Il cielo stellato sopra di me e Hollywood dentro di me

Quando studiavo all’università, vivevamo in un grande appartamento di otto stanze. Ognuna delle quali aveva due letti. Sedici persone. Praticamente una comune. Venivamo dai posti più disparati e abbiamo dato vita a quanto di più eterogeneo avessi mai potuto immaginare prima di arrivarci. Il primo anno finii per far comunella con Mauro, un tipo particolare, che aveva in comune con me l’amore per la filosofia e la storia. Lui aveva però molti più attributi perché intendeva proprio laurearcisi, mentre io mi ero venduto a “Economia”, per un pezzo di carta più facilmente spendibile. Mauro, tuttavia, non mi trattava come un rinnegato. Diceva che sapere che ci sarebbe stato un nuovo stronzo capitalista che, però, amava la filosofia lo faceva sentire meglio. Perché ovviamente era un comunista che frequentava centri sociali. E così cominciò il mio periodo “alternativo”. Parlavamo solo di massimi sistemi e di rock’n roll. Mai di fica. Eravamo di quella serie di coglioni che riteneva che farlo fosse troppo volgare (con la erre moscia.) Alla fine mi convinse pure a seguire, assieme a lui, un corso al quale partecipava. Uno monografico su Kant. Mi convinse dicendo che il professore era una vera forza della natura. Che poi voleva dire che era un pazzoide. Uno di quegli schizzati che ogni tanto, non si capisce come, riescono a trovare pertugi assurdi e si piazzano in posti in cui tu pensi debbano starci personalità più normali e non così deviate. Il professor Colombo aveva dentro di sè il genio di Dio e la cattiveria del demonio che mischiandosi davano vita a visioni oniriche di follia allo stato puro che poteva far deragliare menti ben più forti della mia. Fu lui a farmi capire, finalmente, il perchè Kant fosse il più grande filosofo di tutti i tempi e quanto del suo pensiero fosse presente nei film pornografici. Ma questa è un’altra storia.

Durante quelle lezioni Mauro conobbe e si innamorò di una disadattata pazzesca che aveva un’amica paranoide, Flavia, perfetta per un allucinato come me. Vestita sempre di stracci con sciarpe e sciarpine e un borsone con dentro ogni cosa neanche fosse un bazar medio-orientale. Passavamo tutte le sere a farci di canne e a sbronzarsi con vino di pessima qualità e a fare discorsi del tipo: “No perchè la Palestina, no cioè Israele è stato canaglia, cioè la Cia ci spia, no cioè la rivoluzione culturale di Mao, no cioè perchè il comunismo di Trockij era diverso…..” bla bla bla. Eravamo sempre fatti come copertoni. Flavia era una dark ante litteram e di sicuro una depressa anarcoide che si eccitava se le parlavo di Bakunin ma che una sera mi disse che non si sarebbe mai fatta scopare da uno che non conoscesse benissimo Ralph Waldo Emerson. E così, per non sbagliare, mi toccò studiare la sua intera opera omnia destando sospetti nei miei che non capivano perchè i libri di economia li schifassi e non preparassi alcun esame. Quel Natale mio padre, dopo il pranzo mi prese da parte e mi fece serio: “Figliolo, sono molto preoccupato per te.” In effetti avevo rotto le palle a tutti con un monologo di tre ore sul genocidio degli Armeni del 1915 e avevo due borse sotto gli occhi acquosi che nemmeno un malato. Se avesse saputo che frequentavo una donna che, quando le chiedevo, “Che fai domani?” rispondeva “Mi suicido” e quando rilanciavo “E domani l’altro?” diceva “Ci riprovo” sarebbe morto all’istante. In ogni caso non durò molto. Dopo qualche tempo Flavia mi disse che non ero un vero rivoluzionario. Ero uno di carta, un mollaccione. E ne aveva trovato un altro molto più tosto di me. Un muezzin siciliano, che aveva due baffetti da sparviero e che cucinava benissimo il cous cous di carne e verdura. Quando cercai di capire cosa minchia c’entrasse il cous cous con la rivoluzione proletaria mi disse che non potevo capire. Non ero un vero fedayn.

