente e poi venirci dentro, in seguito, con gli altri schizzi, riempire l’altra narice. Tutto sarà poi liberato da un delizioso starnuto.

5) Gel bollito–

Un’altra buona tecnica che consiste nel dare il giusto nutrimento ai capelli della ricevente. Tutti sappiamo quanto faccia bene lo sperma alla pelle e sappiate che fa anche meglio ai capelli! Se il viso è già tutto incremato spostatevi verso la sommità del capo della ricevente e venite dall’apice dello scalpo in dietro lungo i capelli. 

6)   La cremina sul caffè–

oltre ad eiaculare sulla ricevente potete dare un po’ di sperma anche nel suo caffè o nel drink che sta bevendo. Molte donne adorano la crema sul caffè, è piena di proteine! L’estremizzazione di questa tecnica consiste nel riempire un bicchiere di sperma e farlo bere alla ricevente. Potete anche condire qualsiasi cibo con il vostro sperma così da dare un gusto in più e aumentarne il potere nutritivo.

Sopratutto, incredibile ma diesel, esistono delle gare di Bukkake. E’ presente pure la Federazione Italiana Gioco Bukkake e già si parla di farlo diventare sport olimpico.

E pare che il team di Bukkake del Vaticano si eserciti quasi esclusivamente su fanciulli minorenni.

 

Missing persons

C’ è un verbo inglese che mi piace più degli altri.

To miss.

Mi piace perchè permette di dire con la stessa parola, sia cose profonde che altre invece profondamente sciocche. La differenza tra le una e le altre è solo il contesto e il punto di vista, o, a volte, l’intonazione della voce. Un po’ come adoro sempre fare io mettendo in crisi la persona che ho di fronte che non sa mai se sono uno che c’è o che ci fa.

Io, in realtà, ci sono, ma il verbo “to miss” al contrario ci fa. Ci fa eccome.

Cosa c’è di più banale che dire di aver perso un treno (I miss the train)  e contemporaneamente una cosa così bella come  sentire la mancanza di una persona amata (I miss you)?

In realtà si usa “to miss” anche quando si vuol dire di aver mancato qualcosa. Un target ad esempio. Un obiettivo qualsiasi.

E mentre pensavo a questo, stamattina, senza alcun motivo preciso, mi è venuto in mente che “Missing persons” è il modo di dire inglese per definire le persone scomparse. In qualunque modo. Sia quelle che sono sparite nel nulla e che non si sa che fine abbiano fatto, che quelle che sono morte e per le quali si sente la mancanza. La nostalgia.

E ho pensato alle tante persone che ho perso e che mi mancano terribilmente. E pure a tutte quelle che non ho mai incontrato solo perchè ho perso quel treno di cui sopra. E anche a tutte le volte che ho mancato i miei obiettivi di vita, perdendo, con essi, anche la possibilità di condividere pezzi di strada con alcuni amici che poi sono tutti diventati “Missing in Action”.

Ma tra le tante persone c’è n’è una in particolare. Una faccia e un sorriso che mi segue e a volte mi perseguita a tradimento come se volesse dirmi che devo ancora fare qualcosa per lui. E’ quella di Marco, il mio vecchio compagno di banco al tempo del Liceo. Se l’è portato via l’Aids tanti anni fa. L’eroina non gli ha fatto sconti. Eravamo opposti e per questo ci trovavamo da Dio assieme. Lui era un fico con le donne e piaceva a tutti con quel suo modo di fare, indolente e provocatorio. Pur se più intelligente di me, andava male a scuola perchè non studiava mai e sopravviveva grazie a ciò che gli passavo io di nascosto durante i compiti. Io saputello e perfettino che avrei scambiato, allora, la mia vita con la sua. Ci chiamavano Starsky e Hutch, che allora andavano di moda e, anche se forse assomigliavamo più a Gianni e Pinotto noi non ce ne curavamo.

Ho saputo che se n’era andato per sbaglio. Dopo la maturità ci siamo persi. Come capita.

Quando me l’hanno detto non ci volevo credere. Marco amava la vita. Era il più grande succhiatore di vita che abbia mai incontrato. Sono andato a trovare i suoi genitori che distrutti dal dolore mi dissero che aveva avuto una figlia che, dopo la sua morte, era finita a vivere con la madre da qualche parte, lontano da Grosseto dove abitavano.

