La mia piccola goccia

Mio padre era un duro.

Un cazzo di duro con tutti, ma con me in modo particolare.

Non me l’ha mai detto, ma il sospetto che fossi il frutto di una scopata adulterina di mia madre, deve essergli venuto in mente più di una volta. In fondo come dargli torto? Eravamo così dannatamente diversi. Lui, il re della superficie, io che invece ho sempre sentito dolore per cose che alcuni esseri umani nemmeno si accorgono di fare. Lui essenziale e minimalista, io ridondante e spesso eccessivo.

Per tutte questo non abbiamo mai parlato tanto. Una specie di muro di Berlino o di Gerusalemme impediva la comunicazione.

Poco prima di andarsene però, sentì la necessità di raccontarmi una storiella che doveva aver letto su qualche giornalaccio preso dal tavolo del barbiere oppure su una Selezione del Reader’s Digest che a lui piaceva tanto.

Non so dirlo meglio, ma l’ho interpretato come una specie di testamento. Il suo modo per dirmi addio.

Più o meno, largo circa, faceva così:

Tanto tempo fa, durante un temporale, un fulmine incendiò la Savana. Le fiamme si svilupparono altissime e tutti gli animali della foresta scapparono via terrorizzati. A un certo punto un elefante vide una coccinella portare tra le mani una goccia d’acqua e dirigersi verso le fiamme. Gli si parò davanti con tutta la sua mole e le chiese:

“Dove stai andando coccinella?” E lei rispose:

“Sto andando a spegnere l’incendio.”

L’elefante sgranò gli occhi e le domandò perplesso:

“Con quella gocciolina???”

E lei:

“Faccio la mia parte.”

Avevo rimosso il tutto fino a quando, per un bizzarro scherzo del cervello mi è tornata in mente. E’ strano. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. Anche se a volte lo fa in modi che tu non ti aspetti. Che voglio dire? Non lo so. Davvero. Sono solo un tipo curioso con problemi che se uno psicologo si mettesse a lavorare bene su di me finirebbe lui per diventare pazzo. Ad esempio io vivo dei momenti in cui ho desiderio di avere dei super poteri. Parlo sul serio. Non scherzo. Lo so. Sono strano. L’ho appena detto. Dimostro di essere ancora infantile e molto bambino, ma, onestamente, ammetto che più che fantasie erotiche della serie “o famo strano” ne ho alcune in cui sono il salvatore dell’umanità. Mr.Fantastic è il mio mito, ma pure Batman o Iron Man non sono da meno. E subisco persino il fascino maledetto di Magneto. E tanto per chiarire a tutti in che dannato blog  siete finiti, come Troisi nel film  ”Ricomincio da tre”, ogni tanto cerco di spostare un vaso con il pensiero convinto che, se ci riuscissi, potrei risolvere tutti i problemi della mia vita. Fake it ’till you make it, dicono gli americani. E io continuo a far finta di riuscirci fino a quando non ci riuscirò davvero.

Sabato stavo passeggiando  sulle mura di Lucca con il cagno e mia figlia grande, Virginia. Eravamo in un momento in cui ognuno pensava ai fatti suoi. Non so indovinare che cosa passasse nella testa di lei, ma so benissimo che io stavo rimuginando sul fatto che essere un apprendista super eroe non è per niente fico. Insomma stavo cercando una spiegazione logica sul perchè diavolo, nonostante mi ci applichi oramai da quasi quattro decadi, quando urlo “Fiamma” non mi si accende ancora la mano destra.

All’improvviso, vicino al baluardo di San Colombano vedo su una panchina un uomo sui trent’anni, dai tratti asiatici che sta piangendo come una fontana. E’ chiaro, dal suo aspetto e dalla sua puzza che deve aver passato qualche giorno “per strada”. Di per se vedere un uomo che piange a me fa stringere il cuore, ma il notare che nessuno dei tanti a passeggio si fermasse per consolarlo mi stava provocando dolore. C’erano un sacco di miei concittadini intenti a correre o ad andare sui roller blade o in bici e pure tanti turisti con le loro belle guide in mano a rimirare le bellezze di una cittadina stupenda, ma nessuno che vedeva quell’uomo che a me pareva disperato.

E io mi sono sentito fuori posto.

Non era più la mia città o la terra che ho sempre amato. E non c’era alcun che di meraviglioso nel passare davanti a un uomo che piange facendo finta di niente. Non c’era alcuna passione, quella che voglio trasmettere come fosse un contagio a mia figlia. Ho sentito freddo e la paura più grande è stata che l’avvertisse anche Virginia. E ho avvertito un’inspiegabile e disperata voglia di aiutare quell’uomo. Voglia di sedermi accanto a lui e parlarci.

E così abbiamo fatto.

Cholsu, così si chiama, mi racconta allora, in un dialetto anglo-italo-coreano particolare, una storia assurda ma allo stesso tempo banale che può essere riassunta in poche battute. Coreano di una qualche cittadina che non ho mica capito bene dov’è, incontra un’italiana laggiù per lavoro, si innamorano e lui la segue qua quando lei ritorna a casa base. Vivono per un po’ assieme, poi lei si stufa come molti fanno con i cani e lo butta fuori di casa. E lui si è ritrovato all’improvviso senza quattrini per strada in una terra all’altro capo del mondo, paralizzato, senza avere un’idea sul come uscire da quella situazione.

