Humilitas Occidit Superbiam

Ho sempre snobbato la Storia dell’arte. Da giovane pensavo addirittura fosse solo una cosa per gay e signorine. Gli uomini “veri” dovevano dedicarsi a ben altro. Eccellere in discipline più virili. A scuola come nello sport. Non è un caso che ero un fenomeno (da baraccone) in Storia o Filosofia o Matematica mentre in Storia dell’arte, un minchione qualsiasi. Come giusto contrappasso, il signor Universo mi ha obbligato a sposarmi un’amerikana che si è presa il PhD proprio in Storia dell’arte e che mi ha fatto ricacare tutta la mia immonda superbia imponendomi full immersion penosissime in cui mi massacrava le palle con cose che mi sono sempre state indigeste.

Quel suo coraggioso tentativo di sgrezzarmi ha incrinato alcune delle certezze che avevo e, senza nemmeno rendermene conto, sono diventato uno che, nonostante mi sia poi separato e abbia perso il cagnaccio che mi mordeva il culo, al contrario di quanto pensava un tempo, è finito per convincersi che la Storia dell’arte sia una delle cose più importanti da insegnare a scuola. Non solo. Alla mia veneranda età, sopporto sempre meno di guardare le partite di calcio in televisione mentre potrei perdermi per ore dentro musei a osservare quadri o sculture.

Come tutti gli ignoranti, ho cose che mi piacciono di più e cose che mi piacciono di meno. Cose di cui capisco subito il valore e altre che nemmeno dopo che qualcuno me le ha spiegate, riesco a comprenderne il senso.

Ma ce ne sono alcune che, ogni volta che le vedo, mi tolgono puntualmente il fiato.

Una di queste è il “Davide con la testa di Golia” di Caravaggio.

Sono consapevole di non essere nessuno per poter dare un giudizio, men che meno autorevole, so solo che ogni volta che osservo quel quadro qualcosa dentro di me si muove. Mentre mi si blocca il respiro. Perché, in quel quadro, c’è, secondo me, l’essenza del genio umano. E’ noto che la testa del gigante ucciso sia un autoritratto di Caravaggio da “vecchio” mentre il Davide è un autoritratto che lo stesso pittore si è fatto, a memoria, ricordandosi di quando era giovane. E questo aspetto, ha sempre suggerito letture in chiavi psicoanalitiche.

Tutte le volte che vedo quel quadro, sento la necessità di effettuare auto-analisi. Chiedermi se anche io, da giovane, avevo su di me il buio che inghiotte la spalla di David e che sembra possedere la profondità delle tenebre dell’inferno, rischiarato appena dalla luce della grazia che colpisce violentemente i tratti stravolti di Golia.

Mi è successo di pensare a quel quadro proprio ieri. Per caso. Anche se poi, forse, mai niente lo è per davvero.

Mi ero messo a vagare. Quando ho le paturnie, io vago. Così alla cazzo di cane. Se fossi ebreo sarei l’ebreo errante. Prendo la macchina e vago. Ad minchiam. E ieri, non so nemmeno come mai, mi sono ritrovato nel parcheggio di fronte alla scuola di mia figlia proprio mentre gli alunni erano tutti fuori per una pausa a giocare. Mi sono così messo là, nascosto dentro la ferraglia a motore, a osservarli e ho cercato di ricordarmi com’ero io alla loro età. Non è stato troppo difficile rivedermi affamato di vita e di successo, niente affatto compassionevole verso gli altri. Pronto ad ammazzare per non correre il rischio di essere ucciso. Hobbesiano direi adesso che ho studiato. In ultima analisi ero un ottimo studente ma un pessimo essere umano. E mi sono commosso. Non certo pensando a questa cosa, ma a vedere invece che mia figlia ha passato tutti quei dieci minuti in cui la classe è restata in giardino,  a cercare di far fare un percorso a ostacoli alla sua compagna di classe down, che ha anche problemi psico-motori, mentre tutti gli altri giocavano, correvano e si divertivano. Non mi sono mai sentito così orgoglioso di lei come in quell’istante. E’ stata là, con pazienza, a far fare piccoli passi alla sua amica, per raggiungere successi che ella avrebbe, sono certo, percepiti però come epocali. Io, ai miei tempi, non ho avuto mai a che fare con nessuna persona disagiata, ma, se ci fosse stata una così nella mia classe, sono certo che, invece, sarei comunque stato con tutti gli altri “normali” a giocare e divertirmi.

E mi sono vergognato.

Ma il peggio doveva ancora arrivare. La mia superbia doveva essere ancora umiliata.

