La mia donna e il mio uomo

Dimmi la verità, come ti senti?

Non è forse come se stessi rotolando via così velocemente da non riuscire a fermare le ruote?  Non restarci troppo male, non sei la sola che sta cercando di farlo. Con tutti gli altri intorno che sgomitando cercano la loro strada si finisce pure per inciampare e farsi inutilmente del male. Ci si alza, allora, e con grazia si puliscono le ginocchia e si ricomincia a camminare perchè, al netto di tutte le speculazione filosofiche sulla vita, sai che cosa  si può davvero dire su di essa? Proprio niente. Occorre solo andare avanti cercando di aiutare la razza umana a sopravvivere anche a se stessa, fino a quando Lui non deciderà di spengere la luce e torneremo a essere polvere di stelle. E, per quanto sembri a volte, tutto inutile ,non c’è davvero nient’altro che possiamo fare.

Nessun uomo è riuscito a capire come risolvere gli enigmi che ci torturano l’anima e che ci fanno perdere occasioni importanti. Uniche. Nessuno fino a quando non si è ben al di là del dolore.

Così, se tu ti svegliassi di notte vittima di un brutto sogno e non mi trovassi accanto a te e, per una frazione di secondo, non ti ricordassi dove sei, basta che tu apra la finestra e ritorni indietro con la memoria, su quella spiaggia delle donne, con il mare grosso di notte dove abbiamo contato ogni stella cadente. Perchè vedi, io credo che ci sia una luce che brilla su di te e che ti illuminerà per sempre e, anche se non posso garantire che non c’è niente di spaventoso nascosto sotto il letto, ti prometto che finchè ci sarò io, farò la guardia affinchè l’orrore non ti trovi.

Una volta ho conosciuto un uomo, molto talentuoso che aveva un grande cuore. Proprio come te. Lui parlava alla gente e le persone che lo ascoltavano piangevano perchè capivano che le sue parole venivano da dentro la sua anima. La pancia lo guidava e tutti potevano sentirlo dalla  sua voce e vederlo nei suoi occhi. E così ha viaggiato tanto, toccando il  cuore di tutti coloro che ha incontrato facendo fiorire ogni cosa che incontrava, prendendo sempre molto meno di quel che donava, fin quando è stato richiamato a casa. Polvere di stelle.

Il mio uomo ce l’ha fatta.

E ‘andato molto al di là del dolore.

E noi,  a cui è toccato rimanere qua, continuiamo invece a vivere e a ridere come prima, come se niente fosse successo.

L’assurda banalità della normalità del ciclo della vita

Lucca deve essere una città cara agli angeli, visto che piove sempre. Oggi però è un giorno più cupo e triste delle nuvole che venendo dal mare in genere si schiantano sui colli che la circondano.

Stamattina è morta Chiara.

