La nobiltà della sconfitta

Ontologicamente siamo sconfitti.

Alcuni lo scoprono prima, da bambini, a sei o sette anni. Magari mentre giocano a nascondino e aspettano di essere tanati, e lì, nel buio e nel silenzio perfino del respiro, sono invasi dall’angoscia della mancanza. Di un senso, del luogo da dove si è stati gettati nell’esistere, della meta da raggiungere. (Ma ne esiste poi davvero una?). Anche chi non se ne accorge e in quei momenti pensa solo a correre più forte di chi sta sotto, se questi lo trova, per fregarlo, nel profondo di se stesso in qualche modo l’intuisce. Lo sa.

E la corsa, che può continuare anche per tutta la vita, quella che ti fa affannare nel tentativo di affermarsi e possedere, tradisce prima o poi, il suo essere facciata, il suo appartenere a un mondo fallace fatto di apparenza e di ombre.  L’infinito diventato qualcosa da cavalcare con qualche trucco e presunta saggezza non ti basta più. Diventi rancoroso, famelico, bulimico. Avverti quel senso di inadeguatezza che non se ne va, quella patina di noia che rende tutto senza senso. Vuoi tutto, mangi troppo. La tua digestione diventa difficile, il tuo talento obeso. Se ti va bene, vomiti. Se ti va male, scoppi. E ti accorgi che più si ha successo, più si lasciano per strada gli altri. Si parte dal plauso e si finisce nell’invidia. Capita così che a volte ci si debba limitare e non dare il massimo di sé, proprio per evitare di compromettere un delicato equilibrio nel rapporto con gli altri. In questo caso si sacrifica l’”io” in nome del “noi”. E non solo a livello sociale, ma anche in un rapporto per esempio di coppia. Sono scelte, delle volte terribilmente autodistruttive.

Oppure può accadere che si finisca per scoprire che esiste un fattore individuale che impedisce il successo. Quelli che hanno studiato la chiamano “Nikefobia”. E’ quella che nella sport ti blocca per una frazione di secondo che è quella che ti fa perdere o che ti fa compiere errori elementari che se solo non ne soffrissi non commetteresti mai.  O che nella vita di tutti i giorni ti fa esitare o rinunciare proprio nel momento cruciale. E magari ti compiaci nel pensare che te la cavi molto meglio con l’insuccesso mentre invece il successo che pensavi di cercare, alla fine, ti mette solo che a disagio.  E affanculo la parabola dei talenti e pure il super io.

Ci sono culture per cui vincere è tutto (Wall Street…)  mentre per altre è l’esatto contrario (Monasteri tibetani…). E mi torna in mente la hoganbiiki, la simpatia giapponese per il perdente, raccontata da Ivan Morris ne La nobiltà della sconfitta.

Ci rimane solo il paradosso: la libertà deriva dall’accettazione di ciò che non si può cambiare .

L’abbracciare, con lo spirito del resistente,  quello di chi sa che cosa l’aspetta e tiene alto e diritto il proprio sguardo, ciò che il destino ha in serbo. È paradossale è vero , ma fino ad un certo punto. Perché è come dire alla morte: tu stai vincendo, ma io non ti temo. E non temo nemmeno la solitudine che semini intorno a me, perché noi, proprio noi, io e chi mi hai preso, siamo qui, nei gesti, nei sentimenti, nelle parole dette e scritte, nei pensieri, negli innumerevoli segni e tracce, che verranno raccolti, che saranno seguiti, anche oltre me.

Oltre noi…

Il senso della vita

Sono andato a prenderlo all’ospedale perché sua moglie stava male. Avevo timore di entrare perché gli esami e le analisi  che gli avevano ordinato non erano di quelli che fai volentieri.

Ammesso che poi ne esistano di tali.

L’ho trovato che mi aspettava già vestito nella sua stanza sulla sedia a rotelle che lo avrebbe portato all’uscita. Stava guardando fuori dalla finestra e non mi ha sentito rientrare. Ho bussato per farmi riconoscere, si è girato e mi ha sorriso. Uno di quei sorrisi che un uomo può vedere due o tre volte nella vita. Se e’ fortunato. Quelli che ti prendono alla pancia e ti fanno venir voglia di annullarti nell’altro. Di regalargli tutto quello che hai dentro. Di spogliarti e di urlare a Dio: ehi brutto stronzo, prendi me che sono inutile quando non proprio dannoso.
Ha cominciato a dire le solite banalità del caso con dolcezza.
Troppa dolcezza.
Quella dolcezza che stona in bocca a un cinghiale sanguigno.
Gli ho risposto a tono.
Alla fine ha grugnito:
“Due mesi Masty. Tre se mi dice culo”

In quel momento è entrata un’infermiera. Era la classica bella piena all’amarena. Non si è sprecata in troppe moine. Ha consegnato il foglio di uscita e tanti auguri. Ci vediamo nella prossima vita. Dentro la corsia facce lugubri di parenti di degenti mezzi moribondi che si davano un immaginario cinque alto l’un l’altro per cercare di farsi forza. Scendiamo usando l’ascensore in silenzio. Cosa si dice a un condannato a morte più intelligente di te per non offendere il suo cervello?

Dentro l’ospedale la vita scorreva lenta ma senza intoppi e tutti quelli che incrociavamo sembrava avessero ben chiaro chi e cosa fossero: un bel niente!

Tanti bel niente uno accanto all’altro a fare trenini dell’amore e della pace. Girotondini in attesa che si compia la beata speranza.

Quando arriviamo al piano terra gli viene voglia di di far colazione.

“Come le dico l’esito dell’esame a Stefania viene un coccolone e col cavolo che mi fa mangiare. Quindi approfittiamone adesso, per favore”

Ci fermiamo al bar dell’ospedale. Che non è  un bar. È un troiaio di posto dentro un ospedale di merda in un giorno che fa schifo nel momento peggiore degli ultimi mesi che sono stati i peggiori della mia vita. E della sua, credo.