La sera quando l’ho rivista, era molto preoccupata dalle mie reazioni. La pagella che  ha portato a casa è, a dir poco, bruttina. Insomma, il Masty bambino bastardo, avrebbe detto di lei, se fosse stata una sua compagna, che è una “shampista in pectore”. E su questa cosa non passa giorno che non la massacri. La spingo ad andare oltre i suoi limiti. A cercare di migliorarsi fintanto che le è possibile. Però avevo negli occhi quella scena che avevo visto nel giardino della scuola e quindi, stupidamente, invece che cazziarla perchè in italiano sta facendo schifo, le ho detto che ero orgoglioso di lei. Stupidamente perchè occorre sempre dire i motivi per cui, qualcosa, è buona o sbagliata. Bisogna spiegare perchè qualcuno si inorgoglisce di qualcun altro. Lei infatti non capiva di che cosa stessi parlando. Le ho allora raccontato di aver assistito alla scena di lei che aiuta la sua amica e, cosa per me incredibile, non è cambiato niente. Insomma mia figlia era sempre davanti a me attonita che non capiva i motivi per cui io ero cosi orgoglioso di lei. Sono andato nel panico. Come spiegarle quello che volevo trasmetterle?

A un certo punto, forse perchè ha avuto un flash, ha capito ciò che stavo sforzandomi di dire, mi ha guardato con un’innocenza più luminosa della luce che c’è nel quadro di Caravaggio e mi ha ucciso:

“Ah…quello. Ma quello è normale. Scusa, ma perché sei orgoglioso di me se faccio una cosa normale?”

Credo di non essermi mai sentito umiliato in vita mia come in quel momento. Era lei che mi insegnava qualcosa e non il contrario.

Forse non sarà mai brava a scuola come ero io. Forse farà la shampista o forse no. Di sicuro è un essere umano migliore di me.

E come è scritto sulla spada che tiene in mano David nel quadro qua sotto: Humilitas occidit superbiam

Davide con la testa di Golia

L’esame di maturità

E’ successo di nuovo.

Non so. E’ una specie di maledizione. Una cosa che, per quante terapie abbia fatto in vita mia (molte…e costose),  non riesco proprio ad eliminare.

Ho di nuovo sognato l’esame di maturità.

Cazzo.

Capita quando mangio pesante o quando viva periodi di forte stress come quello attuale. Quando lo sento arrivare, nel sonno, è come se fossi cosciente. Solo che non posso fare niente per evitare di (ri)vedere l’horror de paura. Obbligato a riviverlo. Tutto. Per intero e fino in fondo.

Mi sono convinto che sia il mio inconscio che mi riporta indietro quasi a  dirmi “dai bischero, non te la prendere, sei abituato alle figure di merda, quindi perchè lamentarsi di come ti va la vita  oggi? Era già scritto”.

L’esame di maturità è stato uno dei momenti più bui della mia vita. La prima grande debacle. Io che, nell’opinione comune di quelli del mio condominio ero “la speranza bianca”, l’uomo che avrebbe cambiato l’ordine delle cose, scoperto la cura per il cancro, viaggiato alla velocità della luce, fallii miseramente la prima grande prova scoprendo che non so reggere nè la tensione, nè lo stress, come ogni buon italiota che si rispetti.

In realtà oltre alla mia incapacità di sostenere il peso della crisi le mie crepe e tutto il resto, vanto delle giustificazioni che non possono però essere portate come attenuanti di fronte alla Corte che le riterrebbe inammissibili. Eppure esse hanno due nomi e cognomi: Paola L. (il mio primo amore e che credevo avrei sposato) e il mio amico Marco (che poi è questo Marco).

