L’uomo che cercava il paradiso

Suo padre amava raccontare che quando era un bambino era impossibile da tenere.

Agitato, si affannava a far fracasso e poi rideva tutta la notte, anche nel sogno, terrorizzando l’intera famiglia. Ascoltava però tutte  le storie che gli venivano raccontate e credeva sempre in quello che gli veniva detto, soprattutto quando riguardava campi nomadi, barboni e arcobaleni d’oro. Aveva più o meno un milione di domande ma capì ben presto che erano troppo difficili per coloro che lo circondavano, perchè tutti gli dicevano “stai zitto bimbo, pensa a giocare” . Non fu quindi una sorpresa quando lasciò la sua casa, così giovane, alla ricerca del paradiso che sapeva esistere, là fuori, da qualche parte.

Non fu, in realtà, una libera scelta. Non c’era altra cosa che avrebbe davvero potuto fare.

Diventò uno studioso, anche se non era veramente mai andato a scuola e vagò per le vie del mondo. Galere e puttane furono le università che lo formarono di più. E con loro prese molte lauree. Sapeva poco, ma di tutto, e aveva sviluppato una particolare capacità nel riuscire a immaginare il resto. Imparò che non tutti i giorni si riescono a superare le paure e anche a capire cosa intendesse davvero dire la gente quando gli parlava. Per questo piaceva alle persone che incontrava. Tale abilità, non gli permise tuttavia di sputare fuori la tristezza, la stessa che c’è quando muore un albero di Natale, che aveva fissa dimora nella sua anima. Non trovò mai un vero amico e con le donne andò ancora peggio. Ogni volta era una nuova speranza, ma alla fine si convinse che quella dei suoi sogni non era ancora nata e che si sarebbe accontentato anche di trovarne solo una che non diventasse il suo incubo. Ma non successe. Questi fallimenti però non diminuirono la sua capacità di sognare. Tutti gli uomini sognano, è vero, ma non tutti allo stesso modo. C’è chi lo fa di notte negli angoli bui della sua mente ma, quelli che lo fanno invece di giorno, sono pericolosi, perché possono agire. Possono provare a vedere il loro sogno con occhi aperti per renderlo possibile. Lui ci provò. Tentò con tutte le sue forze di trovare il posto che credeva sarebbe stata la sua casa.  La maggior parte delle persone corrono in cerchio, lui invece ha corso lungo una vera e propria linea retta. Non avrebbe voluto lasciare quelli che gli hanno voluto bene indietro come capitò. Se successe fu perchè si convinse che, pure a essi, piaceva soltanto la puzza dei propri stronzi. E tutti loro, per non fargli pensare che aveva torto, lo lasciarono andare senza fare davvero molto per trattenerlo con la scusa che era uno difficile a cui star dietro. E la cosa confondeva tutti. La sua folle ricerca del paradiso perduto, del resto, non appassionava mica nessuno .

Cominciò così a detestare ogni cosa avesse la gente perchè credeva che quando si finisce a fare o possedere le cose che fanno tutti si diventa proprio come loro. Alla fine, la sua unica vera ambizione fu quella di diventare nessuno, perchè era passato accanto a migliaia di persone senza riuscire a vedere un solo essere umano.

Il suo non riuscire a trovarlo da nessuna parte lo portò alla decisione finale.

Ora, forse non voleva davvero farlo, ma dall’alto di una grande scogliera su cui era salito vide il vuoto sotto di lui e ne sentì forte il richiamo. Bastò spostare il peso un po’ in avanti e tutto il resto venne da solo. Era un tipo che voleva attraversare ogni linea e saltare ogni recinto. Anche l’ultimo. E per cercare il suo paradiso pensò di dover andare fino all’altro mondo.

L’unica cosa che quelli che l’hanno conosciuto si chiedono ancora è se mai fosse riuscito a riprendere fiato tra la sua nascita e la sua morte.

 To unpathed waters, undreamed shores. (William Shakespeare)

All’attaccoooooo…..!!!!

