Il senso della vita

Sono andato a prenderlo all’ospedale perché sua moglie stava male. Avevo timore di entrare perché gli esami e le analisi  che gli avevano ordinato non erano di quelli che fai volentieri.

Ammesso che poi ne esistano di tali.

L’ho trovato che mi aspettava già vestito nella sua stanza sulla sedia a rotelle che lo avrebbe portato all’uscita. Stava guardando fuori dalla finestra e non mi ha sentito rientrare. Ho bussato per farmi riconoscere, si è girato e mi ha sorriso. Uno di quei sorrisi che un uomo può vedere due o tre volte nella vita. Se e’ fortunato. Quelli che ti prendono alla pancia e ti fanno venir voglia di annullarti nell’altro. Di regalargli tutto quello che hai dentro. Di spogliarti e di urlare a Dio: ehi brutto stronzo, prendi me che sono inutile quando non proprio dannoso.
Ha cominciato a dire le solite banalità del caso con dolcezza.
Troppa dolcezza.
Quella dolcezza che stona in bocca a un cinghiale sanguigno.
Gli ho risposto a tono.
Alla fine ha grugnito:
“Due mesi Masty. Tre se mi dice culo”

In quel momento è entrata un’infermiera. Era la classica bella piena all’amarena. Non si è sprecata in troppe moine. Ha consegnato il foglio di uscita e tanti auguri. Ci vediamo nella prossima vita. Dentro la corsia facce lugubri di parenti di degenti mezzi moribondi che si davano un immaginario cinque alto l’un l’altro per cercare di farsi forza. Scendiamo usando l’ascensore in silenzio. Cosa si dice a un condannato a morte più intelligente di te per non offendere il suo cervello?

Dentro l’ospedale la vita scorreva lenta ma senza intoppi e tutti quelli che incrociavamo sembrava avessero ben chiaro chi e cosa fossero: un bel niente!

Tanti bel niente uno accanto all’altro a fare trenini dell’amore e della pace. Girotondini in attesa che si compia la beata speranza.

Quando arriviamo al piano terra gli viene voglia di di far colazione.

“Come le dico l’esito dell’esame a Stefania viene un coccolone e col cavolo che mi fa mangiare. Quindi approfittiamone adesso, per favore”

Ci fermiamo al bar dell’ospedale. Che non è  un bar. È un troiaio di posto dentro un ospedale di merda in un giorno che fa schifo nel momento peggiore degli ultimi mesi che sono stati i peggiori della mia vita. E della sua, credo.

Ci sediamo e mentre aspettiamo che ci portino i cappuccini  lo vediamo.

E’ bello come la pirite con la quale si giocava da bambini pensando che valesse chissà cosa.

Là dentro, in un posto che farebbe vomitare anche Gesù c’e l’immarcescibile Bobby Solo che al telefono sghignazza e canta Elvis a qualcuno che non sappiamo. Tutto il mondo intorno va a rotoli e lui bello laccato e con il ciuffo d’ordinanza in mezzo alla gente che sta crepando e soffrendo perdendo le speranze minuto dopo minuto, canta Jailhouse Rock al telefono.

E lo fa anche benissimo. Muove persino il bacino come Elvis the pelvis per darsi il ritmo giusto.

Lo guardiamo attoniti ed estasiati allo stesso tempo e alla fine il mio amico mi dice:

“Ricordalo sempre Masty e’ questo il senso della vita. Bobby Solo in un posto di merda che canta al telefono”

Il viaggio in macchina fino a casa sua lo faccio in apnea cerebrale. La moglie ci accoglie speranzosa e non capisce subito. Lo aiuto a entrare, lei ha paura di chiedere l’esito e tergiversa. E’ l’ora di lasciarli soli.

Lui mi strizza l’occhio e mentre sto per andare, mi dice:

Poche seghe Masty,  One for the money Two for the  show”

Lettera a Martina

Tuo padre aveva un gran talento ma, soprattutto, era un uomo dotato di una meravigliosa, innocente, intelligenza che mostrava il suo massimo quando, giocando con te, riusciva a creare  una magia speciale. Pensava di essere libero e credeva che nessuna donna lo avrebbe mai fermato, fino a quando, però, tu non gli hai sorriso. Era convinto di essere fiero e selvaggio e di sapere dove stava andando, ma poi, sentendo la tua risata, nei suoi occhi è arrivata la saggezza. Correva nella notte coi suoi vestiti al vento alla ricerca, nel cuore delle tenebre, di un po’ di tenerezza, inciampando nelle luci della città e poi di nuovo nell’ombra, appeso alla risata con la quale le persone come noi nascondono le proprie tristezze. Poteva illuminare luoghi che non lo avevano mai visto prima e convincerti che con lui avresti potuto vincere ovunque. Ma poi ha visto il tuo sorriso ed è cambiato tutto.

Un giorno mi disse che, solo tu, avresti capito come ci si sente a non essere mai chi si vuole davvero essere.

E non so dirti meglio di così, che significato avesse lui per me.

Tua madre è una sopravvissuta. E farà ciò che è giusto fare, dividendo con te il silenzio per un uomo che adesso è là, sulla luna. Tu sei ancora poco più che una bimbetta eppure gli somigli già tanto e credo che continuerai quello che lui ha cominciato anche se il mondo, adesso, è un po’ più freddo. L’umanità è però dalla tua parte. Oggi lui ti ha insegnato come si piange, ma ben presto imparerai anche come si tenta la sorte e come ci si possa lasciar dietro metà di se stessi per poi ritrovare pezzetti di vita a pezzi e prender su tutto l’amore che trovi.

E adesso esci fuori. Avanti esci fuori.  Muoviti, per l’amor di Dio, ed esci fuori.

