Breve elenco di dischi che mia madre minacciò di spaccarmi sulla testa se li avessi suonati ancora

1)   Jake and Diane – John Mellecamp  (una volta lo chiamavamo pure Cougar poi si incazzò di brutto e adesso il nickname si può solo sussurrare a bassa voce senza che lui se ne accorga altrimenti ti prende a sberle). Entrai in fissa con il ritornello che tutt’oggi trovo geniale “Oh yeah life goes on, Long after the thrill of livin’ is gone”  e non la smettevo di metterla sullo stereo e di suonarla con la chitarrina e a mia madre veniva puntualmente l’orticaria. Avevo solo il gran problema che non riuscivo a tradurre una parte del secondo verso  quando Jake dice “Hey Diane let’s run off behind a shady tree dribble off those Bobby Brooks, let me do what I please” Insomma, si, più o meno significa che avendo Diane seduta sulle gambe, a un certo punto lui le dice “adesso andiamo un po’  là sotto all’ombra e divertiamoci un pochino”. Tuttavia quel “Dribble off those Bobby Broooks mi stava indigesto e proprio non lo capivo e a quel tempo non c’era mica internet a darti soluzioni. Insomma per anni ho cantato questa canzone senza sapere di che diavolo stessi parlando fintanto che, una decade dopo, in America, sono finito in un centro commerciale e, vagando senza metà ho scoperto che Bobby Brooks è una delle marche più importanti nell’area degli indumenti intimi femminili. Almeno laggiù. E sono rimasto là davanti ai reggiseni con un sorriso ebete in faccia fintanto che non è arrivata una commessa che mi ha preso per maniaco e con fare energico mi ha chiesto cosa diavolo avevo da ridere da solo davanti. Non mi sono scomposto di nulla e gli ho urlato: “Now, rock on”

2) Going to California – Led Zeppelin . Come tutti i miei amici avevo una specie di fissa per il grande dirigibile di piombo (sul nome LEAD poi tramutato in LED si potrebbero scrivere fior di post). Quando sparavo il rock duro allo stereo i miei si incazzavano come delle bisce. Poi uscì  il mitico “Led Zeppelin IV” dove c’era questa ballata straordinaria che decisi di imparare. Poiche non disturbava le orecchie mia madre scelse  di sopportare ma fu quando mi chiese che cosa minchia si dicesse nella canzone che arrivarono i problemi “Ho passato troppo tempo con una donna crudele, Mi sono fumato tutta  la mia roba e bevuto tutto il mio vino e adesso ho preso la decisione di intraprendere un nuovo inizio. Andando in California ….” Ecco sta cosa proprio non la sopportava. Pensava che mi sarei drogato e ubriacato e che sarei partito per l’America lasciando tutto indietro. E non ci fu verso di farle capire che era solo una canzone. Nient’altro che una stupenda ballata. Lei invece sosteneva che se l’avessi continuata a cantare lo avrei fatto anche io. Tutto. Ogni cosa. Io ridevo di gusto quando argomentava quelle boiate, eppure porco cane, c’aveva ragione lei. Andò proprio così. Mai sottovalutare il potere predittivo di una madre.

3) Dream On – Aerosmith. Ho sempre pensato che fosse una delle canzoni più intelligenti che siano mai state scritte. Oggi più di allora sono in grado di apprezzare il testo che vorrei aver scritto io. Una bellezza e una liricità straordinarie:  “Ogni volta che mi guardo nello specchio, tutte queste rughe sul mio viso sono sempre più distinte. Il passato è passato, svanito come tenebre all’alba. Non è questo il modo in cui in vita ognuno paga il suo debito? So che nessuno conosce la strada da percorrere. So che il peccato è di ognuno, devi perdere per imparare a vincere. Metà della mia vita nelle pagine scritte nei libri, vissuta è imparata da idioti e saggi. Sai che è vero, tutte queste cose ti ritornano 
Canta con me, canta per gli anni, canta per le risa e canta per le lacrime.”  Insomma fantastico no? E’ che questa canzone prende brillantemente velocità ed è cantata sempre più in fretta fino all’isterico finale quando Steven “la bocca” Tyler urla a squarciagola “Dream on” in continuazione come un pazzo. Ed era la cosa che facevo pure, per imitarlo. Sembravo così posseduto da Satana che a volte mia madre andava in terrazza e si metteva a pregare ad alta voce.

4) Fire Lake – Bob Seger – Quando andai in fissa per il grande uomo del Michigan i miei pensarono che, forse perche non era neanche detto, solamente se mi avessero portato a San Giovanni Rotondo da Padre Pio, avrei potuto ritrovare la pace e la serenità. Già mi vedevano drogato come i capelli lunghi mendicare sui marciapiedi suonando la chitarra. Non sapevano, allora, che a quel modo sarei arrivato più lontano di come poi in realtà è successo facendo la persona “normale”. Comunque Fire Lake è uno dei pezzi che ancora oggi più amo. Verbosa e grassa, con un significato non semplice da prendere perché molto allegorico. Insomma fatta su misura per me. Parla della capacità di assumersi rischi nella vita: “Who wants to take that long shot gamble and head out to Fire Lake…” se mia madre sapesse che io sto ancora Heading out proprio verso il grande lago di fuoco si rivolterebbe nella tomba. Ah, quasi dimenticavo, proprio in quell’album uscito nel 1980, Against the wind, c’è nell’omonima canzone, uno dei versi più straordinari che io abbia mai letto “Wish I did not Know now what I did not know then” Vorrei non sapere oggi quello che non sapevo allora. Che è diventato il mio motto di vita.

