Bruce, un amore che dura da una vita. L’unico che non mi ha mai tradito.

La prima volta che l’ho sentito e’ stato alla radio.

Ascoltavo sempre un “notturno”, in una delle prime “private” della mia città. Avrò avuto si e no quattordici anni. Tiziano P., il DJ, era il “Lupo solitario” che me lo fece conoscere. Non riesco ancora a capire come quel farabutto sia riuscito a procurarsi quel bootleg che mi ha cambiato la vita. Era il tempo degli anni di piombo e internet una parola di cui nessuno conosceva il significato. I giornali specialistici dell’epoca, “Mucchio Selvaggio” su tutti, parlavano delle gesta di questo nuovo eroe della working class, ma che la RAI non passava mai sui suoi canali ufficiali. E così, poichè non avevo i soldi per poter comprare i suoi dischi, la sera facevo le ore piccole con il mio transistor a cui ero collegato nel buio della notte con auricolari luridi ascoltando “Rosalita” che era la canzone storica che, allora, chiudeva i suoi epici concerti e che Tiziano aveva mutuato per finire il suo show radiofonico.

Qualche tempo dopo riuscii ad avere in regalo una cassetta, una di quelle che oggi vendono ai mercatini dell’antiquariato, una C-60, dove Piero, un ragazzo di dieci anni più grande di me, mi aveva registrato “Born to run”. Ci eravamo conosciuti un’estate mentre lavoravamo per cogliere le pesche. Un modo come un altro per tirar fuori qualche soldo per toglierci qualche sfizio dato che i nostri genitori non potevano farlo. Lavorare nei campi è una cosa molto più dura di quanto una persona abituata a stare in città può credere. Ho imparato ad aver rispetto per i contadini sudando come un animale in quelle estati dove invece i miei compagni di scuola più abbienti se la godevano al mare o in vacanza da qualche parte. Di bello ci fu che proprio in una pausa per il pranzo in mezzo ai campi scoprii che anche Piero amava Bruce quanto me e diventare suo amico risultò facile come bere un bicchiere d’acqua. Del resto era un vero fico. Gran lavoratore instancabile, quando aveva un po’ di spazio, riusciva a raccontare storie che lasciavano tutti a bocca aperta. Nonostante la differenza di età mi prese a ben volere e anche quando ritornammo alle nostre vite spesso mi invitava a casa sua ad ascoltare la musica di cui leggevo ma che non riuscivo a sentire.

Fu sempre Piero a invitarmi con due altri suoi amici al primo concerto europeo di Bruce. Palasport di Lione, 1981. Avevo appena compiuto diciotto anni. Mi disse che sarebbero andati in macchina e viaggiato tutta la notte per rientrare guidando a turno e che io non potevo non venire. Quando dissi ai miei cosa avevo intenzione di fare mancò poco che gli venisse un infarto. Fu lo stesso Piero allora a venire a parlare con il mio vecchio. Gli disse che si sarebbe preso cura di me come fosse stato mio fratello maggiore ma che, l’amore che sentivo per quella musica e l’impegno che mettevo negli studi meritassero una ricompensa adeguata. Ora non so ancora bene come fece, ma usò un tono e parole che convinsero i miei a lasciarmi partire con loro. Fu la mia prima avventura vera. E anche la primissima volta che uscivo dall’Italia. La macchina, una vecchia Fiat 128 sulla quale oggi non sederei mai per alcun motivo, in quei due giorni mi sembrò una “Pink Cadillac” . Lucio e Stefano, gli altri due, avevano la stessa età di Piero ma un’attitudine più marcata alla vita sedentaria. Avevano studiato ed erano riusciti a trovare un posto come impiegati in qualche ente parastatale mentre il mio amico continuava ad arrabattarsi con lavoretti stagionali per tirar su uno straccio di stipendio. Il viaggio di andata fu uno spasso ascoltando le storie di quei ragazzi, già uomini. Parlavano di cose e problemi che nè io nè i miei amici di allora sentivano come tali. E dicevano che Bruce nelle sue canzoni dava voce alla loro rabbia. Le delusioni, le speranze distrutte, il sogno americano che alla fine non è diventare ricchi ma soltanto riuscire a vivere una vita decente. E quando finalmente partì il concerto io cominciai a piangere. Come quel bambino che ero. L’emozione fu così intensa che non riuscì a trattenere le lacrime mentre urlavo le parole mandate a memoria di “Badlands” un inno per tutti quelli della mia generazione.

Piero se ne accorse e mi disse:

“Masty ma sei scemo? devi essere felice, devi sorridere alla vita. Lasciati andare ed entra in sintonia con l’universo”

E così feci. E riuscii a sentire tutta l’energia che può arrivare dal cielo. E uscii da quel palasport con la consapevolezza che non mi sarei mai potuto staccare da Bruce e dalla mia gente. Quella che in una notte di un inverno freddo in una cittadina francese, urlava con me la sua gioia e la sua rabbia allo stesso tempo.

Fu facile così andare a San Siro il 21 giugno 1985. Il suo primo concerto italiano.

Eravamo tutti cresciuti.

Io oramai facevo l’università e Bruce era diventato una superstar internazionale. In pochissimi anni era cambiato tutto. Non più musicista di nicchia per gente che aveva qualcosa dentro da sputare fuori, ma vera icona dello star system. Dio tra gli dei. Tuttavia, nonostante questa sua trasformazione, rimaneva, per quanto possibile, vicino alle sue origine. E quindi, sia pur con grande difficoltà, anche a noi fans della prima ora. Certo gli shows erano diventati più organizzati e meno lasciati all’improvvisazione, erano spariti classici che per noi era imprescindibili ma tutto questo era il prezzo minimo da pagare viste le circostanze. I ricordi di quel 21 giugno sono indelebili. Forse il più bel concerto che io abbia mai visto. In assoluto. Faceva un caldo boia. E io stavo con alcuni amici sul secondo anello mentre il palco era montato sotto la curva dell’Inter. Piero era riuscito a entrare nel PIT, il suo sogno. Una particolare area del prato che ha assunto per i più tenaci seguaci di Springsteen il ruolo di una vera e propria terra promessa, essendo il punto più vicino in assoluto al palco. Io non so che cosa successe quella sera, so soltanto che non mi sono mai più sentito vicino a Dio come capitò in quelle ore. Max Weinberg, batterista della E-street banda dirà in proposito: «Si parla tanto della comunita del rock ‘n’ roll, quel momento in cui si abbattono tutte le barriere fra il pubblico e la band. Bè, è quello che è successo quella sera a Milano. Qualcosa di speciale».

Arrivò poi il mio periodo americano.