Tra un po’, ne sono certo, troverai una via di scampo e qualcuno proprio come te.

Aspetta e vedrai…

Consustanzialità

E’ uno strano fenomeno quello di parlare e bere. Parli, parli, parli, bevi, bevi, bevi e svanisce tutto in aria, aria fritta e la memoria conserva solo una traccia della corrente sottomarina che serpeggia inosservata sotto tutti gli scambi sociali e che evolve durante queste conversazioni febbricitanti, confessionali, appassionate, sincere, sconnesse, quasi inconsce. Riuscire a non chiedere a un medico di lobotomizzarti, mentre pensieri insopportabili si scatenano dentro di te, per poi restare a contemplare le rovine dentro la mente sperando di capire quello che è successo e magari trovarci un senso, è ciò che invidio di più nelle persone.  Eppure, pur lottando da anni contro le stesse domande e ossessioni trovo sempre  le medesime monotone e inutili risposte senza aver riscontrato un  progresso. Un criceto in una ruota.

Anche i desideri sono cambiati mica tanto. Stamattina, ad esempio,  ho un intenso desiderio di sbudellare un po’ di persone che dico io e di palpeggiare la cassiera della Total Erg che mi ha guardato con occhi da troia e di sfondare il didietro delle macchine lente con tanta violenza da farle saltare in aria. In realtà potrei anche rinunciare a esaudirli se trovassi quello che cerco da sempre: “Consustanzialità”. Non tanto con Dio quanto con altri esseri umani. Uguaglianza nella sostanza. Essere di una sola e medesima natura. Ricerca questa che mi ha sempre fatto solo gustare il sapore della malinconia, inseparabile compagna di viaggio. Eppure in me cova il fuoco perverso della muta ribellione alla vita e annaspo sorridendo sorrisi che non sento miei. Vorrei solo sedermi e aspettare che l’erba cresca e godere del silenzio che annuncia il temporale. Esplosioni di rosso per il fuoco della rabbia su un velo di tulle per la nebbia dell’indifferenza che confina ogni cosa nell’oblio dell’abitudine di vivere. Sto ancora cercando  di ritrovare i miei sogni, che non ricordo nemmeno quando ho perso, ma ho fame di beni primari.

Quasi quasi vado a vivere in campagna

Io sono Speggiorin

Nei lunghi pomeriggi pre-adolescenziali passati per strada con gli amici a cazzeggiare, la partitella di calcio al campino del “Sacro Cuore” era il piatto forte. Il prete arbitrava e, da come lo faceva a cazzo, sono certo avesse una moglie da qualche parte che in quel momento lo stesse tradendo. Veniva sempre anche un ragazzo down che nessuno sapeva bene dove vivesse.  Si chiamava  Renzo e si materializzava  all’improvviso su una bici scassatissima e si piazzava nel gruppo al momento in cui si facevano “le scelte”. Aveva una passione smodata per la Fiorentina e parlava come tutti quelli a cui la Natura ha regalato quella fottuta trisomia del cromosoma 21. E ci faceva ridere. E ci divertivamo a prenderlo per il culo. E lui ci stava, perché lo facevamo giocare. “Io sono, ecco, io sono.. Speggiorin”, diceva con quel suo modo strano di parlare. Speggiorin era l’attaccante che la “Viola” si era comprato quell’estate.  Erano anche allora tempi di crisi, non c’erano soldi da spendere e  i dirigenti gigliati s’erano dovuti accattare una pippa bestiale che, nell’immaginario di Renzo, chissà perchè,  era diventata,  un campione. E così,  quando si cominciava a giocare non smetteva mai di urlare “Passatemi la palla, si si si, io sono Speggiorin”. E noi giù a prenderlo per il culo. A Renzo. Che rideva. E che non s’incazzava mai, nemmeno quando la palla con il cavolo che gliela passavi. E passategliela la palla a Speggiorin, rideva il prete. E se rideva lui non vedevamo perchè non avremmo dovuto farlo noi. I cattolici sanno come farsi assolvere cose ben peggiori, in fondo. Poi gli anni sono passati, lenti, ma inesorabili. Ogni tanto, ritornando nella mia vecchia città, anche senza cercarlo, lo rivedevo, come capita  nei piccoli centri cittadine. Era sempre a cavallo di una bicicletta,  solo un po’ più moderna, scorrazzava su e giù senza sapere dove andare. Lo so perchè qualche volta mi sono messo a seguirlo in macchina. Non era solo curiosità. Mi faceva stare bene stargli vicino. Il giro che compiva era sempre lo stesso: andava giù fino al cimitero, quasi fuori città, ma non entrava. Scendeva. Pisciava e prendeva un fiore di campo e lo metteva nel cestino della bici. Tutte le volte la stessa cosa. Poi tornava indietro e finiva all’altro capo dove si allena la squadra di calcio e si metteva a guardare i giocatori che preparavano la partita della domenica. Poi di nuovo in sella per un altra sgambata, per andare da nessuna parte. Negli anni ho visto i suoi capelli diventare bianchi e il suo volto inforcare gli occhiali perché la miopia non gli consentiva più di evitarlo. Un giorno al cimitero, durante la pausa, mi avvicinai per salutarlo. Ovviamente non mi riconobbe. Aveva però gran piacere di parlare, proprio come quando eravamo ragazzetti. Non smetteva mai. E parlava della Fiorentina nello stesso modo in cui faceva negli anni settanta. E io ridevo ancora, ma in modo diverso. E lui parlava però nello stesso modo. E io piangevo quando se ne andava. L’ultima volta che l’ho visto, qualche mese fa, aveva una faccia strana. Molto segnata.  Ho avuto un tuffo al cuore. L’ho fermato mentre se ne andava a giro vicino al centro della città. Come al solito aveva voglia di parlare e così di nuovo si è messo a raccontarmi le cose più bislacche che gli erano capitate e ovviamente le sue speranze per il campionato che stava per iniziare. Montella, diceva, Montella ci farà vincere lo scudetto. Allora gli ho detto: “Si però scusami Renzo, ma come Speggiorin nessuno mai “. Lui ha sorriso in un modo straordinario e ha cominciato a balbettare:

“Mo’, si, mò, come fai a saperlo. Mò, Si, si. Speggiorin era il numero uno.”