5) 50  ways to leave your lover – Paul Simon .  Uno pensa a quei due ragazzacci newyorkesi e gli vengono in mente  Sound of Silence oppure The Boxer. Ma questa canzone è una delle cose più geniali di tutti i tempi. Basta conoscere un po’ l’inglese e avere un po’ di brio e fantasia e vai fuori di testa. No anzi, mandi fuori di testa chi ti ascolta che all’inizio ride di gusto, poi smette poi si adombra poi ti insulta e infine ti minaccia fisicamente di picchiarti se non la smetti subito. Volete vedere? ecco qua: I’m riding my bike Mike, I’m going to my sister, mister, I’m feelind sad, Dad, Maybe you could get me some candy, Randy, Don’t be such a slob, Bob, just listen to me… Che faccio continuo? No eh… ok, la finisco qua. Se mamma avesse davvero preso in mano il disco con aria minacciosa gli avrei potuto dire che in caso di emergenza la canzone di riserva di Paul Simon era Me and Julio Down by the Schoolyard, che per qualche motivo le dava ancora più fastidio.

6) “Friend of the Devil”  - Grateful Dead . Questa canzone sembrava scritta apposta per me. L’unico, il grande, l’inimitabile, il genio, Jerry Garcia aveva fatto qualcosa di orribile e non poteva fare altro che scappare. “Well, I ran into the devil and he loaned me twenty bills
I spent the night in Utah. In a cave up in the hills” Cazzo, com’era vero.

7) I started a Joke – Bee Gees.  Barry Gibb è uno dei geni più sottovalutati della storia della musica. Ha scritto un migliaio di canzoni che sono diventate Hits assolute alcune pure insospettabili cantate da altre grandi pop star. Però qua, cazzarola è un mistero di prima classe. insomma il tipo ha fatto una battuta e ha fatto piangere il mondo intero. Percepivo una straordinaria profondità nel testo. Il mondo piangeva perche lui non era divertente? Conoscevo gente così. Nel seguito della canzone uno di loro, un Bee o un Gee si mette a piangere e questo fa ridere tutti e quindi come diceva Nick Carter, tutto è bene ciò che finisce bene.

8) Swamp Girl – Frankie Laine. Uno dei testi più poetici del mondo civilizzato e assolutamente terrorizzante. Il fava, Frankie dico, è malato e stanco o entrambe le cose e una donna cattiva lo sta chiamando dall’orribile palude in cui vive. Laine era famoso per altre canzoni su fruste o carne secca o treni merci o cose simili mentre il suo capolavoro era noto solo a me e alla mia famiglia. Una vergogna.

9) If you could read my mind – Gordon Lightfoot – Ho sempre pensato che il canadese fosse un genio. Non ha avuto il successo che meritava, anche se è stato e ancora oggi è molto apprezzato. Questa canzone è una delle canzoni d’amore più belle mai scritte. Perché ti gabba. Insomma parte bene e tu sogni e invece finisce che ti incula il finale: “Se si potesse leggere la mia mente, l’amore, che storia i miei pensieri potrebbero raccontare. Proprio come in un vecchio film di tanto tempo fa, dove c’è un fantasma che vive in un oscuro castello o una fortezza,  con le catene ai miei piedi. E quel fantasma sono io e non potrò mai essere liberato finché tu non riuscirai a vedermi….” ma poi conclude con “cerchiamo di essere reali su, Non ho mai pensato che avrei potuto agire in questo modo E devo dire che io non capisco. Non so dove abbiamo sbagliato, Ma la sensazione di amore se n’è andata E io non posso tornare indietro. Mi dispiace.” Non diceva tanti saluti a mamma ma il succo era quello. E sta cosa la mia di madre non l’ha mai digerita.

10) Paradise by the dashboard light – Meat Loaf – No. Meat Loaf proprio non lo reggeva. Per me era un gran fico. Ciccio come il nome che si era scelto aveva (ha)  un talento bestiale che lo portava a cantare con una voce pazzesca e a suonare pure meglio e a rimorchiarsi una super  topa nel video di questa canzone che significa “Paradiso dalla luce del cruscotto” visto che lui si paciuga Elen Foley in macchina.  Ogni volta che passava su video music erano dolori e il disco originale che ancora conservo con amore e gelosia ha rischiato più volte di finire nella spazzatura, iIndifferenziata, di allora

Quizzone cippone

Oggi m’è presa male.

Ho dormito poco. Ansia. Tremore e allucinazioni da delirium tremens.

Poi pomeriggio di un giorno da cani che evito di raccontare per pieta verso me stesso.

Volevo scrivere qualcosa ma mi vengono solo merdate.

E allora il genio maremmano della favata cosa va a pensare?

A un quiz ammorbante.

Ho preso la chitarrina ho messo davanti il cellulare (ridico, IL CELLULARE e si sente..) e ho fatto di fila quindici INTRO di canzoni pop/rock (alla cazzo di cane, avendo per l’appunto il cagno che mi scassava la minchia mentre suonavo e avendo come unico assunto il “buona la prima” perchè non mi andava di smarronarmi le palle a rifare quando sbagliavo) e il giochino adesso è: vediamo chi le riconosce.

Alcune sono semplici da capire (anche se io c’ho messo del mio per farle diventare irriconoscibili) altre meno.

Chi vuol partecipare, avendone riconosciuta una o due, deve premere il tasto per prenotarsi.

