La partita di calcetto

Per togliere ogni dubbio sul fatto che io viva una vita sana, equilibrata e felice, attorniato da gente di alta qualità intellettuale, ho deciso di parlare di uno degli happening più sentiti dal gruppo di amici che frequento: la mitica, inossidabile, imperitura, immarcescibile, immutabile partita di calcetto che pratichiamo da anni con la stessa regolarità con la quale lo Stato chiede i soldi a tutti i cittadini.

Noi però ci mettiamo più passione. Specie nell’insultarci.

Su ogni cosa.

Alla faccia di Kant e Hegel, che tanto amo, ma che, se giocassero a calcetto con me e scoprissi che sono delle pippe, li manderei a cagare senza ritegno senza rifletterci troppo sopra usando la dialettica che Friederich ci ha insegnato:

Tesi: sei una caccola a giocare, Antitesi: il fatto che hai i fulminanti al posto dei piedi non ti scusa, Sintesi: vattene affanculo!.

Siamo dei patetici uomini sull’orlo, non so se di una crisi di nervi, ma di mezza età sicuramente sì. Come s’invecchia male.

Il gruppo nella sua globalità è composto da circa sedici, diciassette persone, tutti trogloditi e degni discendenti di australopitechi al punto che la maggior parte di noi non avrebbe alcuna difficoltà a dare una pacca sul culo a una suora e a urlarle: Vai bella maialona! Qualcuno addirittura si vanta nel declamare le sue crudeli ed efferate azioni che compie come cacciatore e di cui si gloria mettendo pure le foto su Facebook. In posa con il fucile e gli amici vestiti come marines per il grande assalto ai fagiani o ai beccaccini.

Credo che Cesare Lombroso avrebbe molto da dire studiando i nostri tratti anatomici.

La partita si svolge però cinque contro cinque e quindi andiamo a giocare più o meno a rotazione, rigorosamente di lunedì sera. Essendo giunti a fine stagione tutti quanti abbiamo voglia e necessità di partecipare alle partite per incrementare le classifiche che ci vedono protagonisti. Disertare quindi le ultime apparizioni sarebbe oltre modo delittuoso per chi, come me ad esempio, sta lottando nella classifica assist man che quest’anno non dovrebbe finalmente sfuggirmi. Così ieri sera, mentre uno del gruppo stava finendo di versare le sue lacrime sulla tomba del padre crepato due giorni fa, noi ce ne stavamo a tirar calci a un pallone, che negli anni sta diventando sempre più grosso e pesante su un campetto di erbetta sintetica. Mi piacerebbe dire che abbiamo avuto un pensiero per il disgraziato. Oppure che abbiamo fatto, che so, un minuto di raccoglimento per ricordare la figura mitica del padre che ci ha lasciati.

Mammeglio.

Espressione che può essere ostica a chi non conosce il maremmano. Diciamo che noi la utilizziamo per enfatizzare affermazioni negative clamorose. Una specie di stile di vita per descrivere tutto ciò che non può essere descritto pena perdere la sua forza evocativa. L’espressione che rafforza il “mammeglio” e lo rende praticamente perfetto è “Sie” metafora del “Bona Ugo” tanto per capirsi.

Comunque la verità è che, ieri sera, incuranti della catastrofe capitata a casa Nucci, ci siamo abbrutiti subito come canaglie fameliche alla ricerca dell’agognato desiderio sferico di cuoio che rimbalza ogni volta più velocemente e più lontano dalle nostre aree di intervento. Stiamo diventando sempre più simili a un calcio balilla umano oppure a quell’altro gioco di cui non ricordo il nome dove tu premevi la testa del giocatore e quello alzava la gamba per tirare. Ci muoviamo meno e per compensare tutto questo però ci insultiamo sempre di più. L’espressione più gentile che ci scambiamo durante le partite è, infatti “spero tummoia”, della quale credo che non credo ci sia bisogno di dare accurata traduzione.

Ieri in squadra avevo Gildo, che ama giocare per me perché punta alla classifica marcatori e sa che io passo sempre la palla perché invece ambisco a quella dell’ultimo passaggio, il Fisso (detto così perché è sempre ubriaco) e due tizi che conosco a mala pena.

