La nobiltà della sconfitta

Ontologicamente siamo sconfitti.

Alcuni lo scoprono prima, da bambini, a sei o sette anni. Magari mentre giocano a nascondino e aspettano di essere tanati, e lì, nel buio e nel silenzio perfino del respiro, sono invasi dall’angoscia della mancanza. Di un senso, del luogo da dove si è stati gettati nell’esistere, della meta da raggiungere. (Ma ne esiste poi davvero una?). Anche chi non se ne accorge e in quei momenti pensa solo a correre più forte di chi sta sotto, se questi lo trova, per fregarlo, nel profondo di se stesso in qualche modo l’intuisce. Lo sa.

E la corsa, che può continuare anche per tutta la vita, quella che ti fa affannare nel tentativo di affermarsi e possedere, tradisce prima o poi, il suo essere facciata, il suo appartenere a un mondo fallace fatto di apparenza e di ombre.  L’infinito diventato qualcosa da cavalcare con qualche trucco e presunta saggezza non ti basta più. Diventi rancoroso, famelico, bulimico. Avverti quel senso di inadeguatezza che non se ne va, quella patina di noia che rende tutto senza senso. Vuoi tutto, mangi troppo. La tua digestione diventa difficile, il tuo talento obeso. Se ti va bene, vomiti. Se ti va male, scoppi. E ti accorgi che più si ha successo, più si lasciano per strada gli altri. Si parte dal plauso e si finisce nell’invidia. Capita così che a volte ci si debba limitare e non dare il massimo di sé, proprio per evitare di compromettere un delicato equilibrio nel rapporto con gli altri. In questo caso si sacrifica l’”io” in nome del “noi”. E non solo a livello sociale, ma anche in un rapporto per esempio di coppia. Sono scelte, delle volte terribilmente autodistruttive.

Oppure può accadere che si finisca per scoprire che esiste un fattore individuale che impedisce il successo. Quelli che hanno studiato la chiamano “Nikefobia”. E’ quella che nella sport ti blocca per una frazione di secondo che è quella che ti fa perdere o che ti fa compiere errori elementari che se solo non ne soffrissi non commetteresti mai.  O che nella vita di tutti i giorni ti fa esitare o rinunciare proprio nel momento cruciale. E magari ti compiaci nel pensare che te la cavi molto meglio con l’insuccesso mentre invece il successo che pensavi di cercare, alla fine, ti mette solo che a disagio.  E affanculo la parabola dei talenti e pure il super io.

Ci sono culture per cui vincere è tutto (Wall Street…)  mentre per altre è l’esatto contrario (Monasteri tibetani…). E mi torna in mente la hoganbiiki, la simpatia giapponese per il perdente, raccontata da Ivan Morris ne La nobiltà della sconfitta.

Ci rimane solo il paradosso: la libertà deriva dall’accettazione di ciò che non si può cambiare .

L’abbracciare, con lo spirito del resistente,  quello di chi sa che cosa l’aspetta e tiene alto e diritto il proprio sguardo, ciò che il destino ha in serbo. È paradossale è vero , ma fino ad un certo punto. Perché è come dire alla morte: tu stai vincendo, ma io non ti temo. E non temo nemmeno la solitudine che semini intorno a me, perché noi, proprio noi, io e chi mi hai preso, siamo qui, nei gesti, nei sentimenti, nelle parole dette e scritte, nei pensieri, negli innumerevoli segni e tracce, che verranno raccolti, che saranno seguiti, anche oltre me.

Oltre noi…

Il senso della vita

Sono andato a prenderlo all’ospedale perché sua moglie stava male. Avevo timore di entrare perché gli esami e le analisi  che gli avevano ordinato non erano di quelli che fai volentieri.

Ammesso che poi ne esistano di tali.

L’ho trovato che mi aspettava già vestito nella sua stanza sulla sedia a rotelle che lo avrebbe portato all’uscita. Stava guardando fuori dalla finestra e non mi ha sentito rientrare. Ho bussato per farmi riconoscere, si è girato e mi ha sorriso. Uno di quei sorrisi che un uomo può vedere due o tre volte nella vita. Se e’ fortunato. Quelli che ti prendono alla pancia e ti fanno venir voglia di annullarti nell’altro. Di regalargli tutto quello che hai dentro. Di spogliarti e di urlare a Dio: ehi brutto stronzo, prendi me che sono inutile quando non proprio dannoso.
Ha cominciato a dire le solite banalità del caso con dolcezza.
Troppa dolcezza.
Quella dolcezza che stona in bocca a un cinghiale sanguigno.
Gli ho risposto a tono.
Alla fine ha grugnito:
“Due mesi Masty. Tre se mi dice culo”

In quel momento è entrata un’infermiera. Era la classica bella piena all’amarena. Non si è sprecata in troppe moine. Ha consegnato il foglio di uscita e tanti auguri. Ci vediamo nella prossima vita. Dentro la corsia facce lugubri di parenti di degenti mezzi moribondi che si davano un immaginario cinque alto l’un l’altro per cercare di farsi forza. Scendiamo usando l’ascensore in silenzio. Cosa si dice a un condannato a morte più intelligente di te per non offendere il suo cervello?

