La canzone di Michele

Michele ha gli occhi buoni e un cuore più grande di quanto lui stesso creda di avere, ma anche venti chili di troppo addosso e soprattutto un disagio evidente a chiunque parli con lui più di cinque minuti. Una depressione latente che ogni tanto fa capolino e turbe maniaco compulsive psicotiche lo rendono insicuro e incapace di vedere sé stesso come una unità. Anni fa se n’era andato a studiare a Perugia ma un giorno all’improvviso ha fatto crack. La sua psiche si è rotta. Ha deciso allora di tornarsene al paesello suo, in Lucania, ma alla stazione non riusciva nemmeno a salire sul treno. Qualcosa lo bloccava. Rimase tutto il giorno sul binario incapace di montare sopra uno dei tanti treni che passarono. Chiamò il papà che corse a recuperarlo e al quale disse che aveva visto dei calabresi che lo puntavano che avevano aperto il cofano dell’auto per mettercelo dentro.

Una volta a casa è stato messo sotto cura ma per quanto ci abbia provato, non riesce proprio a non farsi del male. E’ incostante ma consapevole. A tratti dolcissimo, a volte irriverente. Gli amici lo chiamano “il gatto” perché, per evitare di ucciderne uno, una volta riuscì a distruggere la macchina che gli aveva prestato il padre che l’aveva comprata vent’anni prima e che fino ad allora aveva tenuto di conto come fosse una reliquia religiosa. A Michele però piace il nome con cui Gianluca e Nicola e gli altri del gruppo hanno scelto per identificarlo e così per rendergli omaggio ha preso davvero a muoversi e a camminare come un gatto. Lento, indifferente, silenzioso. Del resto è indifferente anche a ciò che la gente pensa di lui. Almeno apparentemente. In fondo alla sua anima ha deciso di autopunirsi perché è convinto che tutti i problemi di natura organica e nervosa e di concentrazione se li è cercati da solo sia con l’abuso di sigarette che consuma a pacchi che di caffè. Soprattutto con quello delle droghe.

Anche adesso, nonostante gli psicofarmaci che prende.

Quando racconta del suo periodico peregrinare, delle sue conoscenze temporanee, dei suoi giri e riti oppiacei in macchine sconosciute, della sua deriva in stanze illuminate solo dal suo delirio, non si fa sconti e dice anche ciò che nessuno al suo posto direbbe. Come di quando ad esempio una volta, in Polonia con i suoi amici, questi avessero dell’erba già pronta per l’uso ma che lui invece ne voleva di un altro tipo. Si era fissato che voleva “il fumo” pesante. E così senza conoscere una parola di inglese o di polacco esce di casa e finisce alla stazione dei treni dove trova due tizi ai quali, non si capisce bene come, fa capire le sue intenzioni. Questi gli dicono, “Ok nessun problema”, gli offrono della vodka lo fanno ubriacare bene e poi gli portano via i soldi che lui aveva portato con sé.

La cosa che colpisce è che se n’è frega delle risate grasse che si fa la gente quando ne parla. A lui, che studia ancora la letteratura e che stravede per Bukowsky non importa niente di apparire “lo strano”. E per metterci il carico sopra fa il bis raccontando di come vada a puttane per parlar con loro. Le paga solo per parlarci. Spesso facendole pure incazzare.

Una sera d’estate, Michele non si presenta all’appuntamento con i suoi amici. Poiché è un ossessivo, la puntualità per lui era una mania e tutti cominciarono a preoccuparsi. Il padre andò nel panico quando la sera non tornò a casa. Alla fine dopo cinque giorni telefonò a Nicola e gli disse che aveva passato quel tempo in diverse stazioni adriatiche. Dormito in treno e mangiato alla Caritas. Vagabondato con il suo valigione improbabile , deriso e poi compreso da coloro che avevano tentato di derubarlo. Parlò di Saverio, un sessantenne finito  in strada per via degli strozzini a cui doveva ancora dei soldi e per cui mentiva ai figli fingendo inesistenti lavori da guardiano notturno. Parlò di Youssuf, un marocchino che lo aveva invitato su in Trentino per la raccolta delle mele. Parlò soprattutto di risse sventate e di paci rinata grazie a una semplice bottiglia di birra. Parlò di vite rubate incomprensibili a chiunque si limitasse a un giudizio superficiale e di persone squisite e di come queste cerchino di stare a galla dove è oggettivamente difficile poterlo fare

Non ne fece parola con i genitori preoccupati che Saverio, con il quale ancora si sentiva e al quale di tanto in tanto mandava qualche euro, lo avesse in qualche modo circuito e plagiato anche sessualmente.

