Le donne lo sanno, le donne l’han sempre saputo…

Marchino è sempre stato un sostenitore del fatto che non tutti gli uomini andassero a troie solo per via del costo:

“Quando abbasseranno il prezzo a otto o nove euro lo vedrai. ”  era il suo cavallo di battaglia.

Poi, un giorno, è arrivato l’amore e l’ha fregato. Che a dirlo così è pure un eufemismo, perchè qualcuno descriverebbe la sua catarsi in modo diverso. Vederlo trasformare da puttaniere incallito a uomo-zerbino è stato un attimo. Certe donne conoscono l’arte di fottere la mente e la dignità dei bipedi di sesso maschile così bene che ti viene da pensare che l’industria del porno andrebbe considerata anche in senso clinico-riabilitativo.  Dopo averlo ridotto ad ammasso di caccole l’ha gettato via con un movimento veloce dell’indice e del pollice e lui l’ha pure ringraziata. Non averlo attaccato di nascosto sotto la poltrona di casa di sua madre pare fosse un grosso benefit. Quando si dice essere umiliati.

Dalla disperazione in cui è caduto non riesce più ad andare nemmeno a puttane. Finisce per parlarci e basta, quelle si scocciano e lo minacciano se non tira fuori il denaro e, quando capita, si attacca al telefono con me e per ore mi dice che non ci sono più le troie di una volta e che per Natale prenderà un albero. Con l’auto.  Continuando a seguire la sua ex di nascosto, mentre la zoccola va a fare la spesa, l’ha scoperta, infatti, a pomiciare con il suo nuovo tamarro e questa cosa l’ha distrutto perchè è convinto che se la facesse quel truzzo anche prima di mollarlo. Che poi è pure vero anche se nessuno glielo dice chiaro e tondo per carità di patria.

Stamattina così non mi andava di lasciarlo solo e l’ho accompagnato a Mediaworld a comprare un cellulare nuovo. Lo shopping compulsivo di boiate di cui si può fare a meno è un ottimo modo per scatenare endorfine utili come la morfina ad anestetizzare l’anima. Almeno per un po’. Uscendo, passiamo accanto a una coppia mostruosa, lui con i capelli lunghi ma diradati, una vocina soffocata, le braccia lunghe e le gambe corte, lei piriforme, il viso a sobbalzi. Sembravano felici progettando qualcosa davanti alla finta edera che circonda il parcheggio. Si vedevano in prospettiva futura. Non so leggere dentro la mente delle persone, ma sono certo di aver capito che Marchino si fosse convinto che quei due non si vedessero veramente. Errore tipico di chi dà per scontate le cose e non si mette in discussione ogni giorno:

«Dovete rischiare qualcosa » ha detto all’uomo che lo guardava impaurito « insieme ce la potete davvero fare» Il tizio ha compreso che il mio amico è solo un innocuo cialtrone e i suoi occhi si sono velati di pietà, mentre Marchino continuava a dare il meglio di sè «No, No, davvero, dovete camminare mano nella mano, ma è necessario che continuiate anche a guardarvi e sorridervi e a capire che siete ancora saldamente uno accanto all’altro. Altrimenti finisce che, tra dieci anni, vi ritrovate su due lati della strada diversi e non riuscirete a capirne il perché. E così vi lascerete e poi starete male. Tutti e due»

La signora, che deve essere una che, sicuramente, fa danza classica, perché non ha capito un cazzo di quel che il mio amico gli aveva appena detto, gli ha sorriso e ha detto al mostro che la accompagnava di dargli un euro.

Pure micragnosi, ‘sti stronzi.

 

Consustanzialità

E’ uno strano fenomeno quello di parlare e bere. Parli, parli, parli, bevi, bevi, bevi e svanisce tutto in aria, aria fritta e la memoria conserva solo una traccia della corrente sottomarina che serpeggia inosservata sotto tutti gli scambi sociali e che evolve durante queste conversazioni febbricitanti, confessionali, appassionate, sincere, sconnesse, quasi inconsce. Riuscire a non chiedere a un medico di lobotomizzarti, mentre pensieri insopportabili si scatenano dentro di te, per poi restare a contemplare le rovine dentro la mente sperando di capire quello che è successo e magari trovarci un senso, è ciò che invidio di più nelle persone.  Eppure, pur lottando da anni contro le stesse domande e ossessioni trovo sempre  le medesime monotone e inutili risposte senza aver riscontrato un  progresso. Un criceto in una ruota.

Anche i desideri sono cambiati mica tanto. Stamattina, ad esempio,  ho un intenso desiderio di sbudellare un po’ di persone che dico io e di palpeggiare la cassiera della Total Erg che mi ha guardato con occhi da troia e di sfondare il didietro delle macchine lente con tanta violenza da farle saltare in aria. In realtà potrei anche rinunciare a esaudirli se trovassi quello che cerco da sempre: “Consustanzialità”. Non tanto con Dio quanto con altri esseri umani. Uguaglianza nella sostanza. Essere di una sola e medesima natura. Ricerca questa che mi ha sempre fatto solo gustare il sapore della malinconia, inseparabile compagna di viaggio. Eppure in me cova il fuoco perverso della muta ribellione alla vita e annaspo sorridendo sorrisi che non sento miei. Vorrei solo sedermi e aspettare che l’erba cresca e godere del silenzio che annuncia il temporale. Esplosioni di rosso per il fuoco della rabbia su un velo di tulle per la nebbia dell’indifferenza che confina ogni cosa nell’oblio dell’abitudine di vivere. Sto ancora cercando  di ritrovare i miei sogni, che non ricordo nemmeno quando ho perso, ma ho fame di beni primari.

Quasi quasi vado a vivere in campagna

Una storia vera – (Season Finale)

Lei è una donna potente. Molto potente. Una di quelle che se ci fai a botte ne buschi tante, ma tante. E’ una abituata a prendersi tutto ciò che le fa gola. Lavora per una grande multinazionale. Ne è l’amministratore delegato Europa. Il suo ingaggio è, più o meno, una decina di milioni di euro. Arrotondato per difetto. Parla sei lingue tra cui il russo e il giapponese ed è capace, se proprio deve, di mangiarti a colazione e cagarti prima di pranzo.  Soprattutto non è un cesso.

Lui è un balordo. Mezzo spiantato. Ha balzane velleità artistiche e i piedi nelle sabbie mobili. Le sue mani, anziché cercare un ramo a cui attaccarsi, passano il tempo a pettinarsi, convinte, proprio come lo erano gli spartani di Leonida alle Termopili, che occorre presentarsi in ordine nell’Ade. E’  pieno di assurdi codici di onore e untuose etiche bislacche che conosce solo lui. E i Lacedemoni. Parla lingue che non hanno traduttori ufficiali e quando mangia qualcosa di indigesto non riesce proprio a mandarlo giù. E gli rimane lì. Per giorni. Provocandogli alterazioni nel modo in cui percepisce la vita. Soprattutto non è un gran fico.

Lei cerca qualcosa. Lui l’ha perso, quel qualcosa.

Lei lo chiama. Dice che sa tutto di lui e della sua “arte.” E vorrebbe fargli fare il salto fuori dal mondo dei sommersi. Lui non ci crede manco un po’ ma è curioso di capire meglio.

Lei scende da Milano, una domenica apposta, per parlare di questo. Lui le va incontro.

