Lettera a Martina

Tuo padre aveva un gran talento ma, soprattutto, era un uomo dotato di una meravigliosa, innocente, intelligenza che mostrava il suo massimo quando, giocando con te, riusciva a creare  una magia speciale. Pensava di essere libero e credeva che nessuna donna lo avrebbe mai fermato, fino a quando, però, tu non gli hai sorriso. Era convinto di essere fiero e selvaggio e di sapere dove stava andando, ma poi, sentendo la tua risata, nei suoi occhi è arrivata la saggezza. Correva nella notte coi suoi vestiti al vento alla ricerca, nel cuore delle tenebre, di un po’ di tenerezza, inciampando nelle luci della città e poi di nuovo nell’ombra, appeso alla risata con la quale le persone come noi nascondono le proprie tristezze. Poteva illuminare luoghi che non lo avevano mai visto prima e convincerti che con lui avresti potuto vincere ovunque. Ma poi ha visto il tuo sorriso ed è cambiato tutto.

Un giorno mi disse che, solo tu, avresti capito come ci si sente a non essere mai chi si vuole davvero essere.

E non so dirti meglio di così, che significato avesse lui per me.

Tua madre è una sopravvissuta. E farà ciò che è giusto fare, dividendo con te il silenzio per un uomo che adesso è là, sulla luna. Tu sei ancora poco più che una bimbetta eppure gli somigli già tanto e credo che continuerai quello che lui ha cominciato anche se il mondo, adesso, è un po’ più freddo. L’umanità è però dalla tua parte. Oggi lui ti ha insegnato come si piange, ma ben presto imparerai anche come si tenta la sorte e come ci si possa lasciar dietro metà di se stessi per poi ritrovare pezzetti di vita a pezzi e prender su tutto l’amore che trovi.

E adesso esci fuori. Avanti esci fuori.  Muoviti, per l’amor di Dio, ed esci fuori.

Tra un po’, ne sono certo, troverai una via di scampo e qualcuno proprio come te.

Aspetta e vedrai…

Io sono Speggiorin

Nei lunghi pomeriggi pre-adolescenziali passati per strada con gli amici a cazzeggiare, la partitella di calcio al campino del “Sacro Cuore” era il piatto forte. Il prete arbitrava e, da come lo faceva a cazzo, sono certo avesse una moglie da qualche parte che in quel momento lo stesse tradendo. Veniva sempre anche un ragazzo down che nessuno sapeva bene dove vivesse.  Si chiamava  Renzo e si materializzava  all’improvviso su una bici scassatissima e si piazzava nel gruppo al momento in cui si facevano “le scelte”. Aveva una passione smodata per la Fiorentina e parlava come tutti quelli a cui la Natura ha regalato quella fottuta trisomia del cromosoma 21. E ci faceva ridere. E ci divertivamo a prenderlo per il culo. E lui ci stava, perché lo facevamo giocare. “Io sono, ecco, io sono.. Speggiorin”, diceva con quel suo modo strano di parlare. Speggiorin era l’attaccante che la “Viola” si era comprato quell’estate.  Erano anche allora tempi di crisi, non c’erano soldi da spendere e  i dirigenti gigliati s’erano dovuti accattare una pippa bestiale che, nell’immaginario di Renzo, chissà perchè,  era diventata,  un campione. E così,  quando si cominciava a giocare non smetteva mai di urlare “Passatemi la palla, si si si, io sono Speggiorin”. E noi giù a prenderlo per il culo. A Renzo. Che rideva. E che non s’incazzava mai, nemmeno quando la palla con il cavolo che gliela passavi. E passategliela la palla a Speggiorin, rideva il prete. E se rideva lui non vedevamo perchè non avremmo dovuto farlo noi. I cattolici sanno come farsi assolvere cose ben peggiori, in fondo. Poi gli anni sono passati, lenti, ma inesorabili. Ogni tanto, ritornando nella mia vecchia città, anche senza cercarlo, lo rivedevo, come capita  nei piccoli centri cittadine. Era sempre a cavallo di una bicicletta,  solo un po’ più moderna, scorrazzava su e giù senza sapere dove andare. Lo so perchè qualche volta mi sono messo a seguirlo in macchina. Non era solo curiosità. Mi faceva stare bene stargli vicino. Il giro che compiva era sempre lo stesso: andava giù fino al cimitero, quasi fuori città, ma non entrava. Scendeva. Pisciava e prendeva un fiore di campo e lo metteva nel cestino della bici. Tutte le volte la stessa cosa. Poi tornava indietro e finiva all’altro capo dove si allena la squadra di calcio e si metteva a guardare i giocatori che preparavano la partita della domenica. Poi di nuovo in sella per un altra sgambata, per andare da nessuna parte. Negli anni ho visto i suoi capelli diventare bianchi e il suo volto inforcare gli occhiali perché la miopia non gli consentiva più di evitarlo. Un giorno al cimitero, durante la pausa, mi avvicinai per salutarlo. Ovviamente non mi riconobbe. Aveva però gran piacere di parlare, proprio come quando eravamo ragazzetti. Non smetteva mai. E parlava della Fiorentina nello stesso modo in cui faceva negli anni settanta. E io ridevo ancora, ma in modo diverso. E lui parlava però nello stesso modo. E io piangevo quando se ne andava. L’ultima volta che l’ho visto, qualche mese fa, aveva una faccia strana. Molto segnata.  Ho avuto un tuffo al cuore. L’ho fermato mentre se ne andava a giro vicino al centro della città. Come al solito aveva voglia di parlare e così di nuovo si è messo a raccontarmi le cose più bislacche che gli erano capitate e ovviamente le sue speranze per il campionato che stava per iniziare. Montella, diceva, Montella ci farà vincere lo scudetto. Allora gli ho detto: “Si però scusami Renzo, ma come Speggiorin nessuno mai “. Lui ha sorriso in un modo straordinario e ha cominciato a balbettare:

“Mo’, si, mò, come fai a saperlo. Mò, Si, si. Speggiorin era il numero uno.”