Da quel momento cominciò la mia “normalizzazione”. In ogni caso accompagnai Mauro all’esame con Colombo. Quel matto del prof era famoso per farne di veramente assurdi. Era un assertore del fatto che contasse solo la prima domanda. Il resto, diceva lui, era solo Messa cantata. Andava a simpatie e, a volte, cacciava la gente con motivazioni assurde, mentre altre le promuoveva con lo stesso metro. A quello prima di Mauro mise in mano una lampadina e gli chiese quanto, secondo lui, consumasse. Il tipo rispose tranquillo “60 watt”.  Cacciato. “In mano a lei non consuma niente. Deve pensare prima di parlare”.  A Mauro dette un mazzo di chiavi e gli chiese “Mi dimostri che sono le mie”. Lui cominciò a farfugliare: “Aristotele e Platone avevano della proprietà un concetto diverso da quello che Rousseau ha poi ripreso…..”.  Colombo lo incalzò ancora. Mauro non riusciva a tirar fuori nessuna teoria. “Torni al prossimo appello”. Mauro si alzò.  E lui: “Ehi dove va con le mie chiavi?” e Mauro “Ecco dimostrato che sono le sue”. Promosso.

Reincontrai Colombo qualche anno dopo, in un bar dove ero andato a far colazione una mattina. Nei piccoli atenei di provincia come Siena è cosa che può accadere. Sembrava più perso nel mondo delle nuvole che mai. Mi venne di salutarlo e lui mi guardò in modo interrogativo. Pensando di fargli un complimento gli dissi che ero uno dei pochi che, anni prima, aveva seguito un suo corso, così, solo per il gusto di farlo, senza dare poi l’esame alla fine dell’anno. Lui rispose solo “Ah” . Credo che intendesse dire “Povero scemo”. Poi con un tono saccente che non ricordavo mi fece:

“E che cosa crede di aver imparato da esso”. Mi ferì il suo tono e gli risposi allora:

” Che le donne delle pulizie e le bidelle sono sempre fighe. E dopo essersi fatte chiavare selvaggiamente ricominciano a pulire senza battere ciglio!”. Catturai per venti secondi la sua attenzione. E mi disse:

“Lei pensa di essere divertente vero? Eppure se guardasse attentamente anche i film di Hollywood scoprirebbe tanto Wittgenstein e Schopenauer dentro di essi e vedrebbe che il mondo è la totalità dei fatti non delle cose.  Ora, un linguaggio, un’immagine, sembra avere una prevalenza su tutti gli altri linguaggi, su tutte le altre immagini. Questa immagine è l’immagine logica: essa rispecchia perfettamente la realtà. E la rispecchia perfettamente non solo perché il suo fatto  rispecchia perfettamente il nesso di oggetti  ma perché anche esiste un isomorfismo tra i suoi costituenti e i costituenti della realtà. Si potrebbe pensare allora che se l’isomorfismo fosse perfetto, la logica rappresenterebbe perfettamente la realtà”.

Rimasi a guardarlo a bocca aperta. Lui se ne accorse e perse interesse: “Capisco” fece “lei è uno studente di legge. No anzi, lei ha la faccia di uno studente di economia. Però ci pensi sopra almeno”. Non c’erano cazzi. Era semplicemente un genio pazzo.

A distanza di secoli ho rivisto Flavia qualche tempo fa. E’ venuta a una presentazione di un libro. Raccontò che era di passaggio in Italia, aveva letto qualcosa ed era curiosa, tanto curiosa, di rivedermi. La prima cosa che mi disse fu “Ma ti vesti ancora da straccione?”. In effetti lei era perfetta nel suo bel vestito di Gucci le scarpine di marca e un make-up che la facevano molto più diva del cinema che pasionaria per i diritti di qualcuno. Mi spiegò che si era sposata con un diplomatico ed era importante il “look”. E poi era così orgogliosa di rappresentare l’Italia nel mondo e che io non avrei mai potuto credere quanto lavoro ci fosse dietro l’impegno dello staff di un Ambasciata. E venne fuori che, comunque, preferiva stare a Washington D.C. che a Damasco.  Pagai io il caffè al bar ma Flavia conosceva le buone creanze e fece la finta di volerlo pagare comunque lei e tirò fuori un portafoglio di pelle che fece accapponare la mia. Se ne accorse e arrossendo disse

“Si, ma è eco sostenibile”.

