Fantasmi dal passato

Qualche tempo fa un mio amico, docente di economia all’Università di Pisa, mi chiese un favore. Doveva restarsene un mese in America per corsi di aggiornamento e mi pregò di prendere, per quel periodo di tempo, il suo posto all’Università della Terza età della mia città, dove lui prestava opera di volontariato. Non credo che mi avesse scelto perché fossi particolarmente bravo, ma solo perché,  temo a ragione, sapeva che ero l’unico coglione che poteva accettare una cosa del genere. Ci teneva, mi disse mentendo, a che i suoi “studenti” avessero il meglio. Aggiunse poi che, a suo dire, dopo di lui, il meglio ero io. Non ci credeva manco un po’. Lo disse solo per stuzzicare il mio ego. So riconoscere le menzogne, però ci cascai lo stesso come un pollo. In fondo ho sempre adorato le bugie pietose. Gli chiesi che cosa avrei dovuto spiegare e quel grandissimo figlio di puttana con aria stupita mi rispose:

“Masticò, che diamine Economia Politica che altro?”

“Si ma cosa esattamente? Microeconomia, macroeconomia, politica economica e poi a che punto del programma sei?” Lui però tergiversava. Lo vedevo ridacchiare sotto i baffi e poi minimizzava e io non capivo.

“Si, si, eh certo, microeconomia”

“Accidenti. Devo allora ristudiarmi tutto. Le formule matematiche mi davano fastidio quando le studiavo a 20 anni figurati adesso. Devo prepararmi a dovere.”

E lui ridendo, senza che io capissi:

“Eh beh certo. Devi assolutamente ristudiare ogni cosa. Soprattutto la matematica. Gli integrali te li ricordi?”

“Oh mamma. No. Manco per niente.”

“Le derivate?”

“Oh Gesù mio, no”

“Allora è obbligatorio che tu ti ristudio tutto altrimenti come fai a spiegarle?”

E, poiché sono un tipo a cui non piace fare le cose a cazzo di cane, mi applicai a dovere. Passai nottate a riprendere in mano cose fatte un secolo prima, bestemmiando come un turco perché il mio cervello si rifiutava di andare a trovare nel suo hard disk, le informazioni su di esse che avevo sepolto chissà dove. Fu una cosa straziante. Platone sosteneva che Dio era un geometra e per capire la filosofia è necessaria la matematica. Io però non c’ho mica mai creduto. Quella maledetta zoccola non è mai stata amica mia. Alla fine però, il giorno fatidico, mi presentai, imbottito di sapere. Ero in grado di nuovo parlare il linguaggio economico-matematico che tanto faceva trendy ai tempi in cui credevo contasse qualcosa. Il calcolo differenziale non aveva più segreti. E, come ogni buon coglione che si rispetti, poiché avevo sudato le proverbiali sette camicie per riprenderlo in mano, dovevo far sapere a tutti che lo sapevo parlare e quindi impostai la prima lezione con pochissimi concetti, facilmente spiegabili con meravigliose equazioni matematiche che, gli amanti del genere considerano poesia. Gli studenti, una cinquantina, tutti dai sessant’anni in su, con punte, credo, di oltre ottanta, mi avevano accolto in gran silenzio, come si conviene a un docente pluridecorato per idiozia allo stato liquido. Vidi quel centinaio di occhi su di me che mi chiedevano di renderli edotti su cose decisive e sostanziali e decisi che avrei mostrato tutto il mio sapere. Breve introduzione e poi vai con la “teoria del consumatore”. Linguaggio secco ed espressivo. Poche parole poi alla lavagna e giù quelle meravigliose, inutile, stocastiche formule che fanno la gioia di tutti gli studenti di economia politica del primo anno.

Mentre però, preda del mio delirium tremens, vergavo con il gesso, integrali e derivate che tendevano all’infinito sentii il brusio degli studenti che ben presto divenne rumore.Infine chiasso. Si stavano rivoltando. Un tizio in prima fila, uno che assomigliava a Super Mario Bros, l’idraulico del famoso giochino, alzò la mano. Poteva essere mio padre e alzava la mano per chiedermi la parola. Già questo mi fece male, ma quel che aggiunse dopo mi devastò:

“Scusi professore (mi chiamava davvero così, pazzesco…) ma che cosa sono quei segni?”