Ci sediamo e mentre aspettiamo che ci portino i cappuccini  lo vediamo.

E’ bello come la pirite con la quale si giocava da bambini pensando che valesse chissà cosa.

Là dentro, in un posto che farebbe vomitare anche Gesù c’e l’immarcescibile Bobby Solo che al telefono sghignazza e canta Elvis a qualcuno che non sappiamo. Tutto il mondo intorno va a rotoli e lui bello laccato e con il ciuffo d’ordinanza in mezzo alla gente che sta crepando e soffrendo perdendo le speranze minuto dopo minuto, canta Jailhouse Rock al telefono.

E lo fa anche benissimo. Muove persino il bacino come Elvis the pelvis per darsi il ritmo giusto.

Lo guardiamo attoniti ed estasiati allo stesso tempo e alla fine il mio amico mi dice:

“Ricordalo sempre Masty e’ questo il senso della vita. Bobby Solo in un posto di merda che canta al telefono”

Il viaggio in macchina fino a casa sua lo faccio in apnea cerebrale. La moglie ci accoglie speranzosa e non capisce subito. Lo aiuto a entrare, lei ha paura di chiedere l’esito e tergiversa. E’ l’ora di lasciarli soli.

Lui mi strizza l’occhio e mentre sto per andare, mi dice:

Poche seghe Masty,  One for the money Two for the  show”

Sono quello di Peter Gabriel

Ci sono cose che ti fanno capire, molto più di altre, quanto sia del tutto fuori luogo cercare di dare un senso alla propria esistenza.

Alla loro età, ad esempio, io strippavo per i Rolling Stones e la British Invasion in generale.  Parlo dei Led Zeppelin, degli Who, o dei Cream per intendersi.

Le mie figlie, invece, sono pazze di VIOLETTA.

Forse allora  è per la vergogna che avevo rimosso il fatto che circa sei mesi fa, in un eccessivo slancio d’amore, avevo ceduto alle loro suppliche e avevo comprato i biglietti per la tappa fiorentina del Tour europeo di quella rincoglionita e dei suoi amici sudamericani.

Così, ieri sera, mentre ero dalla commercialista a cercare scappatoie legali, mi suona il cellulare.

Era Virginia. La più grande.

“Oh Fava ti sei scordato del concerto?”

Ho un cervello di prim’ordine io. Che cazzo. Ero il vanto di tutto il mio condominio da bambino. Eppure  non riuscivo proprio a capire di che minchia stesse parlando:

“Ti stiamo aspettando da un’ora, se non vieni subito si arriva tardi. Violetta ci sta aspettando.”

Una martellata sui coglioni avrebbe fatto meno male.

Prendo gli insulti della commercialista che maledice il fatto di lavorare per un tozzo di pane per un uomo che permette alla figlie di trattarlo a quel modo e corro a prenderle. La mia intenzione di recuperare sulla tabella di marcia andando a manetta in autostrada è frustrata dalla classica coda tra Firenze lastra a signa e Impruneta. L’angosciante fila di un’ora appesantisce ulteriormente l’atmosfera in auto. Pareva fosse colpa mia pure quella. Rassicuro tutte sul fatto che so come arrivare nel posto dove ci sarà lo spettacolo. Non ci saranno problemi.

“Take it easy baby, c’è babbone che ha tutto sotto controllo”

Esco a Firenze Sud, risalgo e….“Chi minchia ha fatto sparire il Mandela Forum????????????’”

La fronda contro di me diventa insostenibile da sopportare. L’insulto che esitava a esprimersi con orgoglio trova finalmente la sua ragion d’essere. Avevo confuso il Mandela Forum con l’attuale Obi Hall ex Sasch Hall ex Palatenda ex un milione di altre cose.

“No, ma allora dillo. Dillo che lo fai apposta. Tu vuoi boicottare Violetta.”

Chiedo in giro. Nessun fiorentino sa un cazzo che cosa sia quello che oggi chiamano Mandela Forum. Disperato, oramai senza più una speranza vengo salvato da un marocchino che, impietosito, mi dice che hanno preso a chiamare così il Palasport davanti allo Stadio. Corsa folle tra i viali per arrivare in zona. Gimcana assurda tra semafori rossi e idioti al volante che non sanno guidare. Parcheggio al volo a cazzo di cane in posto dove dubito si possa fare. Solita perdita di tempo all’entrata con i buttafuori “scimmions” che mi chiedono di lasciare la bottiglietta dell’acqua che mi portavo dietro. E finalmente  siamo dentro, proprio mentre il concerto-spettacolo-stronzata sta per iniziare.

E, senza rendermene conto, capisco di essere entrato in uno show come quello dei Beatles. Quelli cioè che si vedono registrati in bianco e nero (su tutti quello allo Shea Stadium di New York, con le donne che urlavano come matte, in modo isterico, strappandosi i capelli e avendo orgasmi multipli solo perchè Paul e John dicono “Hello”). Allo stesso modo, non so quante migliaia di bambine e mammine e cretine varie urlare come ossesse di fronte a ragazzotti che cantano (male) e recitano (peggio) metà in spagnolo e metà in italiano. Pure in play-back. Prendere coscienza che ho permesso che tre di esse siano proprio le mie figlie mi fa pensare che sarebbe giusto che mi si togliesse la patria potestà.

Parte il concerto e partono anche loro. Voglio dire che spariscono inghiottite dal mare che si agita per quei minchioni sul palco. Pogano. Cazzo. Cominciano a pogare per Violetta.

Inaccettabile.

Mi rivolgo a uno stewart. Ho perso le mie figlie. Sono state possedute dal demonio. Che mi aiuti. Qualcuno porca troia mi aiuti. Lui mi guarda, sorride, mi mette una mano sulla spalla e mi indica una decina di padri che sono in un angolo un  po’ defilato fuori dalla calca, nelle mie stesse condizioni. Raggiungo la compagnia e uno mi dice:

“E’ la prima volta ah?”