Quando ho conosciuto Michele ho provato una forte empatia con lui. E la cosa deve esser stata reciproca perché ieri sera si è messo a raccontarmi delle storie che gli giravano nella testa e che, mi ha detto, voleva dividere solo con me, perché, a suo parere, solo io potevo davvero capirlo.

Mi ha raccontato così che gli sta sulle palle il grillo parlante di Pinocchio. Un essere pettegolo e senza pudore, senza un filo di cervello. Mi ha detto che proprio non poteva credere che il grillo fosse la coscienza di Pinocchio. Pinocchio, per lui, aveva una coscienza immacolata mentre il grillo ha tutti gli scheletri nell’armadio dei piccolo borghesi.

«Ma scusa» mi fa, «Lucignolo passa a chiamare Pinocchio per andare assieme nel Paese dei balocchi e insieme si dirigono al primo bar del paese, giocano a carte e a biliardo e si ubriacano come maiali. Ottimo Pinocchio, non sei d’accordo? E invece arriva quel rompicoglioni di quell’insetto parlante che gli dice in tono pacato che sta invece facendo male. Una volta pinocchio voleva prendere un po’ di fumo e si recò nel bosco. Ti incontra due e gli sgancia venti euro e questi gli dicono di aspettare. Poi se ne vanno. Cose che succedono. Il povero Pinocchio è troppo buono e pure quella sera rimane senza una canna. Ma non solo. Arriva lui, il grillo, e lo rimprovera di essersi allontanato da casa, di frequentare brutta gente e poi non pago accusa Pinocchio di far soffrire il padre. E Pinocchio povero ingenuo si fa venire i sensi di colpa. Sventurato. Lui, Pinocchio che non fa altro che mostrarsi al vecchio genitore per quello che è: un burattino troppo buono per tenere nascosti certi segreti al proprio padre. Lui si dà al padre tutto, anche i suoi vizi e i suoi difetti e lo fa soffrire, certo con le proprie azioni e tuttavia Geppetto, lui che si che dovrebbe conoscere bene la propria creatura e questo grazie a lui, grazie al burattino e in cuor suo non fa che ringraziare il Signore per essere un padre, sotto tutti i punti di vista. E alla fine caro burattino sei diventano umano di pelle e ossa mentre altri, che nascono bambini, col tempo finiscono per diventare inutili pezzi di legno, legno della specie peggiore e saranno soprannominati “spaccalegna” ma questa è un’altra storia»

Lo lasciai davanti a casa sua ad asciugarsi le lacrime e ad accendersi un’altra sigaretta.

Stamattina era tornato quello di sempre. Distratto e bonario, improbabile e mezzo alcolizzato. Sembrava aver rimosso. Prima di salire sull’aereo che mi riportava indietro, dentro la mia vita di sempre, gli ho chiesto dove se ne sarebbe andato lui. E serio, tremendamente serio, mi ha risposto che avrebbe camminato fino a Paperopoli.

Per tutto il volo avevo una gran voglia di piangere e se non l’ho fatto è stato solo perché non volevo preoccupare lo sconosciuto che mi sedeva accanto.

Come arrivo a Pisa mi arriva un suo sms  con su scritto:

«I vari Tolstoj, Dostoevskij, Carlo Levi e via dicendo mi ritornano come un divisione senza resto, netta. Nella vita si ha bisogno di aiutare gli altri. E’ vita e si spera con questo anche di poter affrontare chi è dalla parte della morte»

La partita di calcetto

Per togliere ogni dubbio sul fatto che io viva una vita sana, equilibrata e felice, attorniato da gente di alta qualità intellettuale, ho deciso di parlare di uno degli happening più sentiti dal gruppo di amici che frequento: la mitica, inossidabile, imperitura, immarcescibile, immutabile partita di calcetto che pratichiamo da anni con la stessa regolarità con la quale lo Stato chiede i soldi a tutti i cittadini.