Dentro l’ospedale la vita scorreva lenta ma senza intoppi e tutti quelli che incrociavamo sembrava avessero ben chiaro chi e cosa fossero: un bel niente!

Tanti bel niente uno accanto all’altro a fare trenini dell’amore e della pace. Girotondini in attesa che si compia la beata speranza.

Quando arriviamo al piano terra gli viene voglia di di far colazione.

“Come le dico l’esito dell’esame a Stefania viene un coccolone e col cavolo che mi fa mangiare. Quindi approfittiamone adesso, per favore”

Ci fermiamo al bar dell’ospedale. Che non è  un bar. È un troiaio di posto dentro un ospedale di merda in un giorno che fa schifo nel momento peggiore degli ultimi mesi che sono stati i peggiori della mia vita. E della sua, credo.

Ci sediamo e mentre aspettiamo che ci portino i cappuccini  lo vediamo.

E’ bello come la pirite con la quale si giocava da bambini pensando che valesse chissà cosa.

Là dentro, in un posto che farebbe vomitare anche Gesù c’e l’immarcescibile Bobby Solo che al telefono sghignazza e canta Elvis a qualcuno che non sappiamo. Tutto il mondo intorno va a rotoli e lui bello laccato e con il ciuffo d’ordinanza in mezzo alla gente che sta crepando e soffrendo perdendo le speranze minuto dopo minuto, canta Jailhouse Rock al telefono.

E lo fa anche benissimo. Muove persino il bacino come Elvis the pelvis per darsi il ritmo giusto.

Lo guardiamo attoniti ed estasiati allo stesso tempo e alla fine il mio amico mi dice:

“Ricordalo sempre Masty e’ questo il senso della vita. Bobby Solo in un posto di merda che canta al telefono”

Il viaggio in macchina fino a casa sua lo faccio in apnea cerebrale. La moglie ci accoglie speranzosa e non capisce subito. Lo aiuto a entrare, lei ha paura di chiedere l’esito e tergiversa. E’ l’ora di lasciarli soli.

Lui mi strizza l’occhio e mentre sto per andare, mi dice:

Poche seghe Masty,  One for the money Two for the  show”

Sono quello di Peter Gabriel

Ci sono cose che ti fanno capire, molto più di altre, quanto sia del tutto fuori luogo cercare di dare un senso alla propria esistenza.

Alla loro età, ad esempio, io strippavo per i Rolling Stones e la British Invasion in generale.  Parlo dei Led Zeppelin, degli Who, o dei Cream per intendersi.

Le mie figlie, invece, sono pazze di VIOLETTA.

Forse allora  è per la vergogna che avevo rimosso il fatto che circa sei mesi fa, in un eccessivo slancio d’amore, avevo ceduto alle loro suppliche e avevo comprato i biglietti per la tappa fiorentina del Tour europeo di quella rincoglionita e dei suoi amici sudamericani.

Così, ieri sera, mentre ero dalla commercialista a cercare scappatoie legali, mi suona il cellulare.

Era Virginia. La più grande.

“Oh Fava ti sei scordato del concerto?”

Ho un cervello di prim’ordine io. Che cazzo. Ero il vanto di tutto il mio condominio da bambino. Eppure  non riuscivo proprio a capire di che minchia stesse parlando:

“Ti stiamo aspettando da un’ora, se non vieni subito si arriva tardi. Violetta ci sta aspettando.”

Una martellata sui coglioni avrebbe fatto meno male.

Prendo gli insulti della commercialista che maledice il fatto di lavorare per un tozzo di pane per un uomo che permette alla figlie di trattarlo a quel modo e corro a prenderle. La mia intenzione di recuperare sulla tabella di marcia andando a manetta in autostrada è frustrata dalla classica coda tra Firenze lastra a signa e Impruneta. L’angosciante fila di un’ora appesantisce ulteriormente l’atmosfera in auto. Pareva fosse colpa mia pure quella. Rassicuro tutte sul fatto che so come arrivare nel posto dove ci sarà lo spettacolo. Non ci saranno problemi.

“Take it easy baby, c’è babbone che ha tutto sotto controllo”

Esco a Firenze Sud, risalgo e….“Chi minchia ha fatto sparire il Mandela Forum????????????’”

La fronda contro di me diventa insostenibile da sopportare. L’insulto che esitava a esprimersi con orgoglio trova finalmente la sua ragion d’essere. Avevo confuso il Mandela Forum con l’attuale Obi Hall ex Sasch Hall ex Palatenda ex un milione di altre cose.

“No, ma allora dillo. Dillo che lo fai apposta. Tu vuoi boicottare Violetta.”

Chiedo in giro. Nessun fiorentino sa un cazzo che cosa sia quello che oggi chiamano Mandela Forum. Disperato, oramai senza più una speranza vengo salvato da un marocchino che, impietosito, mi dice che hanno preso a chiamare così il Palasport davanti allo Stadio. Corsa folle tra i viali per arrivare in zona. Gimcana assurda tra semafori rossi e idioti al volante che non sanno guidare. Parcheggio al volo a cazzo di cane in posto dove dubito si possa fare. Solita perdita di tempo all’entrata con i buttafuori “scimmions” che mi chiedono di lasciare la bottiglietta dell’acqua che mi portavo dietro. E finalmente  siamo dentro, proprio mentre il concerto-spettacolo-stronzata sta per iniziare.