Pensai, mavaffanculo. Però le dissi con tristezza:

“La virtù più ricercata è il conformismo. La fiducia in sé stessi ne è la piena antitesi.”

Lei reagì stizzita.

“Che frase assurda che tiri fuori. Puoi fare di meglio sai?”

“Non è mia Flavia. E’ di Ralph Waldo Emerson.”

Quell’esame con il professor Colombo è stato uno dei pochi che invece Mauro abbia mai superato. Non si è mai laureato e adesso vive a Pinerolo, in provincia di Torino e fa il dipendente comunale. E mi fa stare meglio sapere che c’è almeno un dipendente pubblico che ama la filosofia. Mi ha scritto stamani per dirmi che ha saputo che Colombo è morto. E’ crepato come ha vissuto. Come un folle. O forse no. Ha parcheggiato la macchina su un area di parcheggio vicino a un cavalcavia, si è spogliato di ogni cosa, ha piegato i vestiti in modo quasi perfetto e s’è buttato giù senza lasciare alcun messaggio. O forse quei vestiti piegati lo erano. Chissà magari deve averne parlato in qualche altro corso. E allora in onore di quel folle genio, voglio dire a tutti quale filosofia di vita ho capito dai film di Hollywood. E questo grazie a quel disgraziato che amava i film porno.

In primo luogo  non occorre preoccuparsi troppo se si ha di fronte un numero elevatissimo di nemici in un combattimento di arti marziali. Essi, infatti, aspetteranno pazientemente di attaccarti uno alla volta, danzando educatamente, in maniera gentile e garbata ai lati dello spazio dove si svolge lo scontro, fino a quando tu non hai atterrato il loro predecessore. Oppure devi ricordarti che puoi sopravvivere a qualsiasi cruenta battaglia in ogni possibile guerra, anche la più sanguinosa e terribile, quella dove c’è la peggiore feccia umana mai venuta sulla terra. Si, ce la puoi fare, purché non tu non faccia il clamoroso errore di mostrare a qualcuno la foto della tua famiglia a casa che ti aspetta. In quel caso sei fritto e nessun super eroe potrà mai salvarti. E ancora, se sei un poliziotto onesto non rischi mai la vita tranne che quando sei a due o tre giorni dalla pensione dove sei sempre immancabilmente sparato. E allora forse è il caso di sapere che, qualora facessi quel mestiere, occorre prendere delle ferie in arretrato proprio da usare in quei momenti. Per non dire, infine, che la tosse è di solito il segnale di una malattia terminale e che, soprattutto, i cani sanno sempre chi è il cattivo della situazione e quando lo incontrano gli cominciano a latrare contro mentre il loro padrone non capisce mai il perché.

Ma cosa minchia ci sia in tutto questo di Wittgenstein lo devo ancora capire.

 

Convention

Oggi sono stato a Firenze, per lavoro. Dovevo incontrare alcuni fornitori ai quali chiedere pietà e, mentre avevo finito con uno, in attesa del secondo sono entrato in un bar di periferia. Uno di quelli in cui non sarei mai entrato in condizioni normali.

Insomma faceva schifo anche solo respirarci dentro.

Mentre bevevo il classico caffè, non potevo però staccare gli occhi da un tizio, un personaggio bizzarro, che aveva attirato la mia attenzione. Alto e magro e a suo modo elegante, aveva scambiato un paio di battute di politica con il barista che senza esitare gli aveva versato un bicchiere di bianchino. Aveva degli stivaletti rossicci e pantaloni bianchi, un gilet fuori posto ma portava con eleganza un gran naso, una barba non curata, una capigliatura più bianca che grigia, più lunga che trascurata.

Assolutamente unico nel modo in cui era vestito entrava e usciva dal bar. Sembrava avesse qualcosa dentro che lo agitasse come uno frullino. Una sigaretta appena tenuta sulle labbra, fuori a fumare.  E poi di nuovo dentro a prendere un altro bianchino. Ero quasi sicuro di averlo già visto da qualche parte, per quello mi attirava. Ma non riuscivo proprio a capire, nè dove, nè quando.