Noi però ci mettiamo più passione. Specie nell’insultarci.

Su ogni cosa.

Alla faccia di Kant e Hegel, che tanto amo, ma che, se giocassero a calcetto con me e scoprissi che sono delle pippe, li manderei a cagare senza ritegno senza rifletterci troppo sopra usando la dialettica che Friederich ci ha insegnato:

Tesi: sei una caccola a giocare, Antitesi: il fatto che hai i fulminanti al posto dei piedi non ti scusa, Sintesi: vattene affanculo!.

Siamo dei patetici uomini sull’orlo, non so se di una crisi di nervi, ma di mezza età sicuramente sì. Come s’invecchia male.

Il gruppo nella sua globalità è composto da circa sedici, diciassette persone, tutti trogloditi e degni discendenti di australopitechi al punto che la maggior parte di noi non avrebbe alcuna difficoltà a dare una pacca sul culo a una suora e a urlarle: Vai bella maialona! Qualcuno addirittura si vanta nel declamare le sue crudeli ed efferate azioni che compie come cacciatore e di cui si gloria mettendo pure le foto su Facebook. In posa con il fucile e gli amici vestiti come marines per il grande assalto ai fagiani o ai beccaccini.

Credo che Cesare Lombroso avrebbe molto da dire studiando i nostri tratti anatomici.

La partita si svolge però cinque contro cinque e quindi andiamo a giocare più o meno a rotazione, rigorosamente di lunedì sera. Essendo giunti a fine stagione tutti quanti abbiamo voglia e necessità di partecipare alle partite per incrementare le classifiche che ci vedono protagonisti. Disertare quindi le ultime apparizioni sarebbe oltre modo delittuoso per chi, come me ad esempio, sta lottando nella classifica assist man che quest’anno non dovrebbe finalmente sfuggirmi. Così ieri sera, mentre uno del gruppo stava finendo di versare le sue lacrime sulla tomba del padre crepato due giorni fa, noi ce ne stavamo a tirar calci a un pallone, che negli anni sta diventando sempre più grosso e pesante su un campetto di erbetta sintetica. Mi piacerebbe dire che abbiamo avuto un pensiero per il disgraziato. Oppure che abbiamo fatto, che so, un minuto di raccoglimento per ricordare la figura mitica del padre che ci ha lasciati.

Mammeglio.

Espressione che può essere ostica a chi non conosce il maremmano. Diciamo che noi la utilizziamo per enfatizzare affermazioni negative clamorose. Una specie di stile di vita per descrivere tutto ciò che non può essere descritto pena perdere la sua forza evocativa. L’espressione che rafforza il “mammeglio” e lo rende praticamente perfetto è “Sie” metafora del “Bona Ugo” tanto per capirsi.

Comunque la verità è che, ieri sera, incuranti della catastrofe capitata a casa Nucci, ci siamo abbrutiti subito come canaglie fameliche alla ricerca dell’agognato desiderio sferico di cuoio che rimbalza ogni volta più velocemente e più lontano dalle nostre aree di intervento. Stiamo diventando sempre più simili a un calcio balilla umano oppure a quell’altro gioco di cui non ricordo il nome dove tu premevi la testa del giocatore e quello alzava la gamba per tirare. Ci muoviamo meno e per compensare tutto questo però ci insultiamo sempre di più. L’espressione più gentile che ci scambiamo durante le partite è, infatti “spero tummoia”, della quale credo che non credo ci sia bisogno di dare accurata traduzione.

Ieri in squadra avevo Gildo, che ama giocare per me perché punta alla classifica marcatori e sa che io passo sempre la palla perché invece ambisco a quella dell’ultimo passaggio, il Fisso (detto così perché è sempre ubriaco) e due tizi che conosco a mala pena.

Il primo è un architetto di Napoli o giù di lì, non ho ancora capito bene. Per me, in fondo poi, è tutto uguale.  Ogni tanto sparisce poi riappare e a modo suo, per molti versi, è un tipo interessante. Di sicuro non convenzionale. Il tipo, sulla quarantina, ha  l’aria del risoluto che non si perde in chiacchiere e sembra dotato di spiccato senso pratico e anzi più volte mi è capitato di pensare che fosse del tutto privo di quello teorico.