Nel nostro caso basterà urlare, cioè scrivere: “Ciapa la galena…. coccodè”

o in alternativa

“Casssssela….”

 

 

 

 

La sindrome di Andy (ovvero questo blog si autodistruggerà al centomillesimo contatto)

Cosa c’è di più triste nella vita che fare un punto nave?

Eppure, nonostante questo, ogni tanto ci tocca farlo per non rischiare la deriva.

Anche  quella di un Blog non fa eccezione.

Per una strana coincidenza astrale questo che state leggendo e’ arrivato, nello stesso momento, in un punto in cui ha raggiunto centomila contatti, diecimila commenti e seicento followers. Se non è da punto nave questo, non so quale altro potrebbe esserlo.

Mi piacerebbe fosse chiaro che, nelle mie intenzioni, non è’ affatto una cosa autocelebrativa. Anzi.

I numeri di cui sopra sono, per l’appunto, numeri. Essi non valgono niente se non parametrati a un Benchmark di riferimento qualsiasi. E sapete una cosa? Per me non ce ne sono di applicabili qua dentro. Davvero. Esistono Blog come quello della mia amica Lidia Zitara che con grande nonchalance, in un anno, fa il triplo dei miei numeri, oppure Blog migliori di questo come quelli di Intesomale o Wish o Mr.Incredibile   che fanno curiosamente meno. (Per citare i primi che mi vengono in mente scusandomi per gli altri e solo per far capire il concetto)

In altre parole, non sono i numeri che danno valore a un Blog.

Che cosa quindi?

Ora non voglio rompere i coglioni aprendo una lunga e penosissima disquisizione sul concetto di valore. Ce ne sono diverse, tutte onorevoli, che hanno il mio massimo rispetto. Per quanto mi consta, essendo un convinto marginalista, sono convinto che il valore di un Blog, come di qualsiasi altro bene, sia dato dalla soddisfazione che il consumatore ottiene dal consumo di una dose in più di detto bene, tenendo costante il consumo di tutti gli altri beni del suo paniere.

I motivi per cui l’ho aperto, più o meno un annetto fa,  sono molto diversi da quelli che, adesso, lo tengono in vita. E questo mi piace. Vuol dire che mi sono evoluto. Da allora ho chiuso il mio account FB e quello Twitter è “Out of Order” ma solo perchè non trovo mai il tempo o la voglia di terminarlo. Non credo più (se mai poi l’ho fatto) al valore (per me…) dei Social Network. Credo invece, molto più di un anno fa, nel valore di una comunità di Blogger. Ho imparato che, con tutti i suoi limiti, il vecchio e caro mondo che stiamo abitando, sia un posto meraviglioso nel quale si può, imparare, leggere, cazzeggiare, ridere, piangere, litigare, innamorarsi, prendere per il culo, mentire, falsificare, fare sesso, pontificare, fare televisione, poesia, letteratura e bla e bla e bla. Qua dentro ogni cosa si amplifica ed è più facile trovare anime gemelle o affinità elettive o tutto ciò che DAVVERO unisce due o più essere umani. Se succede è perché è possibile eliminare tutte le sovrastrutture (avrebbe detto Carletto da Treviri) che nel mondo “reale” frapponiamo tra noi e gli altri. Tutto il finto perbenismo o la moralità che permea la vita borghese in una qualunque città del Pianeta. Non importa se qualcuno o tutti, chi più chi meno, falsifica e mistifica. Barriere come l’età o la cultura o il ceto si annullano d’incanto (quasi). Dalle parole e dalla relazione che instauriamo con gli altri, viene fuori la nostra vera essenza. Qualunque essa sia. Fosse anche, poi, che ci fossero persone che, come il mitico Oscar Giannino, si inventano una vita che non esiste davvero, se mai mi fosse stato dato di averli incrociati, sappiano che ho amato di loro quel lui/lei vero che ho intravisto.

Almeno, io ci credo. Io la penso proprio così.

Si amplificano però non solo le cose positive, ma anche le negative. Anche io, come tutti, immagino, ho una lista di Blogger (persone?) che mi stanno profondamente sui coglioni. Sapendo bene che il sentimento è reciproco. Con alcune ho fatto litigate inimmaginabili in un mondo che non fosse questo, con altre ci siamo autolimitati decidendo di evitarci l’un l’altro come la peste.

Dico tutto ciò perchè voglio arrivare a un punto che è poi il vero cuore del post. Quello che ho fatto mio in questo punto nave. Di fatto un appendice a un altro scritto qualche giorno fa (Fantasmi).

Voglio arrivare a quella che io chiamo la Sindrome di Andy.

Passo indietro.

La lista nera dei Blogger da evitare è, almeno per me, una cosa che nella “realtà” sia da considerarsi un termine sbagliato. Perchè, siete liberi di non crederci, con tutti quelli che ci sono dentro a qualunque titolo, sia per mia immissione diretta che per loro auto-proclamazione, io mi ci sento ancora legato. E li seguo, di nascosto. Da lontano. E mi piace pensare che loro facciano lo stesso con me (ho già detto mi pare che ho una marea di gente che entra qua dentro digitando il nome del Blog su Google per non farsi riconoscere). E’ come, per me, quando torni a fare una passeggiata nella tua città Natale e ti piace rivedere le facce invecchiate dei tuoi vecchi amici/nemici. E sapere di loro. Perchè se anche gli avevi augurato segretamente di crepare in qualche angolo nascosto del pianeta, ancor più segretamente hai sempre sperato che ce la facessero invece a trovare la loro via.