E, senza rendermene conto, capisco di essere entrato in uno show come quello dei Beatles. Quelli cioè che si vedono registrati in bianco e nero (su tutti quello allo Shea Stadium di New York, con le donne che urlavano come matte, in modo isterico, strappandosi i capelli e avendo orgasmi multipli solo perchè Paul e John dicono “Hello”). Allo stesso modo, non so quante migliaia di bambine e mammine e cretine varie urlare come ossesse di fronte a ragazzotti che cantano (male) e recitano (peggio) metà in spagnolo e metà in italiano. Pure in play-back. Prendere coscienza che ho permesso che tre di esse siano proprio le mie figlie mi fa pensare che sarebbe giusto che mi si togliesse la patria potestà.

Parte il concerto e partono anche loro. Voglio dire che spariscono inghiottite dal mare che si agita per quei minchioni sul palco. Pogano. Cazzo. Cominciano a pogare per Violetta.

Inaccettabile.

Mi rivolgo a uno stewart. Ho perso le mie figlie. Sono state possedute dal demonio. Che mi aiuti. Qualcuno porca troia mi aiuti. Lui mi guarda, sorride, mi mette una mano sulla spalla e mi indica una decina di padri che sono in un angolo un  po’ defilato fuori dalla calca, nelle mie stesse condizioni. Raggiungo la compagnia e uno mi dice:

“E’ la prima volta ah?”

Mi sta simpatico. E comincio a parlarci. Mi tranquillizza. Mi dice che lui oramai c’ha fatto il callo. Poi mi fa l’occhietto e ammicca.
“Poi meglio zoccole che suore no?”

Ma si hurrà.

Hurrà Saiwa.

All’improvviso mi sento chiamare:

“Masty, cazzo ci fai qua?”

“Sai, non sapevo che fare, passavo e mi sono fermato. Che cazzo vuoi che ci faccia qua? Soffro. Ecco che faccio. Soffro.”

Io e Lorella avevamo “socializzato” più o meno un secolo fa. Mi aveva mollato durante un concerto di Peter Gabriel. Fu pesante. Lo ammetto. Il narciso che alberga dentro di me fu devastato. Nonostante tutto, però, siamo rimasti amici. Aveva sposato un tizio con cui aveva avuto due bambine che si erano ammalate della stessa malattia delle mie: la violettite. Si era poi separata ed era venuta al concerto con il suo nuovo boy-friend. Uno stronzone bello come il peccato, ma antipatico come la merda.

All’improvviso parte un coro pazzesco che sovrasta ogni cosa: LE-ON, LE-ON, LE-ON, LE-ON

Chiedo a Lorella: “Ma chi cazzo è Leon?”

“L’eroe. Quello bello e buono. Un palloso. Io preferisco Diego. Scusa un attimo torno subito.”

Mentre ci lascia il suo boy friend con una spocchia veramente insopportabile mi fa, ridendo:

“Quindi tu saresti quello di Peter Gabriel.”

Non lo considero neanche un po’.

Dopo cinque minuti torna Lorella con un altro tizio accanto. Un armadio di noce massello:

“Senti mi spiace dovertelo dire” fa al suo boy friend “ma tra noi proprio non va. E’ molto meglio che la finiamo qua. Per entrambi”

L’uomo vorrebbe interagire in qualche modo, ma l’amico di lei, fa in modo che ne perda subito la voglia. Lorella poi  saluta e se ne va. Io rido e guardo il suo ex boy friend e gli dico:

“Io sono quello di Peter Gabriel, tu sarai sempre quello di Violetta, vuoi mettere?”

Le donne lo sanno, le donne l’han sempre saputo…

Marchino è sempre stato un sostenitore del fatto che non tutti gli uomini andassero a troie solo per via del costo:

“Quando abbasseranno il prezzo a otto o nove euro lo vedrai. ”  era il suo cavallo di battaglia.

Poi, un giorno, è arrivato l’amore e l’ha fregato. Che a dirlo così è pure un eufemismo, perchè qualcuno descriverebbe la sua catarsi in modo diverso. Vederlo trasformare da puttaniere incallito a uomo-zerbino è stato un attimo. Certe donne conoscono l’arte di fottere la mente e la dignità dei bipedi di sesso maschile così bene che ti viene da pensare che l’industria del porno andrebbe considerata anche in senso clinico-riabilitativo.  Dopo averlo ridotto ad ammasso di caccole l’ha gettato via con un movimento veloce dell’indice e del pollice e lui l’ha pure ringraziata. Non averlo attaccato di nascosto sotto la poltrona di casa di sua madre pare fosse un grosso benefit. Quando si dice essere umiliati.

Dalla disperazione in cui è caduto non riesce più ad andare nemmeno a puttane. Finisce per parlarci e basta, quelle si scocciano e lo minacciano se non tira fuori il denaro e, quando capita, si attacca al telefono con me e per ore mi dice che non ci sono più le troie di una volta e che per Natale prenderà un albero. Con l’auto.  Continuando a seguire la sua ex di nascosto, mentre la zoccola va a fare la spesa, l’ha scoperta, infatti, a pomiciare con il suo nuovo tamarro e questa cosa l’ha distrutto perchè è convinto che se la facesse quel truzzo anche prima di mollarlo. Che poi è pure vero anche se nessuno glielo dice chiaro e tondo per carità di patria.