Mi sta simpatico. E comincio a parlarci. Mi tranquillizza. Mi dice che lui oramai c’ha fatto il callo. Poi mi fa l’occhietto e ammicca.
“Poi meglio zoccole che suore no?”

Ma si hurrà.

Hurrà Saiwa.

All’improvviso mi sento chiamare:

“Masty, cazzo ci fai qua?”

“Sai, non sapevo che fare, passavo e mi sono fermato. Che cazzo vuoi che ci faccia qua? Soffro. Ecco che faccio. Soffro.”

Io e Lorella avevamo “socializzato” più o meno un secolo fa. Mi aveva mollato durante un concerto di Peter Gabriel. Fu pesante. Lo ammetto. Il narciso che alberga dentro di me fu devastato. Nonostante tutto, però, siamo rimasti amici. Aveva sposato un tizio con cui aveva avuto due bambine che si erano ammalate della stessa malattia delle mie: la violettite. Si era poi separata ed era venuta al concerto con il suo nuovo boy-friend. Uno stronzone bello come il peccato, ma antipatico come la merda.

All’improvviso parte un coro pazzesco che sovrasta ogni cosa: LE-ON, LE-ON, LE-ON, LE-ON

Chiedo a Lorella: “Ma chi cazzo è Leon?”

“L’eroe. Quello bello e buono. Un palloso. Io preferisco Diego. Scusa un attimo torno subito.”

Mentre ci lascia il suo boy friend con una spocchia veramente insopportabile mi fa, ridendo:

“Quindi tu saresti quello di Peter Gabriel.”

Non lo considero neanche un po’.

Dopo cinque minuti torna Lorella con un altro tizio accanto. Un armadio di noce massello:

“Senti mi spiace dovertelo dire” fa al suo boy friend “ma tra noi proprio non va. E’ molto meglio che la finiamo qua. Per entrambi”

L’uomo vorrebbe interagire in qualche modo, ma l’amico di lei, fa in modo che ne perda subito la voglia. Lorella poi  saluta e se ne va. Io rido e guardo il suo ex boy friend e gli dico:

“Io sono quello di Peter Gabriel, tu sarai sempre quello di Violetta, vuoi mettere?”

Lettera a Martina

Tuo padre aveva un gran talento ma, soprattutto, era un uomo dotato di una meravigliosa, innocente, intelligenza che mostrava il suo massimo quando, giocando con te, riusciva a creare  una magia speciale. Pensava di essere libero e credeva che nessuna donna lo avrebbe mai fermato, fino a quando, però, tu non gli hai sorriso. Era convinto di essere fiero e selvaggio e di sapere dove stava andando, ma poi, sentendo la tua risata, nei suoi occhi è arrivata la saggezza. Correva nella notte coi suoi vestiti al vento alla ricerca, nel cuore delle tenebre, di un po’ di tenerezza, inciampando nelle luci della città e poi di nuovo nell’ombra, appeso alla risata con la quale le persone come noi nascondono le proprie tristezze. Poteva illuminare luoghi che non lo avevano mai visto prima e convincerti che con lui avresti potuto vincere ovunque. Ma poi ha visto il tuo sorriso ed è cambiato tutto.

Un giorno mi disse che, solo tu, avresti capito come ci si sente a non essere mai chi si vuole davvero essere.

E non so dirti meglio di così, che significato avesse lui per me.

Tua madre è una sopravvissuta. E farà ciò che è giusto fare, dividendo con te il silenzio per un uomo che adesso è là, sulla luna. Tu sei ancora poco più che una bimbetta eppure gli somigli già tanto e credo che continuerai quello che lui ha cominciato anche se il mondo, adesso, è un po’ più freddo. L’umanità è però dalla tua parte. Oggi lui ti ha insegnato come si piange, ma ben presto imparerai anche come si tenta la sorte e come ci si possa lasciar dietro metà di se stessi per poi ritrovare pezzetti di vita a pezzi e prender su tutto l’amore che trovi.

E adesso esci fuori. Avanti esci fuori.  Muoviti, per l’amor di Dio, ed esci fuori.

Tra un po’, ne sono certo, troverai una via di scampo e qualcuno proprio come te.

Aspetta e vedrai…

Le donne lo sanno, le donne l’han sempre saputo…

Marchino è sempre stato un sostenitore del fatto che non tutti gli uomini andassero a troie solo per via del costo:

“Quando abbasseranno il prezzo a otto o nove euro lo vedrai. ”  era il suo cavallo di battaglia.

Poi, un giorno, è arrivato l’amore e l’ha fregato. Che a dirlo così è pure un eufemismo, perchè qualcuno descriverebbe la sua catarsi in modo diverso. Vederlo trasformare da puttaniere incallito a uomo-zerbino è stato un attimo. Certe donne conoscono l’arte di fottere la mente e la dignità dei bipedi di sesso maschile così bene che ti viene da pensare che l’industria del porno andrebbe considerata anche in senso clinico-riabilitativo.  Dopo averlo ridotto ad ammasso di caccole l’ha gettato via con un movimento veloce dell’indice e del pollice e lui l’ha pure ringraziata. Non averlo attaccato di nascosto sotto la poltrona di casa di sua madre pare fosse un grosso benefit. Quando si dice essere umiliati.

Dalla disperazione in cui è caduto non riesce più ad andare nemmeno a puttane. Finisce per parlarci e basta, quelle si scocciano e lo minacciano se non tira fuori il denaro e, quando capita, si attacca al telefono con me e per ore mi dice che non ci sono più le troie di una volta e che per Natale prenderà un albero. Con l’auto.  Continuando a seguire la sua ex di nascosto, mentre la zoccola va a fare la spesa, l’ha scoperta, infatti, a pomiciare con il suo nuovo tamarro e questa cosa l’ha distrutto perchè è convinto che se la facesse quel truzzo anche prima di mollarlo. Che poi è pure vero anche se nessuno glielo dice chiaro e tondo per carità di patria.