Adesso è difficile raccontare tutto per filo e per segno. E pure noioso. Dico solo che il giovane Masticone era un 60 nemmeno quotato (al tempo i voti erano ancora in sessantesimi). Insomma nessuno avrebbe scommetto una lira sul fatto che non potessi prendere un punto di meno del massimo. A scuola sono sempre stato bravo. La gioia dei professori. Bambino e poi ragazzo modello. Insomma uno di quei coglioni dai…, ci siamo capiti. Paola L. era in una sezione diversa dalla mia. Stavamo assieme da un anno e non s’era mai combinato niente. Cominciavo a stancarmi. Ragazzo per bene si, ma insomma basta petting. Lei invece continuava a dire che non poteva, non ci riusciva e che dovevo capire, che c’era qualcun altro nella sua vita che gli diceva di non lasciarsi andare e di vivere una vita casta per lui, che la stava aspettando per quando sarebbe stata pronta. E io che sentendo questi discorsi mi incazzavo come una biscia facendo il fidanzato geloso. “Chi è il bastardo? dimmelo..”. Quando parlavo di coglionaggine non scherzavo mica. Mi preparai così per la maturità studiando come un pazzo. Come ho sempre fatto. Commisi però l’errore di diradare gli incontri con Paola L. che voleva studiare con me, ma che non me la dava. Ho sempre preferito farlo (studiare) da solo (anche se l’autoerotismo dopo una sessione pesante su Hegel non ha prezzo). Arrivai super preparato al giorno fatidico e con un curriculum scolastico extra-ordinario. Ero bello. Vincente. L’idolo del mio membro interno. Niente poteva andare storto. Gli scritti infatti andarono come da programma. E questo mi spinse a fare il galletto. Tornai alla carica con Paola L. a cui avevo passato pure un pezzo di traduzione per cercare l’agognato premio. Lei però in cambio del mio aiuto mi nega pure lo struscio classico. Insisto più volte, senza ottenere risultati. La sera prima dell’orale la vedo di nuovo. Lei si nega. Io corro a casa sua. Lei scende e sale in macchina. Io cerco un posto isolato e ci riprovo. Un augurio, vaticinio, così lo chiamai per l’esame del giorno dopo. Lei mi rifiuta e mi schiaffeggia. Capisco che le cose stanno prendendo una piega sbagliata. Sbarello. Scenata. Slow-motion: Io che urlo e le dico che è una zoccola e che ho visto come guarda Sansone il più figo di tutta la scuola che l’ha abbracciata davanti a tutti all’uscita dagli scritti.  Lei che piange e che dice che non capisco. Sansone è amico di famiglia e sa già tutto. Io che urlo  di nuovo per avere spiegazioni. Lei che dice che non può dirmelo in quel momento perchè ho l’esame il giorno dopo. Io che solo perchè lei mi dice che non può dirmelo allora insisto perchè deve essere una cosa grossa e dolorosissima e che quindi devo saperlo immediatamente. Il tutto per quasi tre ore. Alla fine lei si decide (sono sempre stato molto convincente, questo si):

“Volevo dirtelo alla fine degli esami ma se insisti a questo modo lo faccio adesso. Ho deciso di diventare suora di clausura. Ecco ora lo sai, contento?”

Pensai che mi volesse prendere per il culo. Le urlo che non deve permettersi di dirmi quelle puttanate. Lei piange come una pazza e mi dice che a me vuole solo bene ma ama di più Gesù e che quindi ha deciso che quella sarà la sua vita. Le quattro ore successive nelle quali cerco di convincerla che io sono molto più fico del Figlio di Dio le ho completamente rimosse. Il mio inconscio non è stronzo fino al punto di farmi ricordare ogni singola merdata che ho fatto.

La mattina seguente sono uno straccio. Una cosa assurda. Non ho chiuso occhio. Il dolore per la perdita della donna che amavo era stato drammatico. Non riuscivo nemmeno a mettere assieme un pensiero positivo. Corro dal mio amico Marco. Lui è sempre stato uno che “faceva la vita”. Gli chiedo qualcosa che possa aiutarmi. Lui mi conosce e mi dice di non fare cazzate. Io gli dico che la voglio a tutti i costi. Che il dolore che sento è insopportabile. Lui mi urla che sono uno che non ha preso niente e che sbarellerei di brutto. Gli urlo che è un amico di merda e che mi stava abbandonando nel momento del bisogno. Pure lui alla fine si commuove e mi dà una delle sue pillole magiche. Una del cazzo. Non so cosa minchia ci fosse dentro. Pensavo mi avrebbe fatto stare meglio e invece sento il vento nella testa. Un lungo sibilo, come il vento tra gli alberi. Bocca impastata e il cervello come fosse quello di un altro. Non era più il mio. Qualcun altro si era impossessato pure della mia bocca. Dicevo cose senza che lo volessi davvero. Forse era la pillola della verità. E ho preso a ridere di brutto. Non smettevo. Era un giornata afosissima. Un luglio di fuoco. Quaranta gradi all’ombra. Poco prima dell’una. Ci può essere un qualche spettatore al Santiago Bernabeu all’una di una giornata torrida di luglio se il Real Madrid gioca contro il Lumezzane? ovviamente no. Il risultato è scontato 50 a zero. Quindi perchè pagare il biglietto? E invece si sono persi uno spettacolo fantastico. Solo davanti alla commissione che pensava già a come e dove andare a mangiare ho dato il peggio di quel che potevo dare. Presentato a tutti dal membro interno come un giovane super brillante e con due scritti di qualità tutti erano ansiosi di parlare con me. E io gli ridevo in faccia dicendo cose insensate. Non capivo nemmeno bene le domande. E vidi l’imbarazzo nei loro occhi. Questa cosa mi disturbò oltre misura. Mi venne allora in mente, tra una risata e un’altra, che volevo far loro capire che mi stavano esaminando senza sapere un cazzo non solo di me ma anche delle cose che contano davvero. E così quando la professoressa esterna di italiano mi disse che gli avevano detto che conoscevo bene la letteratura inglese e questa cosa l’aveva impressionata cominciai lo show:

“Quando cammini nel bel mezzo di una tempesta tieni bene la testa in alto e non aver paura del buio alla fine della tempesta, c’è un cielo d’oro e la dolce canzone d’argento cantata dall’allodola cammina nel vento cammina nella pioggia anche se i tuoi sogni saranno sconvolti e scrollati va avanti, va avanti con la speranza nel tuo cuore e non camminerai mai da sola.”

Tutti a bocca aperta. La schioppettona commossa disse: “Shakespeare vero?”

“Ma che dice, ovvia. E’ “You’ll never walk alone” l’inno del Liverpool. E giù risate. Non smettevo

Gelo.

Il membro interno balbettò qualcosa sul fatto che io fossi sempre stato un personaggio sopra le righe. Intervenne l’altro prof che per uscire dall’empasse disse:

“Masticone ho visto che lei ha vinto un concorso per un saggio sull’umorismo pirandelliano ed è stato invitato al Convegno annuale sul grande scrittore ad Agrigento. ce ne vuol parlare?”

E lì è nato quello che nel tempo è diventato uno miei cavalli di battaglia e che tiro fuori ogni volta che sono in difficoltà. Così. Alla cazzo di cane. Perchè spiazza sempre tutti. E ho cominciato a parlare di Carlo Airoldi. Uno dei miei idoli. Il più grande podista di fine ottocento. Uno che partecipò alla corsa a piedi Milano-Barcellona. Nell’ultima tappa della corsa,  quando era a un chilometro circa dal traguardo, riuscì a superare il suo rivale francese ormai stremato, ma a pochi metri dal traguardo, voltandosi indietro per vedere quanti metri di distacco dal francese avesse, lo vide a terra; con grande sportività tornò indietro, caricò sulle sue spalle il suo avversario e tagliò il traguardo  assieme a lui, vincendo i pochissimi soldi che erano stati messi come premio. L’anno seguente era il grande favorito per la maratona della prima Olimpiade dell’era moderna (1896 a Atene). Non aveva però i soldi per andare in Grecia e così decise di arrivarci a piedi attraverso l’Austria-Ungheria e l’Impero ottomano . Un viaggio avventuroso che lo obbligò a percorrere settanta chilometri al giorno per trovarsi in tempo ad Atene. Una volta giunto là gli organizzatori gli dissero che avendo lui preso soldi (quattro palanche) alla gara Milano-Barcellona non poteva essere considerato atleta olimpico e, nonostante tutto quel che aveva fatto per arrivare fin là, non gli permisero di correre perpetrando una delle cose più crudeli della storia.

Quando finii vidi la commissione tutta a bocca aperta. Il professore si riprese e mi disse:

“Si è una cosa fantastica, ma cosa c’entra con la domanda mi scusi?”

“Ah, mi faccia capire” gli risposi “lei forse avebbe preferito che le dicessi di quella vecchia storia di Pirandello e della mignottazza che produce prima comicità e poi umorismo perchè il sentimento del contrario arriva dopo. Ma vuol mettere la storia del mignottone con quella di Airoldi, ovvia, su.”

E giù risate.

Il Lumezzane era passato in vantaggio a Madrid.

Il membro interno mi invitò ad andarmene e io sghignazzando allegramente augurai a tutti di incontrare il loro Spyridon Louis l’uomo che rubò a Carlo Airoldi il primo oro olimpico e poi mi avrebbero saputo dire meglio se si trattava di comicità o umorismo.

Quando uscirono i quadri il risultato fu impietoso: 54/60. Con il membro interno che mi disse che per farmelo avere aveva dovuto sudare le proverbiali sette camice e che avrei dovuto essergli grato per la vita. In realtà quello che avvenne per molti mesi dopo fu difficilissimo. Il dover spiegare i propri insuccessi è una cosa che dovrebbe essere vietata dalla Costituzione. Chiunque mi incontrava mi diceva “E’ impossibile. Che cazzo hai fatto?” Per un po’ ho provato a dir qualcosa per giustificarmi poi mi sono detto “ma che cazzo me ne frega” e mi sono limitato a dire la verità, a dire cioè che ero drogato. Ovviamente non creduto perchè tutti hanno sempre pensato che stessi scherzando.