E’ un tipo di poche parole, quasi schivo, ma è chiaro che ha un’alta considerazione di sè.

Il dottor G., un tempo primario di Neurologia adesso è in pensione ma esercita in privato per la modica cifra di 150 euro a visita più due di bolli e stronzatine varie. Il tutto, va detto, regolarmente fatturato. Dalla segretaria. Perchè lui, ca va sans dire, non si abbassa a parlar di vil denaro, che però pretende bello frusciante per farti entrare dentro la sua stanzina neanche particolarmente accogliente dove visita i pazienti. La vecchiaccia che si occupa dell’amministrazione deve avere appena fatto colazione perchè le è rimasto un pezzo di qualcosa tra i denti. E la guardo affascinato. Sempre avuto un debole per le imperfezioni e le cose fuori posto. Lei chissà che cosa legge nell’espressione che devo aver messo su e mi dice severa:

“Lo so cosa sta pensando sa?”

“Cavolo…” rispondo eccitato ” e chi è la moglie di Silvan?”

“Si. Si. Faccia il furbino. Tanto li riconosco subito quelli come lei. La risposta è: No.”

“Cioè vuol dire che è la mamma di Tony Binarelli”

“Si continui, continui. No, il professore fattura tutto. Qua non si evade le tasse. L’ho fregata è. Si vede che c’ha la faccia del finanziere sa? Per chi mi prende.”

“Beccato.” le rispondo.

In fondo mi è sempre piaciuto far felice la gente. A volte ci vuole così poco. Basta mentire. La zia di David Copperfield si rilassa soddisfatta. Sono certo che sia il suo modo di godere. C’ha infatti la faccia di una che se gli chiedi “Scusi ha mai provato un orgasmo” ti risponderebbe: “No mi trovo bene con Nuovo Dash”.

“E’ che non sono in servizio e lo sa come ci chiamano no? I Caini. Noi saremmo pronti a uccidere nostro fratello per un qualsiasi piccolo vantaggio. Così se il professore volesse concedermi uno sconticino. No così eh? per dire”

Non mi risponde nemmeno. Si alza e se ne va lasciandomi contrito perchè speravo di vedere ancora quel pezzo di grasso tra l’incisivo e il premolare. E mi metto ad aspettare il mio turno.

Sono arrivato da lui dopo un piccolo calvario emotivo che, ipocondriaco come sono, mi ha portato sull’orlo di una crisi di nervi. E’ cominciato tutto qualche tempo fa. Ho un po’ di timore a raccontarlo perché  in genere, quando lo faccio, la gente comincia a ridere e a prendermi per il culo. E ci metto sempre un po’ a spiegare e, quando poi l’ho fatto, per un attimo l’interlocutore torna serio, ma ripiglia poco dopo a sollazzarsi pensando che sono il solito cazzone che vuol prendere per il culo la gente. Insomma, la faccio breve. Ho cominciato ad avere allucinazioni.

Già detta così fa ridere, lo so perfettamente. Il bello però è che non è mica finita.

Io ho allucinazioni olfattive.

Ogni volta che pronuncio questa frase tutti mi guardano e mi sparano in faccia un rutto. Che io apprezzo tanto va detto, ma che ferisce la mia sensibilità. Perchè io, davvero, sento cose che la gente normale non sente. In genere pellet. Odore di pellet. Avete presente quando andate all’Ikea nel grande androne prima dell’uscita dove ci sono tutte quelle cose di legno? Bene, più o meno quello. Io però sento odore di pellet ovunque. All’inizio non ci avevo dato troppo peso, poi, dato che sentivo il pellet anche in pasticceria ho cominciato a chiedere. Così. Timidamente. Ci sono abituato a chiedere le cose di rinterzo. Quando ero ragazzo e volevo sapere che faceva la Fiorentina chiedevo sempre che cosa faceva la squadra con cui lei giocava. Sono sempre stato strano. Poco da fare. Ho cominciato a prenderla larga e a chiedere a tutti “Ma che cosa avete cucinato pasta col pellet?” oppure “Ma da questa doccia che fa esce acqua al gusto di pellet?”.