Il primo è un architetto di Napoli o giù di lì, non ho ancora capito bene. Per me, in fondo poi, è tutto uguale.  Ogni tanto sparisce poi riappare e a modo suo, per molti versi, è un tipo interessante. Di sicuro non convenzionale. Il tipo, sulla quarantina, ha  l’aria del risoluto che non si perde in chiacchiere e sembra dotato di spiccato senso pratico e anzi più volte mi è capitato di pensare che fosse del tutto privo di quello teorico.

Neanderthal è la parola giusta. Oppure zotico bestione se preferite.

Lui è quello più amico di tutti del Nucci. Il nuovo orfano. Ciò non di meno ha deciso di non andare al funerale per venire a giocarsi la partita con noi. Nello spogliatoio ci ha poi raccontato che non ne poteva più di partecipare a eventi tristi e si era inventato un impegno di lavoro per disertare il rave party al cimitero. La sua ammissione ha fatto sentire tutti quanti molto meno stronzi. In fondo se gli ha tirato la sòla lui perchè non anche noi?

E’ per questo che ci sta simpatico, perché lo guardi e pensi subito che ci sia qualcuno che può essere sicuramente peggiore di te. Eppure è un bell’uomo, ben messo, solido come una roccia e dai modi affabili anche se quando ti punta con il suo sguardo cattivo ogni tanto ti fa paura e lascia intravedere una carognaggine e più in generale una ferinità che è là pronta a venir fuori. Diciamo che la cosa più evidente dell’architetto Chegia è che, senza forse, è un tipo che se la tira un po’ troppo. E’ di quei tipi sicuri di sé che non hanno mai provato la sensazione di avere la propria autostima ridotta a un mucchietto di caccole. Piace a tutti, specie al genere femminile, anche se è un vero esperto nel parlare tantissimo di nulla montato con panna senza alcuna argomentazione.

O, forse, soprattutto per questo.

Non poteva quindi che essere soprannominato con plebiscito bulgaro: il cardinale Sborromeo.

Ero stupefatto che fosse in squadra con Gildo. Perché è evidente che i due non si sopportano affatto. Una cosa reciproca talmente viscerale che a volte è imbarazzante per chi ha la sventura di trovarcisi nel mezzo. Nonostante non siano più ragazzini più volte se le sono promesse e la cosa che mi infastidisce è che Gildo non perde occasione per provocarlo.

L’altro tizio che giocava con noi è un gorillone semiritardato grosso come Godzilla. Ha più di trent’anni e capacità oratorie pari a quelle di mia figlia che ne ha sette. Essendo forse consapevole dei propri limiti ha deciso di non diventare un garrulo. Però ha esagerato nel limitarsi e, a volte, da quanto è tonto mi sembra addirittura drogato tanto che spesso mi è venuto da suggerirgli di usare il naloxone che forse potrebbe aiutarlo a fargli passare quel torpore che sembra attanagliarli la cervice.

Non c’è nemmeno bisogno di ricetta medica.

Forse però pensandoci bene è solo affetto da afasia anche se però la scommessa migliore rimane che sia un encefalitico letargico. L’unica cosa che so per certo è che è’ sempre appresso al Chegia e dev’essere qualche suo galoppino napoletano che l’architetto si porta dietro per non pagare alcun tipo di contributi come si usa fare dalle sue parti. Viene ogni tanto per far numero quando siamo contati e di solito lo chiamiamo Careca, come il grande centravanti del Napoli scudettato ma nessuno di noi si azzarda mai a dirgli che gioca come una ciofeca per paura che quello ci allunghi un ceffone con quelle pale che tiene al posto delle mani.

Solo il Chegia, che deve esserci molto in confidenza, si permette di fargli delle parti a culo invereconde che, come si usa dire, nemmeno il maiale, al punto che mi è capitato di pensare che Careca lo avrebbe ucciso e mangiato là all’istante.

A volte per umiliarlo il Chegia, ci ordina di non chiamarlo come il grande centravanti brasiliano perché è una bestemmia a Dio.

- Ma che Careca, dovete chiamarlo Speggiorin a questa testa di cazzo – urla come un pazzo.