Stamattina così non mi andava di lasciarlo solo e l’ho accompagnato a Mediaworld a comprare un cellulare nuovo. Lo shopping compulsivo di boiate di cui si può fare a meno è un ottimo modo per scatenare endorfine utili come la morfina ad anestetizzare l’anima. Almeno per un po’. Uscendo, passiamo accanto a una coppia mostruosa, lui con i capelli lunghi ma diradati, una vocina soffocata, le braccia lunghe e le gambe corte, lei piriforme, il viso a sobbalzi. Sembravano felici progettando qualcosa davanti alla finta edera che circonda il parcheggio. Si vedevano in prospettiva futura. Non so leggere dentro la mente delle persone, ma sono certo di aver capito che Marchino si fosse convinto che quei due non si vedessero veramente. Errore tipico di chi dà per scontate le cose e non si mette in discussione ogni giorno:

«Dovete rischiare qualcosa » ha detto all’uomo che lo guardava impaurito « insieme ce la potete davvero fare» Il tizio ha compreso che il mio amico è solo un innocuo cialtrone e i suoi occhi si sono velati di pietà, mentre Marchino continuava a dare il meglio di sè «No, No, davvero, dovete camminare mano nella mano, ma è necessario che continuiate anche a guardarvi e sorridervi e a capire che siete ancora saldamente uno accanto all’altro. Altrimenti finisce che, tra dieci anni, vi ritrovate su due lati della strada diversi e non riuscirete a capirne il perché. E così vi lascerete e poi starete male. Tutti e due»

La signora, che deve essere una che, sicuramente, fa danza classica, perché non ha capito un cazzo di quel che il mio amico gli aveva appena detto, gli ha sorriso e ha detto al mostro che la accompagnava di dargli un euro.

Pure micragnosi, ‘sti stronzi.

 

Consustanzialità

E’ uno strano fenomeno quello di parlare e bere. Parli, parli, parli, bevi, bevi, bevi e svanisce tutto in aria, aria fritta e la memoria conserva solo una traccia della corrente sottomarina che serpeggia inosservata sotto tutti gli scambi sociali e che evolve durante queste conversazioni febbricitanti, confessionali, appassionate, sincere, sconnesse, quasi inconsce. Riuscire a non chiedere a un medico di lobotomizzarti, mentre pensieri insopportabili si scatenano dentro di te, per poi restare a contemplare le rovine dentro la mente sperando di capire quello che è successo e magari trovarci un senso, è ciò che invidio di più nelle persone.  Eppure, pur lottando da anni contro le stesse domande e ossessioni trovo sempre  le medesime monotone e inutili risposte senza aver riscontrato un  progresso. Un criceto in una ruota.

Anche i desideri sono cambiati mica tanto. Stamattina, ad esempio,  ho un intenso desiderio di sbudellare un po’ di persone che dico io e di palpeggiare la cassiera della Total Erg che mi ha guardato con occhi da troia e di sfondare il didietro delle macchine lente con tanta violenza da farle saltare in aria. In realtà potrei anche rinunciare a esaudirli se trovassi quello che cerco da sempre: “Consustanzialità”. Non tanto con Dio quanto con altri esseri umani. Uguaglianza nella sostanza. Essere di una sola e medesima natura. Ricerca questa che mi ha sempre fatto solo gustare il sapore della malinconia, inseparabile compagna di viaggio. Eppure in me cova il fuoco perverso della muta ribellione alla vita e annaspo sorridendo sorrisi che non sento miei. Vorrei solo sedermi e aspettare che l’erba cresca e godere del silenzio che annuncia il temporale. Esplosioni di rosso per il fuoco della rabbia su un velo di tulle per la nebbia dell’indifferenza che confina ogni cosa nell’oblio dell’abitudine di vivere. Sto ancora cercando  di ritrovare i miei sogni, che non ricordo nemmeno quando ho perso, ma ho fame di beni primari.

Quasi quasi vado a vivere in campagna

Una storia vera – (Season Finale)

Lei è una donna potente. Molto potente. Una di quelle che se ci fai a botte ne buschi tante, ma tante. E’ una abituata a prendersi tutto ciò che le fa gola. Lavora per una grande multinazionale. Ne è l’amministratore delegato Europa. Il suo ingaggio è, più o meno, una decina di milioni di euro. Arrotondato per difetto. Parla sei lingue tra cui il russo e il giapponese ed è capace, se proprio deve, di mangiarti a colazione e cagarti prima di pranzo.  Soprattutto non è un cesso.

Lui è un balordo. Mezzo spiantato. Ha balzane velleità artistiche e i piedi nelle sabbie mobili. Le sue mani, anziché cercare un ramo a cui attaccarsi, passano il tempo a pettinarsi, convinte, proprio come lo erano gli spartani di Leonida alle Termopili, che occorre presentarsi in ordine nell’Ade. E’  pieno di assurdi codici di onore e untuose etiche bislacche che conosce solo lui. E i Lacedemoni. Parla lingue che non hanno traduttori ufficiali e quando mangia qualcosa di indigesto non riesce proprio a mandarlo giù. E gli rimane lì. Per giorni. Provocandogli alterazioni nel modo in cui percepisce la vita. Soprattutto non è un gran fico.

Lei cerca qualcosa. Lui l’ha perso, quel qualcosa.

Lei lo chiama. Dice che sa tutto di lui e della sua “arte.” E vorrebbe fargli fare il salto fuori dal mondo dei sommersi. Lui non ci crede manco un po’ ma è curioso di capire meglio.

Lei scende da Milano, una domenica apposta, per parlare di questo. Lui le va incontro.