E francamente pure io non sapevo proprio che diavolo fare.

Ho pensato allora saggio attivare l’unico super potere che, almeno al momento, so di avere: lo spara cazzate a raffica, di serie, incorporato, grazie a un maledetto cromosoma sbagliato che è presente nel mio acido desossiribonucleico. Mi sono così fatto dare il numero della sua (ex) donna, Anna e l’ho chiamata. Senza una strategia o una connessione causa effetto che potesse reggere un normale contraddittorio. Senza niente. In altre parole con pochissima qualità, ma tanta gamba. Anzi voce. Perchè l’ho tenuta al telefono per quasi due ore. Come so instillare i sensi di colpa io, nessuno mai. Anzi no. La mia ex era meglio e da lei, va detto, ho imparato dalla campionessa mondiale pluridecorata. Occorre ammettere anche che, Anna, consapevole della sua malefatta, sembrava colpita dalla mia telefonata e sentivo che stava per cedere al mio fascino perverso anche se una voce cattiva in sottofondo le urlava di chiudere la chiamata. Riesco a capire che è del suo nuovo fidanzato fiorentino che è poi quello che le ha imposto di cacciare di casa Cholso, che non voleva sapere di mollarla.  Anna però non chiude la telefonata e così, alla fine, stressata, riesco ad abbindolarla bene e la costringo ad ammettere che farà la sua parte nell’aiutare soprattutto economicamente Cholsu a tornare a casa sua. Mette però dei paletti rigidi che non riesco a estirpare. Dice che farà ciò che deve, ma solo dopo che il suo nuovo fidanzato se ne sarà tornato a Firenze e che quindi fino a domenica sera non può riprendersi Cholso in casa. Dice che fino ad allora avrei dovuto pensarci io.

Io?

E che cazzo c’entro io?

E a quel punto le parti si sono invertite ed è stata lei a farmi sentire in colpa per tutte le volte che non ho mai dato una mano a qualcuno. E mi sa che quella grandissima stronza della mia ex deve averle dato lezioni private a mia insaputa.

Quando, distrutto nel fisico e nel morale sono tornato alla panchina da dove mi ero allontanato per la telefonata trovo che Virginia e il cagno sono già soggiogati dal coreano e pendono dalle sue labbra. E la cosa mi da un po’ di fastidio.

Ma no, dai. Perchè mentire?

Mi ha davvero rotto i coglioni.

Avrei voluto dire a mia figlia “Guarda cretina che questo il cagno se lo cuoce al barbecue e se lo magna alla faccia tua…” . Però taccio. Non avevo nessuna voglia di aprire un nuovo fronte di guerra di trincea. E decido lo stesso di portarlo a casa mia, offrirgli il pranzo, fargli fare una doccia per ripulirsi e per una notte avrebbe dormito sul divano.

E là è cominciata la mia piccola, personalissima, via Crucis.

Inutile entrare nel dettaglio di piccole, sordide, quisquilie di bottega. Dico solo che è stato difficile. Molto difficile. Ecco. Di fronte al simposio di una riunione familiare allargata per festeggiare il compleanno della sorella della donna di mio fratello con presenza di figli,  cugini e con loro anche mariti e mogli attuali e passate dare spiegazioni.

Che palle dare spiegazioni.

Doversi giustificare a cinquant’anni è una cosa che non auguro a nessuno.

L’obiezioni principale di tutti può sintetizzarsi nella domanda basica, latente, in ogni loro affermazione: “Ma tu, caro Masty, i cazzi tuoi mai eh?”

La verità però è che, in fondo, io credo davvero che i veri super poteri sono soprattutto dentro i piccoli gesti per gli altri. In questo periodo di alluvioni e di case immerse dal fango il nostro essere super eroi sta nel semplice prendere una pala e spalare del fango, nell’abbracciare un anziano in lacrime per aver perso tutto, nel donare un sorriso con un pasto caldo.

Per usare una metafora calcistica, ho raggiunto la consapevolezza che è inutile urlare e sbraitare slogan contro qualcosa o qualcuno. Insultare l’arbitro o i giocatori. Io sarò sempre uno di quelli che per contestare aspetterà la fine della partita. Non sono un tifoso sempre presente in ogni dove. Sono semplicemente uno che cerca di fare la sua parte. Ecco, forse sabato ho capito in modo definitivo cosa prevede il mio copione e quale sia il mio posto in curva. Quella della vita intendo. Ho capito che, accidenti, non diventerò mai un personaggio della Marvel, ma sarò sempre uno di quelli che non abbandonerà il  proprio ideale e farà ad esso un atto di totale abbandono.

Non ho la presunzione di essere nel giusto. Semplicemente prendo atto che è la mia natura e che è il mio contributo per spegnere l’incendio.

La mia piccola goccia.

Nient’altro che la mia piccola goccia.

 

 

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PS.: stamattina mi ha chiamato Anna per dirmi che grazie a me ha capito di essere ancora innamorata di Cholsu e ha mollato il fiorentino.

PPS: Grazie a me????????

PPPS: Cholso le ha detto che sono stati tutti molti carini con lui e che si è sentito a casa sua.