Invecchiare assieme.

Che cosa c’è di più magico?

Poter contare sulla sicurezza che amici, falsi amici, nemici, falsi nemici, siano sempre là con te. A donarti, senza saperlo,  la sensazione di immortalità. Allungando i tempi che portano all’inevitabile facendoti sentire bene perchè ancora ci sono. Perchè con le merdate che scrivono, con le cattiverie gratuite che sono in grado di regalare, con la monnezza con cui inquinano il mondo, comunque ti fanno sentire in un posto in cui riconosci le vie. Sai che dietro l’angolo c’è il negozio del barbiere, e più in là ancora il pizzicagnolo. Sai che arrivano uragani e terremoti e Berlusconi è sempre là. Ma anche tu sei sempre in un posto in cui riconosci i confini. Una Nazione invisibile non riconosciuta (ancora) da nessun altra, ma di cui tu ti senti cittadino. Sentirsi a casa? Una cosa del genere. Inter pares, soprattutto…

E così succede che, quando qualcuno che sta nel tuo mondo chiuda baracca e burattini saluti tutti, spenga il Blog e se ne vada, ti senti un buco dentro l’anima grosso così. La morte, fosse pure virtuale mi sgomenta. Perdere qualcosa/qualcuno che comunque hai interiorizzato, con qualunque didascalia tu l’abbia etichettato mi  fa male. Un male tremendo. Come mi fa male l’indifferenza di chi si affretta a commentare  frasi gentili ma che sono coltellate per spiriti con una sensibilità appena appena decente: “Buona vita”, “Tanti auguri” “Hai fatto bene, mo’ lo faccio anche io”…

Mavaffanculo

Tu mi togli qualcosa altro che. Tu devi restare. Anche se sei su quella lista nera del cazzo, o meglio ancora se sei un amico su cui credi di poter contare. Quel credere è gia tutto. Non puoi morire, non puoi farlo. E mi incazzo quando gli altri abitanti del mio mondo chiosano con banalità standard senza avere la forza nè, purtroppo, nemmeno la voglia di capire, comprendere. Figuriamoci di lottare.

Recentemente se ne sono andate diverse persone. Alcune presenti nella lista nera, altri invece amici/he.

E provo dolore.

Sono scemo me ne rendo conto. Ma quando uno fa il punto nave deve sentire un po’ di dolore e mostrarsi più scemo del solito sennò avrebbe fatto il punto canotto, o il punto materassino e che cazzo.

E qua arriva la Sindrome di Andy.

Io ho amato a dismisura, tanti anni fa, Andy Kauffman. Sono cresciuto con lui. Personaggi come Latka o Tony Clifton vivono ancora dentro di me. Andy era un genio. E come tanti, spesso incompreso perchè aveva paranoie tutte sue. Il film Man on the moon, con un Jim Carrie straordinario, gli rende pieno onore. Quando Andy è morto, nel 1984, io sono entrato in momento di grande prostrazione. Gli volevo bene a Andy anche se era solo un personaggio della TV. Amavo la sua sensibilità e la sua dolcezza. Nella sua genialità, prima di sparire per sempre disse che avrebbe inscenato la sua morte e sarebbe tornato 20 anni dopo. E io ho passato tutto il 2004 ad aspettare il suo grande come-back.  Per tutto quel tempo io ho davvero sperato che Andy non fosse realmente morto e che fosse di nuovo, solo la sua ennesima burla. E ancora oggi continuo a sperare che abbiamo capito male e che lui avesse detto 30 anni e non 20.

Ed è allo stesso modo che io aspetterò che tutti i miei amici e quelli che non lo sono resuscitino dal regno dei morti virtuali e riaprano i loro di Blog, ridandomi la bella mappatura della mia città che avevo quando loro erano qua con noi.

Ti ricordi ancora di me?

Ognuno di noi ha un suo proprio modo di raccontare la vita. La bellezza della diversità nasce dal fatto che ad esempio se facciamo un viaggio da qualche parte con tre amici, alla fine ognuno ne parlerà in un modo diverso, dando più accento a cose che per lui sono stati importanti  e tralasciando altre parti che  lo sono state meno, ma che al contrario hanno magari colpito la vita di un compagno. C’è chi preferisce vedere, chi ascoltare, chi provare. Lo stesso viaggio qualcuno lo riporterà dicendo che ha visto paesaggi mozzafiato, un altro che davanti a quegli scenari ha sentito il suono del vento e il rumore delle foglie un altro ancora che ha provato l’emozione di essere in contatto con la natura o con Dio. Penso che anche con la musica valga più o meno lo stesso principio. Chi non ha mai pensato che una certa canzone avrebbe potuta scriverla lui? Non importa se è bella o brutta se è una Hit o se invece è una canzone da balera. La senti e ti risuona dentro con le stesse note e con le stesse parole che gli avresti dato te se l’avessi scritta. E ti senti in grandissima sintonia con quell’autore e pensi che lui è riuscito a dare voce alla tua sensibilità e per quante altre canzoni stupende possono uscire tu quel refrain e quelle note proprio non riesci a scordarle.