Ma nessuno di noi si è mai sentito coraggioso abbastanza da provare a farlo e in quei casi cerchiamo allora semplicemente di non chiamarlo mai in nessun modo. E la cosa lo ammetto è veramente difficile specie quando la partita è tirata e ogni azione può essere decisiva.

Ieri sera poi gli animi erano più caldi che mai e c’era un’aria elettrica che si poteva respirare a pieni polmoni. Verso la fine della partita quando eravamo sotto per 5-4, l’ineffabile e rutilante Speggiorin si è mangiato due goal a porta vuota che nemmeno un paraplegico mongoloide avrebbe sbagliato e questo ha mandato fuori di zucca il cardinale Sborromeo che è in lizza per la vittoria finale nella classifica di chi vince di più. La cosa ha innescato una serie di reazioni a catena di insulti anche tra le due squadre circa la fallosità di alcuni interventi pesanti non sanzionati e la situazione a un certo punto stava così degenerando che tutti s’è deciso che era l’ora di farla finita e di andarcene sotto la doccia. Perché in quei momenti ti viene davvero voglia di sterminarli tutti i tuoi avversari, arrivi a pensare che loro bruttezza d’animo crei un danno all’equilibrio dell’universo ed è a causa loro che non sei libero di vivere come meriti. E vorresti qualcosa con cui sbarazzarti di essi in un colpo solo.

Eugenetica è la parola giusta. Oppure frenologia se preferite.

Sotto la doccia con il mio bel costume adamitico che mostra i tatuaggi fatti in epoche lontane ne ammiro uno di un tipo e chiedo dettagli, perchè ne ho due e me ne manca un terzo che non ho mai fatto

- Stai invecchiando Mastica, fattene una ragione. – è la frase più gentile a dimostrazione di quanto da vecchi si tenda a tralignare.

Sono tutti così convinti che oramai i loro capelli o almeno quelli che gli sono rimasti, diventeranno bianchi e che tra un altro pochino si ritroveranno anziani. Simpatici vecchietti che vivranno serenamente gli ultimi anni come si usa fare in provincia. Non sanno, non possono sapere, che a me questo destino sta un po’ sui coglioni e che preferirei esser visitato  dalla signora in nero con la mietitrice in mano, prima del rincoglionimento totale .

E vorrei che quando essa arriverà, mi trovasse ancora vivo.

E con un nuovo tatuaggio sulla spalla.

 

 

L’insostenibile leggerezza dell’essere

Spesso in queste settimane di passioni, intese come tribolazioni, ho pensato a che cosa avrei davvero voluto fare per tirare a campare. Insomma al lavoro perfetto. Ero indeciso su alcune tipologie molto adolescenziali e quindi, consapevole della stupidità dell’idea ho abortito l’idea di venirne a capo. Questo almeno sino a stamattina quando, prendendo la bretella per andare a Lucca ho pagato il pedaggio a un essere che per prendere il dovuto e ridarmi il resto, non mi ha nemmeno guardato in faccia, preso com’era dal cruciverbone che lo appassionava tanto, mentre poco più in là la musichina di UNO mattina con le belle facce accoglienti di personaggi televisivi noti gli faceva compagnia.

Ecco, io avrei tanto voluto fare il casellante.

Il casellante autostradale è il lavoro più fico di tutti. Ti fai i cazzi tuoi e puoi, mentre svolgi il lavoro con il 2,3% del tuo cervello, fare con il rimanente qualsiasi cosa ti aggrada. Leggere un libro, guardare la tele, farti una sega di nascosto, andare su You Porn. Persino fare il cruciverbone della settimana enigmistica. Quello di Bartezzaghi.

In fondo oggi mi sento così.

Leggero. Insostenibilmente leggero. Pronto a fluttuare, etereo, nel mondo di Alice nel Paese delle meraviglie.

Sarà che in questi ultimi giorni mi sono capitati diversi incontri più o meno ravvicinati con persone che assomigliavano a Humpty Dumpty, al re Bianco alla lepre marzolina e via di seguito che ho come la sensazione di esserci entrato senza rendermene conto.