Ieri sera mi è arrivato un sms di un amico che vive ancora là. Mi ha detto che anche Renzo ci ha lasciato.

Era tra quelli che lo prendevano per il culo al campino. Nel suo messaggio ha aggiunto

“Non è giusto, cazzo, non è giusto. E ora come si fa Masty?”

Ieri hanno anche operato mia figlia e poi, un sacco di altre cose brutte.

Quando piove, diluvia.

Stamattina ho risposto al mio amico:

“Si fa che da oggi, IO SONO SPEGGIORIN, affanculo tutto il resto!”

Questo è per te, Renzo

 

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La mia donna e il mio uomo

Dimmi la verità, come ti senti?

Non è forse come se stessi rotolando via così velocemente da non riuscire a fermare le ruote?  Non restarci troppo male, non sei la sola che sta cercando di farlo. Con tutti gli altri intorno che sgomitando cercano la loro strada si finisce pure per inciampare e farsi inutilmente del male. Ci si alza, allora, e con grazia si puliscono le ginocchia e si ricomincia a camminare perchè, al netto di tutte le speculazione filosofiche sulla vita, sai che cosa  si può davvero dire su di essa? Proprio niente. Occorre solo andare avanti cercando di aiutare la razza umana a sopravvivere anche a se stessa, fino a quando Lui non deciderà di spengere la luce e torneremo a essere polvere di stelle. E, per quanto sembri a volte, tutto inutile ,non c’è davvero nient’altro che possiamo fare.

Nessun uomo è riuscito a capire come risolvere gli enigmi che ci torturano l’anima e che ci fanno perdere occasioni importanti. Uniche. Nessuno fino a quando non si è ben al di là del dolore.

Così, se tu ti svegliassi di notte vittima di un brutto sogno e non mi trovassi accanto a te e, per una frazione di secondo, non ti ricordassi dove sei, basta che tu apra la finestra e ritorni indietro con la memoria, su quella spiaggia delle donne, con il mare grosso di notte dove abbiamo contato ogni stella cadente. Perchè vedi, io credo che ci sia una luce che brilla su di te e che ti illuminerà per sempre e, anche se non posso garantire che non c’è niente di spaventoso nascosto sotto il letto, ti prometto che finchè ci sarò io, farò la guardia affinchè l’orrore non ti trovi.

Una volta ho conosciuto un uomo, molto talentuoso che aveva un grande cuore. Proprio come te. Lui parlava alla gente e le persone che lo ascoltavano piangevano perchè capivano che le sue parole venivano da dentro la sua anima. La pancia lo guidava e tutti potevano sentirlo dalla  sua voce e vederlo nei suoi occhi. E così ha viaggiato tanto, toccando il  cuore di tutti coloro che ha incontrato facendo fiorire ogni cosa che incontrava, prendendo sempre molto meno di quel che donava, fin quando è stato richiamato a casa. Polvere di stelle.

Il mio uomo ce l’ha fatta.

E ‘andato molto al di là del dolore.

E noi,  a cui è toccato rimanere qua, continuiamo invece a vivere e a ridere come prima, come se niente fosse successo.

Io e gli ebrei

So che le ricorrenze sono importanti e servono. Tuttavia mi ha sempre infastidito quel modo molto borghese di ricordare  le cose un giorno l’anno e dimenticarsene per gli altri 364. Se fossi donna o gay o ebreo o qualunque altra cosa che viene, di fatto, ostracizzato dalla società omologata non vorrei un giorno per ricordare chi sono o chi sono stato o cosa è stato fatto alla mia gente, quanto che tutto questo fosse invece accettato anche fuori dal recinto delle commemorazioni ufficiali. Che facesse parte della “cultura” del luogo in cui vivo. Che non ci fosse bisogno di medaglie o discorsi perchè dentro di noi c’è già tutto ciò. E’ per questo che parlo degli ebrei oggi. Quando tanti sono già passati ad altro.

Ho un rapporto strano con gli ebrei.

C’è una specie di ironica distonia tra me e loro. Ci amiamo e ci odiamo allo stesso tempo. Ogni volta che ci penso, ci rido e ci piango assieme.

Difficile da capire ah? allora vi racconto questo.

Se devo essere completamente sincero, a me, Israele, non è che sia mai stato particolarmente simpatico. Insomma,  la cattiva coscienza del mondo occidentale lo ha creato perché doveva lavare la vergogna di un vergognoso Olocausto che nessuno ha voluto fermare anche se tanti già sapevano, ma la sua nascita ha creato più danni dei benefici avuti. Insomma, se ci fosse un mostro che avesse deciso di sterminare gli Etruschi sparsi a giro per il mondo e una volta perpetrato quell’abominio arrivassero le Nazioni Unite a dire che, come risarcimento agli Etruschi scampati ai campi di concentramento questi possono venire a vivere in Toscana cacciando tutti noi fuori dalle palle e prendendosi le nostre case e con esse le nostre vite e tutto ciò che appartiene alla nostra cultura da secoli, beh, io sono certo che salirei in montagna e comincerei a sparare. Brutto ammetterlo ma, se fossi nato in Palestina, sarei di sicuro un terrorista.

Dov’è la distonia allora?

E’ che io, amici palestinesi, non ne ho mai avuti mentre ne ho avuti molti ebrei.