PPPPS: Cholso, listen to me carefully, impara meglio l’itagliano, dai retta…!!!!!!

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La mia donna e il mio uomo

Dimmi la verità, come ti senti?

Non è forse come se stessi rotolando via così velocemente da non riuscire a fermare le ruote?  Non restarci troppo male, non sei la sola che sta cercando di farlo. Con tutti gli altri intorno che sgomitando cercano la loro strada si finisce pure per inciampare e farsi inutilmente del male. Ci si alza, allora, e con grazia si puliscono le ginocchia e si ricomincia a camminare perchè, al netto di tutte le speculazione filosofiche sulla vita, sai che cosa  si può davvero dire su di essa? Proprio niente. Occorre solo andare avanti cercando di aiutare la razza umana a sopravvivere anche a se stessa, fino a quando Lui non deciderà di spengere la luce e torneremo a essere polvere di stelle. E, per quanto sembri a volte, tutto inutile ,non c’è davvero nient’altro che possiamo fare.

Nessun uomo è riuscito a capire come risolvere gli enigmi che ci torturano l’anima e che ci fanno perdere occasioni importanti. Uniche. Nessuno fino a quando non si è ben al di là del dolore.

Così, se tu ti svegliassi di notte vittima di un brutto sogno e non mi trovassi accanto a te e, per una frazione di secondo, non ti ricordassi dove sei, basta che tu apra la finestra e ritorni indietro con la memoria, su quella spiaggia delle donne, con il mare grosso di notte dove abbiamo contato ogni stella cadente. Perchè vedi, io credo che ci sia una luce che brilla su di te e che ti illuminerà per sempre e, anche se non posso garantire che non c’è niente di spaventoso nascosto sotto il letto, ti prometto che finchè ci sarò io, farò la guardia affinchè l’orrore non ti trovi.

Una volta ho conosciuto un uomo, molto talentuoso che aveva un grande cuore. Proprio come te. Lui parlava alla gente e le persone che lo ascoltavano piangevano perchè capivano che le sue parole venivano da dentro la sua anima. La pancia lo guidava e tutti potevano sentirlo dalla  sua voce e vederlo nei suoi occhi. E così ha viaggiato tanto, toccando il  cuore di tutti coloro che ha incontrato facendo fiorire ogni cosa che incontrava, prendendo sempre molto meno di quel che donava, fin quando è stato richiamato a casa. Polvere di stelle.

Il mio uomo ce l’ha fatta.

E ‘andato molto al di là del dolore.

E noi,  a cui è toccato rimanere qua, continuiamo invece a vivere e a ridere come prima, come se niente fosse successo.

Dedicato alla mia generazione

 

 

Manca poco tempo alla fine del mondo e oramai mi sono convinto che il 21 dicembre prossimo sentiremo una voce tonante. Non lo so perché, ma stamattina mi è venuta in mente il film di De Sica: Il Giudizio Universale. La trama la conoscono tutti, più o meno, è questa: mentre la gente vive come sempre, una voce possente che viene dal cielo inizia ad annunciare il giudizio universale per le 18.00. Alcuni personaggi sono presi dal terrore, altri continuano a vivere come sempre, del tutto sordi all’avviso sempre più pressante. I più indifferenti sono un bambino ed una bambina che sono così presi dal tenero sentimento dell’uno per l’altra, che piangono e si disperano, non per la fine del mondo, ma per il fatto che il ballo, dove si sarebbero dovuti incontrare, rischia di essere annullato causa Giudizio Universale.

Non riesco proprio a togliermi dalla testa una scena. Quando alla fine comincia il Giudizio Universale e la voce chiede a un poveraccio:

“Ti piace la zuppa inglese?”

L’uomo terrorizzato balbetta e non risponde.

“Confessa ti piace la zuppa inglese?”   continua Dio. “ammazzeresti uno stupido cinese per una zuppa inglese è, confessa”

“Io …Io..Io sono buono…”

Ecco, penso che il 21 dicembre quando il vocione dirà “Masticone ti piace sparare minchiate?”, risponderò più o meno allo stesso modo.

Comunque prima che sia troppo tardi e si compia la beata speranza e venga il Regno devo rendere omaggio a qualcuno che mi è caro. In fondo, dai, non c’è persona che non lo faccia per le cose che gli/le sono care.

Io non faccio eccezioni. E oggi ho una gran voglia di rendere testimonianza alla mia generazione. Stiamo invecchiando e facciamo fatica ad accettarlo. Ancora di più nel vedere che alcuni di noi ci hanno già lasciato. Ci siamo scoperti soli, quando pensavamo che non lo saremmo mai stati. Cambiati, quando credevamo che non ci sarebbe successo. Disillusi quando avremmo scommesso che a noi sarebbe andata diversamente. Ci siamo insultati l’un l’altro e oggi a cavallo del mezzo secolo, chi un po’ di più chi un po’ di meno, ci rendiamo conto che, alla fine, gli unici a capire le nostre idiosincrasie e paure e speranze che ancora nutriamo, le piccole gioie e i grossi dolori sono quasi sempre coloro che hanno diviso con noi cose che non ci sono più e che non torneranno.

E allora mi è venuta voglia di ricordare alcune di esse, perché a volte, a ricordarle, si riesce a vivere meglio il presente.