Bene a me questa cosa è capitata diverse volte, ma una in particolare è stata intensissima per le mille dinamiche che la circondano. Per ciò che viene detto e quello che non viene detto. Per le allusioni e i doppi sensi. A tutt’oggi “Drops of Jupiter” dei Train è non solo una delle mie canzoni preferite, ma quella che avrei voluto scrivere se mai ne potessi scegliere una. Questa canzone coniuga in modo perfetto tutto ciò che  a me piace della comunicazione: la semplicità con la profondità. L’apparenza con quello che in realtà si vuol dire a chi ha la forza di andare oltre le apparenze. Pat Monahan,  ha raccontato di avere avuto in sogno la visita della madre. Era molto legato a lei che era morta qualche anno prima di cancro ai polmoni poichè era un’accanita fumatrice e ne sentiva la mancanza in modo molto forte. Si svegliò una mattina con la precisa percezione che lei fosse tornata proprio là, da lui, “back in the atmosphere”. E così comincia a parlarle e le chiede del suo viaggio e  a fare considerazione su di lei, su cosa ha fatto su quello che è adesso e in qualche modo ne è affascinato ma ne ha anche paura perchè comprende che niente è più come prima e teme anche il suo giudizio. Ma la canzone può essere interpretata anche come la scoperta del viaggio che deve fare lui per arrivare a dove adesso è lei. La differenza tra cose con le bollicine e quelle che davvero contano perchè a volte ciò che dà piaceri effimeri è sopravvalutato.

Ecco una mia libera (molto libera) traduzione del testo:

Adesso che è tornata qua da me dopo aver fatto il viaggio in tutta la galassia, con quelle stupende gocce di Giove sui capelli è così diversa. Riesce a comportarsi come si fa in estate ma a muoversi con attenzione come quando piove. Mi rendo conto che viene prima o poi il tempo del cambiamento per tutti. Da quando è tornata dal suo viaggio sulla Luna,  riesce persino ad ascoltare come fa la primavera ma mi parla come fosse giugno. Dimmi la verità, ce l”hai fatta ad attraversare il sole come hai sempre desiderato? sei riuscita ad arrivare in fondo alla Via Lattea per vedere tutte le luci spegnersi? E magari hai pure scoperto che il paradiso è sopravvalutato.

Tell me did you fall for a shooting star, one without a permanent scar. E’ uno dei versi più belli che siano mai stati scritti. In un contesto come quello di cui stiamo parlando infatti la traduzione più banale e letterale è quella di dire: dimmi ti sei innamorata  di una stella cadente? Una che non lascia cicatrici permanenti. Questa traduzione sia chiaro che va bene . Ma per me il significato è più profondo. La stella cadente è metafora di un amore che trascina. Più avanti nella canzone lui le ricorda di quando lei aveva necessità di innamorarsi di un uomo. In altre parole, secondo, me in questo verso dal triplo significato lui le chiede: Dimmi, ti finalmente innamorata di un uomo che non ti ha ferito?

e sopratutto ti sono mancato quando eri là fuori a cercare te stessa? Adesso che è tornata dalla sua vacanza dell’anima attraverso le costellazioni riesce persino ad ascoltare Mozart e questo mi fa davvero capire che si può crescere e migliorare se ce l’ha fatta lei può farcela chiunque. Però ho paura che così com’è diventata possa aver perso la stima e l’amore che ha per me. Magari mi vede come sono davvero e si accorge che sono troppo impaurito per volare e così proprio per questo non potrò mai sapere che gusto può dare l’atterrare. Dimmi, era davvero tutto cosi perfetto lassù come pensavi sarebbe stato? sei riuscito finalmente a danzare con la luce del giorno

Venus blow your mind è un altro stupendo doppio/triplo senso. Venere ti ha soffiato sulla testa. Ci sta bene perchè si parla di cosmo e costellazioni ma può voler anche dire, l’amore ti ha parlato? o anche hai capito davvero se sei etero o bisex. Un vero universo di significati.

Ed era tutto come pensavi che avresti trovato? Dimmi la verità, ti ricordi almeno i tempi di quando stavamo assieme? quando non c’era nessuno che ti amava a parte me e ci mangiavamo pollo fritto la sera a cena e io prendevo sempre le tue parti e ti difendevo anche quando sapevo che avevi torto. Riesci a ricordare il primo ballo che mi hai insegnato e l’amore e l’orgoglio che ci univa e le lunghe telefonate di cinque ore che facevamo quando non ero a casa? E il latte di soia? Ma soprattutto ti ricordi ancora di me?

 

Crossroads

La vedo e mi innamoro a prima vista. Solo chi ha provato un emozione così sconvolgente può davvero capirmi. Se ne sta là, in piedi, appoggiata a un pezzo di legno che fa risaltare ancora di più la sua bellezza. Accanto a tante altre che le assomigliano, ma non sono lei. Perché lei è semplicemente perfetta. Seducente con l’alterigia di chi sa di essere speciale. Perdo la testa e mi avvicino senza badare alle etichette. Profuma di buono. Mi guarda e sento che vorrebbe le mie mani addosso. Certe cose, un uomo, le capisce al volo. L’accontento e la abbraccio senza chiedere il permesso. A quasi cinquant’anni voglio fare come Denim l’ uomo che non deve chiedere mai. La stringo forte e comincio a pizzicarla. Ci sta. Sento che si vuole aprire a me. Poi le tocco il culo e mugola un suono strano. Mi preparo a fare una sveltina e a godere di lei, quando una voce mi urla:

“Ehi che fa? Non sa che e’ proibito prendere le chitarre senza il personale che autorizza? Quella poi e’ costosissima”