Dopo aver incassato una marea di risposte che si  possono sintetizzare in una sola  “ma che sei passato dallo stadio di mezzo scemo a quello di scemo integrale?”, ho cominciato a preoccuparmi.

Come tutti i coglioni che pensano di sapere come si affrontano certi problemi ho fatto la prima cosa che un qualsiasi idiota avrebbe fatto. Ho usato Google. Errore imperdonabile. Se uno digita “allucinazioni olfattive” sul motore di ricerca e comincia a leggere gli viene una sincope. Specie a un “ficoso” come me. In sostanza gli amici di Wikipedia ti suggeriscono che se soffri di allucinazioni olfattive puoi scegliere tra due ottime soluzioni: schizofrenia o tumore al cervello. E’ probabile infatti o che sei davvero scemo e vedi e senti cose che non si esistono o che si è danneggiata la corteccia cerebrale. E dato che sono (quasi) certo di non essere schizofrenico non è che avessi molte alternative.

Mi sono sforzato di pensare positivo e mi sono detto cominciamo dall’otorino. Hai visto mai.

La dottoressa B. è una signora arzilla che fa prezzi politici e per questo mi piace. Non fattura una minchia ma dai, su, c’è la crisi è un casino per tutti. Cura le mie figlie che soffrono di otite eppure, nonostante questo, non mi riconosce mai. La chiamo per fissare un appuntamento. Mi dice che non c’ha proprio un buco libero manco a pagare il doppio. Mi chiede però i motivi che mi hanno spinto a cercarla e come glieli spiego mi obbliga ad andare a casa sua dopo cena la sera stessa. Hip, hip, hurrà. A volte pensare positivo è un casino.

Visita, discussione a seguire, capisce che ho letto qualcosa e cerca di minimizzare:

“Sono quasi certa che sia solo una brutta sinusite. Pensi che in 30 anni di onorato lavoro mi è capitato di vedere solo due volte il cancro al cervello come lei adesso pensa di avere.”

La toccata di palle che è seguita non deve esserle passata inosservata.

“Ovvia non faccia così. Vedrà, vedrà, non si scoraggi.”

Dieci giorni di antibiotici con vitamina B e lavaggi del naso con della schifosissima “Acqua di Sirmione” e l’odore del Pellet è ancora là, bello bello, a farmi compagnia.

Torno dalla dottoressa B. che mostra meno coraggio della volta prima. Non c’ho più nemmeno voglia di toccarmi le palle. Oramai è certo. E’ arrivato. L’otorino tenta la carta della disperazione. Lo vedo da come ne parla. Va alla cazzo. Riconosco bene l’andamento essendo un grande esperto. Mi spara un:

“Potrebbe essere un fungo nascosto che provoca quel tipo di reazione. Facciamo una TAC al massiccio facciale così vediamo meglio.”

“Prendo appuntamento con la ASL…”

“No. Di corsa.”

Io penso positivo perchè son vivo, perchè sono vivo…..

Le suore Zitine di Lucca hanno organizzato un meraviglioso “bisness” dove, ora pro nobis, se paghi senza rompere il cazzo ti fanno subito tutto. Insomma, quasi tutto. Tre giorni di attesa perchè la TAC deve essere riassemblata o qualcosa del genere e alla fine arriva la risposta. Nel naso non c’è niente di strano. Tutto normale. Maledettamente normale. La dottoressa B. non sa più che minchia dirmi. Si mette le mani nei capelli e balbetta qualcosa di incomprensibile.

“No…perchè..cioè..insomma…veramente strano… incomprensibile.”

“Cosa che c’ho il canchero?”

“Non scherzi su questi cose la prego…”

“E chi scherza.”

“Se avesse un tumore dovrebbe essere molto più magro, mi scusi se glielo dico, ma lei, senza offesa, è ancora cicciottello e quindi non torna, non può avere un malaccio”

“Guardi che ho perso già due etti sa? E proprio in questo momento sento che lui mi sta mangiando bene bene.”