“Mi scusi lei è..?”

“Gaetano mi chiamo Gaetano. Ma ci vuole insegnare i geroglifici o cosa?”

Tutti cominciarono a ridere. Come pazzi. Compresi che quel maledetto bastardo del mio amico mi aveva preso per il culo.

“Vuol dire che il vostro professore, il titolare della cattedra, non vi insegna queste cose?”

“Ma che sta scherzando. Lui insegna economia mica egiziano!” e di nuovo tutti a ridere. Ero diventato lo zimbello della classe.  Prendere coscienza della propria coglionaggine è sempre una cosa imbarazzante. Per quanto a me capiti spesso, ancora non c’ho fatto l’abitudine. Insomma solo un demente non avrebbe capito che l’idea che mi ero fatto delle cose da spiegare era assurda. Balbettai qualcosa. Non sapevo come uscire da quella situazione. La voglia era quella di scapparmene via, ma resistetti a quel primo impulso e chiesi a Gaetano alias super Mario Bros:

“Bene Gaetano, mi dica per cortesia, di che cosa avete parlato l’ultima volta con il professore?”

“Ah beh, dei soldi”

“Ovviamente” sorrisi io “E cosa in modo particolare, dei soldi?”

Si alzò, una vecchietta con i capelli azzurrini che veleggiava tra i settanta e gli ottanta anni.

“A che cosa servono i soldi. Di questo parlavamo”

Non c’è niente di più drammatico, per uno che vuole mostrare il suo sapere matematico quantistico integrale che dover discutere di una cosa così banale.

“Beh professore, ci dica lei meglio, a che servono i soldi? non potremmo farne a meno?”

Ebbi un intuizione. Affanculo la matematica. Dissi: “Facciamo un gioco?”  La classe si zittò come all’inizio. I vecchi sono come i bambini, quando si parla di giocare rispondono sempre presente. “Organizziamo due parti. Una che fa l’avvocato difensore dei soldi e una che invece li accusa di rovinare la società. Poi scegliamo tra di voi anche la giuria e io mi metto nel mezzo e faccio il giudice e vi interrompo se durante la vostra discussione state dicendo cose sbagliate. Fu un delirio. Un meraviglioso delirio. Organizzarono tutto loro. Formarono le squadre degli avvocati e la giuria e partirono dicendo cose sensate che nessuno gli aveva spiegato ma che avevano dentro come buon senso. Chi doveva dimostrare che i soldi sono la rovina della società parlò del baratto e chi invece li difendeva sostenne che non si poteva portare dietro un attaccapanni per comprare un po’ di pane e via di seguito. Mi divertivo come un matto a vederli ragionare e talvolta sragionare su quella cosa che li appassionava tanto. Rimasi senza dir niente per quasi un’ora fino a quando uno che doveva attaccare i soldi disse:

“Ma perchè non si può vivere in un mondo in cui ognuno dà alla società quel che può e prende indietro ciò che necessità e basta? Insomma non sarebbe bello andare al supermercato e non pagare perchè si paga con ciò che si fa per gli altri?”

Questa obiezioni mandò in crisi i difensori dei soldi che dopo averci pensato sopra ammisero che sarebbe stata la cosa migliore per tutti. Il comunismo, in quell’aula, aveva vinto. Ma, come si sa, quando capita dura sempre poco perché prima o poi arriva sempre un reazionario che rimette le cose a posto. In quel caso ero. Tutti si erano voltati infatti verso di me affinché gli dessi un aiuto per andare avanti e io dissi semplicemente:

“Supponiamo di vivere in un mondo come quello che vuoi avete descritto. Cosa pensate che farebbero gli uomini?”

Con questo piccolo suggerimento, non gli ci volle molto per arrivare a capire che in un mondo con quelle regole, tutti avrebbero cercato di fare cose facili che non fossero faticose e che, quindi, il lavoro incorporato dentro era una cosa indispensabile per dare valore alle cose. Le cose, per la cui produzione o realizzazione, occorreva più lavoro dovevano valere di più di quelle che invece erano più semplici. In altre parole erano giunti alla “teoria classica del valore lavoro” che si studia, in genere, al terzo anno nella facoltà di economia. E lo avevano fatto, praticamente da soli. Mi commossi.