Non so dire. Ogni volta che ripenso a Marco capita puntualmente che me lo riveda dietro un albero di nascosto mentre sono al parco con le mie di figlie, E ho sempre come la sensazione che voglia dirmi qualcosa.

E stamani in una delle mie allucinazioni, mi sono immaginato che volesse che parlassi con la sua di figlia. Quella bambina che quando lui morì aveva cinque anni, per raccontarle di come era suo padre. Per dirgli di lui. Anche se adesso, a occhio e croce, dovrebbe avere quasi vent’anni e l’innocenza l’ha persa da tempo. Però, mi sono detto, magari ha bisogno di sapere di più.

Credo che se mai la incontrassi le direi che suo padre era un anima gitana, un mascalzone dal cuore d’oro, un saltimbanco in grado di catturare l’attenzione e il rispetto anche di compassati Lord inglesi. Che suonava il rock’n roll e che la musica era il suo angelo custode e il dolore la sua stella polare. Che quelli di noi che allora lo hanno amato, speravano di raggiungerlo proprio laggiù ma che per quanto ci sforzassimo lui era sempre più veloce di noi.  Che cantava benissimo il blues e che la sua voce ha smesso intonare quelle note troppo presto e che da allora, condivide il silenzio con me nella mia mente. Le direi che da quando se n’è andato, il mondo, per me, è un po’ più freddo ma che la sua virilità sarebbe di fronte a me, guardando lei, che gli assomiglierà terribilmente e che guarderà l’universo un po’ come lo guardava lui. Di sbieco e sempre con il sorriso.

Le direi che  lui adesso è vive dentro di lei e che ogni volta che urlerà una vecchia canzonaccia degli Stones da sola in macchina a tutto volume, sarà lui a cantarla con lei.

Le direi che dovrebbe essere fiera di avere avuto un padre così, come io lo sono  di averlo avuto come amico.

Questo è per te, Marco.

Libero Arbitrio

La cosa che più mi piace dell’Osteria Masticone da dove sto scrivendo, è che qua dentro si riesca a passare da argomenti di una futilità incredibile (il senso della vita ad esempio) a quelli fondamentali per l’esistenza umana (la Topa).

Ieri, ad esempio, mentre con il mio amico Pakap si parlava di You Porn, che è un pilastro fondamentale della vita di ogni uomo sano di mente, quel birbaccione un mi va a stuzzicare su un argomento così importante come il Libero Arbitrio.

Lui, che mi sa essere cattolico osservante (lo deduco dalla pudicizia con la quale ammette a malincuore il suo reiterato uso quotidiano di seghe alle quali nessuno di noi viene meno) sostiene come esista e come è ciò che ci contraddistingua dagli animali. La possibilità che in qualche modo possiamo davvero essere noi a poter decidere le sorti delle nostre vite.

Io, al contrario suo, non ne sono affatto convinto.

Stamattina avevo in mente di trattare la cosa in modo accurato e filosofico, ma mi sono accorto di non averci per niente voglia di cimentarmi in questa cosa. Ciò di non di meno mi va di tirar fuori questo argomento. E allora ho pensato di postare un estratto di un romanzo inedito che ho scritto e che non verrà mai pubblicato, in cui due amici parlano proprio del libero arbitrio. Credo che in queste righe ci sia proprio ciò che io penso in merito.

Ah….dimenticavo due cose: prima cosa ho cambiato la musichina di fondo perchè troppi si lamentavano e voglio vedere adesso chi dice qualcosa del Boss.

Seconda cosa: ora e sempre W la topa! (e che Dio la benedopa)

 

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-  Ricordi quando eravamo giovani e tutto ci sembrava possibile? – mi guardava dritto negli occhi e notai la bellezza dell’intensità che metteva nelle cose. Pensai che nessuno avrebbe mai dovuto spegnere uno sguardo come quello.

- Beh non è mica che siamo poi cosi vecchi adesso.

- Si è vero, ma ricordi il tempo in cui credevamo che noi avremmo potuto cambiare il mondo, che insomma ce l’avremmo fatta? Quando pensavamo che il futuro davanti a noi potesse essere foriero solo di cose belle. Quando avevamo tutto da scoprire?