La prima volta che atterrai a New York pensai solo a vedere quale diavolo di concerto ci fosse al Madison Square Garden rimanendo deluso dal vedere che Bruce c’era passato solo qualche settimana prima. Quando Jennifer, la donna che sarebbe poi diventata mia moglie, mi chiese che cosa volevo fare o vedere non ebbi alcun dubbio: voglio andare a Freehold, New Jersey. La cittadina operaia dove lui era vissuto da ragazzo e dove aveva messo su la sua mitica band. Lei mi guardò di sbieco. Pensava stessi scherzando. Non mi prese sul serio. E fu il primo litigio della nostra storia travagliata. Il primo di una lunga serie. Ma questa è un’altra storia. Comunque so solo che alla fine riuscì a trascinarla al numero 87 di Rundolph Street dove restai in adorazione che nemmeno quelli che vanno a San Giovanni Rotondo da padre Pio possono capire. Mi risvegliò dall’estasi solo la voce gracchiante di Jennifer che disgustata bestemmiò: “Ma è solo rock’n roll. Voi avete Verdi e Puccini e tu stai qua per un bifolco del quale non capisco nemmeno io bene le parole quando parla?”

Se fossi stato un vero uomo le avrei tirato il collo di gallina in quel momento e mi sarei risparmiato un sacco di problemi futuri.  Invece il cattolico che alberga dentro di me mi obbligò a offrirle di redimere i suoi peccati costringendola ad andare in macchina fino a Boston, Massachussets, dove era previsto un concerto di Bruce che però non riuscì a godermi fino in fondo perchè quella grandissima scassapalle giocò tutto il tempo a fare la “party pooper” instillandomi sensi di colpa pazzeschi.

Negli anni novanta la mia vita è salita sulle montagne russe e mi è stato impossibile seguire Bruce dal vivo come avrei voluto. In realtà alcuni suoi album del tempo avevano tracciato un solco molto grande con la musica degli esordi e faticavo a ritrovarlo vicino a quello che ero diventato da adulto. E’ stato l’attentato alle torri gemelle e il successivo “The rising” ad avermelo fatto reincontrare. E così il 28 giugno 2003 sono di nuovo a San Siro perchè LUI mi ha chiamato. Ha semplicemente detto “Sono tornato, se vuoi sono qua.”

E io sono andato.

Da solo.

Era un periodo di grandi cambiamenti nella mia vita. Mi ero separato da poco. Cambiato lavoro e “The rising” sembrava scritta per me. Il concerto iniziò sulle note di “C’era una volta in America” di Ennio Morricone e quando l’armonica di Bruce attaccò “The Promised Land” fu il delirio. Dopo un po’ in cielo iniziarono a farsi vedere i primi lampi, mentre giù nella terra un uomo stava facendo impazzire sessantamila persone.  E quando attaccò “The River” scoppiò impietoso e provvidenziale il diluvio. Impietoso perché si rovesciò con sadismo sulle persone del prato, me compreso, provvidenziale perché Bruce lo trasformò in un evento memorabile intonando “Waitin’ on a Sunny Day” e “Who’ll Stop the Rain” sotto la pioggia battente correndo da una parte all’altra del palco mandando in delirio i presenti riuscendo a far ballare anche le fondamenta dello stadio. E alla fine spiazzò tutti intonando Rosalita, la canzone che una volta chiudeva tutti i concerti ma che in Europa mancava dal 1985. Le lacrime che scesero sulle mie guance si mischiarono con la pioggia.

Ho rivisto poi Bruce nella sua tournee con la Pete Seeger session band a Bologna nel 2006 e l’ anno scorso quando fu back to back.

Milano e Firenze.

A distanza di pochi giorni l’uno dall’altra.

Il primo solo io e il mio amico Nicola, il secondo con le donne e altri amici che non si sarebbero mai fatti tanta strada per lui.

E lunedì prossimo io sarò ancora là a chiedere a Bruce di darmi la forza e l’energia per superare un momento difficile nella mia vita. Di farmi sentire di nuovo come quando lo vidi a 18 anni in un palasport a Lione tanti anni fa. Lucio e Stefano, che erano in macchina con noi, non so che fine abbiano fatto.

Piero invece non c’è più. Se n’è andato l’anno scorso. In silenzio. Come tutte le persone per bene.

L’ultima volta che l’ho sentito mi disse che si stava preparando per il grande viaggio. Il male del secolo lo aveva scavato dentro. Si preoccupò di farmi sapere che non dovevo pregare per lui o di dire Messe cantate, ma che se proprio avessi voluto fare qualcosa per ricordarlo avrei dovuto bere una birra in sua memoria al prossimo concerto di Bruce.

Ed è quello che farò amico.

Per te.

Per tutti coloro che non ci sono più.

Perchè io non dimentico.

Aspettando Godo

Ci sono persone che aspettano la grande occasione da tutta la vita.

E’ inutile negarlo, nessuno si rassegna al fatto che la propria vita sia “tutta qui”. Nel tragitto tra la scuola dei figli e il posto di lavoro. Tra il campo di calcetto dove giochi con gli amici e il supermercato dove compri per lo più cose inutili di cui potresti benissimo fare a meno. O nei giardinetti sotto casa quando inizia la primavera. Che sia fare la spesa il week-end e pulire la casa ogni tanto per ricordarsi che dobbiamo aver rispetto di noi stessi. Organizzare le vacanze o aspettare il Natale per rivedere qualche parente. O portare fuori di casa il cane e guardarlo mentre si rotola nel fango. E poi cenare. Sempre verso le otto. E riuscire a leggere solo qualche pagina del libro che tieni sul comodino perchè poi crolli di stanchezza.

Nessuno, davvero, abdica al sogno di immaginarsi come Ambrogio Fogar o Giovanni Soldini. Di immaginare di vedere la vetta dell’Everest dal campo Base e di pensare che domani mattina siederà sul tetto del mondo. O scoprire la cura per il cancro. O di essere come Bruce Springsteen sul palco assieme alla E Street band. Nessuno, ci scommetto qualsiasi cosa, decide che NON vuole vincere alla lotteria Italia o al super enalotto e diventare ricco sfondato da non doversi più preoccupare di niente se non di fare attività da mecenate o di filantropia o scegliere a quale ente benefico fare donazioni.

Nessuno pensa che tutto va bene così com’è e i sogni che avevamo da ragazzi erano solo una sciocchezza. Nessuno crede davvero che il senso della vita sia nei premi che puoi avere con i punti dell’Esselunga.

Ognuno di noi ha avuto un momento in cui la sua grande occasione sembrava lì, a portata di mano. Qualcosa tipo una telefonata di un regista che ti dice che il casting per un film che diventerà premio Oscar è andato bene e tu sei tra i candidati per essere scelto come attore principale. Oppure una lettera in cui una grande casa editrice ti dice che sta valutando il tuo lavoro che promette bene ma ancora non è ancora detta l’ultima parola. O il notaio che apre il testamento dello zio ricco d’America che non si sa a chi ha lasciato l’attico sulla quinta avenue a New York. O la visita di un famoso critico d’arte a una minuscola galleria dove sei riuscito a esporre il quadro di cui vai più fiero. O il provino per i pulcini del Real Madrid.