Parla solo lei. Tanto. Dice che di lui sa tutto e che vuole, per par condicio, che lui sappia di lei. Fa mostra di muscoli, promettendo bonifico di due milioni a una fondazione che combatte una malattia dal nome strano e che la chiama proprio mentre stanno pranzando. Dice che sono l’ultimo suo super bonus e che non sa come spenderli in modo migliore. Le facevano la corte da un po’  e l’aver parlato con lui l’aveva spinta a fare l’ultimo passo. Lui la guarda e non dice niente, ma pensa che è la dimostrazione finale della propria inezia. Poteva parlar meglio. Perché con solo la metà di quell’assegno avrebbe salvato un sacco di posti di lavoro di gente che lavora pensando che lui possa risolvere problemi che invece sembrano insormontabili.

Lei dice di essere molto ammirata dall’arte di lui e che la cosa l’ha spinta fin là. Lui le dice che è ammirato dalla capacità di lei di essere  un  Tirannosauro Rex di classe. Si può essere dominatrici in tanti modi. Il suo non è il peggiore che ha visto.

Lei alla fine gli fa la sua proposta.

Indecente.

Ma non troppo.

Solo un po’.

Quel po’ di troppo.

Lui sorride e le dice no, grazie.

Ha i suoi codici che conoscono solo gli Achei del Peloponneso e, certe cose, per loro non sono in vendita. Con questo scudo o su questo scudo, perDiana o per Marte non importa.

Si salutano amichevolmente. Lei non si scompone di un centimetro, sa bene di poter soddisfare la sua fame in migliaia di altri modi più proficui. Lui sa solo che vorrebbe raccontare ciò che è successo a quel qualcosa che ha perso, o che forse, meglio, non ha mai davvero avuto, ma che in ogni caso è sempre nel suo cuore.

Poi si collega a internet e legge post e commenti e pensa che c’è un motivo per cui gli Spartani non esistono più.

Che c’è un motivo per cui niente è rimasto della loro città e della loro cultura.

E quindi che sia, che arrivi Alarico e costruisca Mistra

Ma questo, lo stesso, è per te,

cara qualcosa

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That’s all Folks

It has been nice to play with all of you…

“L’È maiala”

Oggi sono proprio con le gomme a terra.

Per usare un toscanismo, “L’È maiala!”. Che tradotto in un italiano più comprensibile e meno da strada, significa “è un momento decisamente difficile e irto di difficoltà di vario genere”.

Mi viene in soccorso soltanto una delle poche lezioni teoriche che mi ha dato mio padre quando una volta, evidentemente alticcio, mi disse in modo serafico una delle verità più apodittiche che ho mai udito da essere umano e che da allora cerco di seguire, più di quelle del vangelo che ci hanno inculcato nel maledetto catechismo per la prima comunione. Il babbo, una sera, prese me e mio fratello e ci disse:

” Ragazzi, siate sempre voi stessi, ma, se vi rendete conto che quel voi stessi è una merda, vedete di fingere.”

Wrestling è la parola giusta, oppure Truman Show se preferite.

E così mi sono stampato in faccia un sorriso più fasullo di una moneta da tre euro e via, pedalare. Tuttavia, far finta di essere altro è un’esercizio zen che a volte crea qualche piccolo danno collaterale che può aggravare lo stato del malato. Stamattina, ad esempio, ho fatto colazione con Marco G. Uno degli agenti immobiliari più delinquenti e truffaldini che conosca. Non mi sta nemmeno particolarmente simpatico, ogni tanto però ci gioco a tennis e questo basta al gonzo per pensare che siamo amici. Mi ha chiamato con la scusa di volere un consiglio. In realtà, conoscendo il trombone che mai e poi mai si abbasserebbe a cose simili, significava che intendeva ammollarmi un qualche pacco dei suoi. Lo sapevo perfettamente. E’ che oggi di stare da solo non mi andava per niente e  in tempo di guerra ogni buco è pertugio, tanto per usare un altro toscanismo (lo so, lo so, è utilizzato per parlare di donne ma ho deciso di diventare frocio e quindi chissenefrega).

Ci siamo visti alla “Stella”, una pasticceria top dove si può praticare l’eutanasia, la dolce morte, perché se segui l’istinto ti mangeresti ogni cosa fino a sfondarti e crepare soddisfatto. Lui è arrivato vestito, come gli capita spesso, con una tuta acetata che lo rendeva ancora più coatto di quanto non sia in realtà. Assomigliava a uno dei tanti che si vedono a spingere, in modo indolente, carrelli della spesa nei supermercati, accanto a donne truccate in modo grossolano che pensi lo facciano apposta a essere cosi sciatte. Un parente del personaggio del camionista del film Bianco Rosso e Verdone.  Esibiva un orribile taglio di capelli mullet e gli mancava solo lo stuzzicadenti e i mocassini fucsia e poi sarebbe stato da premio Oscar.

Vabbè da telegatto va.

Aveva l’espressione compiaciuta di chi ne ha viste poche ma buone, rilassato e serioso mi guardava sicuro e spavaldo, così pieno e sicuro delle sue certezze. Tra un maritozzo e l’altro ha tentato di rifilarmi un terreno agricolo con sopra un vecchio garage fatiscente pieno di immondizia che nessun sano di mente potrebbe mai prendere in considerazione. L’affare stava nel fatto che suo zio prete gli aveva garantito di sapere che nel prossimo piano regolatore avrebbero cambiato la destinazione d’uso permettendo un gran business . L’ho lasciato cuocere nel suo brodo. Il Masty normale lo avrebbe ucciso prima che iniziasse a parlare, quello falso di oggi ha deciso di rispettare il prossimo suo come se stesso. E quindi pure il suo ruolo di venditore di sòle e l’ho lasciato parlare, sforzandomi di sorridergli, anche se avrei voluto vomitargli addosso un po’ della rabbia che covo dentro. È andata avanti, fintato che vedendomi apatico non reagire alle sue panzane ha sospirato deluso: “Non te ne frega un cazzo eh?”

Il Masty tarocco di oggi ha compiuto la leggerezza di aver pietà di quel tacchino delle Galapagos tentando di spiegargli in modo ecumenico, senza perdere il controllo ,che, insomma, un po’ di rispetto non guasterebbe e che infinocchiare la gente così, non si dovrebbe fare, specie con chi si conosce.