Ieri sera mi è arrivato un sms di un amico che vive ancora là. Mi ha detto che anche Renzo ci ha lasciato.

Era tra quelli che lo prendevano per il culo al campino. Nel suo messaggio ha aggiunto

“Non è giusto, cazzo, non è giusto. E ora come si fa Masty?”

Ieri hanno anche operato mia figlia e poi, un sacco di altre cose brutte.

Quando piove, diluvia.

Stamattina ho risposto al mio amico:

“Si fa che da oggi, IO SONO SPEGGIORIN, affanculo tutto il resto!”

Questo è per te, Renzo

 

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Della Malinconia

Uno delle cose più belle che ci ha lasciato Albert Einstein, è il suo famoso scritto sulla crisi, fatto nel 1935, nel mezzo della Grande Depressione:

«… Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere “superato”. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza di essa tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.»

Ogni volta che mi sento giù, questo è uno dei pezzi che amo rileggere per darmi una scossa. Soprattutto ricordarmi chi sono.

Anche se, diciamocelo, si ha un bel dire che la crisi è una benedizione. Certo, in un’ottica di ampio respiro ciò è di certo vero, ma nel brevissimo, nell’immediato, è spesso una gran produttrice di malinconia. Lo “Spleen” è una cosa sulla quale continuo ad avere percezioni ambivalenti. Del resto essa stessa non è univoca. Può dare delle soddisfazioni, è vero, ma occorre anche aver la forza e la capacità di non abusarne perchè, quel sentimento che provoca una tristezza costante, se qualora latente è un compagno di viaggio di inestimabile valore, ciò che Victor Hugo chiamava “la gioia di essere tristi”,  quando però prende troppo campo,  provoca gravissime forme di depressione che possono arrivare a costringere a rimanere a letto malati.

In ogni caso, le persone che più ho amato e che più ho sentito vicino alla mia anima, “soffrivano/godevano” di essa.  Perchè io sono come loro. Gli altri,  quelli che non hanno la minima idea di che cosa stia parlando in questo momento non si rendono mica conto di quale tipo di sofferenza è toccato gestire a gente come noi. I “normali”, infatti, quasi sempre, si convincono che la nostra sia una posa. Un modo di metterci in mostra. Non riescono a comprendere che ci sono momenti in cui noi ci si sente quelli che devono reggere sulle proprie spalle tutti i dolori del mondo. Poi, riacquistata un briciolo di serenità ci rendiamo conto che anche milioni di altri esseri umani sopportano gli stessi dolori e vagano nello stesso labirinto. E per un attimo ci sembra di esser meno soli. Persino in equilibrio. O quasi. Fino a quando, proprio come il ciclo delle stagioni, la malinconia riprende piano piano campo e torniamo a essere come Atlante.

E lei, la maledetta, colpisce alle spalle quando meno te l’aspetti.

Capita così che guardi passare una banda di paese con le majorettes improbabili che sgambettano incuranti della loro cellule impazzita o della mancanza di grazia che le permea sin dentro l’anima e che, dopo averci fatto una grassa risata sopra ,vieni assalito dall’“umorismo pirandelliano”.  Il sentimento del contrario. Quello che ti fa piangere e che trasforma la comicità, appunto, in umorismo. E  cosi vedi che proprio accanto a te c’è il fidanzato della “supersized”. Quella che sta in mezzo al gruppetto di smandrappate, la cui ciccia traborda i vestitini da parata, e le cui zampe sembrano quelle di un maiale da squartare per farci il prosciutto. La stessa per cui hai riso di gusto prima. E senti che lo stronzo da fuori le urla che deve muoversi in modo più sexy e ammiccante perchè così proprio non va. E ti giri e vorresti sparargli una papagna proprio sotto il naso per poi suggerire a lui di muoversi un pochino più sensualmente adesso. E invece ti paralizzi e non fai niente che non sia tornare a guardare quella donna con grande disagio. Capisci il suo dramma e ti vengono gli occhi umidi perchè ti vergogni di aver riso di lei. E vorresti fare qualsiasi cosa per poterla salvare da quel destino da bestia da circo che le hanno costruito addosso. E sai invece che non puoi fare niente. E cosi torni a casa e ci pensi. Per giorni. Per quanto ti sforzi di non farlo, quell’immagine torna a farti visita. E stai male. Come un cane. E la gente attorno a te, ti chiede, ma che c’hai? sei scemo?

Yes. I am.

E allora fai il clown. Così che tutti si mettano tranquilli e pensino che sia tutto a posto.

Oppure capita che essa, Mademoiselle Melancolie, ti venga a trovare nel momento che proprio non ti aspetti: la sera di Natale!

Ogni uomo normale aspetta la notte di Natale in gloria.

Perchè tutto è bello quella sera. C’è il cenone e la felicità traborda da tutti i lati dell’universo conosciuto. C’è lo scambio di regali e poi soprattutto, che diamine, siamo tutti più buoni la notte di Natale.

Lo dice anche lo spot della Coca Cola.

Siamo tutti in magica armonia.

Evviva Gesù che nasce.