Parla solo lei. Tanto. Dice che di lui sa tutto e che vuole, per par condicio, che lui sappia di lei. Fa mostra di muscoli, promettendo bonifico di due milioni a una fondazione che combatte una malattia dal nome strano e che la chiama proprio mentre stanno pranzando. Dice che sono l’ultimo suo super bonus e che non sa come spenderli in modo migliore. Le facevano la corte da un po’  e l’aver parlato con lui l’aveva spinta a fare l’ultimo passo. Lui la guarda e non dice niente, ma pensa che è la dimostrazione finale della propria inezia. Poteva parlar meglio. Perché con solo la metà di quell’assegno avrebbe salvato un sacco di posti di lavoro di gente che lavora pensando che lui possa risolvere problemi che invece sembrano insormontabili.

Lei dice di essere molto ammirata dall’arte di lui e che la cosa l’ha spinta fin là. Lui le dice che è ammirato dalla capacità di lei di essere  un  Tirannosauro Rex di classe. Si può essere dominatrici in tanti modi. Il suo non è il peggiore che ha visto.

Lei alla fine gli fa la sua proposta.

Indecente.

Ma non troppo.

Solo un po’.

Quel po’ di troppo.

Lui sorride e le dice no, grazie.

Ha i suoi codici che conoscono solo gli Achei del Peloponneso e, certe cose, per loro non sono in vendita. Con questo scudo o su questo scudo, perDiana o per Marte non importa.

Si salutano amichevolmente. Lei non si scompone di un centimetro, sa bene di poter soddisfare la sua fame in migliaia di altri modi più proficui. Lui sa solo che vorrebbe raccontare ciò che è successo a quel qualcosa che ha perso, o che forse, meglio, non ha mai davvero avuto, ma che in ogni caso è sempre nel suo cuore.

Poi si collega a internet e legge post e commenti e pensa che c’è un motivo per cui gli Spartani non esistono più.

Che c’è un motivo per cui niente è rimasto della loro città e della loro cultura.

E quindi che sia, che arrivi Alarico e costruisca Mistra

Ma questo, lo stesso, è per te,

cara qualcosa

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That’s all Folks

It has been nice to play with all of you…

Il tempo di morire

A un automobilista ubriaco non importa proprio niente se hai smesso di drogarti da cinque anni e finalmente stai di nuovo bene e hai incontrato la persona giusta e la ami in modo folle. Men che meno al camionista assonnato o al tizio che sta mandando sms dal cellulare mentre viaggia a 100 km/h in città e che non ha la minima idea che forse tra due mesi ti nascerà  un figlio. Se ne fottono del fatto  che magari era tutta la vita che scrivevi o che dipingevi o che facevi fotografie e che, proprio quella settimana, avresti firmato il contratto che ti avrebbe cambiato l’esistenza.  Già, perchè per quanto ci affanniamo a convincerci del contrario, siamo tutti parte del grande gioco del destino. Ogni patetico sforzo che facciamo e gli esorcismi che pratichiamo credendo possano davvero funzionare, non servono a niente.

Cosi, quando stamattina ti ho visto disteso per terra all’incrocio sulla “Pesciatina” con un telo bianco che ti copriva è a questo che ho pensato. Al fatto cioè che danziamo tutti i giorni con l’inevitabile, ubriacandoci di vita solo per cercare di sopravvivere alle nostre paure. Ti ho riconosciuto dagli scarponcini di pelle nera con bordo di velluto marrone che tanto mi piacevano. Impertinenti, di restare nascosti proprio non avevano alcuna voglia.  Facevano capolino, da sotto, urlando a tutti: Ehi signori, guardateci. Non lasciate che mandino anche noi al macero come questo povero Cristo che ci ha comprato e che finirà sotto terra. Poi, poco più in là, ho visto il tuo inconfondibile scooterone da tamarro mezzo distrutto, in mezzo a un lago di sangue. Aveva ancora l’adesivo con la foto di Neil Young davanti. Ricordo bene  di averti detto che ne avevo uno identico sulla mia ET3 da ragazzo. Eppure, ti prego di perdonarmi, non riesco a rammentare il tuo nome. So solo che ti chiamavamo “puntura” perché facevi l’infermiere. Questo maledetto vizio dei soprannomi. Il tuo volto si, però. Quello non lo scordo.  Abbiamo bevuto assieme molte volte. Stavi con una ragazza dalla faccia tutta storta che veniva fuori da una famiglia come tante e che ha una canina di piccola taglia che ha chiamato Tiffany. E io ho sempre pensato come cazzo si facesse a chiamare un cane così: Tiffany. Non te l’ho mai detto, ma ho immaginato i vostri figli con nomi altrettanto assurdi, che so, Jacob o Matthew. L’ho fatto perche la tua donna sembrava molto presa da te. E chissà, forse già vivevate assieme e io non lo sapevo. Sono però  certo che ancora lei non sa che cosa ti è successo. Non ha ancora idea che tutti i vostri piani sono andati all’aria. Magari sta lavorando in ufficio e proprio in questo momento sta dicendo alla collega che stasera avete prenotato all American Dinner a Pontedera e che dopo farete sesso selvaggio nel letto Ikea comprato solo da una settimana. E starà ridendo di gusto alla sola idea che si possa essere felici anche di lunedì mattina. Invece tu sei qua, sotto quel cazzo di telo bianco, con la polizia che mi urla di andarmene. Per loro sono soltanto uno dei “soliti curiosi” e non capiscono che non ho alcuna voglia di lasciarti solo in attesa del medico legale per le foto di rito mentre tutti quelli che ti amano non hanno idea che la tua anima e’ già di fronte a Dio. Oppure dispersa tra tutte le altre che cercano di reincarnarsi.  Ti immagino in mezzo a un casino tremendo di gente che vaga senza sapere dove andare per chiedere di tornare quaggiù. Mi viene da pensare che ti re- incarneresti in qualsiasi cosa per poter dire alla tua donna le cose che ancora non le hai detto.  Anche solo addio. Giuro che se sapessi come trovarla ci andrei io personalmente e non lascerei che venisse a sapere cosa ti e’ capitato da estranei che con professionalità faranno il loro sporco lavoro. Il compitìno per cui sono pagati.

Avresti potuto morire a causa di un terremoto o per un cancro, per un infarto fulminante, oppure molto più semplicemente di vecchiaia. Invece sei crepato in una giornata di merda in mezzo a un incrocio  perché un bastardo non si è fermato allo stop. Chissà’ che cosa stavi pensando in quel momento. Forse al fatto che gli hamburger dell ‘American Diner sono buoni ma anche pesanti. Impegnativi per la digestione. Se ricordo bene, era quello che più ti angustiava. Non riuscire a digerire. Una volta brindammo a  tuo padre morto dopo una gran mangiata con gli amici che gli provocò una congestione.  Ti faceva paura morire a quel modo. Chissà se hai avuto il tempo di averne morendo invece così. Ti mancava il tuo vecchio dicesti. Mi chiedo se è’ venuto a prenderti come dicono che succeda tutti quelli che credono che esista un dopo  Mi piace pensare che ti abbia preso la mano per portarti in mezzo ai tuoi avi anche se invece è più probabile che non ci sia davvero niente e io stia scrivendo queste cose per qualcuno che è stato ma non sarà mai più.

Ho solo voglia di sputare.

Una gran voglia di sputare fuori la rabbia.