Non ha nemmeno abbozzato una strategia di difesa. Ha grugnito che mi avrebbe offerto la colazione e s’era pari. Ho pensato: “Ma si. Va bene. Non importa. Tanto oggi sono Jim Carrey e so che tutto intorno a me è falso.”

Quel masticabrodo però mi ha teso una trappola.

Dopo avermi stretto la mano quasi stritolandomela si è allontanato con il suo classico passo così difficile anche solo da descrivere , quando dopo una decina di passi  sento che mi chiama e urla:

- Scusa un attimo, ma sai se slasti la zattera?”

Preso alla sprovvista mi viene del tutto naturale rispondere.

- Eh?

La mia risposta è il preludio alla scarica che mi sono ampiamente meritato per non aver ricordato una delle prime regole che impari da bambino, per la strada.

- Poppa, Masty, Poppa – urla quella favonchia. – E ci caschi sempre popò di minchia lessa che non sei altro.”

Come tutti i balordi inetti non riesco di meglio che a cogitare in fretta e furia una stupida banale rappresaglia che si esaurisce in un, ben ritmato e scandito, sempreverde, mavaffanculo, tutto attaccato,  prima di montare in macchina e sparire. Arrivato di corsa in ufficio mi sono fatta una scorpacciata di acido acetilsalicilico con Maalox per contorno per farmi passare la nausea e l’acidità di stomaco che si erano impossessati del mio corpo.

E forse, già che ci sono potrei anche giocare a bocce con i miei testicoli.

Masty vai a cacare.

 

Le parole che non hanno il senso del Tempo

Ci sono occhi che toccano come mani e, senza che te ne accorgi, finisci con il ritrovarti lividi in posti strani.  E ci sono anche solitudini che si attorcigliano su se stesse e che si comportano come  polpi trascinandoti in posti dell’anima dove tutto puzza di pneumatico e di spazzatura. Mi disse che quando la vide scendere dal treno la sua vita si era come fermata. Avevano fatto il viaggio da Reggio Calabria a Milano nella stessa carrozza, senza dirsi una parola. Eppure con gli occhi si erano raccontati ogni piccolo particolare delle loro esistenze. Era in grado di poter dire di lei cose che nessuno sapeva, nonostante non avesse mai sentito il suono della sua voce. Questo perché, in mezzo a  passeggeri che  passarono il tempo a mangiare, urlare e rimproverare i ragazzini che disturbavano con i loro giochi infantili,  si erano amati come forse solo Romeo e Giulietta avevano fatto prima. Lei aveva la carnagione scura, una pettinatura da temporale e una singolare elegante tristezza che le riempiva il viso come un velo d’acqua. Una pozzanghera nella quale lui avrebbe voluto infilare il piede. Per tutta la vita. E cosi le chiese di sposarlo. Con gli occhi. E lei, allo stesso modo, sorridendo gli rispose si. Successe, proprio mentre la donna si accingeva a scendere a Piacenza. Lui, però, non ebbe il coraggio di alzarsi e di seguirla. Né di fermarla. O di abbracciarla. Timido e impacciato come tutti coloro che non sanno come fare il passaggio finale per finalizzare l’azione perfetta.  E rimase là, paralizzato,  a guardarla da sopra la vettura, mentre lei, tremando, attendeva sul binario che lui trovasse la forza per raggiungerla. Poi il treno ripartì, e fu solo allora che l’uomo capì la bestemmia che aveva appena urlato contro Dio, senza nemmeno aprire bocca e, mi confessò,  che in quell’istante gli sembrò di essersi trasformato in una caramella sputata sul marciapiede, con tutte le formiche che ti salgono addosso.

Perse il suo cuore dietro a un finestrino di un treno, quel giorno in Emilia. E non lo trovò mai più. Negli anni lo aveva poi sostituito con un transistor che ascoltava per mezzo di auricolari dai quali si sentiva uscire sempre musica italiana di un tempo che fu e con una Madonnina di Lourdes che teneva legata al collo alla quale aveva chiesto la grazia di poter ritrovare il suo amore. In cambio aveva preso a battezzare gli animali che incontrava, cercando però di annegare i rimpianti nell’alcool  per avvelenare lentamente il fegato, giocando a tressette con i suoi fantasmi e con quell’angelo radioattivo che la bussola rotta dei suoi pensieri ogni tanto gli mandava.  Aveva occhi da vampiro, un sorriso da torero e l’espressione di uno che aveva visto città  che in realtà erano deserti con appoggiata sopra tanta gente che cercava di fuggire da qualcosa. Era tuttavia anche pieno di sorrisi e pianti che sembravano non potessero portare da nessuna parte, ma che, quando li notavi,  ti stringevano forte il cuore. Dava, soprattutto, l’impressione di uno che poteva seppellire i propri stronzi ovunque volesse. Cosa che ammiro in modo particolare perché so quanto sia  difficile riuscirci. Certo,  la clessidra nella sua testa, gli nascondeva forse un po’ di sabbia e lui non sempre pareva in grado di poterla ritrovare e c’era anche quel maledetto puzzo delle sue sigarette senza filtro nauseabondo, ma sapeva pregare anche da ubriaco e sono quasi certo che riuscisse a sognare persino senza occhiali.  Lo so perché, a casa sua, un giorno trovai un binocolo di plastica blu nel quale si vedevano diapositive di Bordighera, un orologio con la faccia di Paperino sul quadrante e un accendino a forma di rivoltella. Quando gli regalai la mia vecchia stella da sceriffo con su scritto “Marshall” fu contento come un bimbo e mi disse “Un giorno magari scriverai pure di me”.  Annuii e mi incalzò. Voleva sapere di più. “Cosa dirai?”. Gli risposi che avrei scritto che era un uomo che era stato troppo a lungo in candeggina eppure non si era scolorito più di tanto e che,  per questo, aveva ancora la forza di cercare un numero che non voleva proprio saperne di uscire. Sorrise e accendendosi l’ennesima sigaretta aggiunse: “Penso che prima o poi capirai anche tu che arriva un’ora del giorno che spaventa le finestre ma che raddrizza il cuore.” Ricordo che pensai che siamo stati tutti creati per fare le cose facili e sopravvivere a quelle difficili, ma non glielo dissi perché sapevo che mi avrebbe risposto che ci sono persone che le cose le sanno fare solo per bene senza pensarci troppo sopra. Sempre. E poi ci sono gli altri.  Del resto credo fosse anche un convinto assertore del fatto che la sanità mentale è unicamente un’imperfezione della natura. C’era una mosca che dava fastidio e lui arrotolò il giornale e cercò di ammazzarla ma mancò i tre o quattro colpi. “Non è la tua giornata” gli dissi ridendo. “Se per questo non è neanche la mia settimana nè  il mio mese nè il mio anno nè la mia vita.”