Noi che si finiva i compiti il più in fretta possibile per andare a giocare a pallone per strada o ai campini con gli amici e non c’era bisogno che ci accompagnasse la mamma o il papà perchè era normale vivere a quel modo.  Costretti spesso alla regola del portiere volante o a quella del  ”chi si trova para”. E c’era sempre quello nuovo che chiedeva se segnare da centrocampo valeva. Si, cazzo, fava, vale. Vale tutto.  E che quando si facevano le squadre se venivi scelto per primo stavi bene una settimana perchè voleva dire che eri bravo e l’ultimo andava invece quasi sempre in porta. E che avevamo tutti un soprannome possibilmente infamante ma non si offendeva nessuno. E  se anche eravamo 50 a 1, c’era sempre l’immancabile “chi fa l’ultimo goal vince”. E  bestemmiavamo contro il SUPER TELE o l’ELITE. Perchè avevamo il TANGO DIRCEU solo se andava di lusso. E  dopo la prima partita, c’era la rivincita e poi la bella e poi la bella della bella.  E anche senza la traversa e la moviola capivamo lo stesso se era goal oppure no. E giocavamo a calcio  con le pigne. E le pigne ce le tiravamo pure addosso. E  ridevamo se un amico rideva e che continuavamo a ridere anche se lui poi si metteva a piangere. E che tiravamo la manine appiccose delle patatine sui capelli delle femmine che si arrabbiavano e che ti lasciavano per punizione con la scopa in mano alle feste. E che a scuola nella prova di scienze ci davano la patata da mettere nel bicchiere che germogliava. E bevevamo l’acqua nelle fontane dei parchi, non quelle imbottigliate, la stessa dei cani e non ci faceva paura mangiare qualcosa che era caduto per terra.

Noi che non si barava. Perchè avevamo un onore da mantenere e per questo non si finiva mai il cubo di Rubik, in cambio però si saliva sugli alberi e si faceva finta di essere Orzowei e si costruivano aquiloni con la carta delle uova di pasqua che non volavano mai. E suonavamo la pianola Bontempi che ci faceva sentire dei veri musicisti  e  a scuola usavamo i pastelli a cera e i pennelli “Carioca” che ti impiastricciavano le mani e non venivano mai via con l’acqua. E andavamo in due in bicicletta senza mani e mettevamo le carte da gioco con la molletta sui raggi e se bucavi passavi ore nelle camere d’aria mettendole nella bacinella d’acqua e ti sentivi un genio quando riuscivi a ripararla con il tip top. E che poi più grandi abbiamo cominciato ad andare sul Ciao: che si accendeva pedalando! Guardandoci indietro è difficile credere che siamo ancora vivi: viaggiavamo in macchina senza cinture, senza seggiolini speciali e senza air-bag; vedevamo nostro padre riempire il portapacchi sulla macchina fino all’inverosimile e facevamo viaggi di 10-12 ore e non soffrivamo di sindrome da classe turista.

Noi che non avevamo porte con protezioni, armadi o flaconi di medicinali con chiusure a prova di bambino e andavamo in bicicletta senza casco né protezioni per le ginocchia o i gomiti. Le altalene erano di ferro con gli spigoli vivi e il gioco delle penitenze era bestiale e  che a volte si litigava ma che dopo cinque minuti era tutto finito. Noi che “se fai questo, non sei più mio amico”. E che giocavamo a “Merda” a carte per ore perché le regole del Poker non le conosceva nessuno e poi a Risiko e che litigavamo sul chi era più forte tra Godzilla e Goldrake (lui tutta la vita) e che guardavamo la “Casa nella prateria” anche se faceva tanta tristezza. Però poi avevamo  la famiglia Bradford e Happy Days a tirarci su. E che sui diari scrivevamo davvero tutti gli avvisi ma poi ce li tiravamo addosso mentre le femmine ci scrivevano romanzi d’amore. E che per andare alla gita scolastica di tre giorni dovevi preparare la famiglia otto mesi prima. E che se nevicava la guardavamo scendere a bocca aperta guardando dalla finestra ma, come finiva, “Tutti di sotto”. E che quando c’era l’ora di ginnastica partivamo da casa con la tuta e che le poesie non le volevamo imparare a memoria ma le frasi di Tex Willer non le scordavamo mai. E che i politici non li conoscevamo ma Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi si. E che scommettavamo se l’uomo della pubblicità che stava sempre a mollo avesse o meno i reumatismi. E che indossavamo maglie di lane che pizzicavano e che quando toglievamo quelle maledette calze strette che  avevamo rimanevano segni mostruosi al polpaccio. E che per regalo per la comunione ricevevamo otto compassi e sette calcolatrici due mappamondi con la luce dentro. E che aspettavamo la foto dalla Polaroid e che quando ritiravi le foto dal fotografo eri curioso di vedere come erano venute.