Neanderthal è la parola giusta. Oppure zotico bestione se preferite.

Lui è quello più amico di tutti del Nucci. Il nuovo orfano. Ciò non di meno ha deciso di non andare al funerale per venire a giocarsi la partita con noi. Nello spogliatoio ci ha poi raccontato che non ne poteva più di partecipare a eventi tristi e si era inventato un impegno di lavoro per disertare il rave party al cimitero. La sua ammissione ha fatto sentire tutti quanti molto meno stronzi. In fondo se gli ha tirato la sòla lui perchè non anche noi?

E’ per questo che ci sta simpatico, perché lo guardi e pensi subito che ci sia qualcuno che può essere sicuramente peggiore di te. Eppure è un bell’uomo, ben messo, solido come una roccia e dai modi affabili anche se quando ti punta con il suo sguardo cattivo ogni tanto ti fa paura e lascia intravedere una carognaggine e più in generale una ferinità che è là pronta a venir fuori. Diciamo che la cosa più evidente dell’architetto Chegia è che, senza forse, è un tipo che se la tira un po’ troppo. E’ di quei tipi sicuri di sé che non hanno mai provato la sensazione di avere la propria autostima ridotta a un mucchietto di caccole. Piace a tutti, specie al genere femminile, anche se è un vero esperto nel parlare tantissimo di nulla montato con panna senza alcuna argomentazione.

O, forse, soprattutto per questo.

Non poteva quindi che essere soprannominato con plebiscito bulgaro: il cardinale Sborromeo.

Ero stupefatto che fosse in squadra con Gildo. Perché è evidente che i due non si sopportano affatto. Una cosa reciproca talmente viscerale che a volte è imbarazzante per chi ha la sventura di trovarcisi nel mezzo. Nonostante non siano più ragazzini più volte se le sono promesse e la cosa che mi infastidisce è che Gildo non perde occasione per provocarlo.

L’altro tizio che giocava con noi è un gorillone semiritardato grosso come Godzilla. Ha più di trent’anni e capacità oratorie pari a quelle di mia figlia che ne ha sette. Essendo forse consapevole dei propri limiti ha deciso di non diventare un garrulo. Però ha esagerato nel limitarsi e, a volte, da quanto è tonto mi sembra addirittura drogato tanto che spesso mi è venuto da suggerirgli di usare il naloxone che forse potrebbe aiutarlo a fargli passare quel torpore che sembra attanagliarli la cervice.

Non c’è nemmeno bisogno di ricetta medica.

Forse però pensandoci bene è solo affetto da afasia anche se però la scommessa migliore rimane che sia un encefalitico letargico. L’unica cosa che so per certo è che è’ sempre appresso al Chegia e dev’essere qualche suo galoppino napoletano che l’architetto si porta dietro per non pagare alcun tipo di contributi come si usa fare dalle sue parti. Viene ogni tanto per far numero quando siamo contati e di solito lo chiamiamo Careca, come il grande centravanti del Napoli scudettato ma nessuno di noi si azzarda mai a dirgli che gioca come una ciofeca per paura che quello ci allunghi un ceffone con quelle pale che tiene al posto delle mani.

Solo il Chegia, che deve esserci molto in confidenza, si permette di fargli delle parti a culo invereconde che, come si usa dire, nemmeno il maiale, al punto che mi è capitato di pensare che Careca lo avrebbe ucciso e mangiato là all’istante.

A volte per umiliarlo il Chegia, ci ordina di non chiamarlo come il grande centravanti brasiliano perché è una bestemmia a Dio.

- Ma che Careca, dovete chiamarlo Speggiorin a questa testa di cazzo – urla come un pazzo.

Ma nessuno di noi si è mai sentito coraggioso abbastanza da provare a farlo e in quei casi cerchiamo allora semplicemente di non chiamarlo mai in nessun modo. E la cosa lo ammetto è veramente difficile specie quando la partita è tirata e ogni azione può essere decisiva.