Visto il successo che aveva avuto la formula che avevamo adottato, la usammo tutto il mese che rimasi con loro per analizzare  cose che per loro erano interessanti da affrontare. Sceglievano loro, solo loro, gli argomenti da trattare e, quando rientrò dall’America il mio amico e riprese il suo posto ammetto che mi dispiacque molto lasciarli. Poi, come capita sempre, passi oltre e ti scordi anche delle cose belle. Stamattina però, mentre ero a fare benzina a un distributore mi sento chiamare da una faccia che proprio non ricordavo:

“Professore ehi professore”

Ho visto nei suoi occhi la tristezza di chi comprende che l’interlocutore non ha la minima idea di chi abbia di fronte.

“Sono Gaetano, si ricorda, l’Università della terza età, i processi che facevamo ai soldi e al monopolio e alle cooperative?

Non potevo riconoscerlo. Super Mario Bros si era tagliato i baffoni e i capelli se n’erano andati tutti. Ci salutiamo con affetto. Mi racconta che ha perso la moglie da poco e ha smesso di seguire i corsi perché fa fatica a spostarsi con la macchina fin dentro la città e a piedi è impossibile. Mi fa tenerezza. Poi mi dice:

“senta però, mi deve fare un favore, me lo deve spiegare lei bene che cosa è sto Spread perchè io l’ho mica capito sa?”

E così gli ho offerto colazione e ho passato un’ora con lui a raccontargli cose nel modo pomposo che so fare io. Parlavo e capivo che stavo sbagliando ma non riuscivo a cambiare modalità. Alla fine, quando ci siamo salutati mi ha detto con un sorriso:

“Professò, non ho capito niente ma è stato bello stare con lei almeno una volta ancora”

Il cielo stellato sopra di me e Hollywood dentro di me

Quando studiavo all’università, vivevamo in un grande appartamento di otto stanze. Ognuna delle quali aveva due letti. Sedici persone. Praticamente una comune. Venivamo dai posti più disparati e abbiamo dato vita a quanto di più eterogeneo avessi mai potuto immaginare prima di arrivarci. Il primo anno finii per far comunella con Mauro, un tipo particolare, che aveva in comune con me l’amore per la filosofia e la storia. Lui aveva però molti più attributi perché intendeva proprio laurearcisi, mentre io mi ero venduto a “Economia”, per un pezzo di carta più facilmente spendibile. Mauro, tuttavia, non mi trattava come un rinnegato. Diceva che sapere che ci sarebbe stato un nuovo stronzo capitalista che, però, amava la filosofia lo faceva sentire meglio. Perché ovviamente era un comunista che frequentava centri sociali. E così cominciò il mio periodo “alternativo”. Parlavamo solo di massimi sistemi e di rock’n roll. Mai di fica. Eravamo di quella serie di coglioni che riteneva che farlo fosse troppo volgare (con la erre moscia.) Alla fine mi convinse pure a seguire, assieme a lui, un corso al quale partecipava. Uno monografico su Kant. Mi convinse dicendo che il professore era una vera forza della natura. Che poi voleva dire che era un pazzoide. Uno di quegli schizzati che ogni tanto, non si capisce come, riescono a trovare pertugi assurdi e si piazzano in posti in cui tu pensi debbano starci personalità più normali e non così deviate. Il professor Colombo aveva dentro di sè il genio di Dio e la cattiveria del demonio che mischiandosi davano vita a visioni oniriche di follia allo stato puro che poteva far deragliare menti ben più forti della mia. Fu lui a farmi capire, finalmente, il perchè Kant fosse il più grande filosofo di tutti i tempi e quanto del suo pensiero fosse presente nei film pornografici. Ma questa è un’altra storia.