Noi che vivevamo in attesa di 90° minuto e ci sentivamo protetti dalle figure paterne di Paolo Valenti, Necco da Napoli, Bubba da Genova, Giannini da Firenze, Vasino da Milano, Castellotti da Torino, Pasini da Bologna, Tonino Carino da Ascoli, Strippoli “riporto” da Bari o Lecce. E che quando aprivamo le bustine intonse pregavamo per non trovare triplone o quadriplone PILONI; il secondo mitico portiere della Juve che non aveva mai giocato una partita per colpa di ZOFF. E che alla radio c’era Ciotti che diceva sempre che la squadra del tuo cuore , qualunque fosse, faceva sempre la stessa cosa:  ”retrocede a difesa dei 16 metri e si arrocca”. E soffrivi come un cane. E che ci ricordiamo di Galeazzi magro e che il calcio in TV era solo di mercoledì o di domenica quando,  la sera, alle sette davano il secondo tempo di una partita registrata  e che fino all’inizio del secondo tempo non sapevi i risultati dei primi tempi. E c’era la zona Stock che ti diceva di brindar con lei sia se vincevi che se perdevi. Ma vaffanculo zona Stock, io ho perso e ti getto nel cesso.

Noi che poi eravamo imbranati con le donne. E che andavamo dall’amica del cuore di quella che ci piaceva e le chiedevamo “Dici a Monica se si vuole mettere con me? Il giorno dopo quella tornava e la risposta era sempre la stessa: “Ha detto che ci deve pensare”. E che non mandavamo sms con i cellulari che non avevamo ma dedicavamo canzoni alla radio. Noi che odiavamo i minestroni ma che ci emozionavamo per un bacio nella guancia e pensavamo che andare mano nella mano, significasse davvero qualcosa.

Noi che abbiamo dovuto imparare quell’assurda merda del MS DOS, e che la prima volta che siamo stati a Londra lo abbiamo fatto in pullman da Firenze. 40 ore con solo due fermate tecniche per pisciare a Torino e a Parigi (Piazza Stalingrado) e che quando arrivammo a Victoria Station avevamo la forma di un pezzo simmetrico del Tetris. E che oggi quando basta un’ora e mezzo in aereo da Pisa pensiamo sempre che ci sia sotto la gabola e che qualcosa non torni. Noi che i flippers erano basici ma se riuscivi a eccitarli ti facevano godere come poche donne hanno mai più fatto. WOW (che noi si chiamava vov) ,  e WHEN LIT.  (“dai che c’hai il vov acceso. Dai, colpisci, fallo godereeee..”)

A noi, che adesso viviamo lontani, sparsi per un mondo che abbiamo visto cambiare, non sempre in meglio e che a volte ci prende la tristezza a tradimento perchè vorremmo riprovare le sensazioni di una volta quando tutto sembrava più pulito e più semplice. E che abbiamo imparato ad abbassare la testa ma lo stesso gridiamo dentro di noi. Che pensiamo che in fondo non eravamo poi così male anche se ci hanno dipinto come la generazione del niente, perchè non impegnata come la precedente e non festaiola come quella dopo.

A noi, che adesso abbiamo perso la spensieratezza di quegli anni e che dobbiamo affrontare i fallimenti e le crisi e i politici di merda e il magna magna marescià. A noi che  per quanti calci del culo continuiamo a prendere e per quanto ci possano far sentire come un cane in chiesa, tutte le mattine usciamo di casa sperando sempre che, dietro l’angolo, improvvisamente, ci si possa reincontrare d’incanto, almeno una volta, con il pallone in una busta di plastica.

E io oggi, darei qualsiasi cosa per un’altra partita con voi, adesso, per la strada.

Vi voglio bene.

ah, dimenticavo

La mia Monica, di allora, ci sta ancora pensando.

La stronza.

Altro giochino, altra corsa…

Domenica autunnale. Piove a dirotto su tutti i fronti. Lo sfascio regna sovrano. Sul blog siamo rimasti quattro gatti e allora sai che, io ci infilo un’altra minchiata. Così, a spregio.

Altro giochino, altra corsa.

Chiamiamolo il giochino delle effe.

Lo possono fare tutti, pure coloro che quelli di intelligenza o di logica li rifiutano a prescindere.

Solo una regola: vietato barare.

Sull’onore.

Per chi ancora ce l’ha. questa è la promessa più sacra.

Ci si mette una ventina di secondi. I più lenti forse trenta. Senza fogli di carta e senza pensare. Occorre solo contare e ripeto non barare. Leggere e contare.

Allora come funziona?

Io qua sotto adesso posto un frase che va letta UNA VOLTA SOLA e mentre si legge occorre contare quante effe ci sono

ok?

troppo difficile?

no, dai.

Here we go

pronti?

 

questa la frase:

 

FINISHED FILES ARE THE RE-

SULT OF YEARS OF SCIENTIFIC

STUDY COMBINED WITH THE

EXPERIENCE OF YEARS

 

 

 

 

 

 

 

Ci sei? leggi quanto segue solo se hai contato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hai davvero contato?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Allora sei scemo….:)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

No dai, scherzo…..

Insomma quante erano?

tre?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Erano tre ammettilo!

Ne hai contate solo tre.

E sai una cosa?

E’ sbagliato. Sono sei, davvero.

Rileggi e poi leggi ancora sotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La spiegazione è semplice: pare che il cervello non riesca a registrare OF

Incredibile non ti pare?

Quelli che ne contano sei al primo colpo o sono dei geni. Oppure barano.

Tre è normale.

Quattro impossibile. Figuriamoci cinque.

O tre o sei.

E se mi dici che ne hai contati sei al primo colpo non ci credo.

Come si diceva da ragazzi. Non è ganziale?