Ieri sera poi gli animi erano più caldi che mai e c’era un’aria elettrica che si poteva respirare a pieni polmoni. Verso la fine della partita quando eravamo sotto per 5-4, l’ineffabile e rutilante Speggiorin si è mangiato due goal a porta vuota che nemmeno un paraplegico mongoloide avrebbe sbagliato e questo ha mandato fuori di zucca il cardinale Sborromeo che è in lizza per la vittoria finale nella classifica di chi vince di più. La cosa ha innescato una serie di reazioni a catena di insulti anche tra le due squadre circa la fallosità di alcuni interventi pesanti non sanzionati e la situazione a un certo punto stava così degenerando che tutti s’è deciso che era l’ora di farla finita e di andarcene sotto la doccia. Perché in quei momenti ti viene davvero voglia di sterminarli tutti i tuoi avversari, arrivi a pensare che loro bruttezza d’animo crei un danno all’equilibrio dell’universo ed è a causa loro che non sei libero di vivere come meriti. E vorresti qualcosa con cui sbarazzarti di essi in un colpo solo.

Eugenetica è la parola giusta. Oppure frenologia se preferite.

Sotto la doccia con il mio bel costume adamitico che mostra i tatuaggi fatti in epoche lontane ne ammiro uno di un tipo e chiedo dettagli, perchè ne ho due e me ne manca un terzo che non ho mai fatto

- Stai invecchiando Mastica, fattene una ragione. – è la frase più gentile a dimostrazione di quanto da vecchi si tenda a tralignare.

Sono tutti così convinti che oramai i loro capelli o almeno quelli che gli sono rimasti, diventeranno bianchi e che tra un altro pochino si ritroveranno anziani. Simpatici vecchietti che vivranno serenamente gli ultimi anni come si usa fare in provincia. Non sanno, non possono sapere, che a me questo destino sta un po’ sui coglioni e che preferirei esser visitato  dalla signora in nero con la mietitrice in mano, prima del rincoglionimento totale .

E vorrei che quando essa arriverà, mi trovasse ancora vivo.

E con un nuovo tatuaggio sulla spalla.

 

 

Libero Arbitrio

La cosa che più mi piace dell’Osteria Masticone da dove sto scrivendo, è che qua dentro si riesca a passare da argomenti di una futilità incredibile (il senso della vita ad esempio) a quelli fondamentali per l’esistenza umana (la Topa).

Ieri, ad esempio, mentre con il mio amico Pakap si parlava di You Porn, che è un pilastro fondamentale della vita di ogni uomo sano di mente, quel birbaccione un mi va a stuzzicare su un argomento così importante come il Libero Arbitrio.

Lui, che mi sa essere cattolico osservante (lo deduco dalla pudicizia con la quale ammette a malincuore il suo reiterato uso quotidiano di seghe alle quali nessuno di noi viene meno) sostiene come esista e come è ciò che ci contraddistingua dagli animali. La possibilità che in qualche modo possiamo davvero essere noi a poter decidere le sorti delle nostre vite.

Io, al contrario suo, non ne sono affatto convinto.

Stamattina avevo in mente di trattare la cosa in modo accurato e filosofico, ma mi sono accorto di non averci per niente voglia di cimentarmi in questa cosa. Ciò di non di meno mi va di tirar fuori questo argomento. E allora ho pensato di postare un estratto di un romanzo inedito che ho scritto e che non verrà mai pubblicato, in cui due amici parlano proprio del libero arbitrio. Credo che in queste righe ci sia proprio ciò che io penso in merito.

Ah….dimenticavo due cose: prima cosa ho cambiato la musichina di fondo perchè troppi si lamentavano e voglio vedere adesso chi dice qualcosa del Boss.

Seconda cosa: ora e sempre W la topa! (e che Dio la benedopa)

 

======================================================================================

-  Ricordi quando eravamo giovani e tutto ci sembrava possibile? – mi guardava dritto negli occhi e notai la bellezza dell’intensità che metteva nelle cose. Pensai che nessuno avrebbe mai dovuto spegnere uno sguardo come quello.

- Beh non è mica che siamo poi cosi vecchi adesso.

- Si è vero, ma ricordi il tempo in cui credevamo che noi avremmo potuto cambiare il mondo, che insomma ce l’avremmo fatta? Quando pensavamo che il futuro davanti a noi potesse essere foriero solo di cose belle. Quando avevamo tutto da scoprire?