Tu, allora,perchè hai deciso che vuoi essere come gli altri, decidi di regalare tempo ed energia e qualche soldo facendo sacrifici per fare un regalo come si deve alla donna (uomo) che ami. E così, per settimane, pensi a tutte le opzioni possibili e immaginabili che le possano far scaturire quel sorriso che hai conosciuto quando ti sei innamorato di lei. Ti ingegni e fai domande ai parenti più prossimi, ai suoi colleghi e agli amici per capire che cosa possa davvero farla felice e, quando scopri finalmente che cos’è, ti sbatti per giorni per scegliere il pezzo migliore che si può trovare sul mercato compatibilmente con il tuo budget. Con tutto questo bagaglio di esperienza e di emotività arrivi alla sera di Natale pronto a fare il grande scambio.  Sei pompato al massimo dal jingle con l’alberone di Natale e le candele accese e sei convinto che, in quel momento, qualunque cosa possa succedere non cambierà ciò che senti dentro. Cominci però ad avere dei dubbi quando lei scarta il tuo regalo. Il sorriso che aspettavi giunge si. Ma dura poco. Le muore in faccia come un fiore reciso il giorno dopo che l’hai messo nel bicchiere. Non capisci bene, all’inizio. Lei è infatti felice di ciò che le hai fatto. Prova però imbarazzo. E le chiedi che cosa c’è che non va. Ed essa si schernisce:

“No è tutto troppo fantastico. Solo che, ecco, non dovevi. No davvero. Proprio non dovevi. Chissà quanto avrai dovuto ammattire per trovarlo, tesoro. Quanto tempo e quanto impegno c’hai messo”

“Si vabbe ma che c’entra”

“No, hai ragione solo che non dovevi, davvero. Non me lo merito”

E così mentre lei continua a ridere per l’imbarazzo, tu che non capisci proprio di che cosa stia parlando, apri il regalo che lei ti ha portato quella sera, per stare in  magica armonia con te.

E scopri che è un maglione.

Un cazzo di maglione della Upim.

A te, che ami le cose elettroniche, i gadgets, le cose frizzanti e che pensi che il regalo deve essere una cosa inutile altrimenti non è un vero regalo, lei ha regalato una minchia di maglione in offerta speciale, comprato la sera stessa, che fa pure, decisamente cacare.

E pensi mavaffanculo.

E invece sorridi di circostanza, ringrazi come si deve, poi prendi quella merda di maglione e la nascondi in un cassetto che sai che non aprirai mai più.

La malinconia però non sta tanto qua dentro.

No.

La malinconia sta nel fatto che dopo tantissimi anni tu riapra quel dannato cassetto e ritrovi quel maglione regalatoti da una donna che al tempo per te era importante e, guardandolo meglio, pensi che non è poi cosi male. E , nei giorni seguenti, quando hai cominciato a metterlo, ti convinci  che anzi è proprio fico. E che non c’è nessun altro maglione che vorresti metterti se non quello. Perchè è proprio quello che desideri. E lui che ti veste come vorresti sempre sentirti vestito. E pensi che vorresti ringraziare quella donna per ciò che ti ha dato e che tu non sei stato in grado di apprezzare nel momento. Perchè sei uno sfasato e arrivi come il leasing. Sempre dopo. Solo che non sai che fine abbia fatto lei e per quanto ti sforzi di cercarla ti rendi conto che non la potrai più nè vedere, nè abbracciare, nè ringraziare.

Insomma, qual è la morale di tutta questa cosa?

Non lo so. Davvero.

Non ci deve sempre essere una morale, in ogni cosa.

Però mi piace pensare che a volte il Natale non è il Natale e i maglioni non sono sempre maglioni. Possono essere anche esseri umani. E se qualcuno di voi, là fuori, si guarda attorno con occhi consapevoli, forse può fare ancora in tempo a riaprire il suo cassetto e a tirar fuori il maglione che gli fa schifo e che pensa di non mettere mai. Tempus fugit. E magari è più fortunato di me.

E se qualcuno mi chiedesse: ma te Masty, di cosa hai davvero bisogno allora?

I need more cowbells

what else?

:)

La mia piccola goccia

Mio padre era un duro.

Un cazzo di duro con tutti, ma con me in modo particolare.

Non me l’ha mai detto, ma il sospetto che fossi il frutto di una scopata adulterina di mia madre, deve essergli venuto in mente più di una volta. In fondo come dargli torto? Eravamo così dannatamente diversi. Lui, il re della superficie, io che invece ho sempre sentito dolore per cose che alcuni esseri umani nemmeno si accorgono di fare. Lui essenziale e minimalista, io ridondante e spesso eccessivo.

Per tutte questo non abbiamo mai parlato tanto. Una specie di muro di Berlino o di Gerusalemme impediva la comunicazione.

Poco prima di andarsene però, sentì la necessità di raccontarmi una storiella che doveva aver letto su qualche giornalaccio preso dal tavolo del barbiere oppure su una Selezione del Reader’s Digest che a lui piaceva tanto.

Non so dirlo meglio, ma l’ho interpretato come una specie di testamento. Il suo modo per dirmi addio.

Più o meno, largo circa, faceva così:

Tanto tempo fa, durante un temporale, un fulmine incendiò la Savana. Le fiamme si svilupparono altissime e tutti gli animali della foresta scapparono via terrorizzati. A un certo punto un elefante vide una coccinella portare tra le mani una goccia d’acqua e dirigersi verso le fiamme. Gli si parò davanti con tutta la sua mole e le chiese:

“Dove stai andando coccinella?” E lei rispose:

“Sto andando a spegnere l’incendio.”

L’elefante sgranò gli occhi e le domandò perplesso:

“Con quella gocciolina???”