Tutti pensiamo che arriverà un giorno in cui qualcosa di magico accadrà. Qualsiasi cosa. Un imprevisto. Qualcosa di speciale. Memorabile. Qualcosa da poter raccontare e di cui vantarsi. Una cosa di importante e di bello. Qualcosa che di solito non succede.

Però, ecco, io credo che già sperarlo sia bello.

“…non perdiamo tempo in chiacchiere vane Estragone, facciamo qualcosa mentre l’occasione si presenta. Non succede tutti i giorni che qualcuno abbia bisogno di noi. A dire il vero non è che abbia bisogno precisamente di noi. Chiunque altro andrebbe bene per lui, se non forse meglio. L’invocazione che abbiamo sentito è rivolta piuttosto all’intera umanità. Ma qui, in questo momento, l’umanità siamo noi. Che ci piaccia oppure no. Approfittiamone prima che sia troppo tardi. Rappresentiamo degnamente una volta tanto quella sporca razza in cui ci ha cacciato la sfortuna. Che ne dici Estragone? E’ pur vero d’altra parte che soppesando a braccia incrociate il pro e il contro facciamo ugualmente onore alla nostra condizione. La tigre  si precipita in aiuto dei suoi congeneri senza la minima esitazione, oppure scappa nel folto della foresta. Ma non è questo il punto. Che stiamo a fare qui? Ecco quello che dobbiamo chiederci. Abbiamo la fortuna di saperlo. Si. In questa immensa confusione una cosa sola è chiara. Noi aspettiamo che venga Godot…”

Anche io ho aspettato la mia occasione a lungo.

Poi un giorno ho smesso.

Per stanchezza.

Quell’occasione, proprio come Godot, non è mai arrivata.

Trenta anni fa avevo vent’anni e come tutti i ventenni credevo di avere il mondo in mano. Poi intorno ai trentacinque ho capito che dovevo iniziare a muovermi se volevo ottenere qualcosa. E ci ho provato davvero. Ho mollato un posto sicuro, al riparo da tutto ciò che sta capitando in questi anni. Un posto fisso. Un gran bel posto fisso. Di prestigio. Quello per cui la gente, ancora oggi, venderebbe la propria madre per poterlo avere. La mia invece era così orgogliosa di me che non faceva altro che vantarsi con tutti del brillante figlio e, quindi, non capì affatto il perché egli, impazzito, avesse deciso di licenziarsi. Pure in tronco, pagando per andare via per mancanza di preavviso.

E tutto solo per poter cercare la sua occasione.

Tra i quaranta e i cinquanta ero convinto di avercela fatta. Non avevo colto nessuna occasione vera perché sentivo di essermene creata una con le mie mani.

Poi le cose hanno iniziato ad andare male. Non solo per me, ma per tutti. Con la crisi, una parola che copre sciagure inimmaginabili, ho dovuto licenziare le persone che lavoravano per me. Non sono stato più in grado di pagare il mutuo. Ho preso una casa in affitto. La vita continua ad avere i suoi normali alti e bassi ma, adesso, a cinquant’anni compiuti il mese scorso ho capito chiaramente che ho perso la mia occasione. Anzi, ho capito che tutta la mia generazione l’ha persa. E non so di chi sia la colpa. Non lo so davvero. E non è nemmeno importante saperlo.

L’unica cosa che conta è che, di fatto, sono invecchiato e non me ne sono nemmeno accorto.

Non so quale sia la grande occasione che sarebbe potuta arrivare. Forse, narcisista come sono, aspettavo che mi sarebbe capitata la fama. La gloria. Invece sono rimasto un signor Nessuno. Uno dei tanti. Perchè, ho dovuto ammettere, che di talenti da spendere non ne avevo poì molti. Mi ero semplicemente sopravvalutato.

Stamattina però, quando Caterina mi ha dato un bacio davanti alla scuola dove ho accompagnato lei e le sorelle e mi ha detto “Grazie babbo di essere qua!” mi sono commosso.

Ho fatto finta di niente, scherzando come faccio sempre quando sono in difficoltà. E mi sono messo a guardarle mentre entravano felice dentro la scuola. Raggianti come possono essere i bambini a quell’età.

E ho sorriso.

E ho pensato che si, in fondo in fondo, è andata bene lo stesso.

No regrets.

Come si lavorano questi pellegrini…

Credo che dovremmo un po’ più di rispetto agli spagnoli.

Insomma, dai, ammettiamolo. Gli italiani hanno una supponenza di base con loro allo stesso modo in cui i francesi l’hanno con noi. E gli inglesi con i mangiarane. Credo che derivi da quella che io chiamo la sindrome del terrone. Insomma, chi è a sud (non solo geograficamente) è per definizione, peggiore. O dicendolo in modo politicamente corretto “in via di sviluppo.”

Noi, va detto a onor nostro, siamo, per fortuna, mediamente più cialtroni e meno spocchiosi dei polentoni del nord Europa, però, lo stesso,anche se sorridiamo e godiamo della presenza di spagnoli nelle nostre vite, sotto sotto, pensiamo: si vabbè, però siamo meglio noi!

La dimostrazione di quanto falso possa essere un pensiero così sottilmente diffuso io ce l’ho sotto gli occhi tutti i santi giorni.

Doverosa premessa: non l’ho mai fatto (not yet I mean…) , ma ho letto molto sul cammino di Santiago. So, ad esempio, che gli spagnoli lo hanno organizzato benissimo, facendolo diventare una specie di cult internazionale al punto che non è più solo una meta per cattolici praticanti in cerca di remissione dei peccati ma anche di atei che detestano i libri di Coelho (come me..) e che lo fanno anche solo perchè è semplicemente bello (per chi fosse interessato c’è un divertente libro di Liebig Etienne “Come sedurre la cattolica sul cammino di Compostela”). Mi sono così, alla fine, fatto l’idea di una cosa piena di passione e di vita, anche e soprattutto nei confronti della natura. Tra sacchi a pelo, ostelli, rifugi d’emergenza, amicizie improvvise ed infortuni di viaggio, il Cammino pare una cosa diversa da persona a persona. Camminare dalle sei alle otto ore al giorno, con il rischio di finire l’acqua e non potere bere, con il dolore alle gambe che ti piega ma che devi superare con le tue forze per proseguire. Partire ogni mattina per fare trenta chilometri con dieci chili di zaino sulle spalle senza spesso vedere una casa o un centro abitato per ore riporta alla condizione umana del vivere, quella condizione che si perde nella vita caotica e frustrante di ogni giorno e nelle vacanze preconfezionate da villaggio turistico. Si attraversano torrentelli d’acqua passando da un ciotolo all’altro proprio come facevano una volta i pellegrini. E poi, camminando tra bellissimi e superbi paesaggi, spesso incontaminati, si conoscono nuove persone in continuazione, ognuna con la propria storia da raccontare e spesso vogliose di conoscere la tua, fatto strano considerato che l’abitudine è spesso che non ci si ascolti nella vita quotidiana neppure tra amici, persi nella mediocrità di una vita stereotipata. In genere, si dice che l’ideale sarebbe partire in solitudine e aspettare che il tempo porti nuove persone nella tua vita. E, le amicizie che nascono sul Cammino sembra non si dimentichino mai.