Gli incidenti capitano. Le persone che amiamo muoiono. Niente di ciò che ci è’ caro dura per sempre.

E io ho bisogno di accettare e accogliere questa realtà .

D come Domodossola

Gennaro mi ha confidato che è convinto che ogni volta che qualche sconosciuto per strada gli sorride e senza apparente motivo gli fa un cenno di saluto, stia in realtà pensando : “Ma guarda che stronzo”. Dice che succede anche lui e questa è, quindi, la riprova che lo fanno tutti. E’ un vero fenomeno. Ha un cervello diviso nettamente in tre parti. Una prima area logo occipitale, molto compulsiva che vorrebbe portarsi a letto qualunque donna incontri e poi altre due aree, lobo parietale e temporale, molto più ragionevoli che vorrebbero, invece, fare la stessa cosa. C’ha proprio la fissa, una volta, per capirsi, regalò al bar che frequentiamo, un Babbo Natale assurdo che, se pigiavi un bottone, si inculava la prima renna della muta e, al culto di Padre Pio da Pietralcina, preferisce quello di Fraccazzo da Velletri, il frate della statuina che se gli premi la testa, da sotto il saio gli spunta fuori una fava enorme. Fuma come un turco le Camel light e segue alla lettera il più noto comandamento di Dio: ama il calcio come il prossimo tuo, al punto tale che non trova patetiche neanche le partite tra la nazionale cantanti e i commentatori di Sky.

Ieri è venuto a casa mia. Era tristissimo. Dice che ha le prove che la moglie lo tradisce e così voleva parlare con un amico. In realtà s’è rotto quasi subito di farlo e mi ha obbligato a guardare con lui un film horror, che gli piacciono tanto perché dice che lo rilassano, facendosi fuori, praticamente da solo, una costosa bottiglia di Sambuca Molinari che mi ero comprato solo qualche giorno fa e che contavo di far arrivare almeno a Natale. A un certo punto dal nauseabondo scannarsi tra esseri mostruosi è uscita una zombie che faceva veramente schifo e lui mi fa: “Ma come me la tromberei a questa…”  Peccato che in quel momento è entrata mia figlia piccola, una creatura innocente, che ancora non sa che pena e tristezza sono gli uomini come suo padre e l’amico in crisi e ha chiesto timidamente: “Che vuol dire trombare babbo?” L’idiota non si scompone, mi sorride e mi ammicca “Dai, dai, che prima o poi ti tocca, meglio subito. Fortifica, non la vorrai mica far diventar suora no?” Mi sono ritrovato così come un fesso, una domenica pomeriggio del cazzo, a pensare che avrei voluto essere da tutt’altra parte e pur di evitare tale strazio mi sarei sottoposto pure alla tortura di sentire otto ore di fila Radio Radicale senza possibilità di cambiare canale. Decido di fare lo gnorri, sperando nella provvidenza divina. La zombie di prima, quella del film, nel frattempo, decide che vuole avere un rapporto sessuale con un altro morto vivente che però, giustamente, la schifa e Gennaro non trova di meglio da dirgli: “Ma sei proprio Ricchione“.  La bimba che era  rimasta in attesa delle mie spiegazioni di prima gli chiede così “Ma che vuol dire recchione? che c’ha la malattia infettiva?” Decido che basta: “Gennà, porza zozza andiamo fuori a bere ma smettila per favore”. Lui si adombra, poi all’improvviso si mette a piangere. Così dal niente. “Io la amo Masty io la amo, giuro davanti a Dio che se lascia lo stronzo e torna solo con me,  comincio a fumare sigarette elettroniche, a farmi  le seghe e a bere solo caffè decaffeinati” La simpatia per lui svanisce non appena mia figlia mi incalza “Ma che vuol dire “farsi le seghe”? Non faccio in tempo a rispondere che lui cattivo si riprende e le dice: “Eh sta un po’ bonina per favore che poi ti faccio i compiti cosi almeno una volta prendi dieci”. Comprendo che ha ampi margini di peggioramento, mi viene in mente di essere come il pugile di quella vecchia battuta di Beppe Viola  che all’angolo chiedeva al suo allenatore come stava andando sentendosi rispondere “Se lo ammazzi fai pari” e quindi di imperio mi alzo e lo trascino fuori. Prima di uscire urla con voce impastata da mezzo ubriaco “Almeno il Berlusca quando l’ha mollato Veronica poteva scegliere tra mille donne, pure quella Rudy.,.”

 Mia figlia allora tira fuori una cultura che non le riconoscevo e che mi ha spaventato: 

“Ti sbagli, questa la so: si chiama Ruby non Rudy”

No.

Davvero.

Io mi arrendo.

 

Sesso e mondiali di ciclismo 2013

La prima volta che ho fatto sesso e’ stato un secolo fa. Anzi, per dirla meglio, tecnicamente è passato pure un millennio. Non ho ricordi speciali di quell’esperienza. Ho rimosso un po’ tutto. Lei era la classica nave scuola e feci la canonica figura di merda standard. Come da regolamento. Insomma niente di che. L unica cosa che rammento bene e il fastidio che mi dava il freno a mano della Fiat 128 di mio padre che, a causa della mia imperizia mi premeva su un fianco causandomi un fastidio micidiale, anche se, pensandoci adesso, forse e’ stato grazie ad esso che sono riuscito a ritardare di qualche decimo di secondo la fine dell’amplesso. Ho evitato almeno che una chiara sconfitta, diventasse una disfatta in stile Waterloo.

Negli anni a seguire ho perfezionato di molto la mia tecnica. La cosa che oggi  mi riesce far meglio e di cui mi glorio sempre nelle serate da ciucchi con gli amici, quelle in cui ognuno tira fuori il suo pezzo migliore, è che so come portare avanti la conversazione dopo che “l’evento” si è’ concluso. Il divertente e’ che nessuno ci crede.  Pensano che li stia prendendo per il culo. Dicono che è’ impossibile. Nessuno, di coloro che frequento, tra le cui fila, va detto per onestà intellettuale, non è iscritto alcun “irreprensibile padre di famiglia“, può davvero sconfiggere la “tristitia post coitum” e annientare quel desiderio di scappar via che assale il maschio predatore  in fase digestiva. Per tutti loro il T-rex, magna di gusto e poi scappa a rintanarsi per fare il chimo e il chilo. O come diavolo si chiamano.  Nessuno può farci niente.

Beh, io si.

Il più grande sostenitore che io la spari grossa è Luigi S., il mio avvocato. Conosco Gigi da anni. E’ stato avvocato di una mia ex dipendente che mi ha mosso causa inventandosi cose fantasiose al solo fine di rubacchiare qualche soldo extra. La zoccola sosteneva di aver lavorato più ore di quanto era stata poi pagata. Cosa del tutto falsa ma, poiché in questo Paese i giudici del lavoro in genere non stanno a perdere troppo tempo per cause di basso profilo, andando giù con la roncola regalando sempre la ragione al lavoratore,  Gigi mi obbligò ad una transazione extra-giudiziale. Da persona furba e disincantata sapeva bene che ogni imprenditore che si rispetti non fa mai battaglie di principio, tentando invece di limitare il più possibile i danni potenziali. Durante la negoziazione che scaturì ci annusammo e ci riconoscemmo. Un po’ come fanno gli animali. Eravamo parte della stessa maledetta genia di essere umano: “l’uomo ossimoro”. I bipedi che rientrano in questa sottoclasse dei sapiens-sapiens, hanno una precisa caratteristica: sono, allo stesso tempo, tutti d’un pezzo e pieni di contraddizioni. Quella volta persi dei soldi, ma guadagnai un amico. Quando firmammo di fronte alla direzione provinciale del lavoro il tombale di chiusura rapporto, salutò freddamente la sua cliente e mi invitò subito al bar a bere. Mi disse: “Cazzo, amico, mi spiace averti derubato. Ma era lavoro lo capisci no?”