“La smetta. Se vogliamo toglierci ogni dubbio occorre fare una Risonanza magnetica”.

Ma si, continuiamo ad andare alla cazzo. Un colpo qua e uno là.

Decido che prima di spendere altri soldi vado direttamente da un neurologo. Il professor, ingegner, gran Farabut dottor G. che mi ciuccia i famigerati 152 euro.

La visita è fatta come Dio comanda. Controllo della pressione, chiacchericcio per capir bene e meglio di cosa stiamo parlando, discussione teorica della questione, analisi della TAC che avevo già fatto. Veramente una cosa raffinata. Sono quasi contento di essere là dentro. Mi sento al sicuro.

Alla fine mi spara la diagnosi:

“E’  sicuramente una M.A.N.”

Eccaaallà…. di nuovo la manna dal cielo e non me ne rendo conto.

“Si, prof, Ing Cobram, ma che vor dì?”

“Ah beh è semplice. M.A.N. Manifestazione anomala neurologica”

“Si, vabbè, ma che significa?”

“Significa che a volte accadono cose che non si capisce da che sono provocate. E’ molto probabile che lei non abbia alcun cancro anche se comunque una risonanza la farei per sicurezza, magari con i tempi della sanità pubblica, tuttavia il cervello è talmente complesso che ci sono cose che sfuggono e che non si comprendono bene se non per tentativi….”

“Insomma andando ancora alla cazzo?”

“Non direi nel modo in cui lei si esprime, quanto invece valutando ogni aspetto della questione anche i più strani e particolari. Ad esempio potrebbe essere una piccola manifestazione di epilessia. L’epilessia non è una malattia, crea una specie di sovraccarico nel cervello e il corpo reagisce in modi strani a volte dando anche cattivi odori e quindi forse una leggera cura farmacologia con medicinali per curare appunto l’epilessia…”

“Dottore mi scusi. Senza offesa, 152 euro per sentirmi dire che sta andando a casaccio e che forse è un leggero attacco epilettico ma non ne è sicuro mi sembra mica tanto professionale sa?”

L’ho detto così. Senza pensare. Preso dalla frustrazione. Lui, il grande professore si risente. E mi spara il pippone sul fatto che io non capisco nulla di come funzionano certe cose e quindi, in sostanza, non mi devo permettere di insultare la sua professionalità. Decido di non reagire. Ne ho abbastanza di guerra e battaglie e litigi e sangue amaro. Penso mavaffanculo, ma non glielo dico.  Che spari pure sull’orsetto e che vinca un premio al luna park.

Quando si calma lo guardo e gli chiedo:

“Quali sono le altre possibilità oltre all’attacco epilettico?”

Va in bambola.

“”No…perchè..cioè..insomma…veramente strano… “

Mi sembra di risentire la dottoressa B., l’otorino. La differenza che lei costava di meno. Lo guardo torvo. Capisce che deve dirmi qualcosa subito altrimenti mi incazzo sul serio e lui lo spara là. Come fosse un rutto di Gino. L’aveva represso fino ad allora ed è mastodontico:

“L’alternativa a tutto ciò è che siano attacchi di panico. Ma per quelli occorre che vada da uno psicologo mica da un neurologo. Però non è ancora detto perchè…” e bla e bla e bla….

Mentre lui mi parla a me si apre un mondo nuovo.

Baratto molto volentieri un canchero al cervello con degli “innocui” attacchi di panico”.

In passato c’ho pure sofferto. So che colpiscono quando uno abbassa le difese. A me capitava di notte. Nel sonno o nel dormiveglia. La sensazione di morire era fortissima. E orribile. Una cosa che faceva un dolore tremendo. Quando mi spiegarono che erano attacchi di panico mi curai da solo. Ogni volta che arrivavano mi convincevo che fossero solo attacchi di panico e che non era reale e tempo poco tempo sono spariti. Ora potrei fare la stessa cosa con il pellet. In realtà l’odore di pellet non mi da sensazioni di morte. Solo come se l’ossigeno nella stanza di rarefacesse. Potrei autoconvincermi che non esiste e gabbare di nuovo il cervello.