E lei:

“Faccio la mia parte.”

Avevo rimosso il tutto fino a quando, per un bizzarro scherzo del cervello mi è tornata in mente. E’ strano. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. Anche se a volte lo fa in modi che tu non ti aspetti. Che voglio dire? Non lo so. Davvero. Sono solo un tipo curioso con problemi che se uno psicologo si mettesse a lavorare bene su di me finirebbe lui per diventare pazzo. Ad esempio io vivo dei momenti in cui ho desiderio di avere dei super poteri. Parlo sul serio. Non scherzo. Lo so. Sono strano. L’ho appena detto. Dimostro di essere ancora infantile e molto bambino, ma, onestamente, ammetto che più che fantasie erotiche della serie “o famo strano” ne ho alcune in cui sono il salvatore dell’umanità. Mr.Fantastic è il mio mito, ma pure Batman o Iron Man non sono da meno. E subisco persino il fascino maledetto di Magneto. E tanto per chiarire a tutti in che dannato blog  siete finiti, come Troisi nel film  “Ricomincio da tre”, ogni tanto cerco di spostare un vaso con il pensiero convinto che, se ci riuscissi, potrei risolvere tutti i problemi della mia vita. Fake it ’till you make it, dicono gli americani. E io continuo a far finta di riuscirci fino a quando non ci riuscirò davvero.

Sabato stavo passeggiando  sulle mura di Lucca con il cagno e mia figlia grande, Virginia. Eravamo in un momento in cui ognuno pensava ai fatti suoi. Non so indovinare che cosa passasse nella testa di lei, ma so benissimo che io stavo rimuginando sul fatto che essere un apprendista super eroe non è per niente fico. Insomma stavo cercando una spiegazione logica sul perchè diavolo, nonostante mi ci applichi oramai da quasi quattro decadi, quando urlo “Fiamma” non mi si accende ancora la mano destra.

All’improvviso, vicino al baluardo di San Colombano vedo su una panchina un uomo sui trent’anni, dai tratti asiatici che sta piangendo come una fontana. E’ chiaro, dal suo aspetto e dalla sua puzza che deve aver passato qualche giorno “per strada”. Di per se vedere un uomo che piange a me fa stringere il cuore, ma il notare che nessuno dei tanti a passeggio si fermasse per consolarlo mi stava provocando dolore. C’erano un sacco di miei concittadini intenti a correre o ad andare sui roller blade o in bici e pure tanti turisti con le loro belle guide in mano a rimirare le bellezze di una cittadina stupenda, ma nessuno che vedeva quell’uomo che a me pareva disperato.

E io mi sono sentito fuori posto.

Non era più la mia città o la terra che ho sempre amato. E non c’era alcun che di meraviglioso nel passare davanti a un uomo che piange facendo finta di niente. Non c’era alcuna passione, quella che voglio trasmettere come fosse un contagio a mia figlia. Ho sentito freddo e la paura più grande è stata che l’avvertisse anche Virginia. E ho avvertito un’inspiegabile e disperata voglia di aiutare quell’uomo. Voglia di sedermi accanto a lui e parlarci.

E così abbiamo fatto.

Cholsu, così si chiama, mi racconta allora, in un dialetto anglo-italo-coreano particolare, una storia assurda ma allo stesso tempo banale che può essere riassunta in poche battute. Coreano di una qualche cittadina che non ho mica capito bene dov’è, incontra un’italiana laggiù per lavoro, si innamorano e lui la segue qua quando lei ritorna a casa base. Vivono per un po’ assieme, poi lei si stufa come molti fanno con i cani e lo butta fuori di casa. E lui si è ritrovato all’improvviso senza quattrini per strada in una terra all’altro capo del mondo, paralizzato, senza avere un’idea sul come uscire da quella situazione.

E francamente pure io non sapevo proprio che diavolo fare.

Ho pensato allora saggio attivare l’unico super potere che, almeno al momento, so di avere: lo spara cazzate a raffica, di serie, incorporato, grazie a un maledetto cromosoma sbagliato che è presente nel mio acido desossiribonucleico. Mi sono così fatto dare il numero della sua (ex) donna, Anna e l’ho chiamata. Senza una strategia o una connessione causa effetto che potesse reggere un normale contraddittorio. Senza niente. In altre parole con pochissima qualità, ma tanta gamba. Anzi voce. Perchè l’ho tenuta al telefono per quasi due ore. Come so instillare i sensi di colpa io, nessuno mai. Anzi no. La mia ex era meglio e da lei, va detto, ho imparato dalla campionessa mondiale pluridecorata. Occorre ammettere anche che, Anna, consapevole della sua malefatta, sembrava colpita dalla mia telefonata e sentivo che stava per cedere al mio fascino perverso anche se una voce cattiva in sottofondo le urlava di chiudere la chiamata. Riesco a capire che è del suo nuovo fidanzato fiorentino che è poi quello che le ha imposto di cacciare di casa Cholso, che non voleva sapere di mollarla.  Anna però non chiude la telefonata e così, alla fine, stressata, riesco ad abbindolarla bene e la costringo ad ammettere che farà la sua parte nell’aiutare soprattutto economicamente Cholsu a tornare a casa sua. Mette però dei paletti rigidi che non riesco a estirpare. Dice che farà ciò che deve, ma solo dopo che il suo nuovo fidanzato se ne sarà tornato a Firenze e che quindi fino a domenica sera non può riprendersi Cholso in casa. Dice che fino ad allora avrei dovuto pensarci io.

Io?

E che cazzo c’entro io?

E a quel punto le parti si sono invertite ed è stata lei a farmi sentire in colpa per tutte le volte che non ho mai dato una mano a qualcuno. E mi sa che quella grandissima stronza della mia ex deve averle dato lezioni private a mia insaputa.