La cosa che mi fa impazzire di Gigi è che, nonostante sia bello come un attore, adora cacciarsi in situazioni assurde con persone improbabili. Potrebbe entrare in qualsiasi bar schioccare le dita e portarsi a letto chiunque desideri e invece preferisce spendere soldi sulle chat line a pagamento dove, però, spesso gioca anche a fare la donna per far eccitare il maiale dalla parte opposta, che non sa che si sta facendo una sega parlando con un uomo. Senza contare che è pure il re del “sex over the phone”.  Nelle serate super alcoliche, quelle in cui ti viene voglia di vomitare e che non capisci che cazzo stai davvero facendo, dato che ti sembra di vivere in un film, ci ha pure fornito anche dimostrazioni porcarecce di tale abilità.  Poi, il giorno dopo, lo si può trovare bello lindo in Tribunale a discutere, con cognizione di causa, di come l’ultima sentenza della corte di cassazione rimetta in discussione il principio di legittimità costituzionale di un qualsivoglia diritto. Stamattina avevo bisogno proprio dei suoi consigli. Una cosa che non poteva aspettare e così l’ho chiamato. Ho sentito un rumore di fondo assurdo e lui che mi diceva che mi avrebbe richiamato. Ho insistito. Era troppo importante. Tuttavia non capivo che cosa stesse dicendo e così mi ha detto che se proprio era indispensabile avrei potuto raggiungerlo, in città, in un palazzo di gran pregio, da una sua cliente.  E così ho fatto, smoccolando come pochi tra i lavori in corso che fervono alacremente per permettere che i mondiali di ciclismo possano partire. Eh si, perchè sabato prossimo ci sarà la cerimonia di apertura proprio qua a Lucca. I mondiali di ciclismo. Quelli veri. Quelli che di solito si vedono in televisione trepidando per i campioni vestiti di azzurro,  che le volte che  prendono bombe migliori degli altri vincono pure. Una cosa ganza ah? Piu o meno. L unica cosa davvero fica  e’ che finora il tutto ha provocato solo esilaranti reazioni a catena. Potrei parlarne per ore, ma mi limiterò a sottolineare la genialità di ri-asfaltare per bene SOLO la strade dove verrà svolta la corsa più importante, lasciando TUTTE le altre  con buche e piene di dissesti che, se non ci stai attento finisci per spaccare ogni cosa.

Quando sono arrivato a destinazione mi è venuta ad aprire la padrona di casa, una vecchia matrona, che con fare ottocentesco mi ha accolto con un sorriso di circostanza, cosa che mi ha permesso di ammirare in tutto il suo splendore la sua dentiera appena rifatta con denti troppo bianchi per essere veri. Qualcosa di lei mi ricordava Katia Ricciarelli, solo un po’ più vecchia. Mi ha fatto strada e ho raggiunto la grande hall della casa dove, assieme al mio amico Gigi ho trovato un gran casino. Un nugolo di persone intente a lavorare. Operai che martellavano, elettricisti che saldavano, meccanici che lavoravano su impianti luce appesi un po’ ovunque con grosse cineprese che scivolavano con panoramiche e zoommate verso aree ancora vuote. La vecchia megera mi dice allora piano:

“Ho affittato il palazzo per una serie di spot televisivi e per un’area interviste per i mondiali”.

Guardo meglio e vedo persone che avrei giurato  fossero regista e sceneggiatori che si insultavano sulle scadenze, sforamenti del budget e via discorrendo. Alcuni operai hanno poi chiesto alcune cose tecniche alla proprietaria che ci ha lasciato per accompagnarli nel luogo dove sono tutti gli impianti della casa. Rimasto solo con Gigi, senza pensare e senza dare alcun valore alle parole, gli ho detto:

“Di’ la verità, ti scopi la vecchia babbiona eh?”

L’ho fatto nel modo in cui avrei potuto dire qualsiasi altra cosa. Che so. “Buongiorno” oppure “Hai visto come c’hanno rubato la partita ieri?”. Insomma solo un mero cik-ciak cameratesco per aprire la discussione.  Lui impallidisce e mi dice:

“Ssshhhhh, zitto, ma sei scemo?”

Per un attimo penso che si sia offeso e mi maledico per non essere stato attento a non ferire i suoi sentimenti. Poi aggiunge:

“Come hai fatto a capirlo?”

Se non stessi vivendo una situazione drammatica che, tra le tante cose, mi ha procurato una paresi facciale che mi impedisce di ridere, mi sarei buttato per terra a grattarmi la pancia e a sbellicarmi dalle risate. Lui allora tenta improbabili spiegazioni:

“Guarda non si può nemmeno raccontare. E’ una vera ninfomane. Una malata  Non mi è mai capitato prima, giuro.”

“Cazzo Gigi, sei te il malato”

“Si è vero, ma tu che puoi capì? tu da quanto non scopi come si deve eh?”

“Ah beh, invece  scopare con un ottuagenaria sarebbe scopare per bene?”

“Non ha ottant’anni, idiota…”

“Nel senso che festeggia il compleanno a dicembre?”

L’arrivo improvviso di una comitiva ha impedito il continuo del colloquio.  Si capiva dal codazzo di gente che lo seguiva a distanza che era arrivato il produttore o qualcosa di simile. Era uno di mezza età, ben vestito con a fianco una sventola che aveva una cascata di capelli biondi, cosce che sembravano partire dalla gola e tette abbronzate. Una, per capirsi, che al confronto una coniglietta di playboy è una femminista incazzata. Gigi mi dice che deve chiudere un contratto con il suo segretario personale e mi molla là in attesa e sparisce da qualche parte. Il Boss  mi passa accanto e non mi si fila di pezza. Ricambiato. Vedo tutti gli altri però che, non appena vengono avvicinati abbassano la testa in segno di rispetto. Le regole non scritte che valgono ovunque. La sensazione forte e’ che nessuno voglia incrociare il suo sguardo perché Dio non voglia quello volesse attaccar discorso, rischierebbe il posto in men che non si dica.  Il tipo in questione sembra la rappresentazione vivente della nota espressione “con il capo non si scherza”. Si fa avanti il regista e dalla sua espressione deduco che ha necessità di una conferma da parte del nuovo arrivato che invece duro gli dice:

“Tutto qui? “

“In che senso?”

“Insomma quanti marchi vedi là dietro?”

“Il regista scruta in lungo e in largo il tavolo e i pannelli già tappezzati con i loghi di alcuni marchi: “

“Cinque”

“Fantastico, sai contare. Ora dimmi quanti sponsor ufficiali abbiamo coinvolto?”