Il caso ha voluto che dopo lungo girovagare io sia finito a vivere a Lucca. Dove c’è anche il monastero delle carmelitane scalze. Paola L., o meglio, suor Maria di qualcosa come si chiama adesso, vive là dentro. L’ho saputo per sbaglio, dopo molti anni che ero qua. Ho pensato fosse un segno del destino. Vicini ma mai troppo per esserlo davvero. Una volta sono andata a trovarla. Sentivo che glielo dovevo. E’ stata una delle cose più devastanti della mia vita. In tutti i sensi. Per entrare devi passare una serie di sbarramenti che non si possono raccontare. Poi spiegare chi e cosa e perchè sei là. Insomma ti scoraggiano ad andare avanti. Alla fine ti mettono in una stanza disadorna senza niente e aspetti per un tempo lunghissimo. Poi si apre un cancelletto, come fosse un garage e da dietro una grata, come fosse un confessionale, appare la suora. Una grata che ci divideva, non potevano nemmeno toccarci le mani. Uno schiaffo mi avrebbe fatto meno male. la vidi dentro il suo vestito nero, nell’immagine che tutti abbiamo delle suore. La primissima cosa che mi disse non potrò mai scordarla:

“Ti dò cinque minuti per ridere. Poi parliamo”

A me però veniva da piangere. Lei se ne accorse:

“Non devi essere triste Masticone” disse “Io sono felice sai.”

Mi raccontò della sua vita. Una cosa che non credo sia comprensibile per chi non ha ricevuto la chiamata. Vive di preghiera per 10 ore al giorno dalla mattina alla sera con piccoli intervalli di lavoro manuale. Sette giorni su sette Si alza alla sei e va a letto alle dieci. E prega. E non possono ricevere visite di nessuno in quaresima o in avvento. Io pensavo di consolarla ma fu lei a consolare me. Quando fu il tempo di andare mi disse “Tranquillo. Pregherò per te, sappilo”. Credo fosse il suo modo per dirmi di non tornare più. Mi stava dicendo addio. Mi voltai un ultima volta prima di uscire e aggiunse:

“Certo quella storia di Airoldi solo te potevi tirarla fuori, bestia che non sei altro”.

Marco invece se n’è andato qualche anno fa. A forza di “fare la vita” l’Aids se l’è portato via. Quando vado a Grosseto passo dal cimitero a salutarlo. E me lo immagino sempre in qualche angolo a cercare di spacciare qualche merda per sopportare la vita da morto agli ultimi arrivati. E ogni volta che lo salutò rimbomba dentro di me questa canzone che fu l’inno della nostra giovinezza.

 

P.S.: questo pezzo è dedicato a Lidia Zitara che me lo aveva espressamente chiesto!

L’inizio della fine

Ho sempre letto iniziando dal fondo. Un po’ come scrivere da destra a sinistra. Forse sono un arabo e non lo so. Mi piace leggere prima le conclusioni delle prefazioni. Poi leggo anche quelle. Poi. Mai prima. Anche con i romanzi è lo stesso.  Mi piazzo in libreria e leggo le ultime due pagine. Se mi piace compro. Sono mica normale.

Con queste premesse ho già letto la fine che mi aspetta.

Stamani mia figlia che per la prima volta mi dice, con fare contrito, ma molto serio: “Babbo ti dispiace se da adesso ci baciamo solo sulle guance?”

E poi sento la madre di una sua compagna di scuola ridacchiarmi dietro e dirmi: “Pensi che nell’applet di mio figlio ho trovato foto pornografiche. Come crescono veloci eh?”

Le sorrido anche se non sa che con quella frase ha appena cancellato il suo erede da ogni possibile invito a cene o compleanni e, soprattutto a fare i compiti assieme. Io sono un padre moderno perdiana, nessuno lo può negare. Sopporto con pazienza le battute degli amici sul fatto che i loro figli maschi la useranno come nave scuola evitando persino di ricordar loro che c’è anche il caso che, invece, gli possa piacere il compagno di banco piuttosto che mia figlia.

Insomma, accidenti. Virginia potrà fare qualsiasi cosa, con chi vuole.

Quando avrà 45 anni, prometto solennemente che lo potrà.