Scuola media

Esiste qualcosa di più triste della scuola media?

No, ditemi. Esiste qualcosa che solo a pronunciare il nome dia più tristezza di quanto non facciano queste due magiche paroline di merda? Provate con me ad alta voce. S C U O L A  M E D I A. Se lo fate per tre o quattro volte evocherete lo spirito del Natale della X-mas Carrol di Charles Dickens che vi dirà non come vivrete i prossimi tre anni, ma come avete vissuto quei maledetti tre. Vi ricorderete come eravate brutti/e impacciati, di come il naso vi era cresciuto prima dell’orecchio e una gamba più lunga dell’altra (ho visto pure quello). Le scuole elementari sono belle, gioiose, ti apri alla vita, scopri il mondo, sei ancora innocente e puro e tutto finisce con la TV dei ragazzi alle cinque. Il Liceo è una merda per lo più, ma comunque cominci a razionalizzare il mondo, capisci come funziona, cosa puoi o non puoi fare. Le tue capacità sono oramai evidenti e pure, drammaticamente, anche tutte le tue incapacità che proverai a cambiare per tutti gli anni a venire senza mai riuscirci davvero.

Ma la scuola media??????

Cominci ad avere sbalzi ormonali, l’adolescenza ti ha rubato l’innocenza. Inizi a sfinirti di seghe (cosa che peraltro non smetterai mai di farti anche se allora pensi che sia una cosa momentanea), ti vengono più brufoli di un uomo con il vaiolo, devi cominciare a studiare davvero, devi imparare che il mondo non è il Paese dei Balocchi in cui tutti sono gentili con te perchè sei carino e simpatico. Perchè non sei più carino e simpatico. Sei uno con la voce assurda in un corpo in trasformazione che non sa che cosa  gli sta succedendo.

Se devo ricordare la mia scuola media, riduco il tutto a tre semplici paradigmi. Il primo è Applicazioni tecniche. Ecco io non ho mai capito a che cazzo servivano le applicazioni tecniche in cui i bambini venivano divisi dalle bambine che facevano i dolci e le cose da femminucce mentre noi ci rompevano le palle con le proiezioni ortogonali e, peggio, con lo studio di minchiate stratosferiche come il tremendo processo che portava alla formazione di una Biro.  Il secondo è Disegno. Ecco, non per vantarmi, ma io a scuola andavo benino. In tutto tranne che a disegno dove ero proprio una lernia. Non mi veniva da disegnare altro che donne tettute che piacevano solo a me. I tulipani che dovevo invece fare mi garantivano l’unica insufficienza che ricordo e che brucia ancora perchè una volta venni sbeffeggiato davanti a tutti come lo scemo del villaggio che anzichè disegnare quei fiori della mia fava che il maestro aveva posto sulla cattedra, avevo dipinto, con grazia che nessuno ha mai davvero apprezzato, le magnifiche poppe di Lorella B. che vedevo nella giusta prospettiva.

Il terzo paradigma è proprio Lorella B. Il mio primo amore.

Lorella è stata la prima donna per cui ho perso la testa. Non capivo che cosa mi stesse succedendo. Non troppo bene. Non come mi è chiaro ora comunque. Sentivo questa pulsione animale verso di lei precocemente popputa, ma anche per la sua anima. Era la prima della classe. Ho sempre avuto un debole per le donne più intelligenti di me. Era fantastica. Leggiadra, volitiva, splendida in ogni cosa che faceva e mi trattava come un essere umano. Insomma mi considerava mentre tutte le altre erano già perse per quelli più grandi. Non sono mai riuscito a dirle cosa provavo per lei. Ce ne sono state altre dopo, ma con lei ho scoperto qualcosa di me che non conoscevo. Reazioni emotive e fisiche che non riuscivo a capire. Dopo è stata  solo routine. Cercavo di essere interessante rendendomi ridicolo ma allora non me importava e pur di stare con lei facevo cose che non avrei mai pensato di fare. A lei piaceva fare le battaglie navali durante la ricreazione e io, pur di stare con lei, accettavo quella rottura di coglioni incredibile invece di andare a giocare con gli altri amici ai giochi più “fisici” che ci garbavano allora. E lei mi ha ripagato con solo sorrisi. Mai un bacio, nemmeno per sbaglio. Solo sottomarini e incrociatori. Una cosa di cui mi vergogno a bestia anche oggi.

Come capita sempre poi c’è stato l’oblio. Sparita nella notte dei tempi. Solo un bel ricordo niente di più.

Questa estate per caso seguivo un telegiornale locale e parlavano di un, non ho capito bene cosa, relativo alla scuola, in cui dicevano che una tale Lorella B. aveva inventato un sistema sperimentale importante e bla bla bla. Incuriosito sono andato a vedere di chi si trattava e dalla foto la babbiona che vedevo non mi diceva niente. Ho deciso di scrivere una lettera a quella signora che sembrava un’omonima giusto per sicurezza e lei mi risponde dicendo che  invece si, era proprio la Lorella della mia adolescenza. Decidiamo di prendere un caffè assieme. Come la vedo penso ad un errore. Non poteva essere lei. Di fronte avevo infatti una vecchia signora, sfatta, che poteva essere la mi’ nonna e non la ragazzina che ricordavo. Dai suoi occhi vedo che, di me, deve aver pensato la stessa identica cosa. Solo che lei non si trattiene e mi fa:

“Ma i tuoi capelli?”