Quando, distrutto nel fisico e nel morale sono tornato alla panchina da dove mi ero allontanato per la telefonata trovo che Virginia e il cagno sono già soggiogati dal coreano e pendono dalle sue labbra. E la cosa mi da un po’ di fastidio.

Ma no, dai. Perchè mentire?

Mi ha davvero rotto i coglioni.

Avrei voluto dire a mia figlia “Guarda cretina che questo il cagno se lo cuoce al barbecue e se lo magna alla faccia tua…” . Però taccio. Non avevo nessuna voglia di aprire un nuovo fronte di guerra di trincea. E decido lo stesso di portarlo a casa mia, offrirgli il pranzo, fargli fare una doccia per ripulirsi e per una notte avrebbe dormito sul divano.

E là è cominciata la mia piccola, personalissima, via Crucis.

Inutile entrare nel dettaglio di piccole, sordide, quisquilie di bottega. Dico solo che è stato difficile. Molto difficile. Ecco. Di fronte al simposio di una riunione familiare allargata per festeggiare il compleanno della sorella della donna di mio fratello con presenza di figli,  cugini e con loro anche mariti e mogli attuali e passate dare spiegazioni.

Che palle dare spiegazioni.

Doversi giustificare a cinquant’anni è una cosa che non auguro a nessuno.

L’obiezioni principale di tutti può sintetizzarsi nella domanda basica, latente, in ogni loro affermazione: “Ma tu, caro Masty, i cazzi tuoi mai eh?”

La verità però è che, in fondo, io credo davvero che i veri super poteri sono soprattutto dentro i piccoli gesti per gli altri. In questo periodo di alluvioni e di case immerse dal fango il nostro essere super eroi sta nel semplice prendere una pala e spalare del fango, nell’abbracciare un anziano in lacrime per aver perso tutto, nel donare un sorriso con un pasto caldo.

Per usare una metafora calcistica, ho raggiunto la consapevolezza che è inutile urlare e sbraitare slogan contro qualcosa o qualcuno. Insultare l’arbitro o i giocatori. Io sarò sempre uno di quelli che per contestare aspetterà la fine della partita. Non sono un tifoso sempre presente in ogni dove. Sono semplicemente uno che cerca di fare la sua parte. Ecco, forse sabato ho capito in modo definitivo cosa prevede il mio copione e quale sia il mio posto in curva. Quella della vita intendo. Ho capito che, accidenti, non diventerò mai un personaggio della Marvel, ma sarò sempre uno di quelli che non abbandonerà il  proprio ideale e farà ad esso un atto di totale abbandono.

Non ho la presunzione di essere nel giusto. Semplicemente prendo atto che è la mia natura e che è il mio contributo per spegnere l’incendio.

La mia piccola goccia.

Nient’altro che la mia piccola goccia.

 

 

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PS.: stamattina mi ha chiamato Anna per dirmi che grazie a me ha capito di essere ancora innamorata di Cholsu e ha mollato il fiorentino.

PPS: Grazie a me????????

PPPS: Cholso le ha detto che sono stati tutti molti carini con lui e che si è sentito a casa sua.

PPPPS: Cholso, listen to me carefully, impara meglio l’itagliano, dai retta…!!!!!!

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La mia donna e il mio uomo

Dimmi la verità, come ti senti?

Non è forse come se stessi rotolando via così velocemente da non riuscire a fermare le ruote?  Non restarci troppo male, non sei la sola che sta cercando di farlo. Con tutti gli altri intorno che sgomitando cercano la loro strada si finisce pure per inciampare e farsi inutilmente del male. Ci si alza, allora, e con grazia si puliscono le ginocchia e si ricomincia a camminare perchè, al netto di tutte le speculazione filosofiche sulla vita, sai che cosa  si può davvero dire su di essa? Proprio niente. Occorre solo andare avanti cercando di aiutare la razza umana a sopravvivere anche a se stessa, fino a quando Lui non deciderà di spengere la luce e torneremo a essere polvere di stelle. E, per quanto sembri a volte, tutto inutile ,non c’è davvero nient’altro che possiamo fare.

Nessun uomo è riuscito a capire come risolvere gli enigmi che ci torturano l’anima e che ci fanno perdere occasioni importanti. Uniche. Nessuno fino a quando non si è ben al di là del dolore.

Così, se tu ti svegliassi di notte vittima di un brutto sogno e non mi trovassi accanto a te e, per una frazione di secondo, non ti ricordassi dove sei, basta che tu apra la finestra e ritorni indietro con la memoria, su quella spiaggia delle donne, con il mare grosso di notte dove abbiamo contato ogni stella cadente. Perchè vedi, io credo che ci sia una luce che brilla su di te e che ti illuminerà per sempre e, anche se non posso garantire che non c’è niente di spaventoso nascosto sotto il letto, ti prometto che finchè ci sarò io, farò la guardia affinchè l’orrore non ti trovi.

Una volta ho conosciuto un uomo, molto talentuoso che aveva un grande cuore. Proprio come te. Lui parlava alla gente e le persone che lo ascoltavano piangevano perchè capivano che le sue parole venivano da dentro la sua anima. La pancia lo guidava e tutti potevano sentirlo dalla  sua voce e vederlo nei suoi occhi. E così ha viaggiato tanto, toccando il  cuore di tutti coloro che ha incontrato facendo fiorire ogni cosa che incontrava, prendendo sempre molto meno di quel che donava, fin quando è stato richiamato a casa. Polvere di stelle.

Il mio uomo ce l’ha fatta.

E ‘andato molto al di là del dolore.