Siamo legati come uomini, ci dividono le idee politiche su Israele.

Uno in particolare è stato causa, no, è causa, di un dolore forte in mezzo al petto perchè ha messo in mostra tutte le crepe del discorso che ho appena fatto.

Sono cresciuto in Sacra Romana Chiesa. E’ stato facile, aveva un oratorio fantastico dove si andava tua giocare, l’unico della zona. Il resto è venuto da sè. Aggregava tutti. Andavamo per giocare e alla fine senza accorgercene restavamo invischiati in tutto il resto. Un giorno la squadra di calcio della nostra colonia estiva delle suore, la “Stella Maris”, doveva affrontare quella di un’altra parrocchia che tutti gli anni ci aveva fatto il culo vincendo sempre facile. Il loro capo era un tipo che chiamavamo “Il Pescecane”, perchè era noto per essere uno senza pietà nei confronti di tutti, animali compresi. Quel pomeriggio al campino, noi arrivammo solo in dieci. Il nostro portiere aveva dato forfait senza dirci nulla. Senza un uomo era impossibile non essere travolti una volta ancora. Ai bordi del campo mi accorsi che c’era un ragazzone, molto più grosso di noi anche se l’età sembrava più o meno la stessa. Aveva in testa un cappellino blu fosforente che sembrava un elmo. Qualcosa di lui mi colpì. Sentii un legame immediato con lui e gli urlai se voleva giocare con noi in porta. Lui sorrise e disse: “Ma certo, volentieri”. Il pescecane cominciò a urlare “Ma quello è ebreo.” Lo guardai e gli risi in faccia “Cazzo me ne frega, viene al mare con noi. E’ dei nostri.” Il pescecane pensando che avrebbe vinto lo stesso mugugnò qualcosa ma alla fine accettò. David, così si chiamava, quel giorno sembrava l’unto del Signore. Parò ogni cosa. Quel cappellino in testa sembrava infondergli una forza e un coraggio che non avrei mai detto. Il più grande portiere della storia è stato il mio amico David quel pomeriggio di un caldo fine estate maremmano. Alla fine per sbaglio ne facemmo uno noi di goal e vincemmo la partita. Fu un momento di apoteosi pazzesca. Non era mai successo. Chiesi a David di regalarmi il cappellino perchè lo avrei tenuto tra i cimeli più cari. Lui disse che lo avrei avuto solo dopo che lui sarebbe morto. C’era troppo legato, era un regalo del padre che era morto e non voleva disfarsene.

Da quel giorno diventammo amici inseparabili. Mi invitò spesso a casa sua. Sua madre era donna che a me sembrava triste. Già in là con gli anni era sempre vestita di nero e non sorrideva mai. Molto austera faceva però dei dolcetti incredibilmente buoni. La sorella era più grande di David e ammetto di aver fatto pensieri impuri su di lei ma al mio amico non l’ho mai detto perchè era molto legato a lei e non volevo ferirlo. Un giorno la madre, per asciugarsi si alza le maniche della camicia e sul suo braccio vedo un numero tatuato. Senza pensare le chiesi cosa fosse. Lei non rispose. Andò di là, prese un libro e me lo dette dicendo: “Un giorno capirai meglio, intanto leggi questo”.

Se questo è un uomo – Primo Levi. Fu lei ad avermelo fatto leggere.

Fu uno shock tremendo. Ma, come tutti i ragazzi, cercai di non pensarci troppo su. Non ero pronto.

Coinvolsi così David anche nelle attività che facevamo in parrocchia. Non era uno che credeva molto e quindi accettò persino di fare con me il chierichetto durante la Messa. Lo facevamo perchè a coloro che prestavano “il servizio” veniva regalato il biglietto omaggio per andare al cinema parrocchiale la domenica pomeriggio che era una cosa che a noi piaceva tantissimo. Ricordo bene che lui si divertiva a far arrabbiare il prete suonando “le campanelle” nel momento sbagliato. Lo faceva apposta e mi faceva spanciare dalle risate. Ancora oggi quando mi capita di sentirle suonare ripenso a come lui amava cambiarne il tempo. Un giorno però qualcuno entrò in Chiesa e fece razzie di ostie consacrate banchettando di esse. Ci fu il pandemonio. Tutti a stracciarsi le vesti. Occorreva trovare in fretta un capro espiatorio e non ci volle molle che venisse indicato nel mio amico David. Dissi a tutti, prete compreso, che il giorno in cui era successa la cosa lui era a casa mia a giocare ai soldatini. Nessuno credette nè a me nè a lui. Venne allontanato e gli chiesero di non tornare mai più e quando andai dal parroco a dirgli che stava facendo un grosso errore mi rispose che se volevo restare in Sacra romana Chiesa, dovevo solo imparare a tacere e a ubbidire. Fu il giorno che, come ritorsione, il terrorista palestinese in me decise di pisciare nella fonte battesimale della Chiesa. Che andassero affanculo.

Dio però, sta cosa, non me l’ha mica mai perdonata, perchè da quel momento non me ne lascia passare una.

Comunque, quel fatto, quell’esclusione tremenda cambiò qualcosa in David. Non so dire bene. Non fu più la stessa cosa nè tra noi nè con se stesso. Per un po’ continuammo a stare assieme, ma era come se avesse cominciato a prendere coscienza della sua diversità. Parlava di Israele e del fatto che c’era una missione da compiere e che lui sentiva finalmente una chiamata verso le armi per difendere la sua gente che veniva ostracizzata. Io non capivo. Pensavo solo a giocare e lui era finito su un altro pianeta. Un giorno mi disse che sarebbe partito per Gerusalemme. Voleva entrare nell’esercito israeliano, voleva combattere la guerra che era stata di suo padre e dei suoi avi. Pensai che scherzasse, che lo dicesse per fare il duro. Invece non lo vidi più. Sparì dalla circolazione.