Durante quelle lezioni Mauro conobbe e si innamorò di una disadattata pazzesca che aveva un’amica paranoide, Flavia, perfetta per un allucinato come me. Vestita sempre di stracci con sciarpe e sciarpine e un borsone con dentro ogni cosa neanche fosse un bazar medio-orientale. Passavamo tutte le sere a farci di canne e a sbronzarsi con vino di pessima qualità e a fare discorsi del tipo: “No perchè la Palestina, no cioè Israele è stato canaglia, cioè la Cia ci spia, no cioè la rivoluzione culturale di Mao, no cioè perchè il comunismo di Trockij era diverso…..” bla bla bla. Eravamo sempre fatti come copertoni. Flavia era una dark ante litteram e di sicuro una depressa anarcoide che si eccitava se le parlavo di Bakunin ma che una sera mi disse che non si sarebbe mai fatta scopare da uno che non conoscesse benissimo Ralph Waldo Emerson. E così, per non sbagliare, mi toccò studiare la sua intera opera omnia destando sospetti nei miei che non capivano perchè i libri di economia li schifassi e non preparassi alcun esame. Quel Natale mio padre, dopo il pranzo mi prese da parte e mi fece serio: “Figliolo, sono molto preoccupato per te.” In effetti avevo rotto le palle a tutti con un monologo di tre ore sul genocidio degli Armeni del 1915 e avevo due borse sotto gli occhi acquosi che nemmeno un malato. Se avesse saputo che frequentavo una donna che, quando le chiedevo, “Che fai domani?” rispondeva “Mi suicido” e quando rilanciavo “E domani l’altro?” diceva “Ci riprovo” sarebbe morto all’istante. In ogni caso non durò molto. Dopo qualche tempo Flavia mi disse che non ero un vero rivoluzionario. Ero uno di carta, un mollaccione. E ne aveva trovato un altro molto più tosto di me. Un muezzin siciliano, che aveva due baffetti da sparviero e che cucinava benissimo il cous cous di carne e verdura. Quando cercai di capire cosa minchia c’entrasse il cous cous con la rivoluzione proletaria mi disse che non potevo capire. Non ero un vero fedayn.

Da quel momento cominciò la mia “normalizzazione”. In ogni caso accompagnai Mauro all’esame con Colombo. Quel matto del prof era famoso per farne di veramente assurdi. Era un assertore del fatto che contasse solo la prima domanda. Il resto, diceva lui, era solo Messa cantata. Andava a simpatie e, a volte, cacciava la gente con motivazioni assurde, mentre altre le promuoveva con lo stesso metro. A quello prima di Mauro mise in mano una lampadina e gli chiese quanto, secondo lui, consumasse. Il tipo rispose tranquillo “60 watt”.  Cacciato. “In mano a lei non consuma niente. Deve pensare prima di parlare”.  A Mauro dette un mazzo di chiavi e gli chiese “Mi dimostri che sono le mie”. Lui cominciò a farfugliare: “Aristotele e Platone avevano della proprietà un concetto diverso da quello che Rousseau ha poi ripreso…..”.  Colombo lo incalzò ancora. Mauro non riusciva a tirar fuori nessuna teoria. “Torni al prossimo appello”. Mauro si alzò.  E lui: “Ehi dove va con le mie chiavi?” e Mauro “Ecco dimostrato che sono le sue”. Promosso.

Reincontrai Colombo qualche anno dopo, in un bar dove ero andato a far colazione una mattina. Nei piccoli atenei di provincia come Siena è cosa che può accadere. Sembrava più perso nel mondo delle nuvole che mai. Mi venne di salutarlo e lui mi guardò in modo interrogativo. Pensando di fargli un complimento gli dissi che ero uno dei pochi che, anni prima, aveva seguito un suo corso, così, solo per il gusto di farlo, senza dare poi l’esame alla fine dell’anno. Lui rispose solo “Ah” . Credo che intendesse dire “Povero scemo”. Poi con un tono saccente che non ricordavo mi fece:

“E che cosa crede di aver imparato da esso”. Mi ferì il suo tono e gli risposi allora:

” Che le donne delle pulizie e le bidelle sono sempre fighe. E dopo essersi fatte chiavare selvaggiamente ricominciano a pulire senza battere ciglio!”. Catturai per venti secondi la sua attenzione. E mi disse:

“Lei pensa di essere divertente vero? Eppure se guardasse attentamente anche i film di Hollywood scoprirebbe tanto Wittgenstein e Schopenauer dentro di essi e vedrebbe che il mondo è la totalità dei fatti non delle cose.  Ora, un linguaggio, un’immagine, sembra avere una prevalenza su tutti gli altri linguaggi, su tutte le altre immagini. Questa immagine è l’immagine logica: essa rispecchia perfettamente la realtà. E la rispecchia perfettamente non solo perché il suo fatto  rispecchia perfettamente il nesso di oggetti  ma perché anche esiste un isomorfismo tra i suoi costituenti e i costituenti della realtà. Si potrebbe pensare allora che se l’isomorfismo fosse perfetto, la logica rappresenterebbe perfettamente la realtà”.

Rimasi a guardarlo a bocca aperta. Lui se ne accorse e perse interesse: “Capisco” fece “lei è uno studente di legge. No anzi, lei ha la faccia di uno studente di economia. Però ci pensi sopra almeno”. Non c’erano cazzi. Era semplicemente un genio pazzo.

A distanza di secoli ho rivisto Flavia qualche tempo fa. E’ venuta a una presentazione di un libro. Raccontò che era di passaggio in Italia, aveva letto qualcosa ed era curiosa, tanto curiosa, di rivedermi. La prima cosa che mi disse fu “Ma ti vesti ancora da straccione?”. In effetti lei era perfetta nel suo bel vestito di Gucci le scarpine di marca e un make-up che la facevano molto più diva del cinema che pasionaria per i diritti di qualcuno. Mi spiegò che si era sposata con un diplomatico ed era importante il “look”. E poi era così orgogliosa di rappresentare l’Italia nel mondo e che io non avrei mai potuto credere quanto lavoro ci fosse dietro l’impegno dello staff di un Ambasciata. E venne fuori che, comunque, preferiva stare a Washington D.C. che a Damasco.  Pagai io il caffè al bar ma Flavia conosceva le buone creanze e fece la finta di volerlo pagare comunque lei e tirò fuori un portafoglio di pelle che fece accapponare la mia. Se ne accorse e arrossendo disse

“Si, ma è eco sostenibile”.

Pensai, mavaffanculo. Però le dissi con tristezza:

“La virtù più ricercata è il conformismo. La fiducia in sé stessi ne è la piena antitesi.”

Lei reagì stizzita.

“Che frase assurda che tiri fuori. Puoi fare di meglio sai?”

“Non è mia Flavia. E’ di Ralph Waldo Emerson.”

Quell’esame con il professor Colombo è stato uno dei pochi che invece Mauro abbia mai superato. Non si è mai laureato e adesso vive a Pinerolo, in provincia di Torino e fa il dipendente comunale. E mi fa stare meglio sapere che c’è almeno un dipendente pubblico che ama la filosofia. Mi ha scritto stamani per dirmi che ha saputo che Colombo è morto. E’ crepato come ha vissuto. Come un folle. O forse no. Ha parcheggiato la macchina su un area di parcheggio vicino a un cavalcavia, si è spogliato di ogni cosa, ha piegato i vestiti in modo quasi perfetto e s’è buttato giù senza lasciare alcun messaggio. O forse quei vestiti piegati lo erano. Chissà magari deve averne parlato in qualche altro corso. E allora in onore di quel folle genio, voglio dire a tutti quale filosofia di vita ho capito dai film di Hollywood. E questo grazie a quel disgraziato che amava i film porno.