E noi,  a cui è toccato rimanere qua, continuiamo invece a vivere e a ridere come prima, come se niente fosse successo.

Dedicato alla mia generazione

 

 

Manca poco tempo alla fine del mondo e oramai mi sono convinto che il 21 dicembre prossimo sentiremo una voce tonante. Non lo so perché, ma stamattina mi è venuta in mente il film di De Sica: Il Giudizio Universale. La trama la conoscono tutti, più o meno, è questa: mentre la gente vive come sempre, una voce possente che viene dal cielo inizia ad annunciare il giudizio universale per le 18.00. Alcuni personaggi sono presi dal terrore, altri continuano a vivere come sempre, del tutto sordi all’avviso sempre più pressante. I più indifferenti sono un bambino ed una bambina che sono così presi dal tenero sentimento dell’uno per l’altra, che piangono e si disperano, non per la fine del mondo, ma per il fatto che il ballo, dove si sarebbero dovuti incontrare, rischia di essere annullato causa Giudizio Universale.

Non riesco proprio a togliermi dalla testa una scena. Quando alla fine comincia il Giudizio Universale e la voce chiede a un poveraccio:

“Ti piace la zuppa inglese?”

L’uomo terrorizzato balbetta e non risponde.

“Confessa ti piace la zuppa inglese?”   continua Dio. “ammazzeresti uno stupido cinese per una zuppa inglese è, confessa”

“Io …Io..Io sono buono…”

Ecco, penso che il 21 dicembre quando il vocione dirà “Masticone ti piace sparare minchiate?”, risponderò più o meno allo stesso modo.

Comunque prima che sia troppo tardi e si compia la beata speranza e venga il Regno devo rendere omaggio a qualcuno che mi è caro. In fondo, dai, non c’è persona che non lo faccia per le cose che gli/le sono care.

Io non faccio eccezioni. E oggi ho una gran voglia di rendere testimonianza alla mia generazione. Stiamo invecchiando e facciamo fatica ad accettarlo. Ancora di più nel vedere che alcuni di noi ci hanno già lasciato. Ci siamo scoperti soli, quando pensavamo che non lo saremmo mai stati. Cambiati, quando credevamo che non ci sarebbe successo. Disillusi quando avremmo scommesso che a noi sarebbe andata diversamente. Ci siamo insultati l’un l’altro e oggi a cavallo del mezzo secolo, chi un po’ di più chi un po’ di meno, ci rendiamo conto che, alla fine, gli unici a capire le nostre idiosincrasie e paure e speranze che ancora nutriamo, le piccole gioie e i grossi dolori sono quasi sempre coloro che hanno diviso con noi cose che non ci sono più e che non torneranno.

E allora mi è venuta voglia di ricordare alcune di esse, perché a volte, a ricordarle, si riesce a vivere meglio il presente.

Noi che si finiva i compiti il più in fretta possibile per andare a giocare a pallone per strada o ai campini con gli amici e non c’era bisogno che ci accompagnasse la mamma o il papà perchè era normale vivere a quel modo.  Costretti spesso alla regola del portiere volante o a quella del  “chi si trova para”. E c’era sempre quello nuovo che chiedeva se segnare da centrocampo valeva. Si, cazzo, fava, vale. Vale tutto.  E che quando si facevano le squadre se venivi scelto per primo stavi bene una settimana perchè voleva dire che eri bravo e l’ultimo andava invece quasi sempre in porta. E che avevamo tutti un soprannome possibilmente infamante ma non si offendeva nessuno. E  se anche eravamo 50 a 1, c’era sempre l’immancabile “chi fa l’ultimo goal vince”. E  bestemmiavamo contro il SUPER TELE o l’ELITE. Perchè avevamo il TANGO DIRCEU solo se andava di lusso. E  dopo la prima partita, c’era la rivincita e poi la bella e poi la bella della bella.  E anche senza la traversa e la moviola capivamo lo stesso se era goal oppure no. E giocavamo a calcio  con le pigne. E le pigne ce le tiravamo pure addosso. E  ridevamo se un amico rideva e che continuavamo a ridere anche se lui poi si metteva a piangere. E che tiravamo la manine appiccose delle patatine sui capelli delle femmine che si arrabbiavano e che ti lasciavano per punizione con la scopa in mano alle feste. E che a scuola nella prova di scienze ci davano la patata da mettere nel bicchiere che germogliava. E bevevamo l’acqua nelle fontane dei parchi, non quelle imbottigliate, la stessa dei cani e non ci faceva paura mangiare qualcosa che era caduto per terra.

Noi che non si barava. Perchè avevamo un onore da mantenere e per questo non si finiva mai il cubo di Rubik, in cambio però si saliva sugli alberi e si faceva finta di essere Orzowei e si costruivano aquiloni con la carta delle uova di pasqua che non volavano mai. E suonavamo la pianola Bontempi che ci faceva sentire dei veri musicisti  e  a scuola usavamo i pastelli a cera e i pennelli “Carioca” che ti impiastricciavano le mani e non venivano mai via con l’acqua. E andavamo in due in bicicletta senza mani e mettevamo le carte da gioco con la molletta sui raggi e se bucavi passavi ore nelle camere d’aria mettendole nella bacinella d’acqua e ti sentivi un genio quando riuscivi a ripararla con il tip top. E che poi più grandi abbiamo cominciato ad andare sul Ciao: che si accendeva pedalando! Guardandoci indietro è difficile credere che siamo ancora vivi: viaggiavamo in macchina senza cinture, senza seggiolini speciali e senza air-bag; vedevamo nostro padre riempire il portapacchi sulla macchina fino all’inverosimile e facevamo viaggi di 10-12 ore e non soffrivamo di sindrome da classe turista.