- Che vuol dire foriero? – chiesi per smorzare i termini della questione. Del resto non avevo voglia di fare il bilancio della mia vita. Da quando ho preso confidenza con la morte ho deciso che quando sarà, vorrei andarmene appellandomi solo alla clemenza della corte perché ogni bilancio sarebbe troppo fallimentare.

- Non vuoi parlarne eh?

- Sul serio io sono un modesto tornitore che sa una sega di termini così forbiti.

- A volte mi guardo allo specchio – fa lui – e mi chiedo se non avessi potuto fare di più. Se davvero non ho sprecato i soldi che mi ha dato Dio, come in quella parabola del nazareno, e non li abbia davvero mai fatti fruttare.

- Ma che dici bischero. Se hai bisogno di sentirti dire che hai fatto qualcosa di buono te lo dico pure. E lo faccio perché ci credo. Penso che tu sia, non solo il mio migliore amico ma anche tra le persone migliori che abbia mai incontrato. Quindi per favore smetti di dir cazzate. E se proprio non ti senti in pace con la tua coscienza perché sei un dannato clericale e il cattolicesimo ti lavora dentro, hai ancora una quarantina d’anni, più o meno, per metterti in pari. –

Lui mi guardò e sorrise stanco. Io mi sentii in dovere di aggiungere.

- Tu e i tuoi pretacci. Eppure la testa ce l’hai bimbo mio, ce l’hai sempre avuta. E ancora pensi che tutte quelle cose che ci insegnavano al catechismo siano vere?

- Perché tu non credi più in Dio? Da giovane eri un fervente catto-comunista –

- Una volta cacavo anche con regolarità se per questo. Adesso so’ diventato pure stitico.

- Si ok va bene. Però tu non te le fai mai queste domande?

- Ti confesso che al momento ho altre preoccupazioni.

- Ma se dovessi incontrare Dio oggi. Immaginiamo che tu lo debba incontrare nel pomeriggio uscito da qua. Che cosa gli diresti? Come giustificheresti la tua vita quando lui te ne renderà conto?

Gli feci vedere che mi toccavo le palle come gesto di scaramanzia. Poi dissi:

- Ma che ne so Giuliano. Che discorsi sono.

- Dai, su spara – incalzò lui – sei sempre stato un creativo voglio sentire come te la caveresti.

- Se proprio insisti. Vediamo – ci pensai su una decina di secondi e poi feci – forse gli direi che ha ragione lui. Forse ha proprio ragione lui non sono riuscito a far fruttare i miei talenti come quello della parabola di cui parlavi tu, ammesso che poi ne abbia davvero avuti. Però se ciò è successo è solo perché non avevo libero arbitrio. E’ stato Lui che non me ne ha dato la possibilità. Ecco questo gli direi. Non esiste il libero arbitrio quindi non è colpa mia. Sono da assolvere. –

Mentre dicevo queste parole mi stupivo di me stesso. In fondo non mi era mai capitato di pensarci sopra sul serio, prima d’allora.

- Fammi capire meglio per favore – fece la Prostata mostrando interesse.

- Scusa Giuliano secondo te qualcuno merita di esser punito perché non è riuscito a fare qualcosa che non poteva assolutamente fare? Insomma sarebbe giusto punirmi per non aver vinto i 100 metri alle Olimpiadi se non ho il fisico adatto per parteciparvi? In altre parole, possiamo davvero comportarci in modo diverso da come abbiamo fatto?

- Interessante devo ammetterlo. Tu sostieni che di fatto non controlliamo niente e non siamo responsabili delle nostre azioni?

- Esattamente. Se ci pensi bene ogni evento, qualsiasi cosa, è generato sempre da cause antecedenti. In ogni istante lo stato del mondo è il frutto del suo stato all’istante immediatamente precedente e da esso si evolve secondo leggi naturali immutabili e noi non possiamo certamente controllare le leggi di natura.

- Sei davvero incredibile, nell’arte dello stupire gli altri. Complimenti davvero. – disse Giuliano.

Avrei voluto dirgli “e non sai come riuscirò a stupirti tra qualche tempo” e invece aggiunsi:

- Il passato controlla il presente e il futuro. Noi non possiamo controllare il passato e non possiamo nemmeno controllare il modo in cui il passato controlla il presente e il futuro. E quindi non possiamo controllare un cazzo. Ne passato, ne presente, ne futuro.