Ieri sera ad esempio, dopo la sempre più triste partita di calcetto del lunedì, un mio amico dice  a tutti che si è innamorato pazzamente di una donna. Prima che gli dicessi che era fortunato, aggiunge che la prescelta ha anche tre figli ed è felicemente sposata e pur trovandolo interessante ed essendo coinvolta da lui, gli ha chiesto di smammare. Mi veniva da ridere però vedevo che soffriva e quindi ho evitato di parlare. Che vuol dire che è coinvolta però ama qualcun altro? avrei voluto chiedergli. Un cazzo.

O invece si. Forse tutto. Pensavo proprio a questo stamani di fronte al casellante che non mi guardava. Pensavo alla generosità del mio amico che ha deciso di non disturbarla più nonostante sapesse che forse quell’amore folle è ciò che desiderano entrambi. Ha detto che che non voleva turbare il suo equilibrio così faticosamente conquistato. Che l’amava così tanto da volere il suo bene e non il proprio. Non so se io avrei fatto la sua stessa scelta e odio scoprire persone così spudoratamente migliori di me.

Che cosa farei io se trovassi una donna con dei figli e un marito che ama tutti? credo che me ne fregherei. Del marito intendo.

E il malessere di fondo che mi accompagna in questi giorni si è così acuito. In realtà io me ne frego dei mariti ma non delle donne. Mi è capitato di abortire storie d’amore travolgenti che sarebbero diventate plot da film d’autore solo per evitare alle malcapitate la sofferenza della via crucis che in qualche modo devo percorrere. In cuor mio speravo in realtà che queste avrebbero detto qualcosa come “amore mio, ti aiuto io a portare la croce”. Ma il Cireneo, si sa, era uomo e non donna. E forse avrei dovuto nascere frocio per ambire a tanto. Proprio stamani mattina poi, per una serie di eventi casuali e fortuiti, ho scoperto anche che una di queste colpite dalla mia “benevolenza” ama adesso follemente un altro uomo.  Ho cercato di combattere il primo senso di disgusto e di repulsione con il pensiero del mio amico di ieri sera. Insomma, cazzo, posso migliorare anche io?, mi sono chiesto, e , pian piano è subentrata la serenità. Sono felice che lei sia felice. Non mi va di dirglielo, so che oltre tutto suonerebbe stonato, però si, se lei è felice e innamorata di quest’uomo così speciale per lei io lo sono con lei.

Quindi la risposta è si. Posso migliorare anche io.

Forse.

Di sicuro mi sono ricordato un passo che mi aveva colpito, di Milan Kundera, letto tanti anni fa. E non c’è mai stato momento della vita che lo abbia sentito più vicino alla mia anima, di stamattina:

È un amore disinteressato: Tereza non vuole nulla da Karenin. Non vuole nemmeno l’amore. Non si è mai posta quelle domande che torturano le coppie umane: mi ama? Ha mai amato qualcuna più di me? Mi ama più di quanto lo ami io? Forse tutte queste domande rivolte all’amore, che lo misurano, lo indagano, lo esaminano, lo sottopongono a interrogatorio, riescono anche a distruggerlo sul nascere. Forse non siamo capaci di amare proprio perché desideriamo essere amati, vale a dire vogliamo qualcosa (l’amore) dell’altro invece di avvicinarci a lui senza pretese e volere solo la sua semplice presenza.”

Della Calvizia

Quando L. mi ha detto: - Sei davvero simpatico. - Ho per un attimo temuto che stesse cercando di dirmi che non ero il suo tipo. Insomma, la solita vecchia storia: sei carino, piacevole e simpatico. Un modo decente per dirti “no grazie”. Anche gli uomini dicono la stessa cosa. Lo so bene.  S’è mai vista una strafica, super intelligente e gnocca oltre che porcona che sia definita soltanto “simpatica”?

Mai!

Io però, babbeo fino in fondo, mi sono illuso che, per la legge del simpatico, io fossi la classica eccezione. E’ stato allora che L. per farmi capire meglio che cosa intendeva  mi ha dato la mazzata finale:

- Senti ma….ecco …si , com’eri da normale?

Ho pensato che avesse scoperto la mia natura sociopatica e il narcisismo che mi fa molto Dr.Jekill e Mr.Hide e stavo per confessare che normale non lo sono mai stato, quando lei vedendomi in ambascie ha chiarito meglio:

- Insomma com”erano i tuoi capelli?