Il prete

Mi capita molto spesso, di questi tempi, che quando sento parlare di sacerdoti,  mi renda conto che l’unica cosa alla quale si fa attenzione siano le loro nefandezze.  Pedofilia su tutto. Ma non solo. Evasione fiscale, Ior, corvi, merli. Insomma tutta la gamma classica. In un contesto sociale come quello attuale, in cui stiamo per assistere a una delle più grandi rivoluzioni di massa della storia, in cui, secondo me, stanno per essere ribaltati tutti i valori che hanno portato la società occidentale a essere quel che è, la Chiesa, nella sua interezza è uno degli obiettivi principali da abbattere. Non che Lei non ci abbia messo del suo per entrarci di forza in quel mirino poi.  Le scelte oscurantiste sono oggi, come fu già nel medio-evo, il suo punto di forza. L’assurdità con cui combattono cose che sono oramai accettate dalla società, l’omosessualità su tutto, e la fermezza con la quale difendono a volte assurdi comportamenti criminali compiuti da “beati”, la sta mettendo piano piano fuori dalla società del futuro. Credo che se fossi vissuto ai tempi della riforma sarei stato luterano. La riforma era una cosa giusta da fare, allora. E forse pure oggi. A quel tempo c’era il mercato delle indulgenze. Oggi si chiamano in modo diverso ma a me sembra che sia la stessa cosa.

Sono cristiano. Talvolta però ho difficoltà ad accettare razionalmente questa cosa. Il cervello mi impone pensieri obbligati che mi fanno male e la deriva atea mi ha spesso attratto in maniera irresistibile. La ragione mi imporrebbe di non credere. La stessa ragione mi impone però di non pensare che qualcosa che io non capisco, perchè sono limitato, non possa davvero esistere.

Insomma un casino.

La chiesa, anzi la Chiesa, non aiuta quelli come me. Anzi. Se può li osteggia e li invita a togliere il disturbo. Come avveniva in URSS ai tempi del comunismo. I dissidenti fuori dalle palle. All’estero. Perchè, se restano, fanno più danni. Minano la struttura che poi è tutto. E a volte, molte volte, ho pensato ma si, vaffanculo, me ne vado. Però sono ancora qua. E le mie figlie le mando a catechismo sapendo che solo per questo sarò costretto a spiegare a loro, tra un po’, cose che non sono chiare nemmeno a me. Stamattina mi sono chiesto perché mi comporto a questo modo. Che cosa davvero mi spinge a non chiudere la porta dietro di me.

E mi è tornato alla mente Padre Piccoli.

Padre Piccoli fu per meno di un anno il nostro insegnante di filosofia. Non so come ottenne quella cattedra. Non era nemmeno particolarmente bravo. Per molto tempo lo prendevamo in giro perché sembrava fuori dal contesto del liceo che frequentavamo. Le sue lezioni erano a dir poco basiche e non dava voti. O meglio, se mostravi interesse ti premiava con votoni se invece no, ti prendevi un sei politico e via.  Motivo per cui, quasi tutti, non facevano un cazzo. Per questo suo modo di fare molti lo criticavano. I genitori di vecchio stampo su tutti, ma anche professori che avevano un’altra concezione del mondo e spinsero tanto per cacciarlo che alla fine ce la fecero. Prima che ciò avvenisse però, capitò una cosa che mi fece cambiare idea su di lui. E che ancora oggi ricordo. Umberto, un mio compagno di classe, al quale volevamo tutti bene, aveva combinato davvero un grosso guaio: aveva messo incinta una compagna di classe. Aveva quindici anni e la scuola, dando il meglio di sè aveva deciso di espellerlo. Umberto si stava un po’ perdendo a quell’epoca. E ricordo che Padre Piccoli si mise di traverso. Fece capire ai suoi colleghi che avevano dei doveri nei suoi confronti. E combattè così gagliardamente che fece ritirare quella sentenza e fece riammettere il mio compagno di classe. E se oggi Umberto è un bravissimo insegnante di sostegno, lo deve, secondo me, principalmente a lui.

Quando in un colloquio  fu chiesto a Padre Piccoli perché  contro ogni regola del tempo, avesse deciso di applicare il sei politico lui rispose: “Saranno giudicati  per tutto il resto della loro vita. Non sarò io uno dei primi a farlo”.

E’ arrivato l’arrotino

Sono dichiaratamente un romantico andato a male. Ho un debole per gli sfigati e i perdenti in generale e per tutti quelli che non capiscono che il loro tempo è finito. Non farei guerre di religione, nessuna crociata nemmeno per le tasse e il magna magna che fa parte della nostra cultura e che proprio non sopporto. Ho smesso di firmare per referendum, non voto da decenni che mi faccio quasi schifo da solo, mi annoiano le trasmissioni di approfondimento culturale di massa e oramai leggo solo giornali online. Sono diventato però un fervente attivista dei diritti politici e sociali degli sfigati. E combatto seguendo  la concezione americana. Mi spiego. In America chiunque lotti contro la pena di morte sa perfettamente che nella sua astrattezza è una guerra persa, ma caso per caso si può ancora vincere qualche battaglia. Nessuna organizzazione che si rispetti pensa cioè che sia realmente possibile che essa possa venire cancellata dai codici penali. Le battaglie che vengono svolte sono limitate a pochi casi conclamati in cui si cerca di sconfiggere il sistema inchiodandolo alle sue responsabilità. Allo stesso modo, io so che non è possibile vincere la guerra degli sfigati e dei perdenti contro il mondo dei furbetti del quartierino che oramai domina le nostre vite, però ogni tanto combatto per la salvezza di qualcuno di loro (compreso me stesso).