Noi che c’entriamo?

Beh, la verità è che a noi ci piace taroccare.

E dai su. Inutile negarlo. Il tarocco da noi gode di una straordinaria popolarità che in altre latitudini non potrà mai raggiungere. Siamo molto inclini, ad esempio, a comprare cose falsamente griffate per strada da chi non ha diritto a svolgere attività commerciale, o prodotti alimentari che “assomigliano” agli originali ma che costano molto meno e ci importa poco se sono sani oppure no. Per diversi anni la scheda Tarocca Sky era il massimo sfoggio di italianità. Un modo come un altro per mostrare fieri l’appartenenza alla nostra terra e cultura.

Così, per non smentirci, abbiamo inventato anche la versione tarocca del Cammino di Santiago: la via Francigena!

La storia di essa è facilmente trovabile su Internet. Era uno dei percorsi di pellegrinaggio medioevali. Parte (iva) da Canterbury per arrivare a Roma.

Avendo notato che il cammino di Santiago in Spagna stava diventando una grande attrazione turistica, quindi potenziale fonte di guadagno, qualcuno da noi s’è messo in mente di proporre una versione alternativa dello stesso e ha tentato di organizzare una cosa simile. L’ha fatto all’italiana. Cioè alla cazzo di cane. In altre parole non c’è un progetto d’assieme che lega il tutto. Piuttosto esiste una sperimentazione a macchia di leopardo. Una serie di zone, spesso distanti tra loro, che non hanno guardato al progetto nella sua totalità ma si sono limitati al solo al bieco tentativo di attrarre turisti per la propria Pro Loco.  Due aree su tutte: il Lazio e l’alta Toscana.

Ora, lo so che deve essere difficile da credere per chi ha davvero fatto il Cammino di Santiago, ma la sua versione tarocca made in Italy, passa proprio davanti casa mia. Non in senso figurato intendo. Passa FISICAMENTE davanti casa mia. Proprio sul marciapiede davanti al mio cancello. E prosegue lungo una meravigliosa arteria ad alto scorrimento automobilistico dove se si respira a pieni polmoni, con un po’ di impegno, si può pure prendere il canchero ai polmoni per lo smog che si respira. Sempre che non si muoia prima venendo arrotati dagli autotreni che sfrecciano veloci come lippe. E così, in primavera, comincia il flusso dei pellegrini che convinti di esser tali, vestiti con scarponi da montagna e di alpenstock e zaini superpesanti mi passano davanti, ridicoli come solo chi è davvero ridicolo può essere. In genere, essendo anch’essi amanti del tarocco, arrivano in autobus fino a Lucca per gabbare tutta la strada che avrebbero dovuto fare in precedenza pensando poi di passare per boschi o posti leggendari venendo invece dirottati sulla via Romana Ovest dove, se avessero delle comode scarpe da passeggio anzichè armamentario da scalatore, avrebbero molte più possibilità di sopravvivenza.

In genere capiscono l’inculata dopo un paio di giorni e, infatti, credo che la gran parte di essi una volta usciti dal territorio lucchese decida di prendere un altro autobus o treno per arrivare a Roma. Anche se il sospetto che ci riprovino da un’altra parte del percorso ce l’ho. Come anche la sicurezza che verranno accolti dagli altri italioti nello stesso modo.

Prima di uscire dalla mia terra hanno però la fortuna di passare davanti a uno dei più grandi monumenti nazionali, protetto dal Ministero dei Beni Culturali molto più che gli scavi di Pompei o del Museo degli Uffizi. Sono veramente orgoglioso di questo e del fatto che disti solo pochi chilometri da dove abito. Sto parlando della mega sede centrale della SNAI.

Vuoi mettere una sana scommessa su una partita di cartello con un pallosissimo paesaggio mozzafiato in cima a un passo pure difficile da scalare?

Non di rado, quando ci passo in macchina ci vedo entusiasti pellegrini che, essendosi rotti gli zebedei di camminare in mezzo alle macchine decidono per un bel pit-stop fatto a base di panini con la porchetta dell’ambulante abusivo mentre si godono i video dei principali eventi sportivi.

Stamattina mi ci sono fermato anche io per comprarmi  un panozzo come si deve da portare via perché, stiamo mica a scherzà, Tonino l’ambulante napoletano sa il fatto suo. Mentre attendevo il mio turno mi sono messo a parlare con uno di loro. Un americano che con la moglie, vestito come da copione con tanto da cappellaccio da boy scout, era in fila con me. Il fatto che parlassi in inglese mi è sembrato per lui una liberazione. Poteva finalmente sfogare la sua frustrazione in madre lingua. Mi ha detto che venivano da Austin, Texas, e che volevano fare una cosa che assomigliasse al Cammino di Santiago ma che non fosse così difficile. La Via Francigena gli era sembrato un’ottima alternativa. La realtà però li stava un po’ deludendo ma che, riuscire almeno a vedere la partita di baseball dei Texas Ranger sui televisori della Snai li aveva messi di buonumore. Gli ho detto che se avevano bisogno di qualche informazione particolare o di un aiuto  glielo avrei dato. Lui,  ringraziandomi, mi ha chiesto dove trovare un bancomat funzionante perchè i due che aveva incontrato (sulla via Francigena…) erano “out of order” e stava meditando di mollare una volta raggiunto Altopascio e di riprendere la corriera fino a Firenze. In funzione di un imprecisato senso di appartenenza alla Pro-Loco Italiana mi sono sentito in dovere di incitarli a continuare. Non so nemmeno bene io perchè. Forse stavo parlando piu a me stesso che a loro. Immagino che utilizzassi quella famiglia come transfert per parlare a me stesso. Nella lunga attesa (Tonino sarà bravo ma è indolente come pochi…) gli ho detto della necessità di non mollare. Di provarci ancora. Di resistere. Che quello era il senso del pellegrinaggio. Non importa se l’immaginario andava in una direzione diversa da come si presentava la realtà. Non si doveva mollare, punto e basta.

Mentre parlavo, mi è venuto in mente che stavo blaterando solo una serie di merdate inutili. E fasulle. E pure fuori luogo. Ma prima che potessi correggere il tiro (avevo già pensato di pagare pegno accompagnandolo direttamente ad una banca vicina) Tom, così si chiama, mi guarda serio e mi fa quasi paura. La moglie mi sorride e lui mi allunga la mano e stritola la mia quando gliela porgo:

“Ok Buddy” mi fa “you’ve convinced me. We won’t stop. We’ll give another chance at the Via Francigena”. ha detto pronunciando quel “frenchigina” in modo tale che non ho potuto fare a meno di sorridere, provando allo stesso tempo un grosso imbarazzo perchè non so mica se gli ho fatto un favore.