Stamattina così non mi andava di lasciarlo solo e l’ho accompagnato a Mediaworld a comprare un cellulare nuovo. Lo shopping compulsivo di boiate di cui si può fare a meno è un ottimo modo per scatenare endorfine utili come la morfina ad anestetizzare l’anima. Almeno per un po’. Uscendo, passiamo accanto a una coppia mostruosa, lui con i capelli lunghi ma diradati, una vocina soffocata, le braccia lunghe e le gambe corte, lei piriforme, il viso a sobbalzi. Sembravano felici progettando qualcosa davanti alla finta edera che circonda il parcheggio. Si vedevano in prospettiva futura. Non so leggere dentro la mente delle persone, ma sono certo di aver capito che Marchino si fosse convinto che quei due non si vedessero veramente. Errore tipico di chi dà per scontate le cose e non si mette in discussione ogni giorno:

«Dovete rischiare qualcosa » ha detto all’uomo che lo guardava impaurito « insieme ce la potete davvero fare» Il tizio ha compreso che il mio amico è solo un innocuo cialtrone e i suoi occhi si sono velati di pietà, mentre Marchino continuava a dare il meglio di sè «No, No, davvero, dovete camminare mano nella mano, ma è necessario che continuiate anche a guardarvi e sorridervi e a capire che siete ancora saldamente uno accanto all’altro. Altrimenti finisce che, tra dieci anni, vi ritrovate su due lati della strada diversi e non riuscirete a capirne il perché. E così vi lascerete e poi starete male. Tutti e due»

La signora, che deve essere una che, sicuramente, fa danza classica, perché non ha capito un cazzo di quel che il mio amico gli aveva appena detto, gli ha sorriso e ha detto al mostro che la accompagnava di dargli un euro.

Pure micragnosi, ‘sti stronzi.

 

Le parole che non hanno il senso del Tempo

Ci sono occhi che toccano come mani e, senza che te ne accorgi, finisci con il ritrovarti lividi in posti strani.  E ci sono anche solitudini che si attorcigliano su se stesse e che si comportano come  polpi trascinandoti in posti dell’anima dove tutto puzza di pneumatico e di spazzatura. Mi disse che quando la vide scendere dal treno la sua vita si era come fermata. Avevano fatto il viaggio da Reggio Calabria a Milano nella stessa carrozza, senza dirsi una parola. Eppure con gli occhi si erano raccontati ogni piccolo particolare delle loro esistenze. Era in grado di poter dire di lei cose che nessuno sapeva, nonostante non avesse mai sentito il suono della sua voce. Questo perché, in mezzo a  passeggeri che  passarono il tempo a mangiare, urlare e rimproverare i ragazzini che disturbavano con i loro giochi infantili,  si erano amati come forse solo Romeo e Giulietta avevano fatto prima. Lei aveva la carnagione scura, una pettinatura da temporale e una singolare elegante tristezza che le riempiva il viso come un velo d’acqua. Una pozzanghera nella quale lui avrebbe voluto infilare il piede. Per tutta la vita. E cosi le chiese di sposarlo. Con gli occhi. E lei, allo stesso modo, sorridendo gli rispose si. Successe, proprio mentre la donna si accingeva a scendere a Piacenza. Lui, però, non ebbe il coraggio di alzarsi e di seguirla. Né di fermarla. O di abbracciarla. Timido e impacciato come tutti coloro che non sanno come fare il passaggio finale per finalizzare l’azione perfetta.  E rimase là, paralizzato,  a guardarla da sopra la vettura, mentre lei, tremando, attendeva sul binario che lui trovasse la forza per raggiungerla. Poi il treno ripartì, e fu solo allora che l’uomo capì la bestemmia che aveva appena urlato contro Dio, senza nemmeno aprire bocca e, mi confessò,  che in quell’istante gli sembrò di essersi trasformato in una caramella sputata sul marciapiede, con tutte le formiche che ti salgono addosso.