Molti anni dopo, quando ero ormai a fine liceo, un giorno, all’uscita della scuola, mi si avvicina una signora che non riconoscevo. Era la sorella di David. Oramai donna fatta. Mi disse che i miei le avevano detto come trovarmi. Aveva un pacco da darmi. Il cappellino blu fosforescente di quel quel magico pomeriggio in cui la Stella Maris vinse la partita della vita. Mi disse che David era stato ucciso nella prima intifada dai palestinesi e che aveva lasciato scritto che quel cappellino doveva andare in eredità a me. Al tempo ero molto politicizzato e fui sconvolto dal sentire la distonia tra amicizia e idee politiche. Un amico, un vero amico, ucciso da sconosciuti per i quali facevo il tifo. Ancora oggi a distanza di tanto tempo, questa cosa mi dilania il petto.

A Natale sono andato a fare un giro nella mia vecchia città e vagabondando mi sono imbattito nel “Pescecane”. Una volta era un giovane idiota testa di cazzo. Adesso è cambiato è diventato un vecchio idiota testa di cazzo. Mi fa:

“Vi s’è fatto il culo tante volte eh?”

“Tranne una e per me conta sola quella”

“Ah già, per via di quell’ebreo di merda. Sai che eravamo stati noi a rubare le ostie quel giorno che hanno dato la colpa a lui?”

Non so perchè ma mi è venuto da dargli uno schiaffo. Non era nè forte nè a fargli male. Era solo sdegno, credo. Vergogna per l’essere umano che avevo di fronte. Lui rise e rispose:

“Sei sempre il solito finocchietto, non hai mai saputo picchiare. Che fine ha fatto quel cretino del tuo amico?”

“Mi ha mandato un sms, proprio ieri” gli ho detto mentre gli davo le spalle per andarmene “mi ha detto che ha parato un calcio di rigore a Gesù nel derby con i cristiani e ha fatto bestemmiare San Pietro.”

De puttanieri eloquentia

Tutti quanti abbiamo incontrato,  nella vita, persone che vivono all’interno di quei consessi sociali “particolari” che strappano, a seconda delle volte e delle circostanze, sorrisi o moti di disgusto. La normalità è una brutta bestia che ti spinge all’omologazione più bieca e irresponsabile e, quando qualcuno per intimo piacere o necessità ne esce, sporcandosi la fedina morale, finisce additato con un qualsiasi epiteto, in genere non particolarmente lusinghiero, che serve a marchiarlo davanti a tutti.

Le perversioni sono così tante e varie che sarebbe inutile raccontarle tutte.

Tra di esse ce n’è una che mi ha sempre fatto pisciare dalle risate. Lo so, detta così fa schifo, ma è la verità perchè l’ho sempre abbinata a un mio amico che ne rappresenta in tutto e per tutto l’emblema. Il puttaniere. Il vero puttaniere non è quello che comunemente viene additato come lo “sciupa femmine” di turno. No, il vero puttaniere è uno che non resiste all’impulso di pagare per soddisfare i propri bisogni anche se non ne ha alcun bisogno. Per far capire meglio è uno come Hugh Grant che può entrare in un qualsiasi bar di tutte le città del mondo e schioccare le dita per portarsi a letto chi vuole, ma decide invece di pagare un troione da paura su Sunset Boulevard che poi lo ricatta e lo sputtana in technicolor in tutto il mondo. Ogni volta che qualcuno del genere ci casca tutti a dire “è impossibile” , “lo hanno incastrato…” e bla e bla e bla. Chiunque ne ha conosciuto uno vero sa che ,invece, è una vera e propria malattia.

Conosco Roberto da quando avevamo dieci anni. Boy scout assieme e tutta la gavetta su su nella vita. E’ sempre stato uno bellino e pure molto intelligente. E’ diventato alla fine ingegnere elettronico e, al momento, è professore universitario tra i più stimati. Chi lo conosce superficialmente lo considera un uomo irreprensibile. Serio, pacato, come si compete a chi svolge il suo ruolo. Anni fa, in una cena, raccontò che diverse studentesse molto avvenenti gli avevano fatto capire che sarebbero stati disponibili a qualsiasi cosa pur di avere un bel voto e lui non aveva mai ceduto di un millimetro, le aveva addirittura fatte fatte piangere per la vergogna. Perchè a Roberto non sono mai interessate le donne belle o intriganti o sensibili o aggressive. No, a lui l’ ha sempre fatto uscire di testa pagare per avere il “servizio”. E’ sempre stato così fin dalla notte dei tempi.  Questa cosa è sempre stata un problema tra di noi perchè io, al contrario, nonostante non abbia mai avuto niente contro chi “fa la vita”, non mi sono mai avvalso delle loro prestazioni avendo sempre preferito, in caso di carestia, il vecchio evergreen del “fai da te”. Roberto invece è sempre stato un assatanato al limite del buon gusto. Ricordo di un volta che andammo in vacanza assieme nell’allora Cecoslovacchia e, poichè eravamo dei coglioni, rimanemmo chiusi la sera dentro il carcere dello Spielberg. Una cosa che, peraltro, non auguro a nessuno. Non sto a raccontarla tutta mi limito a dire che venimmo salvati da Olga, la bellissima figlia del custode del carcere che, manco a dirlo, non mi si filò di pezza innamorandosi del mio amico puttaniere. Il quale, ovviamente, la schifò preferendole mignotte doc praghesi che lo spolparono fino all’osso di ogni suo avere mentre la povera Olga che ci aveva seguito pensando di convincerlo a tornare sulla retta via, continuava a chiedermi perchè il suo amato Roberto le preferiva donne di tale fattura a lei che avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui.  Olga disse che avrebbe rinunciato a qualsiasi cosa per Roberto. Gli propose di seguirlo in Italia e di vivere per sempre assieme ma lui non sentì ragioni. Mi disse poi che non era in suo potere avere controllo su questa cosa che lo divorava dentro. Olga e tutte le altre che cercavano di salvarlo proprio non le vedeva e non gli provocavano alcuno smottamento inguinale, nè dell’anima. Anni dopo, convinto da qualcuno, aveva pure tentato la via del matrimonio. Si era scelto una super donna, da tutti i punti di vista, ma era durata pochissimo. E’ difficile da credere, ma un genietto della matematica come lui non sopportava il modo non scientifico in cui lei metteva i piatti e i bicchieri dentro la lavastoviglie. Un sera davanti a una birra mi confessò che di tutta la sua esperienza matrimoniale l’unica cosa che ricordava con piacere era stato l’addio al celibato, organizzato dal fratello, che conoscendolo gli aveva portato un menu di puttanoni che lo aveva mandato fuori di testa, perchè il fratellino, aveva avuto il colpo di genio di far pagare tutta la festa al festeggiato.