Non so perchè, ma solo questa battuta mi ha indisposto. Insomma cara Lorella B., vogliamo parlare delle tue tette con cui adesso pulisci per terra e che ti ciondolano come il pendolo di Foucalt?

Decido di essere urbano e mi limito a recitare il solito copione. Gli stessi clichè di sempre. E gli altri? e te? e io? e tutti? e che palle….

Poi penso che devo riuscire a cavare qualcosa da questa occasione e che il vecchio Masticone bambino, avrebbe tanto voluto che le dicessi ora che cosa era stata per me a 11 anni. E così ho messo su la faccia più bella e simpatica che ho e le ho detto tutto. Con il cuore. Con tutto l’amore che so trasmettere adesso. Con tutte le tecniche ho imparato in anni e anni e anni di corsi di formazioni teorico-pratica in merito. Lei mi sorride. Io le sorrido. E penso, ma si dai, in fondo è valsa la pena. Poi mi dice:

“Che carino (aridaje!) che sei. Pensa che io invece avevo una cotta pazzesca per Luciano. Te lo ricordi Luciano? era già un figo della Madonna a quei tempi, non è vero?”

“In effetti, ripensandoci si. Forse hai ragione te.” Il fumetto sopra la mia testa però diceva qualcosa di diverso.

E mi obbliga a parlare di Luciano, facendo incazzare il bambino Masticone di nuovo che ha deciso di chiudersi a riccio chiedendomi il piacere di giocare solo di sponda. In altre parole di non dire altro e lasciarla parlare di lei. Solo di lei. Come amano fare le donne sole e/o egocentriche, in cui tutto il mondo ruota solo e unicamente intorno a loro. E la dolce e fantastica Lorella B. ha parlato per un’ora solo di se stessa. Di quanto è brava e bella e affascinante e di come ha successo nel suo lavoto e di come tutti quanti ancora le fanno la corte e perchè porta bene i suoi anni. Io la guardavo e annuivo sorridendo pensando solo ai cazzi miei, ma per spirito di servizio non ho detto niente. Non mi andava nemmeno di discutere. All’improvviso mi fa:

“Però adesso che ti guardo meglio non stai proprio tanto male, anche se sei pelato”

“No guarda, non ti lasciar ingannare è solo che è  buio.”

“No, no. Sembri più interessante di allora. Però non mi hai detto niente di te!”  (ndr altro classico…che minchia dovevo dirti hai parlato solo te!)

“Poco da dire in fondo.”

“Senti ma se ci vedessimo ancora? insomma mi piacerebbe frequentarti. Che ne pensi?”

La guardo ma non capisco. Non capisco bene. Lei se ne accorge e specifica.

“Beh, io ti piacevo allora, tu potresti piacermi adesso. Che ne pensi proviamo?”

La guardo negli occhi. Leggo sincerità, sento che si è aperta finalmente a me. Sento che è pronta a buttarsi in una grande storia d’amore e merita rispetto e reciprocità.

“No. Non proviamo affatto. Per niente. Ma se vuoi possiamo giocare a battaglia navale via mail. Chissà magari ci divertiamo ancora.”

Lei, va detto,  ha incassato con classe, mentre il Masticone Bambino l’ho sentito uscire dal guscio e urlare la sua gioia che neanche a un goal della viola.

E’ solo che da quel momento odio ancora di più le scuole medie.

SCUOLA MEDIA, SCUOLA MEDIA, SCUOLA MEDIA,

che karma malefico

 

Convention

Oggi sono stato a Firenze, per lavoro. Dovevo incontrare alcuni fornitori ai quali chiedere pietà e, mentre avevo finito con uno, in attesa del secondo sono entrato in un bar di periferia. Uno di quelli in cui non sarei mai entrato in condizioni normali.

Insomma faceva schifo anche solo respirarci dentro.

Mentre bevevo il classico caffè, non potevo però staccare gli occhi da un tizio, un personaggio bizzarro, che aveva attirato la mia attenzione. Alto e magro e a suo modo elegante, aveva scambiato un paio di battute di politica con il barista che senza esitare gli aveva versato un bicchiere di bianchino. Aveva degli stivaletti rossicci e pantaloni bianchi, un gilet fuori posto ma portava con eleganza un gran naso, una barba non curata, una capigliatura più bianca che grigia, più lunga che trascurata.

Assolutamente unico nel modo in cui era vestito entrava e usciva dal bar. Sembrava avesse qualcosa dentro che lo agitasse come uno frullino. Una sigaretta appena tenuta sulle labbra, fuori a fumare.  E poi di nuovo dentro a prendere un altro bianchino. Ero quasi sicuro di averlo già visto da qualche parte, per quello mi attirava. Ma non riuscivo proprio a capire, nè dove, nè quando.

Passo del tempo a far finta di leggere il giornale ma intanto cerco di ricordarmi chi diavolo fosse. Ma niente. Non c’era vero. Non mi veniva in testa.

Poi lascio il bar e vado all’altro incontro. Di nuovo a chiedere pietà a un altro fornitore. Parlando della crisi e della necessità di allungare dei pagamenti. Solite storie di piccoli imprenditori in crisi.