- Certo è vero. – poi mi guarda malizioso e aggiunge – però la tua affermazione è un po’ speciosa e capziosa perché ad esempio io sono qua adesso e posso o non posso alzare la mano. Guarda qua. – rise e mosse il braccio verso di me.

Poi di scatto aggiunse:

- Anzi adesso decido che voglio alzare quest’altra. – e abbassò la sinistra per alzare la destra – No aspetta, ho voglia di alzare di nuovo la sinistra. Ecco lo vedi. T’ho fregato. Ho la precisa percezione di aver controllato il corso degli eventi. Insomma sono libero. Me lo dice la coscienza.

- Oh bravo. Ma quando muovi la mano non sei conscio dell’incredibile struttura causale che rende possibile il fatto che tu ti muova: la muscolatura, la coordinazione, la funzione del cervello o la respirazione. Tutte cose necessarie al punto che se una di queste mancasse non alzeresti più nessun braccio. Senza contare il fatto che lo alzi perché io provocandoti ti ho stimolato a farlo e se non ci fossi qua io non lo avresti fatto. E affinchè io sia qua per averlo potuto fare ci sono stati una marea di altre cause che ha provocato questa circostanza. E ti ho pure condizionato rispetto al fatto di alzare una mano prima e poi di seguito l’altra. E possiamo andare avanti all’infinito.

- Si guarda però che se davanti ad un giudice difendendo un assassino che ha ucciso una madre con i suoi quattro figli un avvocato usasse come strategia difensiva la lacrimevole  storia che quel mostro è così a causa della biologia o della società temo che non avrebbe grandi chance di vincere. Non ho mai sentito uno che ha fatto sua l’equazione tra crimine e malattia.

- Ma per l’amore del cielo – mi venne da dire – un soggetto agisce liberamente solo se può fare davvero altrimenti. Ma il modo in cui viene cresciuto, educato, plagiato o plasmato, manipolato gli evitano di essere padrone del proprio destino. Il settaggio che riceve nel passato non lo rende libero di agire in modo diverso da come poi agisce realmente nel presente.

- Il destino è destino – sospirò la prostata.

- Esatto. Hai finalmente colto il punto. Il futuro è già stabilito dall’indefinita catena di eventi che il mondo ha già attraversato. Quindi rassegnamoci e accettiamo all’idea che ogni nostra azione è priva di senso.

- Eh allora perché non vestirci anche di arancione e cominciare a cantare inni ad Are Chrisna? Are Rama Are Rama – ride Giuliano.

- In effetti loro chiamano tutto questo karma. Più o meno. Te la ricordi la canzone di Roberto Vecchioni, Samarcanda no? La logica è più o meno quella.

- Fammi capire tu stai tirando fuori tutta questa cosa dalla canzoncina di Vecchioni?

- Guarda che non è mica sua la storia. E’ una famosa parabola indiana o islamica, non sono sicuro. La Morte aveva visto nella sua lista il nome del prescelto prima, ed è questo il vero punto, capito bene? PRIMA che questi decidesse di fuggire. Il tipo sarebbe morto ovunque si trovasse. Ecco perché la sua fuga è inutile.

- E sti cazzi vogliamo dirlo?

- Fatalismo, my dear, semplice fatalismo. Cercare di influire sul futuro è inutile tanto quanto cercare di farlo con il passato

- Se Dio la pensasse allo stesso modo allora se ne starebbe a guardare i nostri sforzi e a sbellicarsi dalle risate. E non mi sembra tanto credibile amico.

- E’ solo il bambino Giuliano che è in te, manipolato dai preti in fase adolescenziale che ti fa pensare il contrario. Comunque mi hai chiesto cosa direi a Dio giusto? Beh questa sarebbe la mia argomentazione. Caro Gesù ti voglio bene ma tuo padre mi ha tolto la possibilità di essere davvero libero, quindi non rompere le palle e dammi il passaporto per il paradiso che s’è fatto tardi e m’è venuta fame e la cucina mi hanno detto che chiude presto.

Dissi questo proprio nel mentre che la simpaticissima cameriera ci portava quanto ordinato e finalmente ci saziammo anche di roba buona e non solo di parole.

Avevo dimenticato quanto mi divertiva argomentare con la Prostata.