L’entropia poi è calata su di noi e ci siamo persi, come capita quasi sempre.

L’ho rivisto ieri sera per caso. Ero a Montecatini Terme, per lavoro e l’ho incrociato mentre stava uscendo da  un albergo in pieno centro. Ancora un gran bell’uomo, molto ben vestito, non si era accorto della mia presenza fin quando non l’ho chiamato. In quel momento è come se tutti questi anni si fossero azzerati e siamo tornati, per un attimo, a com’eravamo ai tempi del carcere su a Brno. Ha preteso che io lo seguissi in un bar e gli raccontassi della mia vita e io parlavo, parlavo ma, all’improvviso mi è venuto come un flash e ho capito. Montecatini Terme non è una cittadina qualsiasi. E’ un posto di plastica famoso per le terme dove fanno in modo di farti cacare l’inverosimile (da qui il detto “chi visse sperando mori a Montecatini”) ma sopratutto è la capitale del sesso in Toscana. Quello d’alto bordo. Il bunga bunga, per capirci, l’hanno inventato qua. Russe, slave, marocchine, scandinave, c’è di tutto. Basta pagare. Puttan town, la chiamiamo. Lo guardo e gli chiedo, balbettando: “Ma tu……, qua…..” E’ ingegnere e capisce al volto. Mi sorride e mi dice: “E certo scusa. Occorre razionalizzare. Montecatini è il Paese dei Balocchi per quelli come me.” Decido di non approfondire il discorso. L’avevamo fatto così tante volte che non valeva la pena farlo di nuovo. Lui però aveva voglia di dimostrarmi il suo punto di vista. Era chiaro che ne sentisse proprio la necessità.

“Vedi Masticone, il potere di far fare a una donna qualsiasi cosa tu le chiedi senza coinvolgimenti emotivi è una cosa che non ha eguali”

“Si, si, certo capisco.”

“No, tu non capisci. Non hai mai capito un cazzo. Senza offesa eh? Tu non comprendi il potere di far fare a una donna quello che vuoi senza averla come schiava, ma anzi pagandole il servizio che ti rende”.

“Ti giuro, l’ho capito.”

“Naaa, sei la solita fava, dici così solo perchè non ti va di discutere con me e ammettere che  costa più a te mantenere una qualsiasi relazione con donna “normale” che a me fare il beato porcone con donne “speciali””

“Guarda che se rinasco voglio fare il puttaniere anche io. Ti invidio”

“Mi prendi per il culo lo so. E io ti dimostro il potere che ho.”

In quel momento ci raggiunge al bar una super mega figona russa che avrebbe potuto benissimo fare la Bond girl. Si vedeva che era in confidenza con Roberto. Insomma doveva essere un cliente abituale.

“Svetlana ti presento il mio amico Masticone.” La donna mi guarda per una trentina di secondi. Un check-up completo e sono certo che comprenda che io non potrei mai permettermi nemmeno una sveltina con una come lei e mi sorride con la supponenza di chi si sente superiore. Vorrei ribellarmi e dirle qualcosa di brutto ma suonerebbe falso e risulterei ancora più ridicolo quindi taccio sforzandomi di non guardarla nonostante sia una di quelle dalle quali togliere gli occhi di dosso è veramente difficile. Roberto che aveva capito ogni cosa mi guarda e mi fa: “Adesso ti mostro il potere del soldo” Poi si gira verso Svetlana e le dice: “Per cortesia, adesso usciamo e tu fai una pompa al mio amico Masticone ok? Offro io.” La signorina non si scompone per niente e china la testa come a dire “messaggio ricevuto”. Poi mi prende per mano e mi fa “Vieni con me”. Sottintendo, “che te lo faccio vedere io il mondo al quale tu non potrai mai avere accesso”. Le scosto la mano, le sorrido e le rispondo, balbettando:

“Grazie mille, guardi, davvero. Come se avessi accettato.”

La donna guarda Roberto con fare interrogativo. Lui si sta sganasciando dalle risate “Oh, ma sei sempre il solito finocchio!”

“Che vuoi, chi nasce storto non può mica morir dritto” gli rispondo.