Ecco penso che farò proprio così.

A proposito non è che sentite anche voi uscire dal vostro computer questo odore adesso vero?

Ditemi di si vi prego. Io lo sento fortissimo proprio ora….

Ah, dimenticavo. Ho appena prenotato anche la risonanza magnetica con la ASL, così per sicurezza. In fondo rimango un ipocondriaco. Mi hanno dato appuntamento il 14 agosto alle 18,3o.

Sono dei burloni. O delle teste di cazzo. Fate voi.

Forse entrambe le cose.

Se c’avessi davvero il canchero sarebbe troppo tardi.

Ma andatevene affanculo anche voi.

E’ arrivato l’arrotino

Sono dichiaratamente un romantico andato a male. Ho un debole per gli sfigati e i perdenti in generale e per tutti quelli che non capiscono che il loro tempo è finito. Non farei guerre di religione, nessuna crociata nemmeno per le tasse e il magna magna che fa parte della nostra cultura e che proprio non sopporto. Ho smesso di firmare per referendum, non voto da decenni che mi faccio quasi schifo da solo, mi annoiano le trasmissioni di approfondimento culturale di massa e oramai leggo solo giornali online. Sono diventato però un fervente attivista dei diritti politici e sociali degli sfigati. E combatto seguendo  la concezione americana. Mi spiego. In America chiunque lotti contro la pena di morte sa perfettamente che nella sua astrattezza è una guerra persa, ma caso per caso si può ancora vincere qualche battaglia. Nessuna organizzazione che si rispetti pensa cioè che sia realmente possibile che essa possa venire cancellata dai codici penali. Le battaglie che vengono svolte sono limitate a pochi casi conclamati in cui si cerca di sconfiggere il sistema inchiodandolo alle sue responsabilità. Allo stesso modo, io so che non è possibile vincere la guerra degli sfigati e dei perdenti contro il mondo dei furbetti del quartierino che oramai domina le nostre vite, però ogni tanto combatto per la salvezza di qualcuno di loro (compreso me stesso).

Ad esempio, quando sento arrivare, sempre più di rado purtroppo, la macchina con l’altoparlante sopra che segnala che sta passando l’arrotino, cascasse il mondo io scendo e gli porto ad affilare ogni cosa sia a portata di mano: coltelli ma anche forbici o qualsiasi altra cosa penso che possa essere usata. Lo faccio anche se non ne ho bisogno, solo perchè mi fanno una tenerezza tremenda. Pensano di vivere ancora negli anni sessanta e settanta. Per loro Cristo si è fermato a Eboli. Solo che non sanno che quando è successo, Gesù pare abbia chiesto agli apostoli “ma che cazzo di fine ha fatto l’autogrill?” Mi piace come mi sorridono quando gli chiedo i loro servizi, adoro la gioia che sprizza dai loro corpi quando si affannano nel darsi da fare per dimostrare che hanno ancora un valore e un ruolo sociale che intendono difendere. E mentre lo fanno mi parlano e mi raccontano le loro esistenze, stupendosi che a me piaccia ascoltarli. Sfoggiano vocabolari spesso terroni, ma a seguito di numerosi incroci che hanno subito non disdegnano dialetti dell’Alta e della bassa Padana. Quando se ne vanno, felici di essere ancora produttivi, mi fanno sentire un uomo migliore. Sento di aver fatto qualcosa di buono.