Nessuno merita di morire, ma qualcuno meno di altri. Chiara apparteneva a questo gruppo. Era malata da tempo, il male l’aveva logorata un pezzo alla volta. Gli aveva portato via uno dopo l’altro pezzi di vita. Prime le speranze e le aspettative poi parti del suo corpo. Uno dopo l’altra. Aveva un tumore dentro la testa che sembrava un mandarino, dopo che glielo avevano tolto un altro dal seno e dalla schiena. Lei però lottava come una guerriera. Aveva deciso di scriverci un libro che si era autopubblicato su ilmiolibro di Repubblica. Lo faceva, mi disse, solo perchè le dava conforto far sapere chi fosse e che cosa le stesse capitando a quelli che vivevano la sua condizione. Era certo che avrebbe vinto e voleva aiutare gli altri a fare lo stesso e perchè voleva aiutare a finanziare la ricerca sul cancro. “Io ci metto due soldi e se qualcuno lo compra forse possiamo aiutare a sconfiggere questa bestia. Io non voglio un centesimo” Alla sua presentazione, in libreria, non si poteva entrare. C’era un muro di folla. Solo per farsi fare un autografo da lei dovetti aspettare venti minuti di fila e quando alla fine lo fece si mise a ridere perchè, mi disse, lei era una mia fan accanita e non poteva credere che proprio io ne chiedessi uno a lei. In realtà io non valgo l’unghia del suo alluce. Quando ho presentato i miei tutta quella gente me la sono sognata. Questo perchè Chiara era più di una scrittrice. Chiara era una gran donna.  Tutti lo sapevano. Una che dava conforto agli altri senza chiederlo per sè. Era la madrina di una delle mie figlie e aveva preso quella cosa con serietà. Andava spesso a trovarla perchè diceva che voleva starle vicino, almeno finchè poteva. Essendo molto intelligente sapeva a cosa andava incontro e con ironia ci scherzava sopra. Aveva persino detto al marito che avrebbe capito se lui avesse fatto altri progetti. Eppure non mollava un centimetro. Voleva a tutti i costi lavorare. Stava attaccata alla vita con ogni sua fibra. Non accettava che le si parlasse di pensionamento anticipato o messa in malattia permanente. Lei ambiva a essere trattata come una persona normale. Diritti e dovere inclusi. Era convinta che ce l’avrebbe davvero fatta ed era stata così brava che aveva convinto tutti. Poi qualche settimana fa le cose si sono aggravate. Aveva bisogno dell’ossigeno. Sempre e comunque. Non riusciva più a far niente senza la bombola. Aveva capito che era entrata in una strada a senso unico e lo stesso non mollava. Le sue nuove condizioni deficitarie hanno impedito il proseguimento delle terapie come la chemio e la radio e questo ha accellerato il processo degenerativo. E poi contemporaneamente è morta una sua cara amica che aveva conosciuto in ospedale, una che combatteva con lei e questa cosa le ha tolto sicurezza. E ha cominciato ad aver paura. Cazzo. E me lo raccontava pensando che io potessi reggere l’urto. Mi raccontò di come, quando si sdraiava, sentisse che non poteva respirare e provava la sensazione di affogare. Una volta, facendo la tac, dentro quel toboga sentì arrivare la fine ed ebbe il terrore di non uscire da quel buco fin quando non le infermiere non la tolsero da là e la abbracciarono per decine di minuti per tranquillizzarla. Non poteva più far le scale, ogni giorno poteva fare sempre qualcosa di meno. Mi ha detto oggi la madre che da venerdì non dormiva più. Porca di quella troia maledetta. Aveva deciso di non dormire più. Aveva paura che se si fosse lasciata andare non si sarebbe più svegliata. E così se ne stava seduta sulla poltrona, attaccata alla vita che la voleva abbandonare. Fino a quando ha cominciato ad aver problemi di respirazione anche da seduta e supplicava la madre “Aiutami mammina, ti prego, aiutami”. Cosa si fa quando tua figlia sente che sta per morire e tu non sai che fare? mi ha chiesto la donna sperando che potessi darle una risposta. Ha chiamato il medico che le ha detto solo di starle vicino. Lei s’è incazzata e ha chiamato l’oncologo che l’ha fatta ricoverare e l’hanno bombata di morfina, stordendola. E lei in ospedale, ancora seduta, ancora attaccata alla vita, senza alcuna volontà di addormentarsi. Poi, ha chinato la testa e ha detto: “Vieni qua e dammi un bacino, mamma” e se n’è andata.