Prima di risalire in macchina gli ho augurato buona fortuna e mi è venuto anche in mente di chiedergli se avevano, come fanno sempre gli americani, un desiderio segreto associato al pellegrinaggio. Lui sorride e so di aver colpito nel segno:

“The World Series for the Texas Rangers. What else?”

Qualcosa mi dice che però che se quella franchigia vuole vincere il campionato di baseball sarà bene che non conti sul fatto che Tom e Mary raggiungano Roma a piedi da Lucca perchè altrimenti anche quest’anno andranno in bianco.

      

La mia donna e il mio uomo

Dimmi la verità, come ti senti?

Non è forse come se stessi rotolando via così velocemente da non riuscire a fermare le ruote?  Non restarci troppo male, non sei la sola che sta cercando di farlo. Con tutti gli altri intorno che sgomitando cercano la loro strada si finisce pure per inciampare e farsi inutilmente del male. Ci si alza, allora, e con grazia si puliscono le ginocchia e si ricomincia a camminare perchè, al netto di tutte le speculazione filosofiche sulla vita, sai che cosa  si può davvero dire su di essa? Proprio niente. Occorre solo andare avanti cercando di aiutare la razza umana a sopravvivere anche a se stessa, fino a quando Lui non deciderà di spengere la luce e torneremo a essere polvere di stelle. E, per quanto sembri a volte, tutto inutile ,non c’è davvero nient’altro che possiamo fare.

Nessun uomo è riuscito a capire come risolvere gli enigmi che ci torturano l’anima e che ci fanno perdere occasioni importanti. Uniche. Nessuno fino a quando non si è ben al di là del dolore.

Così, se tu ti svegliassi di notte vittima di un brutto sogno e non mi trovassi accanto a te e, per una frazione di secondo, non ti ricordassi dove sei, basta che tu apra la finestra e ritorni indietro con la memoria, su quella spiaggia delle donne, con il mare grosso di notte dove abbiamo contato ogni stella cadente. Perchè vedi, io credo che ci sia una luce che brilla su di te e che ti illuminerà per sempre e, anche se non posso garantire che non c’è niente di spaventoso nascosto sotto il letto, ti prometto che finchè ci sarò io, farò la guardia affinchè l’orrore non ti trovi.

Una volta ho conosciuto un uomo, molto talentuoso che aveva un grande cuore. Proprio come te. Lui parlava alla gente e le persone che lo ascoltavano piangevano perchè capivano che le sue parole venivano da dentro la sua anima. La pancia lo guidava e tutti potevano sentirlo dalla  sua voce e vederlo nei suoi occhi. E così ha viaggiato tanto, toccando il  cuore di tutti coloro che ha incontrato facendo fiorire ogni cosa che incontrava, prendendo sempre molto meno di quel che donava, fin quando è stato richiamato a casa. Polvere di stelle.

Il mio uomo ce l’ha fatta.

E ‘andato molto al di là del dolore.

E noi,  a cui è toccato rimanere qua, continuiamo invece a vivere e a ridere come prima, come se niente fosse successo.

Dedicato alla mia generazione

 

 

Manca poco tempo alla fine del mondo e oramai mi sono convinto che il 21 dicembre prossimo sentiremo una voce tonante. Non lo so perché, ma stamattina mi è venuta in mente il film di De Sica: Il Giudizio Universale. La trama la conoscono tutti, più o meno, è questa: mentre la gente vive come sempre, una voce possente che viene dal cielo inizia ad annunciare il giudizio universale per le 18.00. Alcuni personaggi sono presi dal terrore, altri continuano a vivere come sempre, del tutto sordi all’avviso sempre più pressante. I più indifferenti sono un bambino ed una bambina che sono così presi dal tenero sentimento dell’uno per l’altra, che piangono e si disperano, non per la fine del mondo, ma per il fatto che il ballo, dove si sarebbero dovuti incontrare, rischia di essere annullato causa Giudizio Universale.

Non riesco proprio a togliermi dalla testa una scena. Quando alla fine comincia il Giudizio Universale e la voce chiede a un poveraccio:

“Ti piace la zuppa inglese?”

L’uomo terrorizzato balbetta e non risponde.

“Confessa ti piace la zuppa inglese?”   continua Dio. “ammazzeresti uno stupido cinese per una zuppa inglese è, confessa”

“Io …Io..Io sono buono…”

Ecco, penso che il 21 dicembre quando il vocione dirà “Masticone ti piace sparare minchiate?”, risponderò più o meno allo stesso modo.

Comunque prima che sia troppo tardi e si compia la beata speranza e venga il Regno devo rendere omaggio a qualcuno che mi è caro. In fondo, dai, non c’è persona che non lo faccia per le cose che gli/le sono care.

Io non faccio eccezioni. E oggi ho una gran voglia di rendere testimonianza alla mia generazione. Stiamo invecchiando e facciamo fatica ad accettarlo. Ancora di più nel vedere che alcuni di noi ci hanno già lasciato. Ci siamo scoperti soli, quando pensavamo che non lo saremmo mai stati. Cambiati, quando credevamo che non ci sarebbe successo. Disillusi quando avremmo scommesso che a noi sarebbe andata diversamente. Ci siamo insultati l’un l’altro e oggi a cavallo del mezzo secolo, chi un po’ di più chi un po’ di meno, ci rendiamo conto che, alla fine, gli unici a capire le nostre idiosincrasie e paure e speranze che ancora nutriamo, le piccole gioie e i grossi dolori sono quasi sempre coloro che hanno diviso con noi cose che non ci sono più e che non torneranno.

E allora mi è venuta voglia di ricordare alcune di esse, perché a volte, a ricordarle, si riesce a vivere meglio il presente.

Noi che si finiva i compiti il più in fretta possibile per andare a giocare a pallone per strada o ai campini con gli amici e non c’era bisogno che ci accompagnasse la mamma o il papà perchè era normale vivere a quel modo.  Costretti spesso alla regola del portiere volante o a quella del  “chi si trova para”. E c’era sempre quello nuovo che chiedeva se segnare da centrocampo valeva. Si, cazzo, fava, vale. Vale tutto.  E che quando si facevano le squadre se venivi scelto per primo stavi bene una settimana perchè voleva dire che eri bravo e l’ultimo andava invece quasi sempre in porta. E che avevamo tutti un soprannome possibilmente infamante ma non si offendeva nessuno. E  se anche eravamo 50 a 1, c’era sempre l’immancabile “chi fa l’ultimo goal vince”. E  bestemmiavamo contro il SUPER TELE o l’ELITE. Perchè avevamo il TANGO DIRCEU solo se andava di lusso. E  dopo la prima partita, c’era la rivincita e poi la bella e poi la bella della bella.  E anche senza la traversa e la moviola capivamo lo stesso se era goal oppure no. E giocavamo a calcio  con le pigne. E le pigne ce le tiravamo pure addosso. E  ridevamo se un amico rideva e che continuavamo a ridere anche se lui poi si metteva a piangere. E che tiravamo la manine appiccose delle patatine sui capelli delle femmine che si arrabbiavano e che ti lasciavano per punizione con la scopa in mano alle feste. E che a scuola nella prova di scienze ci davano la patata da mettere nel bicchiere che germogliava. E bevevamo l’acqua nelle fontane dei parchi, non quelle imbottigliate, la stessa dei cani e non ci faceva paura mangiare qualcosa che era caduto per terra.