Ci lasciamo poco dopo raccontandoci che ci saremmo rivisti il prima possibile, sapendo invece che non sarebbe affatto successo. L’ho visto allontanarsi sotto braccio alla donna che gli costerà un’occhio della testa ma che sembra farlo così felice. Tornando a casa mi è tornata in mente Olga. Adesso sarà sposata con un contadino e avranno tre o quattro figli, soffriranno gli effetti della crisi economica e arriveranno a stento a fine mese. Eppure mi sa che gli è andata di lusso e, in fondo in fondo, ha avuto un gran culo a vivere in quel modo.

 

 

Scuola media

Esiste qualcosa di più triste della scuola media?

No, ditemi. Esiste qualcosa che solo a pronunciare il nome dia più tristezza di quanto non facciano queste due magiche paroline di merda? Provate con me ad alta voce. S C U O L A  M E D I A. Se lo fate per tre o quattro volte evocherete lo spirito del Natale della X-mas Carrol di Charles Dickens che vi dirà non come vivrete i prossimi tre anni, ma come avete vissuto quei maledetti tre. Vi ricorderete come eravate brutti/e impacciati, di come il naso vi era cresciuto prima dell’orecchio e una gamba più lunga dell’altra (ho visto pure quello). Le scuole elementari sono belle, gioiose, ti apri alla vita, scopri il mondo, sei ancora innocente e puro e tutto finisce con la TV dei ragazzi alle cinque. Il Liceo è una merda per lo più, ma comunque cominci a razionalizzare il mondo, capisci come funziona, cosa puoi o non puoi fare. Le tue capacità sono oramai evidenti e pure, drammaticamente, anche tutte le tue incapacità che proverai a cambiare per tutti gli anni a venire senza mai riuscirci davvero.

Ma la scuola media??????

Cominci ad avere sbalzi ormonali, l’adolescenza ti ha rubato l’innocenza. Inizi a sfinirti di seghe (cosa che peraltro non smetterai mai di farti anche se allora pensi che sia una cosa momentanea), ti vengono più brufoli di un uomo con il vaiolo, devi cominciare a studiare davvero, devi imparare che il mondo non è il Paese dei Balocchi in cui tutti sono gentili con te perchè sei carino e simpatico. Perchè non sei più carino e simpatico. Sei uno con la voce assurda in un corpo in trasformazione che non sa che cosa  gli sta succedendo.

Se devo ricordare la mia scuola media, riduco il tutto a tre semplici paradigmi. Il primo è Applicazioni tecniche. Ecco io non ho mai capito a che cazzo servivano le applicazioni tecniche in cui i bambini venivano divisi dalle bambine che facevano i dolci e le cose da femminucce mentre noi ci rompevano le palle con le proiezioni ortogonali e, peggio, con lo studio di minchiate stratosferiche come il tremendo processo che portava alla formazione di una Biro.  Il secondo è Disegno. Ecco, non per vantarmi, ma io a scuola andavo benino. In tutto tranne che a disegno dove ero proprio una lernia. Non mi veniva da disegnare altro che donne tettute che piacevano solo a me. I tulipani che dovevo invece fare mi garantivano l’unica insufficienza che ricordo e che brucia ancora perchè una volta venni sbeffeggiato davanti a tutti come lo scemo del villaggio che anzichè disegnare quei fiori della mia fava che il maestro aveva posto sulla cattedra, avevo dipinto, con grazia che nessuno ha mai davvero apprezzato, le magnifiche poppe di Lorella B. che vedevo nella giusta prospettiva.

Il terzo paradigma è proprio Lorella B. Il mio primo amore.

Lorella è stata la prima donna per cui ho perso la testa. Non capivo che cosa mi stesse succedendo. Non troppo bene. Non come mi è chiaro ora comunque. Sentivo questa pulsione animale verso di lei precocemente popputa, ma anche per la sua anima. Era la prima della classe. Ho sempre avuto un debole per le donne più intelligenti di me. Era fantastica. Leggiadra, volitiva, splendida in ogni cosa che faceva e mi trattava come un essere umano. Insomma mi considerava mentre tutte le altre erano già perse per quelli più grandi. Non sono mai riuscito a dirle cosa provavo per lei. Ce ne sono state altre dopo, ma con lei ho scoperto qualcosa di me che non conoscevo. Reazioni emotive e fisiche che non riuscivo a capire. Dopo è stata  solo routine. Cercavo di essere interessante rendendomi ridicolo ma allora non me importava e pur di stare con lei facevo cose che non avrei mai pensato di fare. A lei piaceva fare le battaglie navali durante la ricreazione e io, pur di stare con lei, accettavo quella rottura di coglioni incredibile invece di andare a giocare con gli altri amici ai giochi più “fisici” che ci garbavano allora. E lei mi ha ripagato con solo sorrisi. Mai un bacio, nemmeno per sbaglio. Solo sottomarini e incrociatori. Una cosa di cui mi vergogno a bestia anche oggi.

Come capita sempre poi c’è stato l’oblio. Sparita nella notte dei tempi. Solo un bel ricordo niente di più.

Questa estate per caso seguivo un telegiornale locale e parlavano di un, non ho capito bene cosa, relativo alla scuola, in cui dicevano che una tale Lorella B. aveva inventato un sistema sperimentale importante e bla bla bla. Incuriosito sono andato a vedere di chi si trattava e dalla foto la babbiona che vedevo non mi diceva niente. Ho deciso di scrivere una lettera a quella signora che sembrava un’omonima giusto per sicurezza e lei mi risponde dicendo che  invece si, era proprio la Lorella della mia adolescenza. Decidiamo di prendere un caffè assieme. Come la vedo penso ad un errore. Non poteva essere lei. Di fronte avevo infatti una vecchia signora, sfatta, che poteva essere la mi’ nonna e non la ragazzina che ricordavo. Dai suoi occhi vedo che, di me, deve aver pensato la stessa identica cosa. Solo che lei non si trattiene e mi fa:

“Ma i tuoi capelli?”