Lo so amico, vorrei dirgli,  so bene che non si fa così, invece farfuglio qualche stupida scusa per non dirgli che non ho resistito al desidero di pomiciare con la Martin D 45 . Il mio sogno segreto. La desidero abbestia. Peccato costi sei mila euro. Se solo per sbaglio la rigassi dovrei prendere un mutuo per ripagarla. Quando sono depresso, un giro dentro un negozio di chitarre mi ridona attimi di serenità. La chitarra è una delle poche femmine che sa ripagare le attenzioni che le regali e che può capire come stai e seguirti negli abissi dove ti sei infilato o celebrare con te i momenti di esaltazione. E poi è maestra di vita. Ti può insegnare molto se tu sei attento. Ad esempio, chiunque prende in mano una chitarra sa perfettamente che, non ci sono cazzi, da qualche parte c’è qualcuno che la sa suonare meglio di te. A meno che tu non abbia stretto il patto con il diavolo come Robert Johnson, il più grande blues-man della storia. La leggenda la conoscono tutti: Johnson era un chitarrista come tanti, poi una notte va a Clarksdale, appena fuori dall’incrocio tra la Highway 61 e la Highway 49, dove incontra il diavolo che, in cambio della sua anima, gli accorda la chitarra in modo da farlo diventare il migliore di tutti. Da allora vivrà pochi anni facendo una vita incredibile, trombando come un matto donne stupende (nane comprese) e scrivendo le migliori canzoni blues di tutti i tempi. Eric Clapton gli ha pure dedicato un disco solo per ricordarlo. Se invece sei un comune mortale devi prendere atto che suonare la chitarra è sacrificio e dedizione e che, come ogni donna che si rispetti, la devi  coccolare oltre misura. Ama essere viziata e se ti dà qualche godimento immediato tu, per ricambiarle il favore, devi sudare come un matto e hai bisogno di tempo. Molto tempo. Lei in cambio però continua a darti nuove lezioni di vita: la sinistra fa fare virtuosismi, ma senza la destra non si va da nessuna parte. Se sbaglia la sinistra si può rimediare ma se sbaglia la destra sei fottuto. E tu ci pensi sopra mentre ti fai i calli alle mani. E piano piano impari che dentro ognuno di noi c’è una scintilla divina che troppo tecnicismo può soffocare e che alla fine l’ unica accordatura che conta davvero e’ quella che risuona con la tua anima. Quella che porta mente e corpo e spirito insieme nell’armonia. Riesci cioè a liberarti dell impazienza e dalla frustrazione perchè altrimenti lo spirito gracchia come una radio mal sintonizzata. Ed è solo il momento in cui il tuo spirito si eleva quello che conta.

La chitarra mi ha aiutato a socializzare nel tempo. C’è chi lo fa giocando a carte nei bar, chi con corsi di cucito chi leggendo i tarocchi. Io suono la chitarra. Oramai sono diventato abile anche nel capire il pubblico che ho di fronte. Una volta ero intransigente oltre misura, adesso solo un pochino. Neanche troppo. Se trovo un vecchio rocchettaro con la buzza e i capelli con il codino dietro e la pelata davanti gli suono Pinball Wizard e lui mi offre una birra. Se invece uno più giovane e magari ancora in carriera Hootie and the Blowfish sono perfetti per farlo sorridere e dirmi che non sono mica tanto male, nè troppo banale. Con le donne ancora più divertente. Una vecchia romantica nostalgica degli anni settanta e delle gite della scuola? facile: Pezzi di Vetro di De Gregori ed è pronta ad accettare un invito a cena. Intellettualoide che ama il particolare? Blower’s Daughter di Damien Rice suonata con la pelle del pollice per renderla soffice come solo lui sa fare. Intransigente con se stessa? Mercy Street e le spunta la lacrimuccia. Una che sogna ad occhi aperti? il trittico Wish you were here, Here comes the sun e Ventura Highway la mette in ginocchio. Potrei continuare per ore. Poi però, immancabilmente, ogni volta, ogni maledettissima volta, puntuale come il peccato, arriva, in genere al decimo della ripresa, quando s’è presa confidenza e si pensa di poter dire tutto, la classica richiesta. Ci sono poche cose che mi irritano più di “sei piacevole” o di “quanto sei gradevole”. Una di queste è “Che la conosci mica Hotel California?”. Mi sono rotto le palle di suonare Hotel California. Mi sta sui coglioni Hotel California. Per anni, inseguendo la figa, l’ho fatto. Adesso basta. E, a spregio, quando qualcuno me la chiede io parto con “New England” di Billy Bragg che non conosce nessuno e ha come obiettivo quello di scremare. Pensi di avercela fatta e di aver eliminato ogni dubbio ma sai dentro, nel profondo della tua anima, che c’è su di te c’è una tremenda maledizione. In cuor tuo speri che finalmente l’incantesimo si sia rotto e che nessuno mai lo farà più, ma ti prendi per il culo da solo, perchè la/o stesso di prima ti guarda e con aria severa ti fa “Vabbè, me la fai allora More than words?” .  Aspetta che mi pitturo le dita come Nuno Bettercourt e poi se ne riparla.