Noi che non si barava. Perchè avevamo un onore da mantenere e per questo non si finiva mai il cubo di Rubik, in cambio però si saliva sugli alberi e si faceva finta di essere Orzowei e si costruivano aquiloni con la carta delle uova di pasqua che non volavano mai. E suonavamo la pianola Bontempi che ci faceva sentire dei veri musicisti  e  a scuola usavamo i pastelli a cera e i pennelli “Carioca” che ti impiastricciavano le mani e non venivano mai via con l’acqua. E andavamo in due in bicicletta senza mani e mettevamo le carte da gioco con la molletta sui raggi e se bucavi passavi ore nelle camere d’aria mettendole nella bacinella d’acqua e ti sentivi un genio quando riuscivi a ripararla con il tip top. E che poi più grandi abbiamo cominciato ad andare sul Ciao: che si accendeva pedalando! Guardandoci indietro è difficile credere che siamo ancora vivi: viaggiavamo in macchina senza cinture, senza seggiolini speciali e senza air-bag; vedevamo nostro padre riempire il portapacchi sulla macchina fino all’inverosimile e facevamo viaggi di 10-12 ore e non soffrivamo di sindrome da classe turista.

Noi che non avevamo porte con protezioni, armadi o flaconi di medicinali con chiusure a prova di bambino e andavamo in bicicletta senza casco né protezioni per le ginocchia o i gomiti. Le altalene erano di ferro con gli spigoli vivi e il gioco delle penitenze era bestiale e  che a volte si litigava ma che dopo cinque minuti era tutto finito. Noi che “se fai questo, non sei più mio amico”. E che giocavamo a “Merda” a carte per ore perché le regole del Poker non le conosceva nessuno e poi a Risiko e che litigavamo sul chi era più forte tra Godzilla e Goldrake (lui tutta la vita) e che guardavamo la “Casa nella prateria” anche se faceva tanta tristezza. Però poi avevamo  la famiglia Bradford e Happy Days a tirarci su. E che sui diari scrivevamo davvero tutti gli avvisi ma poi ce li tiravamo addosso mentre le femmine ci scrivevano romanzi d’amore. E che per andare alla gita scolastica di tre giorni dovevi preparare la famiglia otto mesi prima. E che se nevicava la guardavamo scendere a bocca aperta guardando dalla finestra ma, come finiva, “Tutti di sotto”. E che quando c’era l’ora di ginnastica partivamo da casa con la tuta e che le poesie non le volevamo imparare a memoria ma le frasi di Tex Willer non le scordavamo mai. E che i politici non li conoscevamo ma Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi si. E che scommettavamo se l’uomo della pubblicità che stava sempre a mollo avesse o meno i reumatismi. E che indossavamo maglie di lane che pizzicavano e che quando toglievamo quelle maledette calze strette che  avevamo rimanevano segni mostruosi al polpaccio. E che per regalo per la comunione ricevevamo otto compassi e sette calcolatrici due mappamondi con la luce dentro. E che aspettavamo la foto dalla Polaroid e che quando ritiravi le foto dal fotografo eri curioso di vedere come erano venute.

Noi che vivevamo in attesa di 90° minuto e ci sentivamo protetti dalle figure paterne di Paolo Valenti, Necco da Napoli, Bubba da Genova, Giannini da Firenze, Vasino da Milano, Castellotti da Torino, Pasini da Bologna, Tonino Carino da Ascoli, Strippoli “riporto” da Bari o Lecce. E che quando aprivamo le bustine intonse pregavamo per non trovare triplone o quadriplone PILONI; il secondo mitico portiere della Juve che non aveva mai giocato una partita per colpa di ZOFF. E che alla radio c’era Ciotti che diceva sempre che la squadra del tuo cuore , qualunque fosse, faceva sempre la stessa cosa:  “retrocede a difesa dei 16 metri e si arrocca”. E soffrivi come un cane. E che ci ricordiamo di Galeazzi magro e che il calcio in TV era solo di mercoledì o di domenica quando,  la sera, alle sette davano il secondo tempo di una partita registrata  e che fino all’inizio del secondo tempo non sapevi i risultati dei primi tempi. E c’era la zona Stock che ti diceva di brindar con lei sia se vincevi che se perdevi. Ma vaffanculo zona Stock, io ho perso e ti getto nel cesso.

Noi che poi eravamo imbranati con le donne. E che andavamo dall’amica del cuore di quella che ci piaceva e le chiedevamo “Dici a Monica se si vuole mettere con me? Il giorno dopo quella tornava e la risposta era sempre la stessa: “Ha detto che ci deve pensare”. E che non mandavamo sms con i cellulari che non avevamo ma dedicavamo canzoni alla radio. Noi che odiavamo i minestroni ma che ci emozionavamo per un bacio nella guancia e pensavamo che andare mano nella mano, significasse davvero qualcosa.

Noi che abbiamo dovuto imparare quell’assurda merda del MS DOS, e che la prima volta che siamo stati a Londra lo abbiamo fatto in pullman da Firenze. 40 ore con solo due fermate tecniche per pisciare a Torino e a Parigi (Piazza Stalingrado) e che quando arrivammo a Victoria Station avevamo la forma di un pezzo simmetrico del Tetris. E che oggi quando basta un’ora e mezzo in aereo da Pisa pensiamo sempre che ci sia sotto la gabola e che qualcosa non torni. Noi che i flippers erano basici ma se riuscivi a eccitarli ti facevano godere come poche donne hanno mai più fatto. WOW (che noi si chiamava vov) ,  e WHEN LIT.  (“dai che c’hai il vov acceso. Dai, colpisci, fallo godereeee..”)

A noi, che adesso viviamo lontani, sparsi per un mondo che abbiamo visto cambiare, non sempre in meglio e che a volte ci prende la tristezza a tradimento perchè vorremmo riprovare le sensazioni di una volta quando tutto sembrava più pulito e più semplice. E che abbiamo imparato ad abbassare la testa ma lo stesso gridiamo dentro di noi. Che pensiamo che in fondo non eravamo poi così male anche se ci hanno dipinto come la generazione del niente, perchè non impegnata come la precedente e non festaiola come quella dopo.

A noi, che adesso abbiamo perso la spensieratezza di quegli anni e che dobbiamo affrontare i fallimenti e le crisi e i politici di merda e il magna magna marescià. A noi che  per quanti calci del culo continuiamo a prendere e per quanto ci possano far sentire come un cane in chiesa, tutte le mattine usciamo di casa sperando sempre che, dietro l’angolo, improvvisamente, ci si possa reincontrare d’incanto, almeno una volta, con il pallone in una busta di plastica.