Il regista mormora piano: “Venti”

“Allora perché ne vedo solo cinque? “

“Non vedo dove altro potremmo mettere gli altri in questa fase. Poi nell’altra scenografia sono certo che…”

“Forse qui?” lo interrompe il Boss, indicando un punto in fondo sulla sinistra “Laggiù possiamo anche ficcarci una cazzo di macchina per caffè e un’auto. Te lo devo dire io, cazzone?”

“Eh che a me così potrebbe, come dire, sembrare un po’ volgare, ecco..”

“Volgare?”

“Beh, se tappezziamo di pubblicità ogni cosa qua dentro..appesantiamo il prodotto finale” ribatte il regista

“Appesantiamo il prodotto finale ? Ma porca di quella Troia ascoltami bene, non me ne fotte un cazzo se non si riesce a vedere nient altro che la merda che cerchiamo di rifilare alla gente se questo serve a far incassare anche solo un euro in più . Il tuo problema è che il pubblico potrebbe trovarlo volgare?”

“Si”

Il Boss non lo degna di risposta, si volta verso un altro assistente e gli chiede di dire a quelli della raccolta pubblicitaria di piazzare qualche telefonata e vedere chi fa l offerta migliore per i posti che lui aveva indicato. Poi aggiunge cattivo: “E manda anche una email del mio estratto conto al pubblico (detto in modo ridondante)  e vediamo quanto cazzo lo trova volgare. ” fa una pausa e aggiunge “Fallito di merda.”

E se ne va, seguito dalla “pasionaria” bionda, lasciando un silenzio irreale dietro di sè. Dopo un po’ ritornano Katia Ricciarelli seguita da Gigi. La vecchia mi sorride in modo strano. Vedo che l’avvocato dietro sghignazza qualcosa. Rimango impassibile. La soprano mi dice piano:

“Mi piacciono gli uomini mezzi pelati sai..”

Non mi infastidisce tanto il passaggio al “tu” quanto quell’affermazione sul fatto che la mia testa sia oramai quasi una piazza d’armi. Le faccio una smorfia. Lei allora aggiunge:

“Mi ha detto l’avvocato che mi trovi interessante. “

Guardo Gigi che si sta spanciando dietro di lei e capisco che cosa ha fatto il bastardo.

“Si in effetti è una donna di gran classe”

Lo ammetto, come so mentire io, nessuno mai.

“Dammi pure del tu e chiamami tigre. E pensa che con me non avrai neanche bisogno di portare avanti la conversazione….dopo…”

“Ah ecco… senti avvocato dobbiamo parlare…” dico allo scemo.

“Se vuoi prima ti faccio vedere la casa.” rilancia la tigre. Fulmino con gli occhi Gigi e le rispondo:

“Grazie, grazie mille signora, guardi, è come se avessi accettato. Adesso devo proprio andare.”

Ho preso e sono scappato via, seguito poco dopo dal mio amico che si è preso un bel po’ di randellate ma poi, come capita spesso di questi tempi, si è finiti a parlare al bar dei miei problemi. Prima di lasciarmi mi dà una pacca sulle spalle e mi dice: “Capisco tutti i tuoi casini sai? pensa che c’è un tizio che conosco che è diventato impotente a causa dei problemi di lavoro. Dice che è comunque una cosa temporanea.”

“Se non voglio scopare il puttanone non vuol dire che sia impotente, stronzo.”

“Le seghe, amico, non valgono, ricordalo”.

Ed è volato via sulla sua Torpedo Blu.

In effetti, pensandoci bene ha ragione lui.

La prima volta che ho fatto sesso è stato un secolo fa.

L’ultima? e chi se lo ricorda….

vecchi

www.discutibili.com

Sta partendo un piccolo/grande progetto.

Gente di grande qualità (a parte me) che vuol provare a fare qualcosa di diverso.

Con il cuore e senza pensare troppo alle conseguenze.

Abbiamo bisogno di sostegno.

Il che vuol dire di followers che ci incoraggino e che ci cazzino e ci bacchettino e che dicano, questo mi piace quest’altro no.

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Questi i miei ultimi contributi

 

Il sopravvissuto – Masticone 

 

Linda Wolf

Ci penserò su

Quando Adele mi ha chiamato per farmi gli auguri di compleanno ero rimasto sorpreso. Per quanto ci leghi una profonda conoscenza risalente oramai alla notte dei tempi, ci frequentiamo sempre meno. Adesso vive a Roma. Zitellona incallita e impenitente, per scelta adora circondarsi di almeno un paio di amanti che sceglie a turno, tra tutti coloro che godono nell’essere soggiogati da donne che sanno come trattare menti inferiori. Toy boys e nient’altro. Ogni tanto, per cambiare, si fa qualche sposato, ma, in genere, preferisce evitarli, non tanto per motivi etici quanto perché, dice lei, la gran parte di essi vivono sensi di colpa molto forti che le rovinano il piacere della storia.

Io e Adele, non abbiamo mai fatto sesso assieme, nè avuto alcuna storia. Era come se avessimo sempre saputo sin da ragazzi che, se ciò fosse successo, ci saremmo distrutti l’un l’altra.  Troppo cervellotici e allo stesso tempo decerebrati per non resistere al richiamo della foresta che impone la difesa del proprio territorio da essere potenzialmente minacciante. A onor del vero, se vogliamo essere onesti, lei ha sempre avuto qualcosa più di me. Un centinaio di grammi di cervello in più che erano sempre stati evidenti a entrambi. Più o meno la stessa differenza che passa tra un Freccia Rossa e un normale Intercity. Lei, insomma, è sempre arrivata prima di me e, spesso, pure in posti che mi sono vietati. Con grande classe non mi ha mai fatto pesare la sua natura. E’ quel tipo di donna alfa che ha rispetto di coloro che riconoscono la sua supremazia. Il secolo scorso facemmo un patto d’onore: mai inutili e pericolosi coinvolgimenti erotico-sentimentali. In cambio libertà assoluta nell’amicizia. E, lo confesso, avere un amica di sesso opposto con cui poter parlare a certi livelli, di cose difficili da affrontare anche con se stessi è assolutamente priceless. Abbiamo così affrontato il nostro torbido più torbido, paure incluse, le crisi e le angosce, con la consapevolezza che l’ altro avrebbe aiutato e capito. Abbiamo condiviso alcune battaglie sociali in cui credevamo e contemporaneamente siamo stati molti vicini l’uno all’altra in momenti drammatici di interruzioni di gravidanza o di tradimenti che spaccavano il cuore raccontandoci di tutto. Perfino cose che avremmo avuto difficoltà ad ammettere alla nostra stessa coscienza. Un legame che è’ passato sopra molti uomini e molte donne che sono sparite nel buio e con esse anche tante paure e seghe mentali.

Poi un giorno e’ sparita anche Adele. Non le ho chiesto niente. Faceva parte dei patti. Credo che semplicemente non le andasse più  Qualcosa che suonava come “ok e’ stato bello, ma adesso basta”. La navicella che andava sulla luna ha staccato me, il pezzo a cui era proibito allunare, ed è partita alla conquista dello spazio.

L’ho seguita da lontano. Con amore. L’amore puro intendo. E ho sofferto nel rendermi conto che ha patito la crisi di Apollo 13. Deve essere stato tremendo poter vedere la meta a un passo e non poterla toccare. Laureata in storia è finita a fare la sistemista in Hewlett Packard. Il mondo talvolta è proprio una merda.