Il Tempo comunque è bravo a togliere i segni che qualcuno ti lascia addosso. Lo fa non per bontà ma solo perché ansioso di lasciarci i propri, eppure può essere che, dopo che hai compreso di essere soltanto uno dei tanti giocattoli con la carica, uno di quelli a cui dai qualche giro di chiavetta e quando si scarica, pace, un giorno tu finisca per confessare a te stesso di voler davvero bene ai tuoi lividi. Succede allora che il Tempo cominci a perdere sangue dal naso e getti la spugna, crollando sul ring. E così ieri, quando sono venuti a portarlo via i meccanici vestiti di bianco, che hanno cercato prima di farlo camminare come si fa con un frigorifero e poi l’hanno sdraiato su un lettino legandolo come uno di quelli animali che lui battezzava, mentre annaspando cercava aria per i polmoni, con gli occhi chiusi  ha sussurrato:

“Vi prego fatele sapere che sto morendo”

Breve elenco di dischi che mia madre minacciò di spaccarmi sulla testa se li avessi suonati ancora

1)   Jake and Diane – John Mellecamp  (una volta lo chiamavamo pure Cougar poi si incazzò di brutto e adesso il nickname si può solo sussurrare a bassa voce senza che lui se ne accorga altrimenti ti prende a sberle). Entrai in fissa con il ritornello che tutt’oggi trovo geniale “Oh yeah life goes on, Long after the thrill of livin’ is gone”  e non la smettevo di metterla sullo stereo e di suonarla con la chitarrina e a mia madre veniva puntualmente l’orticaria. Avevo solo il gran problema che non riuscivo a tradurre una parte del secondo verso  quando Jake dice “Hey Diane let’s run off behind a shady tree dribble off those Bobby Brooks, let me do what I please” Insomma, si, più o meno significa che avendo Diane seduta sulle gambe, a un certo punto lui le dice “adesso andiamo un po’  là sotto all’ombra e divertiamoci un pochino”. Tuttavia quel “Dribble off those Bobby Broooks mi stava indigesto e proprio non lo capivo e a quel tempo non c’era mica internet a darti soluzioni. Insomma per anni ho cantato questa canzone senza sapere di che diavolo stessi parlando fintanto che, una decade dopo, in America, sono finito in un centro commerciale e, vagando senza metà ho scoperto che Bobby Brooks è una delle marche più importanti nell’area degli indumenti intimi femminili. Almeno laggiù. E sono rimasto là davanti ai reggiseni con un sorriso ebete in faccia fintanto che non è arrivata una commessa che mi ha preso per maniaco e con fare energico mi ha chiesto cosa diavolo avevo da ridere da solo davanti. Non mi sono scomposto di nulla e gli ho urlato: “Now, rock on”

2) Going to California – Led Zeppelin . Come tutti i miei amici avevo una specie di fissa per il grande dirigibile di piombo (sul nome LEAD poi tramutato in LED si potrebbero scrivere fior di post). Quando sparavo il rock duro allo stereo i miei si incazzavano come delle bisce. Poi uscì  il mitico “Led Zeppelin IV” dove c’era questa ballata straordinaria che decisi di imparare. Poiche non disturbava le orecchie mia madre scelse  di sopportare ma fu quando mi chiese che cosa minchia si dicesse nella canzone che arrivarono i problemi “Ho passato troppo tempo con una donna crudele, Mi sono fumato tutta  la mia roba e bevuto tutto il mio vino e adesso ho preso la decisione di intraprendere un nuovo inizio. Andando in California ….” Ecco sta cosa proprio non la sopportava. Pensava che mi sarei drogato e ubriacato e che sarei partito per l’America lasciando tutto indietro. E non ci fu verso di farle capire che era solo una canzone. Nient’altro che una stupenda ballata. Lei invece sosteneva che se l’avessi continuata a cantare lo avrei fatto anche io. Tutto. Ogni cosa. Io ridevo di gusto quando argomentava quelle boiate, eppure porco cane, c’aveva ragione lei. Andò proprio così. Mai sottovalutare il potere predittivo di una madre.

3) Dream On – Aerosmith. Ho sempre pensato che fosse una delle canzoni più intelligenti che siano mai state scritte. Oggi più di allora sono in grado di apprezzare il testo che vorrei aver scritto io. Una bellezza e una liricità straordinarie:  “Ogni volta che mi guardo nello specchio, tutte queste rughe sul mio viso sono sempre più distinte. Il passato è passato, svanito come tenebre all’alba. Non è questo il modo in cui in vita ognuno paga il suo debito? So che nessuno conosce la strada da percorrere. So che il peccato è di ognuno, devi perdere per imparare a vincere. Metà della mia vita nelle pagine scritte nei libri, vissuta è imparata da idioti e saggi. Sai che è vero, tutte queste cose ti ritornano 
Canta con me, canta per gli anni, canta per le risa e canta per le lacrime.”  Insomma fantastico no? E’ che questa canzone prende brillantemente velocità ed è cantata sempre più in fretta fino all’isterico finale quando Steven “la bocca” Tyler urla a squarciagola “Dream on” in continuazione come un pazzo. Ed era la cosa che facevo pure, per imitarlo. Sembravo così posseduto da Satana che a volte mia madre andava in terrazza e si metteva a pregare ad alta voce.