E io oggi, darei qualsiasi cosa per un’altra partita con voi, adesso, per la strada.

Vi voglio bene.

ah, dimenticavo

La mia Monica, di allora, ci sta ancora pensando.

La stronza.

Il cielo stellato sopra di me e Hollywood dentro di me

Quando studiavo all’università, vivevamo in un grande appartamento di otto stanze. Ognuna delle quali aveva due letti. Sedici persone. Praticamente una comune. Venivamo dai posti più disparati e abbiamo dato vita a quanto di più eterogeneo avessi mai potuto immaginare prima di arrivarci. Il primo anno finii per far comunella con Mauro, un tipo particolare, che aveva in comune con me l’amore per la filosofia e la storia. Lui aveva però molti più attributi perché intendeva proprio laurearcisi, mentre io mi ero venduto a “Economia”, per un pezzo di carta più facilmente spendibile. Mauro, tuttavia, non mi trattava come un rinnegato. Diceva che sapere che ci sarebbe stato un nuovo stronzo capitalista che, però, amava la filosofia lo faceva sentire meglio. Perché ovviamente era un comunista che frequentava centri sociali. E così cominciò il mio periodo “alternativo”. Parlavamo solo di massimi sistemi e di rock’n roll. Mai di fica. Eravamo di quella serie di coglioni che riteneva che farlo fosse troppo volgare (con la erre moscia.) Alla fine mi convinse pure a seguire, assieme a lui, un corso al quale partecipava. Uno monografico su Kant. Mi convinse dicendo che il professore era una vera forza della natura. Che poi voleva dire che era un pazzoide. Uno di quegli schizzati che ogni tanto, non si capisce come, riescono a trovare pertugi assurdi e si piazzano in posti in cui tu pensi debbano starci personalità più normali e non così deviate. Il professor Colombo aveva dentro di sè il genio di Dio e la cattiveria del demonio che mischiandosi davano vita a visioni oniriche di follia allo stato puro che poteva far deragliare menti ben più forti della mia. Fu lui a farmi capire, finalmente, il perchè Kant fosse il più grande filosofo di tutti i tempi e quanto del suo pensiero fosse presente nei film pornografici. Ma questa è un’altra storia.

Durante quelle lezioni Mauro conobbe e si innamorò di una disadattata pazzesca che aveva un’amica paranoide, Flavia, perfetta per un allucinato come me. Vestita sempre di stracci con sciarpe e sciarpine e un borsone con dentro ogni cosa neanche fosse un bazar medio-orientale. Passavamo tutte le sere a farci di canne e a sbronzarsi con vino di pessima qualità e a fare discorsi del tipo: “No perchè la Palestina, no cioè Israele è stato canaglia, cioè la Cia ci spia, no cioè la rivoluzione culturale di Mao, no cioè perchè il comunismo di Trockij era diverso…..” bla bla bla. Eravamo sempre fatti come copertoni. Flavia era una dark ante litteram e di sicuro una depressa anarcoide che si eccitava se le parlavo di Bakunin ma che una sera mi disse che non si sarebbe mai fatta scopare da uno che non conoscesse benissimo Ralph Waldo Emerson. E così, per non sbagliare, mi toccò studiare la sua intera opera omnia destando sospetti nei miei che non capivano perchè i libri di economia li schifassi e non preparassi alcun esame. Quel Natale mio padre, dopo il pranzo mi prese da parte e mi fece serio: “Figliolo, sono molto preoccupato per te.” In effetti avevo rotto le palle a tutti con un monologo di tre ore sul genocidio degli Armeni del 1915 e avevo due borse sotto gli occhi acquosi che nemmeno un malato. Se avesse saputo che frequentavo una donna che, quando le chiedevo, “Che fai domani?” rispondeva “Mi suicido” e quando rilanciavo “E domani l’altro?” diceva “Ci riprovo” sarebbe morto all’istante. In ogni caso non durò molto. Dopo qualche tempo Flavia mi disse che non ero un vero rivoluzionario. Ero uno di carta, un mollaccione. E ne aveva trovato un altro molto più tosto di me. Un muezzin siciliano, che aveva due baffetti da sparviero e che cucinava benissimo il cous cous di carne e verdura. Quando cercai di capire cosa minchia c’entrasse il cous cous con la rivoluzione proletaria mi disse che non potevo capire. Non ero un vero fedayn.

Da quel momento cominciò la mia “normalizzazione”. In ogni caso accompagnai Mauro all’esame con Colombo. Quel matto del prof era famoso per farne di veramente assurdi. Era un assertore del fatto che contasse solo la prima domanda. Il resto, diceva lui, era solo Messa cantata. Andava a simpatie e, a volte, cacciava la gente con motivazioni assurde, mentre altre le promuoveva con lo stesso metro. A quello prima di Mauro mise in mano una lampadina e gli chiese quanto, secondo lui, consumasse. Il tipo rispose tranquillo “60 watt”.  Cacciato. “In mano a lei non consuma niente. Deve pensare prima di parlare”.  A Mauro dette un mazzo di chiavi e gli chiese “Mi dimostri che sono le mie”. Lui cominciò a farfugliare: “Aristotele e Platone avevano della proprietà un concetto diverso da quello che Rousseau ha poi ripreso…..”.  Colombo lo incalzò ancora. Mauro non riusciva a tirar fuori nessuna teoria. “Torni al prossimo appello”. Mauro si alzò.  E lui: “Ehi dove va con le mie chiavi?” e Mauro “Ecco dimostrato che sono le sue”. Promosso.

Reincontrai Colombo qualche anno dopo, in un bar dove ero andato a far colazione una mattina. Nei piccoli atenei di provincia come Siena è cosa che può accadere. Sembrava più perso nel mondo delle nuvole che mai. Mi venne di salutarlo e lui mi guardò in modo interrogativo. Pensando di fargli un complimento gli dissi che ero uno dei pochi che, anni prima, aveva seguito un suo corso, così, solo per il gusto di farlo, senza dare poi l’esame alla fine dell’anno. Lui rispose solo “Ah” . Credo che intendesse dire “Povero scemo”. Poi con un tono saccente che non ricordavo mi fece:

“E che cosa crede di aver imparato da esso”. Mi ferì il suo tono e gli risposi allora:

” Che le donne delle pulizie e le bidelle sono sempre fighe. E dopo essersi fatte chiavare selvaggiamente ricominciano a pulire senza battere ciglio!”. Catturai per venti secondi la sua attenzione. E mi disse:

“Lei pensa di essere divertente vero? Eppure se guardasse attentamente anche i film di Hollywood scoprirebbe tanto Wittgenstein e Schopenauer dentro di essi e vedrebbe che il mondo è la totalità dei fatti non delle cose.  Ora, un linguaggio, un’immagine, sembra avere una prevalenza su tutti gli altri linguaggi, su tutte le altre immagini. Questa immagine è l’immagine logica: essa rispecchia perfettamente la realtà. E la rispecchia perfettamente non solo perché il suo fatto  rispecchia perfettamente il nesso di oggetti  ma perché anche esiste un isomorfismo tra i suoi costituenti e i costituenti della realtà. Si potrebbe pensare allora che se l’isomorfismo fosse perfetto, la logica rappresenterebbe perfettamente la realtà”.