Finito quell’incontro, prima di ripartire per Lucca, mi ritrovo più o meno inconsapevolmente di nuovo nello stesso bar. E quel signore, quello di prima, era ancora là. Probabilmente aveva finito anche lui le cose da fare  Un altro bianchino, un altra sigaretta. E poi di nuovo fuori. E ancora dentro e poi fuori. Senza posa.

E proprio mentre lo vedevo fumare come un ossesso mi sono ricordato come e quando l’avevo conosciuto.

E’ stato tanti, tanti, anni fa. Quando io per cercare di pagarmi gli studi facevo l’informatore scientifico. Un modo come un altro per raccattare qualche soldo onesto in attesa di partire per la mia avventura alla conquista del mondo. Ricordo che una volta partecipai a una delle  Convention aziendali. Uno di quei posti in cui si fa in modo di dare sniffate di positività alla struttura di vendita, premiando i migliori e umiliando i più scarsi. Dove vige una specie di legge della giungla e dove ti obbligano a urlare il tuo entusiasmo anche se hai il cuore a pezzi. Io ero molto giovane e non me ne curavo. In fondo sapevo che per me non sarebbe stato per sempre. Ma già allora mi era chiaro come queste Convention siano un obbligo per alcuni e un privilegio per altri. Posti in cui ci si prende troppo sul serio.

E’ proprio dentro le Convention che esplodono dinamiche  strane e a volte surreali con le strutture aziendali che fanno finta di nascondersi e invece sono là in bella mostra a far vedere i loro muscoli. Tutti quelli che sono lì, ci sono perchè lavorano assieme, non per altro. E c’era anche quel signore che adesso beveva bianchini in continuazione e che fumava come un ossesso.

Aveva un nome strano che non saprei più dire ma mi ricordo perfettamente che, molto più giovane di adesso fu chiamato sul palco a raccontare della sua esperienza di venditore tra gli applausi dei colleghi di allora. Disse addirittura a un certo punto che lui aveva interrotto le sue ferie per tornare al lavoro e inoltrare un ordine che altrimenti sarebbe passato il mese successivo. Io lo guardavo esterrefatto ma tutti intorno lo osservavano come una specie di eroe aziendale.

E quella convention finì in un modo assurdo. Quel tipo, l’eroe aziendale, fu prima onorato da tutto l’establishment dell’azienda che disse a tutti che proprio lui era l’uomo al quale ognuno di  noi avrebbe dovuto fare riferimento come modello di vita. Lui era il prototipo di come saremmo dovuti diventare noi. Specie quelli come me alle prime armi.

Poi l’eroe chiamò sul palco una serie di persone e attaccò in testa a ciascuno di loro una fascia dove c’erano scritte i nomi di alcune molecole, tipo HDO, oppure colesterolo , progesterone, queste cose qua. E la scena seguente era che vedevi signori di cinquanta o sessant’anni con magari famiglie e figli, una loro dignità umana e professionale che si aggiravano vestiti da colesterolo trasportavano piccolo sfere di plastiche che rappresentavano l’ossigeno o i grassi o chissà che, con la faccia triste di chi sa che deve essere messo alla gogna come gioco di ruolo della società per la quale lavoravano.

E l’eroe bello e spavaldo rideva di gusto.

Prima di uscire non ho potuto fare a meno di interrogare il barista che evidentemente lo conosceva bene. E così mi ha detto che quel signore distinto dal profilo importante non lavora più, moglie e figli l’hanno lasciato e lui gira sempre là attorno. Aveva un ufficio importante, sembra che fosse diventato un pezzo forte di una grande multinazionale e poi aveva fatto una carriera politica interessante ed è arrivato perfino a diventare assessore di qualche cosa da qualche parte.

Fino a quando lo hanno beccato mentre si prendeva una bella bustarella…

 

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Nashville

Frequentate mai la malinconia?

Vi capita mai di essere arpionati a tradimento da un’inspiegabile tristezza? Magari stai prendendo un caffè…magari non hai ragioni per sentirti meno che sereno….

Ma poi qualcuno, invisibile ti strega il cuore e non lo molla piu.. qualcuno ti strattona forte e ti porta lontano da te..tra le cose vissute,  gli amici conosciuti, le passioni esplorate…ti senti meglio per un momento ti sembra di stare a casa la piu grande casa dell’uomo…: la memoria…

Pensi che forse sei arrivato a casa e poi all’improvviso rientri in te e ti ritrovi circondato dalla stessa negatività diffusa che avevi dimenticato dove il gioco preferito è affossare i sogni degli altri.Alla fine sto smettendo anche di cercare sguardi complici perchè stanco di vedere pupille da rettilario nelle facce di chi ho di fronte. Chissà un giorno in paradiso magari sarò accontentato.

Se dovessi immaginare un paradiso, ne sognerei uno che racchiuda le sue virtù in una sola parola. E credo proprio che questa parola sia “tolleranza” la piu facile da pronunciare:  una parola che scivola giù come una caramella, è piena di promesse e di sapori. Eppure è la piu difficile da praticare, la compagnia piu sgradevole a volte per passare 5 minuti di vita in una qualunque città…

Raccogliamo l’immondizia e mettiamola sul marciapiede, gli uomini della differenziata passano oggi per ritirarla.