E comunque tutto questo mi fa ripensare al fatto che io, tanti anni fa, quando vivevo in America, a Clarksdale, Mississipi, ci sono stato davvero. In pellegrinaggio. In realtà, volevo davvero fare lo scambio con Monsieur Louis Cypher. Volevo diventare il numero uno. Se qualcuno di voi andrà mai a Clarksdale sappia che è una cittadina come tante altre nel sud degli States. Un cesso. C’è nato però Morgan Freeman che ci ha investito un po’ di soldi. Mi ricordo che nel niente c’era un grande bar, il Ground Zero con graffiti e poco altro. Alla fine, con pazienza, con la mia chitarrina in mano arrivai nel famoso Crossroad di Robert Johnson. Ci andai di notte come era giusto che fosse e mi aspettavo un luogo solitario e isolato circondato da grandi distese di campi di cotone molto buio. Il posto dove arrivai era invece un’intersezione ben illuminata con una serie di fast food intorno con un fiume  di traffico e un’insegna con due chitarre incrociate con la scritta Crossroads. Tirai fuori la chitarra e aspettai il diavolo che venisse ad accordarmela così che, appena dopo, sarei stato eternamente dannato ma incredibilmente talentuoso. Già immaginavo il successo le prime posizioni in classifica. E pure le nane. Enormi camion continuavano a svoltarmi pericolosamente vicino. Vendere l’anima al diavolo e’ una questione intima, personale e quel posto non mi sembrava il più consono. Cercai di suonare qualcosa per attirare il demonio, ma il rumore del traffico copriva ogni suono. La speranza arrivò nelle sembianze di un bestione alto e nero che gironzolava attorno. Poteva essere davvero Louis Cypher con il suo cappello da baseball sugli occhi e con l’aria di uno che sta per ucciderti solo usando lo sguardo. Venne verso di me e disse:

“Ehi signore fammi  indovinare stai vendendo l’anima al diavolo!”

“Ecco veramente io…”

“Il diavolo deve essersi stancato di giovanotti che cercano di saltare le loro lezioni di chitarra. Sarai il quarto questo mese. Dico, puoi prendere una lezione di chitarra piu economica da me. Tu mi paghi una birra e io ti mostrerò come suonare Muddy Waters e’ facile credimi.”

Ritornai in Europa molto piu sgonfio e certo che sarei sempre stato una mezza sega di chitarrista. Ma in qualche modo ero sollevato di essere ancora in possesso della mia anima. E sapevo anche suonare Mannish boy di Muddy Waters

Bobo Rondelli

Sabato sera a Cascina, dopo cena, mi sono fatto un’altra pera.

E, come al solito, esagero e sono entrato in overdose per la verità.

Ogni concerto di Bobo mi dà questa sensazione. Assieme a mille altre.

Bobo è un genio. Un sublime cialtrone, intellettuale e ubriacone e testa di cazzo e gentile.

Se non fosse che lui è pure bello come un Dio e ha una voce della Madonna, potremmo anche essere fratelli. O meglio io potrei essere il su’ fratello sfigato intendo.Ma la mi’ mamma era troppo per bene per aver scopato anche con suo padre che, visto lui, doveva essere stato un gran puttaniere. Anche se però non è mi’a detto. In cuor mio in fondo un po’ ci spero. E’ la prima volta  da che so’ nato che spero che la mi’ mammina fosse anche un po’ zoccola.

Bobo è una di quelle persone che quando lo ascolti vai in crisi perchè non capisci più che cazzo di senso abbia il mondo. Insomma perchè minchia deve esserci Antonacci o Ramacciotti in testa alle classifiche e non lui. Perchè non gli facciano fare televisione perchè debbano essere messi sugli altari i Brignano o gli Zalone e tutte le teste di cazzo di Zelig e non uno come lui che il Signore ha investito con tutta la sua potenza donandogli cose che questi ultimi nemmeno si sognano di avere. Proprio quel Signore che Bobo tiene a debita distanza, con rispetto ma  con decisione. Eppure la sua religiosità è evidente a chiunque abbia un briciolo di sensibilità.

La storia di Bobo Rondelli si trova facilmente su internet e non mi va di raccontarla. E’ una piccola grande storia di provincia. Quella di qualcuno che in fondo l’unica cosa cui ambisce è donarsi agli altri regalando tutto se stesso ogni volta che può. Il suo unico modo di star bene. Uno che ai soldi e al successo preferisce la solidarietà e l’integrità morale.

E per tutto questo sta ai margini di un sistema che lo guarda con sospetto. Che si diverte della sua volgarità grassa che lo rende macchietta agli occhi dei benpensanti ma che non si fida della luce che brilla nei suoi occhi perché sa che quel lampo potrebbe prima o poi deflagrare e far da miccia a una rivolta delle menti che il Sistema teme più di ogni altra cosa.

E quindi l’establishment ogni volta che può va a vedere Gigiballa e ci ride e gli fa i versi per incoraggiarlo a continuare a divertire tutti.

Ma andate affanculo teste di cazzo.

Noi ci sa Bobo, voi un c’avete più nemmeno l’anima.

 

Thunder Road

Ok guys, sit tight and take hold perchè ci aspetta un bel viaggio.

Ieri un amico mi ha chiesto qual è, secondo me, la canzone Rock più bella di tutti i tempi.

Rispondergli è stato facile perchè ho sempre pensato che, a dispetto delle più rinomate Imagine, Starway to Heaven eccetera eccetera sia proprio Thunder Road di Bruce Springsteen la canzone più bella del secolo scorso. E ho così deciso di scriverci un post. Un modo per dedicarlo a tutti i miei amici di un tempo che con me l’hanno amata e a quelli di oggi che impazziscono per altre hits.

Thunder Road è la prima traccia dell’album che lo ha reso famoso in tutto il mondo nel 1975, Born to run.

Per Bruce era un momento decisivo. Uno di quelli da dentro o fuori. Veniva da due album acclamatissimi dalla critica ma che avevano venduto pochissimo. Il suo futuro nel mondo del rock era assolutamente da inventare.