Passo del tempo a far finta di leggere il giornale ma intanto cerco di ricordarmi chi diavolo fosse. Ma niente. Non c’era vero. Non mi veniva in testa.

Poi lascio il bar e vado all’altro incontro. Di nuovo a chiedere pietà a un altro fornitore. Parlando della crisi e della necessità di allungare dei pagamenti. Solite storie di piccoli imprenditori in crisi.

Finito quell’incontro, prima di ripartire per Lucca, mi ritrovo più o meno inconsapevolmente di nuovo nello stesso bar. E quel signore, quello di prima, era ancora là. Probabilmente aveva finito anche lui le cose da fare  Un altro bianchino, un altra sigaretta. E poi di nuovo fuori. E ancora dentro e poi fuori. Senza posa.

E proprio mentre lo vedevo fumare come un ossesso mi sono ricordato come e quando l’avevo conosciuto.

E’ stato tanti, tanti, anni fa. Quando io per cercare di pagarmi gli studi facevo l’informatore scientifico. Un modo come un altro per raccattare qualche soldo onesto in attesa di partire per la mia avventura alla conquista del mondo. Ricordo che una volta partecipai a una delle  Convention aziendali. Uno di quei posti in cui si fa in modo di dare sniffate di positività alla struttura di vendita, premiando i migliori e umiliando i più scarsi. Dove vige una specie di legge della giungla e dove ti obbligano a urlare il tuo entusiasmo anche se hai il cuore a pezzi. Io ero molto giovane e non me ne curavo. In fondo sapevo che per me non sarebbe stato per sempre. Ma già allora mi era chiaro come queste Convention siano un obbligo per alcuni e un privilegio per altri. Posti in cui ci si prende troppo sul serio.

E’ proprio dentro le Convention che esplodono dinamiche  strane e a volte surreali con le strutture aziendali che fanno finta di nascondersi e invece sono là in bella mostra a far vedere i loro muscoli. Tutti quelli che sono lì, ci sono perchè lavorano assieme, non per altro. E c’era anche quel signore che adesso beveva bianchini in continuazione e che fumava come un ossesso.

Aveva un nome strano che non saprei più dire ma mi ricordo perfettamente che, molto più giovane di adesso fu chiamato sul palco a raccontare della sua esperienza di venditore tra gli applausi dei colleghi di allora. Disse addirittura a un certo punto che lui aveva interrotto le sue ferie per tornare al lavoro e inoltrare un ordine che altrimenti sarebbe passato il mese successivo. Io lo guardavo esterrefatto ma tutti intorno lo osservavano come una specie di eroe aziendale.

E quella convention finì in un modo assurdo. Quel tipo, l’eroe aziendale, fu prima onorato da tutto l’establishment dell’azienda che disse a tutti che proprio lui era l’uomo al quale ognuno di  noi avrebbe dovuto fare riferimento come modello di vita. Lui era il prototipo di come saremmo dovuti diventare noi. Specie quelli come me alle prime armi.

Poi l’eroe chiamò sul palco una serie di persone e attaccò in testa a ciascuno di loro una fascia dove c’erano scritte i nomi di alcune molecole, tipo HDO, oppure colesterolo , progesterone, queste cose qua. E la scena seguente era che vedevi signori di cinquanta o sessant’anni con magari famiglie e figli, una loro dignità umana e professionale che si aggiravano vestiti da colesterolo trasportavano piccolo sfere di plastiche che rappresentavano l’ossigeno o i grassi o chissà che, con la faccia triste di chi sa che deve essere messo alla gogna come gioco di ruolo della società per la quale lavoravano.

E l’eroe bello e spavaldo rideva di gusto.

Prima di uscire non ho potuto fare a meno di interrogare il barista che evidentemente lo conosceva bene. E così mi ha detto che quel signore distinto dal profilo importante non lavora più, moglie e figli l’hanno lasciato e lui gira sempre là attorno. Aveva un ufficio importante, sembra che fosse diventato un pezzo forte di una grande multinazionale e poi aveva fatto una carriera politica interessante ed è arrivato perfino a diventare assessore di qualche cosa da qualche parte.