Non so perchè, ma solo questa battuta mi ha indisposto. Insomma cara Lorella B., vogliamo parlare delle tue tette con cui adesso pulisci per terra e che ti ciondolano come il pendolo di Foucalt?

Decido di essere urbano e mi limito a recitare il solito copione. Gli stessi clichè di sempre. E gli altri? e te? e io? e tutti? e che palle….

Poi penso che devo riuscire a cavare qualcosa da questa occasione e che il vecchio Masticone bambino, avrebbe tanto voluto che le dicessi ora che cosa era stata per me a 11 anni. E così ho messo su la faccia più bella e simpatica che ho e le ho detto tutto. Con il cuore. Con tutto l’amore che so trasmettere adesso. Con tutte le tecniche ho imparato in anni e anni e anni di corsi di formazioni teorico-pratica in merito. Lei mi sorride. Io le sorrido. E penso, ma si dai, in fondo è valsa la pena. Poi mi dice:

“Che carino (aridaje!) che sei. Pensa che io invece avevo una cotta pazzesca per Luciano. Te lo ricordi Luciano? era già un figo della Madonna a quei tempi, non è vero?”

“In effetti, ripensandoci si. Forse hai ragione te.” Il fumetto sopra la mia testa però diceva qualcosa di diverso.

E mi obbliga a parlare di Luciano, facendo incazzare il bambino Masticone di nuovo che ha deciso di chiudersi a riccio chiedendomi il piacere di giocare solo di sponda. In altre parole di non dire altro e lasciarla parlare di lei. Solo di lei. Come amano fare le donne sole e/o egocentriche, in cui tutto il mondo ruota solo e unicamente intorno a loro. E la dolce e fantastica Lorella B. ha parlato per un’ora solo di se stessa. Di quanto è brava e bella e affascinante e di come ha successo nel suo lavoto e di come tutti quanti ancora le fanno la corte e perchè porta bene i suoi anni. Io la guardavo e annuivo sorridendo pensando solo ai cazzi miei, ma per spirito di servizio non ho detto niente. Non mi andava nemmeno di discutere. All’improvviso mi fa:

“Però adesso che ti guardo meglio non stai proprio tanto male, anche se sei pelato”

“No guarda, non ti lasciar ingannare è solo che è  buio.”

“No, no. Sembri più interessante di allora. Però non mi hai detto niente di te!”  (ndr altro classico…che minchia dovevo dirti hai parlato solo te!)

“Poco da dire in fondo.”

“Senti ma se ci vedessimo ancora? insomma mi piacerebbe frequentarti. Che ne pensi?”

La guardo ma non capisco. Non capisco bene. Lei se ne accorge e specifica.

“Beh, io ti piacevo allora, tu potresti piacermi adesso. Che ne pensi proviamo?”

La guardo negli occhi. Leggo sincerità, sento che si è aperta finalmente a me. Sento che è pronta a buttarsi in una grande storia d’amore e merita rispetto e reciprocità.

“No. Non proviamo affatto. Per niente. Ma se vuoi possiamo giocare a battaglia navale via mail. Chissà magari ci divertiamo ancora.”

Lei, va detto,  ha incassato con classe, mentre il Masticone Bambino l’ho sentito uscire dal guscio e urlare la sua gioia che neanche a un goal della viola.

E’ solo che da quel momento odio ancora di più le scuole medie.

SCUOLA MEDIA, SCUOLA MEDIA, SCUOLA MEDIA,

che karma malefico

 

a L.G. (ovunque lei si possa trovare oggi)

Stavo guardando un film ieri sera in televisione e all’improvviso l’attrice principale mi ha fatto ricordare te. Il modo in cui si muoveva ma soprattutto il suo modo di sorridere erano proprio i tuoi.

Interpretava una parte che a te sarebbe calzata a pennello e sono anzi convinto che tu l’avresti recitata molto meglio.

Ti confesso che se avessi avuto il tuo numero ti avrei chiamato, anche se so che, in certe circostanze proprio come ieri notte, qualunque cosa si faccia, si sbaglia.

Del resto, anche se sembra come se fosse ieri, e’ stato invece molto, molto, tempo fa.

Tu eri la mia regina, quella con cui ho condiviso i primi piccoli segreti. I tuoi e i miei. Quella che ha scalato  con me le prime montagne. Eravamo giovani, forti e, soprattutto, maledettamente coraggiosi e non ci faceva paura andare di bolina, controvento. Anzi odiavamo chi non lo faceva. Pensavamo che fossero dei senza palle. Noi due saremmo stati diversi. Noi saremmo stati come un lampo fuori controllo e avremmo illuminato la notte di quelli che ci avrebbero incontrato. Avremmo usata la nostra energia  fin quando non ci sarebbe più stato più niente da bruciare e niente da provare a nessuno. Volevamo cambiare il mondo…

E ricordo di quando mi stringevi forte a te e mi giuravi che non sarebbe mai finita. Che saremmo stati assieme tutta la vita e che poi avremmo dovuto inventarci qualcosa per riconoscersi una volta passati di là.

Poi gli anni solo lentamente passati e io ho trovato me stesso da solo. Circondato da estranei che credevo amici mi sono ritrovato sempre più lontano da casa. E immagino di aver, a un certo punto, perso anche la strada, ma santo cielo, ce n’erano così tante. Ho vissuto per correre e ho corso per vivere, non preoccupandomi troppo di quanto tutto questo mi stava costando e di come mi stavo indebitando. Cercando di rompere tutte le regole che non si volevano piegare, mi sono scoperto piano piano ad aver paura di quel vento che ti sferza in sfaccia quando vai di bolina.