Perse il suo cuore dietro a un finestrino di un treno, quel giorno in Emilia. E non lo trovò mai più. Negli anni lo aveva poi sostituito con un transistor che ascoltava per mezzo di auricolari dai quali si sentiva uscire sempre musica italiana di un tempo che fu e con una Madonnina di Lourdes che teneva legata al collo alla quale aveva chiesto la grazia di poter ritrovare il suo amore. In cambio aveva preso a battezzare gli animali che incontrava, cercando però di annegare i rimpianti nell’alcool  per avvelenare lentamente il fegato, giocando a tressette con i suoi fantasmi e con quell’angelo radioattivo che la bussola rotta dei suoi pensieri ogni tanto gli mandava.  Aveva occhi da vampiro, un sorriso da torero e l’espressione di uno che aveva visto città  che in realtà erano deserti con appoggiata sopra tanta gente che cercava di fuggire da qualcosa. Era tuttavia anche pieno di sorrisi e pianti che sembravano non potessero portare da nessuna parte, ma che, quando li notavi,  ti stringevano forte il cuore. Dava, soprattutto, l’impressione di uno che poteva seppellire i propri stronzi ovunque volesse. Cosa che ammiro in modo particolare perché so quanto sia  difficile riuscirci. Certo,  la clessidra nella sua testa, gli nascondeva forse un po’ di sabbia e lui non sempre pareva in grado di poterla ritrovare e c’era anche quel maledetto puzzo delle sue sigarette senza filtro nauseabondo, ma sapeva pregare anche da ubriaco e sono quasi certo che riuscisse a sognare persino senza occhiali.  Lo so perché, a casa sua, un giorno trovai un binocolo di plastica blu nel quale si vedevano diapositive di Bordighera, un orologio con la faccia di Paperino sul quadrante e un accendino a forma di rivoltella. Quando gli regalai la mia vecchia stella da sceriffo con su scritto “Marshall” fu contento come un bimbo e mi disse “Un giorno magari scriverai pure di me”.  Annuii e mi incalzò. Voleva sapere di più. “Cosa dirai?”. Gli risposi che avrei scritto che era un uomo che era stato troppo a lungo in candeggina eppure non si era scolorito più di tanto e che,  per questo, aveva ancora la forza di cercare un numero che non voleva proprio saperne di uscire. Sorrise e accendendosi l’ennesima sigaretta aggiunse: “Penso che prima o poi capirai anche tu che arriva un’ora del giorno che spaventa le finestre ma che raddrizza il cuore.” Ricordo che pensai che siamo stati tutti creati per fare le cose facili e sopravvivere a quelle difficili, ma non glielo dissi perché sapevo che mi avrebbe risposto che ci sono persone che le cose le sanno fare solo per bene senza pensarci troppo sopra. Sempre. E poi ci sono gli altri.  Del resto credo fosse anche un convinto assertore del fatto che la sanità mentale è unicamente un’imperfezione della natura. C’era una mosca che dava fastidio e lui arrotolò il giornale e cercò di ammazzarla ma mancò i tre o quattro colpi. “Non è la tua giornata” gli dissi ridendo. “Se per questo non è neanche la mia settimana nè  il mio mese nè il mio anno nè la mia vita.”

Il Tempo comunque è bravo a togliere i segni che qualcuno ti lascia addosso. Lo fa non per bontà ma solo perché ansioso di lasciarci i propri, eppure può essere che, dopo che hai compreso di essere soltanto uno dei tanti giocattoli con la carica, uno di quelli a cui dai qualche giro di chiavetta e quando si scarica, pace, un giorno tu finisca per confessare a te stesso di voler davvero bene ai tuoi lividi. Succede allora che il Tempo cominci a perdere sangue dal naso e getti la spugna, crollando sul ring. E così ieri, quando sono venuti a portarlo via i meccanici vestiti di bianco, che hanno cercato prima di farlo camminare come si fa con un frigorifero e poi l’hanno sdraiato su un lettino legandolo come uno di quelli animali che lui battezzava, mentre annaspando cercava aria per i polmoni, con gli occhi chiusi  ha sussurrato:

“Vi prego fatele sapere che sto morendo”

Io sono Speggiorin

Nei lunghi pomeriggi pre-adolescenziali passati per strada con gli amici a cazzeggiare, la partitella di calcio al campino del “Sacro Cuore” era il piatto forte. Il prete arbitrava e, da come lo faceva a cazzo, sono certo avesse una moglie da qualche parte che in quel momento lo stesse tradendo. Veniva sempre anche un ragazzo down che nessuno sapeva bene dove vivesse.  Si chiamava  Renzo e si materializzava  all’improvviso su una bici scassatissima e si piazzava nel gruppo al momento in cui si facevano “le scelte”. Aveva una passione smodata per la Fiorentina e parlava come tutti quelli a cui la Natura ha regalato quella fottuta trisomia del cromosoma 21. E ci faceva ridere. E ci divertivamo a prenderlo per il culo. E lui ci stava, perché lo facevamo giocare. “Io sono, ecco, io sono.. Speggiorin”, diceva con quel suo modo strano di parlare. Speggiorin era l’attaccante che la “Viola” si era comprato quell’estate.  Erano anche allora tempi di crisi, non c’erano soldi da spendere e  i dirigenti gigliati s’erano dovuti accattare una pippa bestiale che, nell’immaginario di Renzo, chissà perchè,  era diventata,  un campione. E così,  quando si cominciava a giocare non smetteva mai di urlare “Passatemi la palla, si si si, io sono Speggiorin”. E noi giù a prenderlo per il culo. A Renzo. Che rideva. E che non s’incazzava mai, nemmeno quando la palla con il cavolo che gliela passavi. E passategliela la palla a Speggiorin, rideva il prete. E se rideva lui non vedevamo perchè non avremmo dovuto farlo noi. I cattolici sanno come farsi assolvere cose ben peggiori, in fondo. Poi gli anni sono passati, lenti, ma inesorabili. Ogni tanto, ritornando nella mia vecchia città, anche senza cercarlo, lo rivedevo, come capita  nei piccoli centri cittadine. Era sempre a cavallo di una bicicletta,  solo un po’ più moderna, scorrazzava su e giù senza sapere dove andare. Lo so perchè qualche volta mi sono messo a seguirlo in macchina. Non era solo curiosità. Mi faceva stare bene stargli vicino. Il giro che compiva era sempre lo stesso: andava giù fino al cimitero, quasi fuori città, ma non entrava. Scendeva. Pisciava e prendeva un fiore di campo e lo metteva nel cestino della bici. Tutte le volte la stessa cosa. Poi tornava indietro e finiva all’altro capo dove si allena la squadra di calcio e si metteva a guardare i giocatori che preparavano la partita della domenica. Poi di nuovo in sella per un altra sgambata, per andare da nessuna parte. Negli anni ho visto i suoi capelli diventare bianchi e il suo volto inforcare gli occhiali perché la miopia non gli consentiva più di evitarlo. Un giorno al cimitero, durante la pausa, mi avvicinai per salutarlo. Ovviamente non mi riconobbe. Aveva però gran piacere di parlare, proprio come quando eravamo ragazzetti. Non smetteva mai. E parlava della Fiorentina nello stesso modo in cui faceva negli anni settanta. E io ridevo ancora, ma in modo diverso. E lui parlava però nello stesso modo. E io piangevo quando se ne andava. L’ultima volta che l’ho visto, qualche mese fa, aveva una faccia strana. Molto segnata.  Ho avuto un tuffo al cuore. L’ho fermato mentre se ne andava a giro vicino al centro della città. Come al solito aveva voglia di parlare e così di nuovo si è messo a raccontarmi le cose più bislacche che gli erano capitate e ovviamente le sue speranze per il campionato che stava per iniziare. Montella, diceva, Montella ci farà vincere lo scudetto. Allora gli ho detto: “Si però scusami Renzo, ma come Speggiorin nessuno mai “. Lui ha sorriso in un modo straordinario e ha cominciato a balbettare:

“Mo’, si, mò, come fai a saperlo. Mò, Si, si. Speggiorin era il numero uno.”

Ieri sera mi è arrivato un sms di un amico che vive ancora là. Mi ha detto che anche Renzo ci ha lasciato.

Era tra quelli che lo prendevano per il culo al campino. Nel suo messaggio ha aggiunto

“Non è giusto, cazzo, non è giusto. E ora come si fa Masty?”

Ieri hanno anche operato mia figlia e poi, un sacco di altre cose brutte.

Quando piove, diluvia.

Stamattina ho risposto al mio amico:

“Si fa che da oggi, IO SONO SPEGGIORIN, affanculo tutto il resto!”

Questo è per te, Renzo

 

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Sesso e mondiali di ciclismo 2013

La prima volta che ho fatto sesso e’ stato un secolo fa. Anzi, per dirla meglio, tecnicamente è passato pure un millennio. Non ho ricordi speciali di quell’esperienza. Ho rimosso un po’ tutto. Lei era la classica nave scuola e feci la canonica figura di merda standard. Come da regolamento. Insomma niente di che. L unica cosa che rammento bene e il fastidio che mi dava il freno a mano della Fiat 128 di mio padre che, a causa della mia imperizia mi premeva su un fianco causandomi un fastidio micidiale, anche se, pensandoci adesso, forse e’ stato grazie ad esso che sono riuscito a ritardare di qualche decimo di secondo la fine dell’amplesso. Ho evitato almeno che una chiara sconfitta, diventasse una disfatta in stile Waterloo.

Negli anni a seguire ho perfezionato di molto la mia tecnica. La cosa che oggi  mi riesce far meglio e di cui mi glorio sempre nelle serate da ciucchi con gli amici, quelle in cui ognuno tira fuori il suo pezzo migliore, è che so come portare avanti la conversazione dopo che “l’evento” si è’ concluso. Il divertente e’ che nessuno ci crede.  Pensano che li stia prendendo per il culo. Dicono che è’ impossibile. Nessuno, di coloro che frequento, tra le cui fila, va detto per onestà intellettuale, non è iscritto alcun “irreprensibile padre di famiglia“, può davvero sconfiggere la “tristitia post coitum” e annientare quel desiderio di scappar via che assale il maschio predatore  in fase digestiva. Per tutti loro il T-rex, magna di gusto e poi scappa a rintanarsi per fare il chimo e il chilo. O come diavolo si chiamano.  Nessuno può farci niente.

Beh, io si.

Il più grande sostenitore che io la spari grossa è Luigi S., il mio avvocato. Conosco Gigi da anni. E’ stato avvocato di una mia ex dipendente che mi ha mosso causa inventandosi cose fantasiose al solo fine di rubacchiare qualche soldo extra. La zoccola sosteneva di aver lavorato più ore di quanto era stata poi pagata. Cosa del tutto falsa ma, poiché in questo Paese i giudici del lavoro in genere non stanno a perdere troppo tempo per cause di basso profilo, andando giù con la roncola regalando sempre la ragione al lavoratore,  Gigi mi obbligò ad una transazione extra-giudiziale. Da persona furba e disincantata sapeva bene che ogni imprenditore che si rispetti non fa mai battaglie di principio, tentando invece di limitare il più possibile i danni potenziali. Durante la negoziazione che scaturì ci annusammo e ci riconoscemmo. Un po’ come fanno gli animali. Eravamo parte della stessa maledetta genia di essere umano: “l’uomo ossimoro”. I bipedi che rientrano in questa sottoclasse dei sapiens-sapiens, hanno una precisa caratteristica: sono, allo stesso tempo, tutti d’un pezzo e pieni di contraddizioni. Quella volta persi dei soldi, ma guadagnai un amico. Quando firmammo di fronte alla direzione provinciale del lavoro il tombale di chiusura rapporto, salutò freddamente la sua cliente e mi invitò subito al bar a bere. Mi disse: “Cazzo, amico, mi spiace averti derubato. Ma era lavoro lo capisci no?”