Rimasi a guardarlo a bocca aperta. Lui se ne accorse e perse interesse: “Capisco” fece “lei è uno studente di legge. No anzi, lei ha la faccia di uno studente di economia. Però ci pensi sopra almeno”. Non c’erano cazzi. Era semplicemente un genio pazzo.

A distanza di secoli ho rivisto Flavia qualche tempo fa. E’ venuta a una presentazione di un libro. Raccontò che era di passaggio in Italia, aveva letto qualcosa ed era curiosa, tanto curiosa, di rivedermi. La prima cosa che mi disse fu “Ma ti vesti ancora da straccione?”. In effetti lei era perfetta nel suo bel vestito di Gucci le scarpine di marca e un make-up che la facevano molto più diva del cinema che pasionaria per i diritti di qualcuno. Mi spiegò che si era sposata con un diplomatico ed era importante il “look”. E poi era così orgogliosa di rappresentare l’Italia nel mondo e che io non avrei mai potuto credere quanto lavoro ci fosse dietro l’impegno dello staff di un Ambasciata. E venne fuori che, comunque, preferiva stare a Washington D.C. che a Damasco.  Pagai io il caffè al bar ma Flavia conosceva le buone creanze e fece la finta di volerlo pagare comunque lei e tirò fuori un portafoglio di pelle che fece accapponare la mia. Se ne accorse e arrossendo disse

“Si, ma è eco sostenibile”.

Pensai, mavaffanculo. Però le dissi con tristezza:

“La virtù più ricercata è il conformismo. La fiducia in sé stessi ne è la piena antitesi.”

Lei reagì stizzita.

“Che frase assurda che tiri fuori. Puoi fare di meglio sai?”

“Non è mia Flavia. E’ di Ralph Waldo Emerson.”

Quell’esame con il professor Colombo è stato uno dei pochi che invece Mauro abbia mai superato. Non si è mai laureato e adesso vive a Pinerolo, in provincia di Torino e fa il dipendente comunale. E mi fa stare meglio sapere che c’è almeno un dipendente pubblico che ama la filosofia. Mi ha scritto stamani per dirmi che ha saputo che Colombo è morto. E’ crepato come ha vissuto. Come un folle. O forse no. Ha parcheggiato la macchina su un area di parcheggio vicino a un cavalcavia, si è spogliato di ogni cosa, ha piegato i vestiti in modo quasi perfetto e s’è buttato giù senza lasciare alcun messaggio. O forse quei vestiti piegati lo erano. Chissà magari deve averne parlato in qualche altro corso. E allora in onore di quel folle genio, voglio dire a tutti quale filosofia di vita ho capito dai film di Hollywood. E questo grazie a quel disgraziato che amava i film porno.

In primo luogo  non occorre preoccuparsi troppo se si ha di fronte un numero elevatissimo di nemici in un combattimento di arti marziali. Essi, infatti, aspetteranno pazientemente di attaccarti uno alla volta, danzando educatamente, in maniera gentile e garbata ai lati dello spazio dove si svolge lo scontro, fino a quando tu non hai atterrato il loro predecessore. Oppure devi ricordarti che puoi sopravvivere a qualsiasi cruenta battaglia in ogni possibile guerra, anche la più sanguinosa e terribile, quella dove c’è la peggiore feccia umana mai venuta sulla terra. Si, ce la puoi fare, purché non tu non faccia il clamoroso errore di mostrare a qualcuno la foto della tua famiglia a casa che ti aspetta. In quel caso sei fritto e nessun super eroe potrà mai salvarti. E ancora, se sei un poliziotto onesto non rischi mai la vita tranne che quando sei a due o tre giorni dalla pensione dove sei sempre immancabilmente sparato. E allora forse è il caso di sapere che, qualora facessi quel mestiere, occorre prendere delle ferie in arretrato proprio da usare in quei momenti. Per non dire, infine, che la tosse è di solito il segnale di una malattia terminale e che, soprattutto, i cani sanno sempre chi è il cattivo della situazione e quando lo incontrano gli cominciano a latrare contro mentre il loro padrone non capisce mai il perché.

Ma cosa minchia ci sia in tutto questo di Wittgenstein lo devo ancora capire.

 

In memoria di: Andrea Cambi (Firenze 10.1.1962 -Firenze 21.2.2009)

Cosa c’è di più triste di quando muore un piccolo genio?

Beh semplice,  è quando sai che quel maghetto che tanto rispetti se n’è andato senza avere in vita il giusto riconoscimento.

Andrea se n’è andato in silenzio, come fanno le persone per bene.

Faceva parte del movimento di comici toscani che ad inizio anni novanta cominciò la scalata alle vette della ribalta nazionale. C’erano persone che valevano la metà di quanto valeva lui. Alcuni di esse sono ancora ai vertici delle classifiche dei botteghini del cinema o dei programmi Rai.

Andrea però l’avevano mollato da un pezzo. Troppo intelligente. Ero uno che improvvisava e voleva sperimentare con personaggi surreali a volte improbabili.

La sua fragilità con le sue paure di inadeguatezza e la sua difficoltà di vivere e le sue amarezze, lo rendevano speciale. E il vedere come i suoi amici di un tempo lo hanno di fatto liquidato è di una tristezza difficile da poter essere spiegata, con le classiche frasi di circostanza, gli stessi cliché che quand’erano giovani amavano spernacchiare. Niente più che comunicati stampa fatti solo per ricordare soprattutto che anche loro c’erano.

Andrea se l’è portato via il male del secolo, il classico cancro. Niente di speciale. Una beffa rispetto a una delle sue battute più famose:

Hey come va?”

“Un c’è bene” 

“Come? caso mai un c’è male”

“No, no. Il male c’è eccome”.

Dentro di noi porteremo però sempre i suoi personaggi: Normans l’uomo con il tappino incastrato in gola che aveva un fratello che si chiamava allo stesso modo Normans e al quale mancavano tutte le dita della mano all’infuori dei mignoli. E poi ancora la nana della viacard o Bombolino.

Ogni tanto faccio un giro su YouTube solo per rivederti Andrea.

Qualcosa mi dice che se leggessi questa piccola scheda ti vergogneresti perché sei sempre stato un tipo schivo. Diventeresti rosso come un peperone e cercheresti di cambiar discorso e di buttarla sul ridere.

Invece Andrea questo ricordo, piccolo e insignificante, è per te.

Per te che hai donato gioia e voce a chi non l’aveva.

Per te che con quel sorriso ci facevi sentire meno soli in mezzo a questo mondo. Per te che ci mancherai più di quanto saremo mai in grado di dimostrare e di farti davvero sapere.

So long Andrew.