Il titolo iniziale della canzone era “Wings for wheels” quando fu suonata la prima volta live, ma se questo verso fu poi tenuto, il titolo finale che conosciamo tutti fu cambiato quando Bruce entrando in un teatro vide un poster di un vecchio film del 1958 di Robert Mitchum, appunto Thunder Road, e decise che cosi si sarebbe dovuta chiamare la canzone.

In un “bootleg” del 1978 “Passaic” il Boss racconta una storia molto affascinante sul come e dove trasse ispirazione per scriverla, parlando di una casa in deserto con fuori una grande immagine di Geronimo e un cartello con su scritto “Questa è la terra della pace, dell’amore e della giustizia ma anche una terra senza pietà”.

Il testo descrive una donna, Mary,  il suo ragazzo e  la loro “one last chance to make it real” . Il tema della nostalgia è un tema molto caro a tutto l’album “Born tu run”, ma in Thunder Road acquista un potere evocativo micidiale. Thunder Road è un invito a rompere con il passato e con la paura e con il terrore di non essere in grado di provare a trovare qualcosa di meglio.  Non solo in termini di proprietà privata ma soprattutto di mentalità, di attitudine mentale a non restare paralizzati anche se crediamo di esser vecchi. Il protagonista, sa di non essere un eroe, ma vuole qualcosa di meglio e ci vuole provare lo stesso scappando da quella città di perdenti e offre la chance di seguirlo alla sua donna, sulla loggia della casa di lei.

Dove andranno non è dato saperlo ma sarà di sicuro un viaggio durissimo su una strada tremenda. Appunto Thunder Road.

E’, come dire, un grande, grandissimo invito alla gente, a chi è interessato almeno, a concepire un lungo e importante viaggio alla scoperta di se stessi e del mondo, magari in compagnia di qualcuno che ami, in cerca di un posto e di un luogo che ti faccia sentire di essere finalmente arrivato a casa.

Nella canzone Bruce rende anche omaggio anche ad alcuni miti della sua infanzia come il grande Roy Orbison, quando dice che “Roy Orbison is singing for the lonely” ricordando la più grande hit di Orbison “Only the lonely” e alla sua educazione presa alla scuola cattolica dove fu mandato dalla madre di origini italiane e dal padre irlandese “…Waste your summer praying in vain for a saviour to rise from these streets”

Nelle sue versioni live Bruce ha cantato Thunder Road in mille modi diversi, com’è giusto che sia: con tutta la band, da solo, acusticamente, elettricamente o con il solo piano di Roy Bittan sotto. Perfino cambiando il tempo e rendendola ancora più lenta, ma il risultato non cambia. Rimane una canzone che fa venire i brividi e scattare la lacrimuccia, specie invecchiando.

Nel 2004 la rivista  Rolling Stones l’ha collocata all’84 simo posto nella classifica delle 500 canzoni Rock di tutti i tempi.

Bruce ha cantato questa canzone anche a diversi funerali. A quello di  James Berger, che lavorava al World Trade Center che aiutò molta gente a uscire dall’edificio prima di rimanere uccise dal collasso della struttura. Berger era un grande fan di Springsteen e Thunder Road era la sua canzone preferita e Bruce la dedicò ai suoi figli. E poi anche a quello di Tim Russert, un famoso analista politico americano, anch’egli suo grande fan e amico e Springsteen in tour in Europa il 18 giugno 2008 canto in via satellite una versione acustica della canzone al funerale dell’amico.
Questo il testo definitivo e sotto ancora il video da uno dei concerti più belli di Bruce.
Enjoy
Thunder Road

The screen door slams, Mary’s dress waves
Like a vision she dances across the porch as the radio plays
Roy Orbison singing for the lonely
Hey that’s me and I want you only
Don’t turn me home again
I just can’t face myself alone again
Don’t run back inside, darling you know just what I’m here for
So you’re scared and you’re thinking that maybe we ain’t that young anymore
Show a little faith, there’s magic in the night
You ain’t a beauty, but hey you’re alright
Oh and that’s alright with me

You can hide ‘neath your covers and study your pain
Make crosses from your lovers, throw roses in the rain
Waste your summer praying in vain for a saviour to rise from these streets
Well now I’m no hero, that’s understood
All the redemption I can offer, girl, is beneath this dirty hood
With a chance to make it good somehow
Hey what else can we do now
Except roll down the window and let the wind blow back your hair
Well the night’s bustin’ open, these two lanes will take us anywhere
We got one last chance to make it real
To trade in these wings on some wheels
Climb in back, heaven’s waiting down on the tracks

Oh oh come take my hand
Riding out tonight to case the promised land
Oh oh oh oh Thunder Road, oh Thunder Road, oh Thunder Road
Lying out there like a killer in the sun
Hey I know it’s late, we can make it if we run
Oh oh oh oh Thunder Road, sit tight, take hold, Thunder Road

Well I got this guitar and I learned how to make it talk
And my car’s out back if you’re ready to take that long walk
From your front porch to my front seat
The door’s open but the ride it ain’t free
And I know you’re lonely for words that I ain’t spoken
Tonight we’ll be free, all the promises will be broken
There were ghosts in the eyes of all the boys you sent away
They haunt this dusty beach road in the skeleton frames of burned-out Chevrolets
They scream your name at night in the street
Your graduation gown lies in rags at their feet
And in the lonely cool before dawn
You hear their engines roaring on
But when you get to the porch they’re gone on the wind, so Mary climb in
It’s a town full of losers, I’m pulling out of here to win