Sentirla al telefono, in modo inaspettato, mi ha fatto sorridere. Era bello riaverla accanto dopo tanto tempo, anche se, conoscendola, sapevo che ci doveva essere dell’altro sotto. Come suo solito e’ andata subito al punto:

“Il giorno di questo tuo compleanno sarà ricordato non solo per il “milestone” che hai raggiunto ma anche perchè hanno eletto Papa Francesco…”

fa una pausa, studiata, poi aggiunge “….e perchè mi sono laureata pure in Psicologia.”

Me l’ha detto così. Come una bulimica vomita una cena che proprio non riesce a metabolizzare.

Non voleva spararmi in faccia la sua superiorità. Non cercava di farmi sentire una merda perchè io la seconda laurea non la prenderò mai. Aveva bisogno di condividere con qualcuno che “capisse” la gran cosa che aveva fatto. Che capisse davvero intendo. In un flash di qualche secondo mi sono immaginato i suoi amanti belli e fichi e ricchi che la guardavano facendole i complimenti senza comprendere la grandezza di ciò che aveva davvero compiuto. O i suoi attuali amici che le offrivano da bere dandosi di gomito come a dirsi “è solo una pazzoide”. Un po’ come se Pietro Mennea poco prima di morire avesse detto ai suoi amici che era in grado ancora di fare i 100 metri in 11 secondi e tre e che con quel tempo si sarebbe potuto qualificare ancora a 60 anni alle Olimpiadi. Quelle vere. Una specie di miracolo sportivo di cui solo Valery Borzov avrebbe potuto comprenderne l’immenso valore e significato. Una laureata in Storia, che finisce a fare la sistemista per una multinazionale del cazzo e trova il tempo e la voglia e la forza di studiare ancora non si sa bene come e dove e prendersi una laurea di 5 anni in Psicologia. Un mito assoluto. Io potevo capirlo. Io si. Lei lo sapeva. Io che come lei avevo avuto per un po’ di tempo ambizioni da seconda laurea e che mi ero iscritto a Scienze Politiche dove mi hanno abbonato metà degli esami per il precedente corso di laurea e che dopo averne dato soltanto uno ho mollato perchè ho capito che non ce l’avei mai fatta, pena smettere di vivere. Il mio cervello semplicemente si era rifiutato di farlo. Mi aveva scritto una mail in cui mi diceva che a 20 anni era molto agile e scattante ma che se avessi voluto spremerlo ancora dovevo chiudere una marea di altre applicazioni che invece amavo tenere aperte. E a me non andava affatto.

Ad Adele invece non hanno abbonato niente eppure ce la fatta lo stesso. E il giorno del mio compleanno voleva condividere quella cosa. Con me. Sapeva che ero invidioso di lei, ma lo ero in un modo sano. Insomma la ammiravo in modo profondo. E così non solo l’ho riempita di complimenti, com’era giusto che sia, ma le ho dato soddisfazione chiedendole ogni cosa. Perchè sapevo che era ciò che desiderava. Uno arriva in cima all’Everest e vuole raccontare che cosa ha provato. Le sue paure e insicurezze e i piccoli momenti di gioia. Insomma tutto dai. In genere la gente, quando parli di cose così grandi e che per te hanno un valore immenso si limita a dire “Ah si brava. Ganzo. A proposito hai sentito l’ultima? lo sai che Bersani forse si dimette?”. Tutti sempre pronti a passare ad altro. Nessuno davvero interessato alla magia che hai fatto.

E così sono stato un’ora al telefono con lei che mi ha raccontato di ogni cosa. Con passione e amore e dolcezza e amarezza e tutto il resto.

Alla fine le viene il dubbio che forse ha esagerato.

“Senti scusami sai. Non volevo mica offendere la tua sensibilità…”

“Ma che scherzi? Figurati l’ho capito. Fino a là ancora ci arrivo.”

“Grazie, sapevo che tu avresti capito. Almeno tu…”

Mentre stavo per risponderle qualcosa di divertente mi spiazza e mi chiede:

“Senti, ma secondo te abbiamo fatto una cazzata?”

“Pardon?”

“Insomma, secondo te avrebbe potuto funzionare tra noi?”

Aveva la voce incrinata. Lo sentivo. Doveva essere terribilmente a terra. Il giorno della sua seconda laurea Adele era a terra.

“No. Cazzo. Non poteva funzionare. Lo sai benissimo. Avremmo scopato un paio di volte. Pure male perchè sei dominante e non mi piace e ci saremmo persi tutto il resto. Tutto questo. Credimi, abbiamo fatto la cosa giusta.”

“Sei sicuro? E’ solo che mi ritrovo qua oggi sola con un cazzo di pezzo di carta e l’unico che posso chiamare per condividere questa cosa davvero sei te…E’ triste ammettilo”

“Adè, porca troia, sono Masty.  Te lo ricordi?”

“Si certo.”

“Hai scelto una vita che dà soddisfazioni diverse da quelle che in questo momento stai anelando…”

“Sto anelando? Come cazzo parli? Finchè non prendi la seconda laurea non ti azzardare a parlarmi a questo modo sai?”

Ci siamo messi a ridere, abbiamo cazzeggiato un po’ e poi ci siamo salutati.

Avevo rimosso la cosa fino a questa mattina.

Mi ha chiamato di nuovo e quando ho visto il suo numero apparire sul display mi sono preoccupato non poco. Sono passati una decina di giorni dal mio compleanno e mi era venuto il dubbio che fosse ancora nel “Mode – Paturnie” e mi sono preparato mentalmente a subire la forza delle sue argomentazioni romantiche. In realtà sono bastati pochi istanti per capire che era tornata lei.

“Masty, ti ho chiamato per scusarmi dell’altra volta.”

“Figurati, non dovevi”

“Si invece. Ho avuto un momento di debolezza. Un paio dei miei toys mi ha mollato per donne più giovani….”

“Coglioni….”

“Eh già. Sono stata male un po’, come hai visto. Ma adesso mi sento molto meglio grazie a una cosa che ho appena scoperto. E’ fichissima e la devi assolutamente provare anche te.”

“Addirittura….” le ho detto a prenderla in giro. A lei non è sfuggito il mio sarcasmo.

“Senti, fava, devo ricordarti che tu arrivi sempre dopo di me? Non è mai successo il contrario. Quindi non fare il superiore sai?”

“Ok, ok, dimmi dai, sono tutt’orecchi”  le ho risposto remissivo.

“Ecco, bravo, così già mi piaci di più. Allora senti, ho appena aperto un Blog. Hai capito bene? un Blog.”

“Apperò…”

“Lo so. Tu non puoi capì”

“In effetti…”

“Si, si, mi si è aperto un mondo incredibile. Fatto di poesia e merda, di pazzia e intelligenze particolari, di armonia assurda e di caos cosmico. Ti ci voglio dentro. Non è negoziabile. Lo so, adesso ti sembra strano. Penserai che ho ripreso a drogarmi e cose simili, ma credimi sulla parola, quando succederà mi darai ragione”.

Non ho risposto subito.

Ho pensato che siamo sempre stati iper sinceri l’uno con l’altra. Di quella sincerità che però, a volte, fa male. Negli anni si è creato questo paradigma tra noi per cui lei è sempre avanti a me e se solo le avessi detto la verità avrei incrinato le sue micro certezze. E ho pensato anche che dovevo qualcosa alla nostra storia e al suo genio e comunque un Presentat arm alla sua seconda laurea. Quindi mi sono limitato a dirle:

“Va bene Adele, prometto che ci penserò su…”

L’esame di maturità

E’ successo di nuovo.