Ed è stato là che, ricordandomi che anticamente l’uomo aveva più organi sessuali, stavo per risponderle “ma che cazzo vuoi?”

Ma prima che aprissi bocca, senza accorgermene sono ripiombato nel solito vecchio dramma.

I capelli.

E ho rimpianto pure i tempi di quando mi incazzavo perchè mi dicevano “Oh lo sai che stai perdendo i capelli?” Quei dementi forse credevano che non avessi specchi in casa? Sapevo non solo che li avevo persi, ma perfino dove fossero caduti. Eppure, adesso che non me l0 dicono più ,sono ancora più triste di prima. perche ho capito di essere passato dalla condizione di “cronico” a quella di “terminale”.

La prima volta che mi accorsi del dramma che stavo vivendo ero un giovanotto. Mi specchiai a lungo e alla fine presi coscienza del dramma che mi aveva assalito a tradimento e corsi in cucina dalla mi’ mamma piangendo: Mamma, mamma sto perdendo i capelli!!!” e Lei: ” Ti levi di ‘ulo ho appena spazzato!!”.

Del resto tutti sanno che per arrestare la caduta dei capelli non basta chiamare i carabinieri.

Quel coglione di Socrate ostentava la sua calvizie, sostenendo che “l’erba non può crescere sulle vie molto battute”; in altre parole, secondo lui, la sua calvizie sarebbe stata un segno evidente della sua intensa attività cerebrale

La condizione di Pelato, quasi calvo, la vivo ancora con sofferenza. A volte mi rado a zero che sembro proprio tanto carino e quei quattro peli che ho, una volta che sono cortissimi fanno sembrare che quella sia una scelta di vita e non un obbligo imposto dal buon gusto. E  sono così tonto alla fine pure io me ne convinco e allora lascio ricrescere i vari cespugli  che ancora resistono al disserbante dell’età nella speranza che sentano aria di primavera e che si siano rafforzati e ogni volta, puntuale come le tasse e la morte, arriva qualcuno che ti fa una domanda come quella di prima.

Mavvaffanculo!

Noi dell’associazione “Sani e Calvi” presieduta da Italo Calvino abbiamo creato un Comitato per i Diritti del Pelato che difende i Calvi da ogni discriminazione, ovunque e per sensibilizzare tutti a integrare i Calvi come loro simili.

Viviamo, è vero. più a lungo mangiando calvoidrati e la maionese Calvè. Però non spendiamo un soldo per shampoo e balsamo, e non andiamo mai dal barbiere. E quindi se l’economia non gira è solo colpa nostra!

Ma per quanto me la racconti è meglio un pomodoro oggi che un Pelato domani.

Detto tutto questo:

L. poppamelo!

 

Salone del Libro o Salone di Bellezza?

Non ho ancora chiaro se il Salone del libro di Torino sia il più bel Paese dei Balocchi del mondo oppure l’anteprima del girone infernale che ci toccherà di vivere come castigo eterno dopo la fine del Giudizio Universale.

Probabilmente entrambe le cose.

Per chi, come me, ama i libri e tutto ciò che sta attorno alla cultura, è qualcosa di unico e grandioso. Ma la sensazione di essere capitato in mezzo alla più grande Babele che sia mai esistita l’ho provata. Un mix di avvenimenti, incontri, radio nazionali che facevano dirette non stop e poi luci e colori. Vai al bar e prendi il caffè con a fianco Cacciari che parla con Odifreddi mentre di là ancora uno sconosciuto tampina con successo una zoccoletta incontrata per caso pensando di essere un gran figo e comincia a pomiciarci al bancone fintanto che questa non si dichiara “Escort” e lui si ritrae con sdegno insultandola davanti a tutti obbligandomi a prendere le difese della donna.

Insomma una follia.

Mercanti nel tempio, direbbe un purista, o magari solo un super mega “Hair show” americano, un salone da parrucchiere nel quale apparire è l’obbligo assoluto.