La cosa che mi fa impazzire di Gigi è che, nonostante sia bello come un attore, adora cacciarsi in situazioni assurde con persone improbabili. Potrebbe entrare in qualsiasi bar schioccare le dita e portarsi a letto chiunque desideri e invece preferisce spendere soldi sulle chat line a pagamento dove, però, spesso gioca anche a fare la donna per far eccitare il maiale dalla parte opposta, che non sa che si sta facendo una sega parlando con un uomo. Senza contare che è pure il re del “sex over the phone”.  Nelle serate super alcoliche, quelle in cui ti viene voglia di vomitare e che non capisci che cazzo stai davvero facendo, dato che ti sembra di vivere in un film, ci ha pure fornito anche dimostrazioni porcarecce di tale abilità.  Poi, il giorno dopo, lo si può trovare bello lindo in Tribunale a discutere, con cognizione di causa, di come l’ultima sentenza della corte di cassazione rimetta in discussione il principio di legittimità costituzionale di un qualsivoglia diritto. Stamattina avevo bisogno proprio dei suoi consigli. Una cosa che non poteva aspettare e così l’ho chiamato. Ho sentito un rumore di fondo assurdo e lui che mi diceva che mi avrebbe richiamato. Ho insistito. Era troppo importante. Tuttavia non capivo che cosa stesse dicendo e così mi ha detto che se proprio era indispensabile avrei potuto raggiungerlo, in città, in un palazzo di gran pregio, da una sua cliente.  E così ho fatto, smoccolando come pochi tra i lavori in corso che fervono alacremente per permettere che i mondiali di ciclismo possano partire. Eh si, perchè sabato prossimo ci sarà la cerimonia di apertura proprio qua a Lucca. I mondiali di ciclismo. Quelli veri. Quelli che di solito si vedono in televisione trepidando per i campioni vestiti di azzurro,  che le volte che  prendono bombe migliori degli altri vincono pure. Una cosa ganza ah? Piu o meno. L unica cosa davvero fica  e’ che finora il tutto ha provocato solo esilaranti reazioni a catena. Potrei parlarne per ore, ma mi limiterò a sottolineare la genialità di ri-asfaltare per bene SOLO la strade dove verrà svolta la corsa più importante, lasciando TUTTE le altre  con buche e piene di dissesti che, se non ci stai attento finisci per spaccare ogni cosa.

Quando sono arrivato a destinazione mi è venuta ad aprire la padrona di casa, una vecchia matrona, che con fare ottocentesco mi ha accolto con un sorriso di circostanza, cosa che mi ha permesso di ammirare in tutto il suo splendore la sua dentiera appena rifatta con denti troppo bianchi per essere veri. Qualcosa di lei mi ricordava Katia Ricciarelli, solo un po’ più vecchia. Mi ha fatto strada e ho raggiunto la grande hall della casa dove, assieme al mio amico Gigi ho trovato un gran casino. Un nugolo di persone intente a lavorare. Operai che martellavano, elettricisti che saldavano, meccanici che lavoravano su impianti luce appesi un po’ ovunque con grosse cineprese che scivolavano con panoramiche e zoommate verso aree ancora vuote. La vecchia megera mi dice allora piano:

“Ho affittato il palazzo per una serie di spot televisivi e per un’area interviste per i mondiali”.

Guardo meglio e vedo persone che avrei giurato  fossero regista e sceneggiatori che si insultavano sulle scadenze, sforamenti del budget e via discorrendo. Alcuni operai hanno poi chiesto alcune cose tecniche alla proprietaria che ci ha lasciato per accompagnarli nel luogo dove sono tutti gli impianti della casa. Rimasto solo con Gigi, senza pensare e senza dare alcun valore alle parole, gli ho detto:

“Di’ la verità, ti scopi la vecchia babbiona eh?”

L’ho fatto nel modo in cui avrei potuto dire qualsiasi altra cosa. Che so. “Buongiorno” oppure “Hai visto come c’hanno rubato la partita ieri?”. Insomma solo un mero cik-ciak cameratesco per aprire la discussione.  Lui impallidisce e mi dice:

“Ssshhhhh, zitto, ma sei scemo?”

Per un attimo penso che si sia offeso e mi maledico per non essere stato attento a non ferire i suoi sentimenti. Poi aggiunge:

“Come hai fatto a capirlo?”

Se non stessi vivendo una situazione drammatica che, tra le tante cose, mi ha procurato una paresi facciale che mi impedisce di ridere, mi sarei buttato per terra a grattarmi la pancia e a sbellicarmi dalle risate. Lui allora tenta improbabili spiegazioni:

“Guarda non si può nemmeno raccontare. E’ una vera ninfomane. Una malata  Non mi è mai capitato prima, giuro.”

“Cazzo Gigi, sei te il malato”

“Si è vero, ma tu che puoi capì? tu da quanto non scopi come si deve eh?”

“Ah beh, invece  scopare con un ottuagenaria sarebbe scopare per bene?”