Ad esempio, quando sento arrivare, sempre più di rado purtroppo, la macchina con l’altoparlante sopra che segnala che sta passando l’arrotino, cascasse il mondo io scendo e gli porto ad affilare ogni cosa sia a portata di mano: coltelli ma anche forbici o qualsiasi altra cosa penso che possa essere usata. Lo faccio anche se non ne ho bisogno, solo perchè mi fanno una tenerezza tremenda. Pensano di vivere ancora negli anni sessanta e settanta. Per loro Cristo si è fermato a Eboli. Solo che non sanno che quando è successo, Gesù pare abbia chiesto agli apostoli “ma che cazzo di fine ha fatto l’autogrill?” Mi piace come mi sorridono quando gli chiedo i loro servizi, adoro la gioia che sprizza dai loro corpi quando si affannano nel darsi da fare per dimostrare che hanno ancora un valore e un ruolo sociale che intendono difendere. E mentre lo fanno mi parlano e mi raccontano le loro esistenze, stupendosi che a me piaccia ascoltarli. Sfoggiano vocabolari spesso terroni, ma a seguito di numerosi incroci che hanno subito non disdegnano dialetti dell’Alta e della bassa Padana. Quando se ne vanno, felici di essere ancora produttivi, mi fanno sentire un uomo migliore. Sento di aver fatto qualcosa di buono.

Allo stesso modo ho deciso da qualche giorno di combattere per i diritti sociali di un’altra vittima del sistema. L’ausiliaria del traffico di fronte alla scuola delle mie figlie. La signora, attempata ma sempre dinamica, è sempre stata un pilastro della comunità. Tutte le volte che c’è l’entrata e l’uscita degli studenti lei si mette paletta in mano a fermare le macchine e far passare il via vai della gente. Con piglio e determinazione. Con il freddo e con la neve. Sempre. Piove? Diluvia? non importa, lei è là. Stolida e garrula.  “Altolà” urla quando può alle macchine, ma anche ai passanti. “Mi costringe a chiamare la Polizia” a qualcuno che se ne frega di lei, “Qua le vittime siamo noi” è il pezzo forte del suo repertorio, quando qualcuno le urla dal finestrino di andarsene affanculo. Ho deciso di combattere per lei, perché il Comune ha commesso un’imperdonabile leggerezza. L’assessore alla viabilità  ha offeso la sua sensibilità e ha causato un danno difficilmente riparabile nella sua testolina delicata. Da quest’anno davanti all’edificio scolastico funziona, infatti, un semaforo. Dramma. Da quando è ricominciata la scuola, la rutilante ausiliaria del traffico è là che continua a venire, ma non sa più che fare. Nessuno le ha comunicato che non deve più presentarsi o, se è successo lei deve aver pensato a uno scherzo e quindi all’appello con  la stessa diligenza di sempre risponde presente. Purtroppo non le è più possibile sfoggiare la paletta o dare dritte o bloccare il traffico se doveva passar qualcuno che le stava più simpatico di altri. Allora, vero genio,  ha deciso che il suo nuovo ruolo sarà  quello di pigiare il tasto di avviso che in teoria (molto in teoria) deve far tornare velocemente di nuovo verde il semaforo per i pedoni. Se ne sta là a premere quel tasto in continuazione non avendo capito che basta toccarlo una volta e continua a smanettare con la faccia triste e sconsolata, spernacchiata da tutti che se ne fregano di lei e che adesso, se possono, passano quando vedono che c’è la possibilità . Lei  gli urla sommessamente che non devono comportarsi così. Si lamenta che non ci si comporta a questo modo e che non è giusto. Io ho allora deciso che, anche se non c’è nessuna macchina che passa, attenderò il verde e accetterò che sia lei a dirmi quando posso iniziare ad attraversare la strada. Capita così che decine e decine di persone passino avanti e indietro e io me ne stia là da solo con lei che continua a premere furiosamente il tasto. Non ci guardiamo nemmeno in faccia. Una scena surreale, io e lei accanto guardando l’orizzonte, con un mondo che sfreccia avanti e indietro fregandosene di noi, poi ad un certo punto lei mi dice “Può andare” e io vado.