- Che vuol dire foriero? – chiesi per smorzare i termini della questione. Del resto non avevo voglia di fare il bilancio della mia vita. Da quando ho preso confidenza con la morte ho deciso che quando sarà, vorrei andarmene appellandomi solo alla clemenza della corte perché ogni bilancio sarebbe troppo fallimentare.

- Non vuoi parlarne eh?

- Sul serio io sono un modesto tornitore che sa una sega di termini così forbiti.

- A volte mi guardo allo specchio – fa lui – e mi chiedo se non avessi potuto fare di più. Se davvero non ho sprecato i soldi che mi ha dato Dio, come in quella parabola del nazareno, e non li abbia davvero mai fatti fruttare.

- Ma che dici bischero. Se hai bisogno di sentirti dire che hai fatto qualcosa di buono te lo dico pure. E lo faccio perché ci credo. Penso che tu sia, non solo il mio migliore amico ma anche tra le persone migliori che abbia mai incontrato. Quindi per favore smetti di dir cazzate. E se proprio non ti senti in pace con la tua coscienza perché sei un dannato clericale e il cattolicesimo ti lavora dentro, hai ancora una quarantina d’anni, più o meno, per metterti in pari. –

Lui mi guardò e sorrise stanco. Io mi sentii in dovere di aggiungere.

- Tu e i tuoi pretacci. Eppure la testa ce l’hai bimbo mio, ce l’hai sempre avuta. E ancora pensi che tutte quelle cose che ci insegnavano al catechismo siano vere?

- Perché tu non credi più in Dio? Da giovane eri un fervente catto-comunista –

- Una volta cacavo anche con regolarità se per questo. Adesso so’ diventato pure stitico.

- Si ok va bene. Però tu non te le fai mai queste domande?

- Ti confesso che al momento ho altre preoccupazioni.

- Ma se dovessi incontrare Dio oggi. Immaginiamo che tu lo debba incontrare nel pomeriggio uscito da qua. Che cosa gli diresti? Come giustificheresti la tua vita quando lui te ne renderà conto?

Gli feci vedere che mi toccavo le palle come gesto di scaramanzia. Poi dissi:

- Ma che ne so Giuliano. Che discorsi sono.

- Dai, su spara – incalzò lui – sei sempre stato un creativo voglio sentire come te la caveresti.

- Se proprio insisti. Vediamo – ci pensai su una decina di secondi e poi feci – forse gli direi che ha ragione lui. Forse ha proprio ragione lui non sono riuscito a far fruttare i miei talenti come quello della parabola di cui parlavi tu, ammesso che poi ne abbia davvero avuti. Però se ciò è successo è solo perché non avevo libero arbitrio. E’ stato Lui che non me ne ha dato la possibilità. Ecco questo gli direi. Non esiste il libero arbitrio quindi non è colpa mia. Sono da assolvere. –

Mentre dicevo queste parole mi stupivo di me stesso. In fondo non mi era mai capitato di pensarci sopra sul serio, prima d’allora.

- Fammi capire meglio per favore – fece la Prostata mostrando interesse.

- Scusa Giuliano secondo te qualcuno merita di esser punito perché non è riuscito a fare qualcosa che non poteva assolutamente fare? Insomma sarebbe giusto punirmi per non aver vinto i 100 metri alle Olimpiadi se non ho il fisico adatto per parteciparvi? In altre parole, possiamo davvero comportarci in modo diverso da come abbiamo fatto?

- Interessante devo ammetterlo. Tu sostieni che di fatto non controlliamo niente e non siamo responsabili delle nostre azioni?

- Esattamente. Se ci pensi bene ogni evento, qualsiasi cosa, è generato sempre da cause antecedenti. In ogni istante lo stato del mondo è il frutto del suo stato all’istante immediatamente precedente e da esso si evolve secondo leggi naturali immutabili e noi non possiamo certamente controllare le leggi di natura.

- Sei davvero incredibile, nell’arte dello stupire gli altri. Complimenti davvero. – disse Giuliano.

Avrei voluto dirgli “e non sai come riuscirò a stupirti tra qualche tempo” e invece aggiunsi:

- Il passato controlla il presente e il futuro. Noi non possiamo controllare il passato e non possiamo nemmeno controllare il modo in cui il passato controlla il presente e il futuro. E quindi non possiamo controllare un cazzo. Ne passato, ne presente, ne futuro.