“Non ha ottant’anni, idiota…”

“Nel senso che festeggia il compleanno a dicembre?”

L’arrivo improvviso di una comitiva ha impedito il continuo del colloquio.  Si capiva dal codazzo di gente che lo seguiva a distanza che era arrivato il produttore o qualcosa di simile. Era uno di mezza età, ben vestito con a fianco una sventola che aveva una cascata di capelli biondi, cosce che sembravano partire dalla gola e tette abbronzate. Una, per capirsi, che al confronto una coniglietta di playboy è una femminista incazzata. Gigi mi dice che deve chiudere un contratto con il suo segretario personale e mi molla là in attesa e sparisce da qualche parte. Il Boss  mi passa accanto e non mi si fila di pezza. Ricambiato. Vedo tutti gli altri però che, non appena vengono avvicinati abbassano la testa in segno di rispetto. Le regole non scritte che valgono ovunque. La sensazione forte e’ che nessuno voglia incrociare il suo sguardo perché Dio non voglia quello volesse attaccar discorso, rischierebbe il posto in men che non si dica.  Il tipo in questione sembra la rappresentazione vivente della nota espressione “con il capo non si scherza”. Si fa avanti il regista e dalla sua espressione deduco che ha necessità di una conferma da parte del nuovo arrivato che invece duro gli dice:

“Tutto qui? “

“In che senso?”

“Insomma quanti marchi vedi là dietro?”

“Il regista scruta in lungo e in largo il tavolo e i pannelli già tappezzati con i loghi di alcuni marchi: “

“Cinque”

“Fantastico, sai contare. Ora dimmi quanti sponsor ufficiali abbiamo coinvolto?”

Il regista mormora piano: “Venti”

“Allora perché ne vedo solo cinque? “

“Non vedo dove altro potremmo mettere gli altri in questa fase. Poi nell’altra scenografia sono certo che…”

“Forse qui?” lo interrompe il Boss, indicando un punto in fondo sulla sinistra “Laggiù possiamo anche ficcarci una cazzo di macchina per caffè e un’auto. Te lo devo dire io, cazzone?”

“Eh che a me così potrebbe, come dire, sembrare un po’ volgare, ecco..”

“Volgare?”

“Beh, se tappezziamo di pubblicità ogni cosa qua dentro..appesantiamo il prodotto finale” ribatte il regista

“Appesantiamo il prodotto finale ? Ma porca di quella Troia ascoltami bene, non me ne fotte un cazzo se non si riesce a vedere nient altro che la merda che cerchiamo di rifilare alla gente se questo serve a far incassare anche solo un euro in più . Il tuo problema è che il pubblico potrebbe trovarlo volgare?”

“Si”

Il Boss non lo degna di risposta, si volta verso un altro assistente e gli chiede di dire a quelli della raccolta pubblicitaria di piazzare qualche telefonata e vedere chi fa l offerta migliore per i posti che lui aveva indicato. Poi aggiunge cattivo: “E manda anche una email del mio estratto conto al pubblico (detto in modo ridondante)  e vediamo quanto cazzo lo trova volgare. ” fa una pausa e aggiunge “Fallito di merda.”

E se ne va, seguito dalla “pasionaria” bionda, lasciando un silenzio irreale dietro di sè. Dopo un po’ ritornano Katia Ricciarelli seguita da Gigi. La vecchia mi sorride in modo strano. Vedo che l’avvocato dietro sghignazza qualcosa. Rimango impassibile. La soprano mi dice piano:

“Mi piacciono gli uomini mezzi pelati sai..”

Non mi infastidisce tanto il passaggio al “tu” quanto quell’affermazione sul fatto che la mia testa sia oramai quasi una piazza d’armi. Le faccio una smorfia. Lei allora aggiunge:

“Mi ha detto l’avvocato che mi trovi interessante. “

Guardo Gigi che si sta spanciando dietro di lei e capisco che cosa ha fatto il bastardo.

“Si in effetti è una donna di gran classe”

Lo ammetto, come so mentire io, nessuno mai.

“Dammi pure del tu e chiamami tigre. E pensa che con me non avrai neanche bisogno di portare avanti la conversazione….dopo…”

“Ah ecco… senti avvocato dobbiamo parlare…” dico allo scemo.

“Se vuoi prima ti faccio vedere la casa.” rilancia la tigre. Fulmino con gli occhi Gigi e le rispondo:

“Grazie, grazie mille signora, guardi, è come se avessi accettato. Adesso devo proprio andare.”

Ho preso e sono scappato via, seguito poco dopo dal mio amico che si è preso un bel po’ di randellate ma poi, come capita spesso di questi tempi, si è finiti a parlare al bar dei miei problemi. Prima di lasciarmi mi dà una pacca sulle spalle e mi dice: “Capisco tutti i tuoi casini sai? pensa che c’è un tizio che conosco che è diventato impotente a causa dei problemi di lavoro. Dice che è comunque una cosa temporanea.”

“Se non voglio scopare il puttanone non vuol dire che sia impotente, stronzo.”

“Le seghe, amico, non valgono, ricordalo”.

Ed è volato via sulla sua Torpedo Blu.

In effetti, pensandoci bene ha ragione lui.

La prima volta che ho fatto sesso è stato un secolo fa.

L’ultima? e chi se lo ricorda….

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