Forse non lo sapete ma pure questo è amore.

Lezione di Rimorchio numero uno

Questo post (articolo – meglio – lectio legis) era stata scritta su espressa richiesta di Albert 1. e doveva essere inserita nel famoso (e bel) blog 2010: Fuga da Polis, dove mi aveva invitato a partecipare come autore. Il blog si è ribellato e non mi vuole (giustamente) tra i suoi  scrittori e quindi sono costretto a postarlo qua, perchè si sa, del maiale non si butta via niente.

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Il post pilota del mio arrivo in questo luogo ameno, il famoso numero zero, non poteva che essere una porcata.

E quindi provvederò a regalare al mondo il peggio di me con la prima lezione sul Rimorchio di donne.

Comincerò la mia inutile lezione con il sottolineare una cosa che ritengo fondamentale. Occorre saper distinguere tra una donna già conosciuta e una che invece è stata avvistata in qualche ambito e che ci ha fatto salire il testosterone.

La conosciuta in genere si abbindola peggio perché in grado di reperire più informazioni su di te e quindi occorre molta cautela nel raccontare merdate che invece possono essere elargite a piene mani con le disgraziate che ancora non conoscono la tecnica dello sparare cazzate a raffica. Occorre naturalmente avere stile nel farlo ed è caldamente consigliato anche di essere dell’umore giusto perchè non c’è cosa peggiore che essere costretti a mentire quando si sta pensando a tutt’altro e si può correre il pericolo di dire cose che poi si possono scordare dando luogo pericolosi litigi in fase di post vendita, insomma in quella di manutenzione del rapporto. In altre parole mantenere alta la concentrazione.

Lo studio della preda è una pietra miliare della tecnica del Rimorchio selvaggio.

Il professionista non improvvisa e, se lo fate, sappiate che state buttando via energia preziose quando invece con un po’ di attenzione potreste essere molto più efficaci ed efficienti.

Per quanto sia difficile riuscire a definire l’ampio spettro di possibilità che potete trovarvi di fronte io direi che le vittime del vostro ambizioso piano di conquista possono essere all’incirca inquadrate in queste otto categorie:

1) Porcona

2) Sognatrice

3) Intellettualoide e nervosetta

4) Paranoide complessata

5) Maschiaccio

6) Donna decisamente intelligente o decisamente demente

7) Complessata

8) Buona e cogliona

Ovviamente è possibile anche trovarne di altre ma è con questa tipologia che di universo femminile che il professionista del Rimorchio si trova a confrontarsi.

Poichè il tempo è tiranno e in questo prima lezione non posso spiegare dettagliatamente ogni tecnica da usare con ognuno del sopra citati gruppi sociali. Mi permetto, per rendervi subito operativi e far fruttare in pieno questa lettura, di consigliare un approccio generico che se usato con attenzione può risultare efficace con ognuna delle donne di cui abbiamo parlato.

Lo chiameremo “assalto dinamico ma fluido”.

La regola aurea consiste nel far parlare molto la preda. Non esiste donna che non ami raccontare ogni cosa di se. Qualsiasi puttanata le sia capitata da quando ha cominciato a pensare fino a ciò che le è successo la mattina dell’incontro. Difficile che una donna non sia una logorroica che non riesce a fermarsi anche se volesse. Durante il suo monologo assecondatela su ciò che dice anche con la mimica facciale e se pensate ai cazzi vostri fate in modo che lei non se ne accorga.  Date importanza ai punti più dementi di quello che racconta perchè credetemi, sono proprio quelli a cui lei tiene di più. Siate cauti e interessati senza esagerare. E ora la parte più difficile: Fatele credere che quello che vi dice vi interessi davvero!!! Ogni tanto cercate di smontarla, così per farle capire che avete ascoltato. Non vi preoccupate di cosa dite tanto lei non ascolta mica. Voi ditele soltanto all’improvviso: “su questa cosa non sono poi tanto d’accordo. Forse ci sono altri punti di vista” E senza rendervene lei conto lei vi farà la lista della spesa degli altri 989 punti di vista possibili spiegandovi (mentre voi state pensando a come risuolarla dopo) il perchè il suo è l’unico che funzioni.

Quando arriverà a parlare dei suoi problemi è il segno. Ti sta dando il messaggio segreto. Ti sta chiedendo il piacere di fotterla e tu devi assolutamente affondare il colpo.

E se non capisci il messaggio se sei indeciso o ti vengono scrupoli di coscienza rassegnati a restare irrimediabilmente un segaiolo a vita.