- Certo è vero. – poi mi guarda malizioso e aggiunge – però la tua affermazione è un po’ speciosa e capziosa perché ad esempio io sono qua adesso e posso o non posso alzare la mano. Guarda qua. – rise e mosse il braccio verso di me.

Poi di scatto aggiunse:

- Anzi adesso decido che voglio alzare quest’altra. – e abbassò la sinistra per alzare la destra – No aspetta, ho voglia di alzare di nuovo la sinistra. Ecco lo vedi. T’ho fregato. Ho la precisa percezione di aver controllato il corso degli eventi. Insomma sono libero. Me lo dice la coscienza.

- Oh bravo. Ma quando muovi la mano non sei conscio dell’incredibile struttura causale che rende possibile il fatto che tu ti muova: la muscolatura, la coordinazione, la funzione del cervello o la respirazione. Tutte cose necessarie al punto che se una di queste mancasse non alzeresti più nessun braccio. Senza contare il fatto che lo alzi perché io provocandoti ti ho stimolato a farlo e se non ci fossi qua io non lo avresti fatto. E affinchè io sia qua per averlo potuto fare ci sono stati una marea di altre cause che ha provocato questa circostanza. E ti ho pure condizionato rispetto al fatto di alzare una mano prima e poi di seguito l’altra. E possiamo andare avanti all’infinito.

- Si guarda però che se davanti ad un giudice difendendo un assassino che ha ucciso una madre con i suoi quattro figli un avvocato usasse come strategia difensiva la lacrimevole  storia che quel mostro è così a causa della biologia o della società temo che non avrebbe grandi chance di vincere. Non ho mai sentito uno che ha fatto sua l’equazione tra crimine e malattia.

- Ma per l’amore del cielo – mi venne da dire – un soggetto agisce liberamente solo se può fare davvero altrimenti. Ma il modo in cui viene cresciuto, educato, plagiato o plasmato, manipolato gli evitano di essere padrone del proprio destino. Il settaggio che riceve nel passato non lo rende libero di agire in modo diverso da come poi agisce realmente nel presente.

- Il destino è destino – sospirò la prostata.

- Esatto. Hai finalmente colto il punto. Il futuro è già stabilito dall’indefinita catena di eventi che il mondo ha già attraversato. Quindi rassegnamoci e accettiamo all’idea che ogni nostra azione è priva di senso.

- Eh allora perché non vestirci anche di arancione e cominciare a cantare inni ad Are Chrisna? Are Rama Are Rama – ride Giuliano.

- In effetti loro chiamano tutto questo karma. Più o meno. Te la ricordi la canzone di Roberto Vecchioni, Samarcanda no? La logica è più o meno quella.

- Fammi capire tu stai tirando fuori tutta questa cosa dalla canzoncina di Vecchioni?

- Guarda che non è mica sua la storia. E’ una famosa parabola indiana o islamica, non sono sicuro. La Morte aveva visto nella sua lista il nome del prescelto prima, ed è questo il vero punto, capito bene? PRIMA che questi decidesse di fuggire. Il tipo sarebbe morto ovunque si trovasse. Ecco perché la sua fuga è inutile.

- E sti cazzi vogliamo dirlo?

- Fatalismo, my dear, semplice fatalismo. Cercare di influire sul futuro è inutile tanto quanto cercare di farlo con il passato

- Se Dio la pensasse allo stesso modo allora se ne starebbe a guardare i nostri sforzi e a sbellicarsi dalle risate. E non mi sembra tanto credibile amico.

- E’ solo il bambino Giuliano che è in te, manipolato dai preti in fase adolescenziale che ti fa pensare il contrario. Comunque mi hai chiesto cosa direi a Dio giusto? Beh questa sarebbe la mia argomentazione. Caro Gesù ti voglio bene ma tuo padre mi ha tolto la possibilità di essere davvero libero, quindi non rompere le palle e dammi il passaporto per il paradiso che s’è fatto tardi e m’è venuta fame e la cucina mi hanno detto che chiude presto.

Dissi questo proprio nel mentre che la simpaticissima cameriera ci portava quanto ordinato e finalmente ci saziammo anche di roba buona e non solo di parole.

Avevo dimenticato quanto mi divertiva argomentare con la Prostata.