E su tutto un rumore di fondo che alla fine ti entra in testa come quel suono sud africano ai mondiali. E non ti molla più e ti devasta l’anima. Una mega vuvuzela  umana che ti fa pensare che prima o poi ti appaia sul mega schermo Enrico Varriale a intervistare qualche giocatore della nazionale.

Ci sono tre o quattro padiglioni immensi e comunicanti in cui è cosi per 5 giorni. Follemente iper attivo. In ognuno dei padiglione ci sono altrettanti spazi aperti per gli incontri con gli autori o qualche saggio o dibattito. Si parte dallo spazio più grande riservato alle star, poi uno meno grande, un altro ancora e infine quello microscopico dove presentano i giovani autori.

Lo chiamano  “Incubatore”.

Una volta ci sono stato anche io. L’anno scorso ero là. A 48 anni finalmente nell’Incubatore. Presentavo il mio libro assieme a uno scrittore della mia stessa casa editrice. Facciamo quasi cent’anni in due ed eravamo nell’incubatore.

Quest’anno invece vago, formica tra le formiche, tra gli eventi con la disinvoltura di un veterano che sa come muoversi e mi perdo dietro la bellissima dentiera della contessa Marina Ripa di Meana che risalta imperiosa tra le sue rughe che le danno l’effetto incartapecorente che tutti conosciamo e poi ancora dietro le tristi parole di Sepulveda che mal si sposano con la fila, due passi pù in là accanto, di persone in attesa di una forma di Fabio Volo, che sembra raccogliere molta più gente di Ammanniti.

Mi sbagliavo, non è una Babele è Sodoma e Gomorra.

Faccio un giro allo stand dell’editore e trovo vecchi amici. Invecchiati e tristi. Credo che loro pensino la stessa cosa di me e ci prendiamo per il culo a vicenda raccontandoci che stiamo proprio bene. Che noi ce la faremo nonostante questa crisi e che affanculo tutto, viva la Topa. Sul fatto poi che più del 99,99 percento,  delle persone che sono entrate al Salone del Libro non sappia nemmeno che esistiamo ce ne importa anche una ricca e aromatica sega.

Incredibilmente comincio a firmare autografi sul libro. Il primo è per Enzo che sta lottando contro una brutta malattia. Mi lascio coinvolgere, voglio sapere di più. Ma la macchina infernale in atto si macina tutte le migliori intenzioni del mondo e il povero Enzo viene risucchiato dalla marea di altre persone che sgomitano e insultano e palpeggiano di nascosto al riparo nell’anonimato del fiume umano che scorre e non ammette che brevissime soste pena l’annegamento.

Non molto distante trasmette in diretta la RAI e sfilano vip in continuazione che ovviamente non ti degnano di uno sguardo fintanto che quando passa un volto noto della televisione qualcuno lo insulta dandogli del barista da strapazzo. “Cameriere sarà lei” la sua risposta. Nasce un parapiglia. Il vip per non andare all’inferno, anziché la Madonna, decide di insultare la Maremma.

Questo no. Non lo accetto. Insulta tutti, pure mia mamma, ma non la Maremma. Non transigo.

Intervengono gli stewart a separarci e l’uomo, una volta al sicuro dalla mia rappresaglia scarica di nuovo il suo veleno su di me e sulla mia terra. Non sa che sta rischiando di brutto: ho ucciso per molto meno in gioventù. Per onore potrei pure farmi ammazzare. La solidarietà della gente attorno placa la mia ira funesta e mi ritrovo al bar a prendere un caffè con qualche amico e rivedo la Escort che la mattina pomiciava con il tipaccio che mi s’avvicina con un sorriso, mi riconosce e mi dice che potrebbe farmi lo sconto e che anzi, in via eccezionale, in virtù della mia gentilezza del mattino potrebbe pure farmi un regalino speciale.

La guardo e le dico semplicemente: “Grazie. Come se avessi accettato.”

L’ho sempre detto che chi nasce storto non può morire dritto.

Lezione di Rimorchio numero uno

Questo post (articolo – meglio – lectio legis) era stata scritta su espressa richiesta di Albert 1. e doveva essere inserita nel famoso (e bel) blog 2010: Fuga da Polis, dove mi aveva invitato a partecipare come autore. Il blog si è ribellato e non mi vuole (giustamente) tra i suoi  scrittori e quindi sono costretto a postarlo qua, perchè si sa, del maiale non si butta via niente.