Stamattina sono andato a trovarla. Per l’ultima volta. Oggi però a Lucca ci sono anche i Comics. L’evento dell’anno. Duecentomila persona che invadono la città vestendosi da ogni cosa. Da Star wars a Pendragon da Gatto Silvestro a martyn Mistere. Un esplosione di gioia, per chi ama quel genere di cose. Avevo il cuore a pezzi e le lacrime che non volevano smettere di scendere e sono rimasto ingabbiato nel traffico congestionato della città in mezzo a tanti vestiti come Obi one kenobi o da Johnny Depp pirata dei caraibi o da Batman. E mi stavano sui coglioni. Tutti, indistintamente. Ho suonato il clacson per farli muovere e uno Spider-man di merda mi ha mostrato il dito. Mi è presa voglia di scendere di macchina e scatenare la rissa. Poi non so, qualcosa mi ha fermato. Ho pensato a quando un cane o un gatto scagazza in casa e tu per insegnarli come si vive e come si deve comportare lo prendi per la testa e gliela sbatti sulla merda che ha fatto finchè lui non capisce che deve farla nella lettiera se è un gatto o chiedere di uscire se è un cane. Forse Dio si stava divertendo a fare lo stesso con me. Forse ha preso la testa di cazzo che ho sulle spalle e me l’ha sbattuta nella merda di ogni giorno per farmi capire che è l’assurdo normale banalissimo ciclo della vita che continua da migliaia di secoli allo stesso modo. Una vita meravigliosa ci lascia e gli altri se ne fregano perchè non sanno nemmeno che è esistita.

Caro Dio, io non so se esisti davvero, ma porca di quella zozza se davvero ci sei mi devi dare delle spiegazioni quando ci vediamo sai?

In ogni caso, a me piacerebbe vedere il libro di Chiara in cima alle classifiche. Lo è stato per un po’, in quella di ilmiolibro. Se qualcuno avesse voglia di rinunciare a una pizza con gli amici per regalare tutti i soldi alla ricerca contro la bestia potete farlo

http://ilmiolibro.kataweb.it/categorie.asp?act=ricerca&genere=tutte&searchInput=chiara+conti&scelgoricerca=nel_sito

sarà il nostro modo di darle anche noi un bacino,

a Chiara.

La gara di canoa Italia-Giappone (traditional reprise)

La gara di canoa è un classico che gira da tempo.

A me, però, ogni volta che la leggo, fa sempre sorridere. E, visti i tempi, grami non si butta via niente.

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Una società italiana e una giapponese decisero di sfidarsi annualmente in una gara di canoa, con equipaggio di otto uomini.

Entrambe le squadre si allenarono e quando arrivo’ il giorno della gara ciascuna squadra era al meglio della forma, ma i giapponesi vinsero con un vantaggio di oltre un chilometro.

Dopo la sconfitta il morale della squadra italiana era a terra.

Il top management decise che si sarebbe dovuto vincere l’anno successivo e mise in piedi un gruppo di progetto per investigare il problema.

Il gruppo di progetto scopri’ dopo molte analisi che i giapponesi avevano sette uomini ai remi e uno che comandava, mentre la squadra italiana aveva un uomo che remava e sette che comandavano.

In questa situazione di crisi il management dette una chiara prova di capacita’ gestionale: ingaggio’ immediatamente una società di consulenza per investigare la struttura della squadra italiana.

Dopo molti mesi di duro lavoro, gli esperti giunsero alla conclusione che nella squadra c’erano troppe persone a comandare e troppe poche a remare.

Con il supporto del rapporto degli esperti fu deciso di cambiare immediatamente la struttura della squadra. Ora ci sarebbero stati quattro comandanti, due supervisori dei comandanti, un capo dei super visori e uno ai remi.

Inoltre si introdusse una serie di punti per motivare il rematore: “Dobbiamo ampliare il suo ambito lavorativo e dargli più responsabilita’ “.

L’anno dopo i giapponesi vinsero con un vantaggio di due chilometri.

La società italiana licenzio’ immediatamente il rematore a causa degli scarsi risultati ottenuti sul lavoro, ma nonostante ciò pagò un bonus al gruppo di comando come ricompensa per il grande impegno che la squadra aveva dimostrato.

La società di consulenza preparo’ una nuova analisi, dove si dimostrò che era stata scelta la giusta tattica, che anche la motivazione era buona, ma che il materiale usato doveva essere migliorato.

Al momento la società italiana è impegnata a progettare una nuova canoa.