Allo stesso modo ho deciso da qualche giorno di combattere per i diritti sociali di un’altra vittima del sistema. L’ausiliaria del traffico di fronte alla scuola delle mie figlie. La signora, attempata ma sempre dinamica, è sempre stata un pilastro della comunità. Tutte le volte che c’è l’entrata e l’uscita degli studenti lei si mette paletta in mano a fermare le macchine e far passare il via vai della gente. Con piglio e determinazione. Con il freddo e con la neve. Sempre. Piove? Diluvia? non importa, lei è là. Stolida e garrula.  “Altolà” urla quando può alle macchine, ma anche ai passanti. “Mi costringe a chiamare la Polizia” a qualcuno che se ne frega di lei, “Qua le vittime siamo noi” è il pezzo forte del suo repertorio, quando qualcuno le urla dal finestrino di andarsene affanculo. Ho deciso di combattere per lei, perché il Comune ha commesso un’imperdonabile leggerezza. L’assessore alla viabilità  ha offeso la sua sensibilità e ha causato un danno difficilmente riparabile nella sua testolina delicata. Da quest’anno davanti all’edificio scolastico funziona, infatti, un semaforo. Dramma. Da quando è ricominciata la scuola, la rutilante ausiliaria del traffico è là che continua a venire, ma non sa più che fare. Nessuno le ha comunicato che non deve più presentarsi o, se è successo lei deve aver pensato a uno scherzo e quindi all’appello con  la stessa diligenza di sempre risponde presente. Purtroppo non le è più possibile sfoggiare la paletta o dare dritte o bloccare il traffico se doveva passar qualcuno che le stava più simpatico di altri. Allora, vero genio,  ha deciso che il suo nuovo ruolo sarà  quello di pigiare il tasto di avviso che in teoria (molto in teoria) deve far tornare velocemente di nuovo verde il semaforo per i pedoni. Se ne sta là a premere quel tasto in continuazione non avendo capito che basta toccarlo una volta e continua a smanettare con la faccia triste e sconsolata, spernacchiata da tutti che se ne fregano di lei e che adesso, se possono, passano quando vedono che c’è la possibilità . Lei  gli urla sommessamente che non devono comportarsi così. Si lamenta che non ci si comporta a questo modo e che non è giusto. Io ho allora deciso che, anche se non c’è nessuna macchina che passa, attenderò il verde e accetterò che sia lei a dirmi quando posso iniziare ad attraversare la strada. Capita così che decine e decine di persone passino avanti e indietro e io me ne stia là da solo con lei che continua a premere furiosamente il tasto. Non ci guardiamo nemmeno in faccia. Una scena surreale, io e lei accanto guardando l’orizzonte, con un mondo che sfreccia avanti e indietro fregandosene di noi, poi ad un certo punto lei mi dice “Può andare” e io vado.

Forse non lo sapete ma pure questo è amore.

Convention

Oggi sono stato a Firenze, per lavoro. Dovevo incontrare alcuni fornitori ai quali chiedere pietà e, mentre avevo finito con uno, in attesa del secondo sono entrato in un bar di periferia. Uno di quelli in cui non sarei mai entrato in condizioni normali.

Insomma faceva schifo anche solo respirarci dentro.

Mentre bevevo il classico caffè, non potevo però staccare gli occhi da un tizio, un personaggio bizzarro, che aveva attirato la mia attenzione. Alto e magro e a suo modo elegante, aveva scambiato un paio di battute di politica con il barista che senza esitare gli aveva versato un bicchiere di bianchino. Aveva degli stivaletti rossicci e pantaloni bianchi, un gilet fuori posto ma portava con eleganza un gran naso, una barba non curata, una capigliatura più bianca che grigia, più lunga che trascurata.

Assolutamente unico nel modo in cui era vestito entrava e usciva dal bar. Sembrava avesse qualcosa dentro che lo agitasse come uno frullino. Una sigaretta appena tenuta sulle labbra, fuori a fumare.  E poi di nuovo dentro a prendere un altro bianchino. Ero quasi sicuro di averlo già visto da qualche parte, per quello mi attirava. Ma non riuscivo proprio a capire, nè dove, nè quando.

Passo del tempo a far finta di leggere il giornale ma intanto cerco di ricordarmi chi diavolo fosse. Ma niente. Non c’era vero. Non mi veniva in testa.