4) Fire Lake – Bob Seger – Quando andai in fissa per il grande uomo del Michigan i miei pensarono che, forse perche non era neanche detto, solamente se mi avessero portato a San Giovanni Rotondo da Padre Pio, avrei potuto ritrovare la pace e la serenità. Già mi vedevano drogato come i capelli lunghi mendicare sui marciapiedi suonando la chitarra. Non sapevano, allora, che a quel modo sarei arrivato più lontano di come poi in realtà è successo facendo la persona “normale”. Comunque Fire Lake è uno dei pezzi che ancora oggi più amo. Verbosa e grassa, con un significato non semplice da prendere perché molto allegorico. Insomma fatta su misura per me. Parla della capacità di assumersi rischi nella vita: “Who wants to take that long shot gamble and head out to Fire Lake…” se mia madre sapesse che io sto ancora Heading out proprio verso il grande lago di fuoco si rivolterebbe nella tomba. Ah, quasi dimenticavo, proprio in quell’album uscito nel 1980, Against the wind, c’è nell’omonima canzone, uno dei versi più straordinari che io abbia mai letto “Wish I did not Know now what I did not know then” Vorrei non sapere oggi quello che non sapevo allora. Che è diventato il mio motto di vita.

5) 50  ways to leave your lover – Paul Simon .  Uno pensa a quei due ragazzacci newyorkesi e gli vengono in mente  Sound of Silence oppure The Boxer. Ma questa canzone è una delle cose più geniali di tutti i tempi. Basta conoscere un po’ l’inglese e avere un po’ di brio e fantasia e vai fuori di testa. No anzi, mandi fuori di testa chi ti ascolta che all’inizio ride di gusto, poi smette poi si adombra poi ti insulta e infine ti minaccia fisicamente di picchiarti se non la smetti subito. Volete vedere? ecco qua: I’m riding my bike Mike, I’m going to my sister, mister, I’m feelind sad, Dad, Maybe you could get me some candy, Randy, Don’t be such a slob, Bob, just listen to me… Che faccio continuo? No eh… ok, la finisco qua. Se mamma avesse davvero preso in mano il disco con aria minacciosa gli avrei potuto dire che in caso di emergenza la canzone di riserva di Paul Simon era Me and Julio Down by the Schoolyard, che per qualche motivo le dava ancora più fastidio.

6) “Friend of the Devil”  - Grateful Dead . Questa canzone sembrava scritta apposta per me. L’unico, il grande, l’inimitabile, il genio, Jerry Garcia aveva fatto qualcosa di orribile e non poteva fare altro che scappare. “Well, I ran into the devil and he loaned me twenty bills
I spent the night in Utah. In a cave up in the hills” Cazzo, com’era vero.

7) I started a Joke – Bee Gees.  Barry Gibb è uno dei geni più sottovalutati della storia della musica. Ha scritto un migliaio di canzoni che sono diventate Hits assolute alcune pure insospettabili cantate da altre grandi pop star. Però qua, cazzarola è un mistero di prima classe. insomma il tipo ha fatto una battuta e ha fatto piangere il mondo intero. Percepivo una straordinaria profondità nel testo. Il mondo piangeva perche lui non era divertente? Conoscevo gente così. Nel seguito della canzone uno di loro, un Bee o un Gee si mette a piangere e questo fa ridere tutti e quindi come diceva Nick Carter, tutto è bene ciò che finisce bene.

8) Swamp Girl – Frankie Laine. Uno dei testi più poetici del mondo civilizzato e assolutamente terrorizzante. Il fava, Frankie dico, è malato e stanco o entrambe le cose e una donna cattiva lo sta chiamando dall’orribile palude in cui vive. Laine era famoso per altre canzoni su fruste o carne secca o treni merci o cose simili mentre il suo capolavoro era noto solo a me e alla mia famiglia. Una vergogna.

9) If you could read my mind – Gordon Lightfoot – Ho sempre pensato che il canadese fosse un genio. Non ha avuto il successo che meritava, anche se è stato e ancora oggi è molto apprezzato. Questa canzone è una delle canzoni d’amore più belle mai scritte. Perché ti gabba. Insomma parte bene e tu sogni e invece finisce che ti incula il finale: “Se si potesse leggere la mia mente, l’amore, che storia i miei pensieri potrebbero raccontare. Proprio come in un vecchio film di tanto tempo fa, dove c’è un fantasma che vive in un oscuro castello o una fortezza,  con le catene ai miei piedi. E quel fantasma sono io e non potrò mai essere liberato finché tu non riuscirai a vedermi….” ma poi conclude con “cerchiamo di essere reali su, Non ho mai pensato che avrei potuto agire in questo modo E devo dire che io non capisco. Non so dove abbiamo sbagliato, Ma la sensazione di amore se n’è andata E io non posso tornare indietro. Mi dispiace.” Non diceva tanti saluti a mamma ma il succo era quello. E sta cosa la mia di madre non l’ha mai digerita.

10) Paradise by the dashboard light – Meat Loaf – No. Meat Loaf proprio non lo reggeva. Per me era un gran fico. Ciccio come il nome che si era scelto aveva (ha)  un talento bestiale che lo portava a cantare con una voce pazzesca e a suonare pure meglio e a rimorchiarsi una super  topa nel video di questa canzone che significa “Paradiso dalla luce del cruscotto” visto che lui si paciuga Elen Foley in macchina.  Ogni volta che passava su video music erano dolori e il disco originale che ancora conservo con amore e gelosia ha rischiato più volte di finire nella spazzatura, iIndifferenziata, di allora