E ad un certo punto, così, un giorno mi sono ritrovato su una strada sconosciuta, senza sapere nemmeno come ci sono finito qua sopra e quando e come l’ho imboccata. Peggio, mi sono accorto di andare all’indietro. A cercare soprattutto ripari dal vento.

Non saresti fiera di me.

 

Qualcuno mi ha detto che tu invece ti sei sposata con un uomo molto ricco.

Hanno parlato di un matrimonio da leggenda con sfarzo anche pacchiano. Hanno raccontato, ridendo, di una donna che sono certo non eri te. Giuro che non ho creduto a quello che usciva da quelle bocche. Io so bene quello che tu volevi diventare e so che volevi essere diversa da quello che vanno adesso a dire in giro di te e mi piace pensare che ce l’hai fatta. Che almeno te ti sei salvata.

Spero tanto che i tuoi baci sembrino dolci a tuo marito come lo sembravano a me allora anche se, a 15 anni, tutto sembra più saporito e gustoso di quanto non lo sia da vecchi.

Dio, spero solo che il tempo non ti abbia portato via quel sorriso. Quello per il quale avrei scalato ogni montagna.

Che cosa orribile vedere i danni del tempo. Eppure dovrei essere vecchio abbastanza per aver capito che certe memorie andrebbero scacciate via perchè fanno solo male.

Ma sai qual e’ la cosa che mi fa più male di tutto? Quella per la quale stanotte non ho dormito?

E’ che se ti vedessi adesso, se per caso oggi ti incontrassi da qualche parte e dividessimo lo stesso spazio fisico, magari davanti a una fermata del bus, ecco, se succedesse questo, potrei anche non sapere che sei te.

Potrei anche non riconoscerti.

Valzer delle Candele

Stamani una persona a me cara mi ha raccontato di alcune cose che si porta dietro dai tempi della scuola. Paure e regole tanto strane e curiose, quanto evidentemente efficaci se ancora ci si attacca e che hanno caratterizzato la sua vita da allora fino ad oggi. Mi ha colpito la sua piena presa di coscienza mista alla confusione che inevitabilmente, vista da fuori, sembra ancora regnare dentro quella testa pensante così piena di colori.

Non so perchè ma mi venuto in mente una cosa che mi è capitata qualche tempo fa, poco prima di Natale. In fondo niente è per caso.

Avevo rincontrato al parcheggio di un supermercato la mia vecchia fidanzatina dei tempi del liceo. Erano almeno 30 anni che non la rivedevo. Nevicava e faceva un freddo bestia.

Lei non mi ha riconosciuto e così mi sono parato di fronte, in silenzio. Prima mi ha guardato con un misto di paura e curiosità, poi piano piano ho notato che stava cercando dentro la sua testa un file che potesse identificarmi e quando lo ha trovato ha gettato i pacchi della spesa a terra e mi ha abbracciato e abbiamo cominciato a ridere come pazzi. E a piangere, allo stesso tempo.

Un secondo dopo che ci siamo fatti e dette le solite cose, noiose e banali, di circostanza, è subentrata una specie di strano imbarazzo che faceva male. La conversazione languiva. Ho allora deciso di invitarla a prendere un caffè assieme ma tutto intorno non c’era un bar aperto e all’improvviso mi è venuto in mente che forse avremmo potuto tornare giovani ancora per qualche ora.

Per una volta avremmo potuto fregare il tempo.

Ho tirato fuori due birre dai miei pacchi della spesa le ho preso la mano e l’ho accompagnata verso la mia macchina e dopo che siamo saliti ci siamo ritrovati seduti a bere birra negli stessi modi e con la stessa intimità che avevamo allora.

Ci siamo fatti una bevuta in onore dei vecchi tempi e dell’innocenza di quei giorni e a quello che siamo diventati oggi cercando di sfuggire l’alienazione che ci stava assalendo.

Mi ha detto che adesso è sposata con un commercialista che la tiene al sicuro da tutti i guai che la crisi economica sta causando alla gente che ha problemi di soldi. Ha aggiunto che avrebbe anche voluto dire che lo ama ma non le è mai piaciuto mentire e quindi avrebbe evitato di cominciare allora.

Le ho detto che gli anni sono stati clementi con lei e che i suoi occhi erano bellissimi e pieni di calore oggi come lo erano al liceo e che questo voleva dire che in qualche modo non si era persa.  Guardandola mentre le dicevo  questo, quegli stessi occhi non so se mi trasmettessero più dubbi su quello che stavo dicendo o gratitudine.

Lei mi ha detto che ha letto il mio libro e che gli è piaciuto tantissimo e che mi aveva riconosciuto dentro di esso e che mi trovava in forma e che le sembrava che me la passassi bene.

Ho deciso di non raccontarle che in realtà è proprio il contrario, in fondo stavamo facendo un brindisi alla nostra innocenza e non c’era proprio bisogno di appesantire la situazione.

E così ci siamo raccontati tutto ciò che ci era capitato dai tempi di Jack & Diane in poi.

E senza accorgersene la birra è finita e la lingua è diventata secca e, poco dopo, sono finite pure le cose da raccontarci. Mi ha sorriso ed è bastato. Era il nostro modo. Ci sono tanti modi di dirsi addio, quello era il nostro.

L’ho riaccompagnata alla macchina, mi ha dato un bacio sulla guancia e poi è andata, nel buio mentre io sono rimasto a guardare il vuoto.

Per un momento sono tornato ai tempi della scuola e ho risentito proprio quel vecchio dolore che provavo allora e che ancora evidentemente mi era familiare.

E come poi ho anche io preso la via di casa, mi sono accorto che la neve si stava trasformando in pioggia….