Non so. E’ una specie di maledizione. Una cosa che, per quante terapie abbia fatto in vita mia (molte…e costose),  non riesco proprio ad eliminare.

Ho di nuovo sognato l’esame di maturità.

Cazzo.

Capita quando mangio pesante o quando viva periodi di forte stress come quello attuale. Quando lo sento arrivare, nel sonno, è come se fossi cosciente. Solo che non posso fare niente per evitare di (ri)vedere l’horror de paura. Obbligato a riviverlo. Tutto. Per intero e fino in fondo.

Mi sono convinto che sia il mio inconscio che mi riporta indietro quasi a  dirmi “dai bischero, non te la prendere, sei abituato alle figure di merda, quindi perchè lamentarsi di come ti va la vita  oggi? Era già scritto”.

L’esame di maturità è stato uno dei momenti più bui della mia vita. La prima grande debacle. Io che, nell’opinione comune di quelli del mio condominio ero “la speranza bianca”, l’uomo che avrebbe cambiato l’ordine delle cose, scoperto la cura per il cancro, viaggiato alla velocità della luce, fallii miseramente la prima grande prova scoprendo che non so reggere nè la tensione, nè lo stress, come ogni buon italiota che si rispetti.

In realtà oltre alla mia incapacità di sostenere il peso della crisi le mie crepe e tutto il resto, vanto delle giustificazioni che non possono però essere portate come attenuanti di fronte alla Corte che le riterrebbe inammissibili. Eppure esse hanno due nomi e cognomi: Paola L. (il mio primo amore e che credevo avrei sposato) e il mio amico Marco (che poi è questo Marco).

Adesso è difficile raccontare tutto per filo e per segno. E pure noioso. Dico solo che il giovane Masticone era un 60 nemmeno quotato (al tempo i voti erano ancora in sessantesimi). Insomma nessuno avrebbe scommetto una lira sul fatto che non potessi prendere un punto di meno del massimo. A scuola sono sempre stato bravo. La gioia dei professori. Bambino e poi ragazzo modello. Insomma uno di quei coglioni dai…, ci siamo capiti. Paola L. era in una sezione diversa dalla mia. Stavamo assieme da un anno e non s’era mai combinato niente. Cominciavo a stancarmi. Ragazzo per bene si, ma insomma basta petting. Lei invece continuava a dire che non poteva, non ci riusciva e che dovevo capire, che c’era qualcun altro nella sua vita che gli diceva di non lasciarsi andare e di vivere una vita casta per lui, che la stava aspettando per quando sarebbe stata pronta. E io che sentendo questi discorsi mi incazzavo come una biscia facendo il fidanzato geloso. “Chi è il bastardo? dimmelo..”. Quando parlavo di coglionaggine non scherzavo mica. Mi preparai così per la maturità studiando come un pazzo. Come ho sempre fatto. Commisi però l’errore di diradare gli incontri con Paola L. che voleva studiare con me, ma che non me la dava. Ho sempre preferito farlo (studiare) da solo (anche se l’autoerotismo dopo una sessione pesante su Hegel non ha prezzo). Arrivai super preparato al giorno fatidico e con un curriculum scolastico extra-ordinario. Ero bello. Vincente. L’idolo del mio membro interno. Niente poteva andare storto. Gli scritti infatti andarono come da programma. E questo mi spinse a fare il galletto. Tornai alla carica con Paola L. a cui avevo passato pure un pezzo di traduzione per cercare l’agognato premio. Lei però in cambio del mio aiuto mi nega pure lo struscio classico. Insisto più volte, senza ottenere risultati. La sera prima dell’orale la vedo di nuovo. Lei si nega. Io corro a casa sua. Lei scende e sale in macchina. Io cerco un posto isolato e ci riprovo. Un augurio, vaticinio, così lo chiamai per l’esame del giorno dopo. Lei mi rifiuta e mi schiaffeggia. Capisco che le cose stanno prendendo una piega sbagliata. Sbarello. Scenata. Slow-motion: Io che urlo e le dico che è una zoccola e che ho visto come guarda Sansone il più figo di tutta la scuola che l’ha abbracciata davanti a tutti all’uscita dagli scritti.  Lei che piange e che dice che non capisco. Sansone è amico di famiglia e sa già tutto. Io che urlo  di nuovo per avere spiegazioni. Lei che dice che non può dirmelo in quel momento perchè ho l’esame il giorno dopo. Io che solo perchè lei mi dice che non può dirmelo allora insisto perchè deve essere una cosa grossa e dolorosissima e che quindi devo saperlo immediatamente. Il tutto per quasi tre ore. Alla fine lei si decide (sono sempre stato molto convincente, questo si):

“Volevo dirtelo alla fine degli esami ma se insisti a questo modo lo faccio adesso. Ho deciso di diventare suora di clausura. Ecco ora lo sai, contento?”

Pensai che mi volesse prendere per il culo. Le urlo che non deve permettersi di dirmi quelle puttanate. Lei piange come una pazza e mi dice che a me vuole solo bene ma ama di più Gesù e che quindi ha deciso che quella sarà la sua vita. Le quattro ore successive nelle quali cerco di convincerla che io sono molto più fico del Figlio di Dio le ho completamente rimosse. Il mio inconscio non è stronzo fino al punto di farmi ricordare ogni singola merdata che ho fatto.

La mattina seguente sono uno straccio. Una cosa assurda. Non ho chiuso occhio. Il dolore per la perdita della donna che amavo era stato drammatico. Non riuscivo nemmeno a mettere assieme un pensiero positivo. Corro dal mio amico Marco. Lui è sempre stato uno che “faceva la vita”. Gli chiedo qualcosa che possa aiutarmi. Lui mi conosce e mi dice di non fare cazzate. Io gli dico che la voglio a tutti i costi. Che il dolore che sento è insopportabile. Lui mi urla che sono uno che non ha preso niente e che sbarellerei di brutto. Gli urlo che è un amico di merda e che mi stava abbandonando nel momento del bisogno. Pure lui alla fine si commuove e mi dà una delle sue pillole magiche. Una del cazzo. Non so cosa minchia ci fosse dentro. Pensavo mi avrebbe fatto stare meglio e invece sento il vento nella testa. Un lungo sibilo, come il vento tra gli alberi. Bocca impastata e il cervello come fosse quello di un altro. Non era più il mio. Qualcun altro si era impossessato pure della mia bocca. Dicevo cose senza che lo volessi davvero. Forse era la pillola della verità. E ho preso a ridere di brutto. Non smettevo. Era un giornata afosissima. Un luglio di fuoco. Quaranta gradi all’ombra. Poco prima dell’una. Ci può essere un qualche spettatore al Santiago Bernabeu all’una di una giornata torrida di luglio se il Real Madrid gioca contro il Lumezzane? ovviamente no. Il risultato è scontato 50 a zero. Quindi perchè pagare il biglietto? E invece si sono persi uno spettacolo fantastico. Solo davanti alla commissione che pensava già a come e dove andare a mangiare ho dato il peggio di quel che potevo dare. Presentato a tutti dal membro interno come un giovane super brillante e con due scritti di qualità tutti erano ansiosi di parlare con me. E io gli ridevo in faccia dicendo cose insensate. Non capivo nemmeno bene le domande. E vidi l’imbarazzo nei loro occhi. Questa cosa mi disturbò oltre misura. Mi venne allora in mente, tra una risata e un’altra, che volevo far loro capire che mi stavano esaminando senza sapere un cazzo non solo di me ma anche delle cose che contano davvero. E così quando la professoressa esterna di italiano mi disse che gli avevano detto che conoscevo bene la letteratura inglese e questa cosa l’aveva impressionata cominciai lo show:

“Quando cammini nel bel mezzo di una tempesta tieni bene la testa in alto e non aver paura del buio alla fine della tempesta, c’è un cielo d’oro e la dolce canzone d’argento cantata dall’allodola cammina nel vento cammina nella pioggia anche se i tuoi sogni saranno sconvolti e scrollati va avanti, va avanti con la speranza nel tuo cuore e non camminerai mai da sola.”