Poi lascio il bar e vado all’altro incontro. Di nuovo a chiedere pietà a un altro fornitore. Parlando della crisi e della necessità di allungare dei pagamenti. Solite storie di piccoli imprenditori in crisi.

Finito quell’incontro, prima di ripartire per Lucca, mi ritrovo più o meno inconsapevolmente di nuovo nello stesso bar. E quel signore, quello di prima, era ancora là. Probabilmente aveva finito anche lui le cose da fare  Un altro bianchino, un altra sigaretta. E poi di nuovo fuori. E ancora dentro e poi fuori. Senza posa.

E proprio mentre lo vedevo fumare come un ossesso mi sono ricordato come e quando l’avevo conosciuto.

E’ stato tanti, tanti, anni fa. Quando io per cercare di pagarmi gli studi facevo l’informatore scientifico. Un modo come un altro per raccattare qualche soldo onesto in attesa di partire per la mia avventura alla conquista del mondo. Ricordo che una volta partecipai a una delle  Convention aziendali. Uno di quei posti in cui si fa in modo di dare sniffate di positività alla struttura di vendita, premiando i migliori e umiliando i più scarsi. Dove vige una specie di legge della giungla e dove ti obbligano a urlare il tuo entusiasmo anche se hai il cuore a pezzi. Io ero molto giovane e non me ne curavo. In fondo sapevo che per me non sarebbe stato per sempre. Ma già allora mi era chiaro come queste Convention siano un obbligo per alcuni e un privilegio per altri. Posti in cui ci si prende troppo sul serio.

E’ proprio dentro le Convention che esplodono dinamiche  strane e a volte surreali con le strutture aziendali che fanno finta di nascondersi e invece sono là in bella mostra a far vedere i loro muscoli. Tutti quelli che sono lì, ci sono perchè lavorano assieme, non per altro. E c’era anche quel signore che adesso beveva bianchini in continuazione e che fumava come un ossesso.

Aveva un nome strano che non saprei più dire ma mi ricordo perfettamente che, molto più giovane di adesso fu chiamato sul palco a raccontare della sua esperienza di venditore tra gli applausi dei colleghi di allora. Disse addirittura a un certo punto che lui aveva interrotto le sue ferie per tornare al lavoro e inoltrare un ordine che altrimenti sarebbe passato il mese successivo. Io lo guardavo esterrefatto ma tutti intorno lo osservavano come una specie di eroe aziendale.

E quella convention finì in un modo assurdo. Quel tipo, l’eroe aziendale, fu prima onorato da tutto l’establishment dell’azienda che disse a tutti che proprio lui era l’uomo al quale ognuno di  noi avrebbe dovuto fare riferimento come modello di vita. Lui era il prototipo di come saremmo dovuti diventare noi. Specie quelli come me alle prime armi.

Poi l’eroe chiamò sul palco una serie di persone e attaccò in testa a ciascuno di loro una fascia dove c’erano scritte i nomi di alcune molecole, tipo HDO, oppure colesterolo , progesterone, queste cose qua. E la scena seguente era che vedevi signori di cinquanta o sessant’anni con magari famiglie e figli, una loro dignità umana e professionale che si aggiravano vestiti da colesterolo trasportavano piccolo sfere di plastiche che rappresentavano l’ossigeno o i grassi o chissà che, con la faccia triste di chi sa che deve essere messo alla gogna come gioco di ruolo della società per la quale lavoravano.

E l’eroe bello e spavaldo rideva di gusto.

Prima di uscire non ho potuto fare a meno di interrogare il barista che evidentemente lo conosceva bene. E così mi ha detto che quel signore distinto dal profilo importante non lavora più, moglie e figli l’hanno lasciato e lui gira sempre là attorno. Aveva un ufficio importante, sembra che fosse diventato un pezzo forte di una grande multinazionale e poi aveva fatto una carriera politica interessante ed è arrivato perfino a diventare assessore di qualche cosa da qualche parte.

Fino a quando lo hanno beccato mentre si prendeva una bella bustarella…

 

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