Fino a quando lo hanno beccato mentre si prendeva una bella bustarella…

 

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Oroscopone

Ovvero l’amore e il sesso al tempo del colera.

Cioè il nostro tempo. Il nostro intendo di esseri umani (più o meno) senzienti che si avviano sul viale del tramonto.

Quando eravamo giovani e baldi le cose erano diverse. Più “smooth” per usare un termine di moda. Erano gli anni dei soft porno e, appunto, dell’Oroscopone di mezzanotte di fantozziana memoria.

Fino a mezzanotte di sera niente. Non ci facevano vedere niente. Poi sulle prime reti private (RTV 38 su tutte) cominciarono a comparire i famosissimi soft porno che hanno dato un impulso mostruoso al peggioramento della nostra cecità adolescenziale.

La regola base del soft porno era che c’era anche una trama. A dirlo oggi dove la meccanicistica regna sovrana e dove Internet ti regala, a pagamento e non, qualsiasi porcata possibile e immaginabile sembra impossibile, ma allora anche il porno aveva un trama. Ed era mica una cosa così. Erano trame a volte pure sofisticate, che le commedie di oggi gli fanno….. si insomma quella cosa lì, tanto per restare in tema.

Adesso invece se giri distrattamente su canali del digitale terrestre all’ora di cena puoi incontrare di tutto e non ci fai nemmeno caso. Fillippine e orientali che fanno giochi equestri tra loro o con animali, russe e slave in genere che fanno cose inimmaginabili. Buongiorno tristezza. La bellezza di certe cose nascosta da azioni che private del contesto sono pura ginnastica e niente di più.

Ieri sera però, sono stato a cena fuori con amici e come sempre mi capita in questi casi ho esagerato nel bere e sono tornato a casa e avevo un drago che sputava fuoco dal mio stomaco e di andare a dormire proprio non mi andava.

E alla fine, nonostante tutte le premesse, ci sono cascato pure io.

Mi sono sdraiato sul divano in salotto a guardare la televisione e poiché a tarda notte non c’è molto da scegliere ho deciso di provare il solito spettacolo falsissimo che va in onda su canali periferici del digitale terrestre. Si, proprio uno di quelli in cui vedi donne meravigliose che si fanno tra loro le peggio cose e ti aizzano a chiamare numeri ai quali promettono di dirti le più grandi maialate che hai mai sentito e che invece sono solo numeri acchiappa citrulli da spennare.

In genere mi stufo dopo una decina di minuti perché sono programmi sempre ripetitivi e non c’è  mai niente di particolare che li differenzia l’uno dall’altro, però ieri notte ce n’era uno che proprio non riuscivo a smettere di guardare.

Il vero protagonista era un  brutto bacarozzo, vecchio decrepito che poteva essere il fratello sfigato di Emilio Fede che, dopo aver banchettato con il Cialis, si sbatte allegramente una dietro l’altra cinque o sei mignottazze a denominazione d’origine controllata.

Un tipo veramente ascetico. Era il mio idolo.

Quando stavo già esultando perché nello schermo erano apparse due gemelline thailandesi tutte maculate e già pregustavo lo scempio che quel mostro ne avrebbe fatto una volta che avesse finito di paciugare con la russa che intanto si stava avidamente trinciando, quel laido non mi va mica a morire stecchito colpito da infarto fulminante?

La cosa che il corpo umano sia una macchina perfetta, va bene fino ad un certo punto. Nel senso che è perfetta finché va tutto bene ma al minimo intoppo, per usare un inglesismo e riassumendo il tutto, sono cazzi.

A ogni buon conto, non appena se ne accorge, la nobildonna moscovita, abilmente doppiata, si è sentita in dovere di dire a tutti noi maniaci che la stavamo guardando in quel momento che, testuali parole: Se scegliete me, vi farò morire di piacere!!!

E a seguire un numero di telefono al quale chiamare.

Parafilia è la parola giusta, oppure petopornografia se preferite

Non posso negare che questa cosa mi ha colpito profondamente e continuo a pensarci sopra anche stamattina. Mi sembra infatti un ottimo modo per togliersi dai coglioni. Consono alla mia classe e al quale credo di potermi adusare con serena rassegnazione. E quindi mi sono annotato quel numero.

Hai visto mai.