Tutti a bocca aperta. La schioppettona commossa disse: “Shakespeare vero?”

“Ma che dice, ovvia. E’ “You’ll never walk alone” l’inno del Liverpool. E giù risate. Non smettevo

Gelo.

Il membro interno balbettò qualcosa sul fatto che io fossi sempre stato un personaggio sopra le righe. Intervenne l’altro prof che per uscire dall’empasse disse:

“Masticone ho visto che lei ha vinto un concorso per un saggio sull’umorismo pirandelliano ed è stato invitato al Convegno annuale sul grande scrittore ad Agrigento. ce ne vuol parlare?”

E lì è nato quello che nel tempo è diventato uno miei cavalli di battaglia e che tiro fuori ogni volta che sono in difficoltà. Così. Alla cazzo di cane. Perchè spiazza sempre tutti. E ho cominciato a parlare di Carlo Airoldi. Uno dei miei idoli. Il più grande podista di fine ottocento. Uno che partecipò alla corsa a piedi Milano-Barcellona. Nell’ultima tappa della corsa,  quando era a un chilometro circa dal traguardo, riuscì a superare il suo rivale francese ormai stremato, ma a pochi metri dal traguardo, voltandosi indietro per vedere quanti metri di distacco dal francese avesse, lo vide a terra; con grande sportività tornò indietro, caricò sulle sue spalle il suo avversario e tagliò il traguardo  assieme a lui, vincendo i pochissimi soldi che erano stati messi come premio. L’anno seguente era il grande favorito per la maratona della prima Olimpiade dell’era moderna (1896 a Atene). Non aveva però i soldi per andare in Grecia e così decise di arrivarci a piedi attraverso l’Austria-Ungheria e l’Impero ottomano . Un viaggio avventuroso che lo obbligò a percorrere settanta chilometri al giorno per trovarsi in tempo ad Atene. Una volta giunto là gli organizzatori gli dissero che avendo lui preso soldi (quattro palanche) alla gara Milano-Barcellona non poteva essere considerato atleta olimpico e, nonostante tutto quel che aveva fatto per arrivare fin là, non gli permisero di correre perpetrando una delle cose più crudeli della storia.

Quando finii vidi la commissione tutta a bocca aperta. Il professore si riprese e mi disse:

“Si è una cosa fantastica, ma cosa c’entra con la domanda mi scusi?”

“Ah, mi faccia capire” gli risposi “lei forse avebbe preferito che le dicessi di quella vecchia storia di Pirandello e della mignottazza che produce prima comicità e poi umorismo perchè il sentimento del contrario arriva dopo. Ma vuol mettere la storia del mignottone con quella di Airoldi, ovvia, su.”

E giù risate.

Il Lumezzane era passato in vantaggio a Madrid.

Il membro interno mi invitò ad andarmene e io sghignazzando allegramente augurai a tutti di incontrare il loro Spyridon Louis l’uomo che rubò a Carlo Airoldi il primo oro olimpico e poi mi avrebbero saputo dire meglio se si trattava di comicità o umorismo.

Quando uscirono i quadri il risultato fu impietoso: 54/60. Con il membro interno che mi disse che per farmelo avere aveva dovuto sudare le proverbiali sette camice e che avrei dovuto essergli grato per la vita. In realtà quello che avvenne per molti mesi dopo fu difficilissimo. Il dover spiegare i propri insuccessi è una cosa che dovrebbe essere vietata dalla Costituzione. Chiunque mi incontrava mi diceva “E’ impossibile. Che cazzo hai fatto?” Per un po’ ho provato a dir qualcosa per giustificarmi poi mi sono detto “ma che cazzo me ne frega” e mi sono limitato a dire la verità, a dire cioè che ero drogato. Ovviamente non creduto perchè tutti hanno sempre pensato che stessi scherzando.

Il caso ha voluto che dopo lungo girovagare io sia finito a vivere a Lucca. Dove c’è anche il monastero delle carmelitane scalze. Paola L., o meglio, suor Maria di qualcosa come si chiama adesso, vive là dentro. L’ho saputo per sbaglio, dopo molti anni che ero qua. Ho pensato fosse un segno del destino. Vicini ma mai troppo per esserlo davvero. Una volta sono andata a trovarla. Sentivo che glielo dovevo. E’ stata una delle cose più devastanti della mia vita. In tutti i sensi. Per entrare devi passare una serie di sbarramenti che non si possono raccontare. Poi spiegare chi e cosa e perchè sei là. Insomma ti scoraggiano ad andare avanti. Alla fine ti mettono in una stanza disadorna senza niente e aspetti per un tempo lunghissimo. Poi si apre un cancelletto, come fosse un garage e da dietro una grata, come fosse un confessionale, appare la suora. Una grata che ci divideva, non potevano nemmeno toccarci le mani. Uno schiaffo mi avrebbe fatto meno male. la vidi dentro il suo vestito nero, nell’immagine che tutti abbiamo delle suore. La primissima cosa che mi disse non potrò mai scordarla:

“Ti dò cinque minuti per ridere. Poi parliamo”

A me però veniva da piangere. Lei se ne accorse:

“Non devi essere triste Masticone” disse “Io sono felice sai.”

Mi raccontò della sua vita. Una cosa che non credo sia comprensibile per chi non ha ricevuto la chiamata. Vive di preghiera per 10 ore al giorno dalla mattina alla sera con piccoli intervalli di lavoro manuale. Sette giorni su sette Si alza alla sei e va a letto alle dieci. E prega. E non possono ricevere visite di nessuno in quaresima o in avvento. Io pensavo di consolarla ma fu lei a consolare me. Quando fu il tempo di andare mi disse “Tranquillo. Pregherò per te, sappilo”. Credo fosse il suo modo per dirmi di non tornare più. Mi stava dicendo addio. Mi voltai un ultima volta prima di uscire e aggiunse:

“Certo quella storia di Airoldi solo te potevi tirarla fuori, bestia che non sei altro”.

Marco invece se n’è andato qualche anno fa. A forza di “fare la vita” l’Aids se l’è portato via. Quando vado a Grosseto passo dal cimitero a salutarlo. E me lo immagino sempre in qualche angolo a cercare di spacciare qualche merda per sopportare la vita da morto agli ultimi arrivati. E ogni volta che lo salutò rimbomba dentro di me questa canzone che fu l’inno della nostra giovinezza.

 

P.S.: questo pezzo è dedicato a Lidia Zitara che me lo aveva espressamente chiesto!