Noi che non avevamo porte con protezioni, armadi o flaconi di medicinali con chiusure a prova di bambino e andavamo in bicicletta senza casco né protezioni per le ginocchia o i gomiti. Le altalene erano di ferro con gli spigoli vivi e il gioco delle penitenze era bestiale e  che a volte si litigava ma che dopo cinque minuti era tutto finito. Noi che “se fai questo, non sei più mio amico”. E che giocavamo a “Merda” a carte per ore perché le regole del Poker non le conosceva nessuno e poi a Risiko e che litigavamo sul chi era più forte tra Godzilla e Goldrake (lui tutta la vita) e che guardavamo la “Casa nella prateria” anche se faceva tanta tristezza. Però poi avevamo  la famiglia Bradford e Happy Days a tirarci su. E che sui diari scrivevamo davvero tutti gli avvisi ma poi ce li tiravamo addosso mentre le femmine ci scrivevano romanzi d’amore. E che per andare alla gita scolastica di tre giorni dovevi preparare la famiglia otto mesi prima. E che se nevicava la guardavamo scendere a bocca aperta guardando dalla finestra ma, come finiva, “Tutti di sotto”. E che quando c’era l’ora di ginnastica partivamo da casa con la tuta e che le poesie non le volevamo imparare a memoria ma le frasi di Tex Willer non le scordavamo mai. E che i politici non li conoscevamo ma Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi si. E che scommettavamo se l’uomo della pubblicità che stava sempre a mollo avesse o meno i reumatismi. E che indossavamo maglie di lane che pizzicavano e che quando toglievamo quelle maledette calze strette che  avevamo rimanevano segni mostruosi al polpaccio. E che per regalo per la comunione ricevevamo otto compassi e sette calcolatrici due mappamondi con la luce dentro. E che aspettavamo la foto dalla Polaroid e che quando ritiravi le foto dal fotografo eri curioso di vedere come erano venute.

Noi che vivevamo in attesa di 90° minuto e ci sentivamo protetti dalle figure paterne di Paolo Valenti, Necco da Napoli, Bubba da Genova, Giannini da Firenze, Vasino da Milano, Castellotti da Torino, Pasini da Bologna, Tonino Carino da Ascoli, Strippoli “riporto” da Bari o Lecce. E che quando aprivamo le bustine intonse pregavamo per non trovare triplone o quadriplone PILONI; il secondo mitico portiere della Juve che non aveva mai giocato una partita per colpa di ZOFF. E che alla radio c’era Ciotti che diceva sempre che la squadra del tuo cuore , qualunque fosse, faceva sempre la stessa cosa:  “retrocede a difesa dei 16 metri e si arrocca”. E soffrivi come un cane. E che ci ricordiamo di Galeazzi magro e che il calcio in TV era solo di mercoledì o di domenica quando,  la sera, alle sette davano il secondo tempo di una partita registrata  e che fino all’inizio del secondo tempo non sapevi i risultati dei primi tempi. E c’era la zona Stock che ti diceva di brindar con lei sia se vincevi che se perdevi. Ma vaffanculo zona Stock, io ho perso e ti getto nel cesso.

Noi che poi eravamo imbranati con le donne. E che andavamo dall’amica del cuore di quella che ci piaceva e le chiedevamo “Dici a Monica se si vuole mettere con me? Il giorno dopo quella tornava e la risposta era sempre la stessa: “Ha detto che ci deve pensare”. E che non mandavamo sms con i cellulari che non avevamo ma dedicavamo canzoni alla radio. Noi che odiavamo i minestroni ma che ci emozionavamo per un bacio nella guancia e pensavamo che andare mano nella mano, significasse davvero qualcosa.

Noi che abbiamo dovuto imparare quell’assurda merda del MS DOS, e che la prima volta che siamo stati a Londra lo abbiamo fatto in pullman da Firenze. 40 ore con solo due fermate tecniche per pisciare a Torino e a Parigi (Piazza Stalingrado) e che quando arrivammo a Victoria Station avevamo la forma di un pezzo simmetrico del Tetris. E che oggi quando basta un’ora e mezzo in aereo da Pisa pensiamo sempre che ci sia sotto la gabola e che qualcosa non torni. Noi che i flippers erano basici ma se riuscivi a eccitarli ti facevano godere come poche donne hanno mai più fatto. WOW (che noi si chiamava vov) ,  e WHEN LIT.  (“dai che c’hai il vov acceso. Dai, colpisci, fallo godereeee..”)

A noi, che adesso viviamo lontani, sparsi per un mondo che abbiamo visto cambiare, non sempre in meglio e che a volte ci prende la tristezza a tradimento perchè vorremmo riprovare le sensazioni di una volta quando tutto sembrava più pulito e più semplice. E che abbiamo imparato ad abbassare la testa ma lo stesso gridiamo dentro di noi. Che pensiamo che in fondo non eravamo poi così male anche se ci hanno dipinto come la generazione del niente, perchè non impegnata come la precedente e non festaiola come quella dopo.

A noi, che adesso abbiamo perso la spensieratezza di quegli anni e che dobbiamo affrontare i fallimenti e le crisi e i politici di merda e il magna magna marescià. A noi che  per quanti calci del culo continuiamo a prendere e per quanto ci possano far sentire come un cane in chiesa, tutte le mattine usciamo di casa sperando sempre che, dietro l’angolo, improvvisamente, ci si possa reincontrare d’incanto, almeno una volta, con il pallone in una busta di plastica.

E io oggi, darei qualsiasi cosa per un’altra partita con voi, adesso, per la strada.

Vi voglio bene.

ah, dimenticavo

La mia Monica, di allora, ci sta ancora pensando.

La stronza.