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Il post pilota del mio arrivo in questo luogo ameno, il famoso numero zero, non poteva che essere una porcata.

E quindi provvederò a regalare al mondo il peggio di me con la prima lezione sul Rimorchio di donne.

Comincerò la mia inutile lezione con il sottolineare una cosa che ritengo fondamentale. Occorre saper distinguere tra una donna già conosciuta e una che invece è stata avvistata in qualche ambito e che ci ha fatto salire il testosterone.

La conosciuta in genere si abbindola peggio perché in grado di reperire più informazioni su di te e quindi occorre molta cautela nel raccontare merdate che invece possono essere elargite a piene mani con le disgraziate che ancora non conoscono la tecnica dello sparare cazzate a raffica. Occorre naturalmente avere stile nel farlo ed è caldamente consigliato anche di essere dell’umore giusto perchè non c’è cosa peggiore che essere costretti a mentire quando si sta pensando a tutt’altro e si può correre il pericolo di dire cose che poi si possono scordare dando luogo pericolosi litigi in fase di post vendita, insomma in quella di manutenzione del rapporto. In altre parole mantenere alta la concentrazione.

Lo studio della preda è una pietra miliare della tecnica del Rimorchio selvaggio.

Il professionista non improvvisa e, se lo fate, sappiate che state buttando via energia preziose quando invece con un po’ di attenzione potreste essere molto più efficaci ed efficienti.

Per quanto sia difficile riuscire a definire l’ampio spettro di possibilità che potete trovarvi di fronte io direi che le vittime del vostro ambizioso piano di conquista possono essere all’incirca inquadrate in queste otto categorie:

1) Porcona

2) Sognatrice

3) Intellettualoide e nervosetta

4) Paranoide complessata

5) Maschiaccio

6) Donna decisamente intelligente o decisamente demente

7) Complessata

8) Buona e cogliona

Ovviamente è possibile anche trovarne di altre ma è con questa tipologia che di universo femminile che il professionista del Rimorchio si trova a confrontarsi.

Poichè il tempo è tiranno e in questo prima lezione non posso spiegare dettagliatamente ogni tecnica da usare con ognuno del sopra citati gruppi sociali. Mi permetto, per rendervi subito operativi e far fruttare in pieno questa lettura, di consigliare un approccio generico che se usato con attenzione può risultare efficace con ognuna delle donne di cui abbiamo parlato.

Lo chiameremo “assalto dinamico ma fluido”.

La regola aurea consiste nel far parlare molto la preda. Non esiste donna che non ami raccontare ogni cosa di se. Qualsiasi puttanata le sia capitata da quando ha cominciato a pensare fino a ciò che le è successo la mattina dell’incontro. Difficile che una donna non sia una logorroica che non riesce a fermarsi anche se volesse. Durante il suo monologo assecondatela su ciò che dice anche con la mimica facciale e se pensate ai cazzi vostri fate in modo che lei non se ne accorga.  Date importanza ai punti più dementi di quello che racconta perchè credetemi, sono proprio quelli a cui lei tiene di più. Siate cauti e interessati senza esagerare. E ora la parte più difficile: Fatele credere che quello che vi dice vi interessi davvero!!! Ogni tanto cercate di smontarla, così per farle capire che avete ascoltato. Non vi preoccupate di cosa dite tanto lei non ascolta mica. Voi ditele soltanto all’improvviso: “su questa cosa non sono poi tanto d’accordo. Forse ci sono altri punti di vista” E senza rendervene lei conto lei vi farà la lista della spesa degli altri 989 punti di vista possibili spiegandovi (mentre voi state pensando a come risuolarla dopo) il perchè il suo è l’unico che funzioni.

Quando arriverà a parlare dei suoi problemi è il segno. Ti sta dando il messaggio segreto. Ti sta chiedendo il piacere di fotterla e tu devi assolutamente affondare il colpo.

E se non capisci il messaggio se sei indeciso o ti vengono scrupoli di coscienza rassegnati a restare irrimediabilmente un segaiolo a vita.