In primo luogo  non occorre preoccuparsi troppo se si ha di fronte un numero elevatissimo di nemici in un combattimento di arti marziali. Essi, infatti, aspetteranno pazientemente di attaccarti uno alla volta, danzando educatamente, in maniera gentile e garbata ai lati dello spazio dove si svolge lo scontro, fino a quando tu non hai atterrato il loro predecessore. Oppure devi ricordarti che puoi sopravvivere a qualsiasi cruenta battaglia in ogni possibile guerra, anche la più sanguinosa e terribile, quella dove c’è la peggiore feccia umana mai venuta sulla terra. Si, ce la puoi fare, purché non tu non faccia il clamoroso errore di mostrare a qualcuno la foto della tua famiglia a casa che ti aspetta. In quel caso sei fritto e nessun super eroe potrà mai salvarti. E ancora, se sei un poliziotto onesto non rischi mai la vita tranne che quando sei a due o tre giorni dalla pensione dove sei sempre immancabilmente sparato. E allora forse è il caso di sapere che, qualora facessi quel mestiere, occorre prendere delle ferie in arretrato proprio da usare in quei momenti. Per non dire, infine, che la tosse è di solito il segnale di una malattia terminale e che, soprattutto, i cani sanno sempre chi è il cattivo della situazione e quando lo incontrano gli cominciano a latrare contro mentre il loro padrone non capisce mai il perché.

Ma cosa minchia ci sia in tutto questo di Wittgenstein lo devo ancora capire.

 

Sesso e (piccole) soddisfazioni

La fine dell’infanzia arriva sempre senza preavviso in un momento imprecisato tra i dieci e i tredici anni.

Nessun’altra fase dell’esistenza umana si rivelerà mai altrettanto ricca di successi e soddisfazioni personali, soprattutto mai più potrà avere la totale irresponsabilità di fronte alla legge degli uomini e alla propria coscienza.

La mia finì, purtroppo, troppo presto perché ho conosciuto il trauma della sessualità e dell’autoerotismo già alle elementari, quando mi innamorai perdutamente di una bimbetta precocemente popputa che mi ritrovai poi in classe al liceo con la quale mi feci avanti solo alla gita scolastica dell’ultimo anno. Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi…e poi…poi niente.

Gli amori romantici sono sempre stati uno psico-dramma senza pop corn per me.

Insomma scoprire di essere bruttoccio e, pertanto, di non essere attraente per il sesso femminile è stato un trauma difficile da gestire.

I miei amici erano tutti bellissimi e super fichi. A loro è sempre bastato fare così con un dito per trovare donne interessate a copulare ferocemente con i loro corpi statuari e ben curati. I soprannomi, che dalle mie parti sono cosa del tutto naturale, rispecchiavano lo stato di fatto delle cose: Antonio era “Lo Stallone”, Pietro “Il Gladiatore” ,  Carlo “Il Pretoriano”, Francesco “Mandingo” e via di seguito.

Io, per tutti, ero “Il Re”.

Mi chiamavano anche Masticone è vero, ma per tutti ero comunque Il Re, perchè dicevano (a ragione) che avevo il fisico da regnante che si vede nei film. Uno normale. Insomma non tanto alto, non tanto fico, non tanto muscoloso, non tanto e basta…..

Re senza regno e senza corona ho dovuto sudare le proverbiali sette camicie per riuscire a trovare donne minimamente interessate alla merce di scarto che ero in grado di offrire. I brutti si sa, devono ingegnarsi molto più dei belli. E quindi a me sono sempre state vietate le storie di puro sesso e carnassa. Come e quando mi proponevo come amante, nei modi che usavano tutti i miei amici del tempo, la risposta era sempre la stessa “Ripassa un’altra volta”.

Le pochissime donne che ho avuto quindi, sono state tutte donne che si sono innamorate follemente di me e che volevano sposarmi. E le nostre storie sono sempre state di un melodrammatico unico, come solo i romantici andati a male come me sanno mettere in piedi.

Un giorno, ai tempi dell’Università, incontriamo e frequentiamo un gruppo di donne tra le quali ce ne era una di una bellezza feroce. Di sicuro la donna più bella che abbia mai visto dal vero in vita mia. Ovviamente Mandingo e tutti gli altri sono partiti in tromba alla ricerca del piacere carnale che erano sicuri avrebbero ottenuto da lei che invece uno dopo l’altro li ha mandati a stendere. E anzichè scegliere quei corpi memorabili, quella dea della bellezza ha invece cominciato a uscire con me facendomi diventare un mito nel gruppo che non credeva affatto ai miei racconti in cui dicevo che eravamo solo amici e che non combinavamo niente.

Io ovviamente mi innamorai di lei che era pure intelligente e poichè  sembrava  essere una delle poche donne che apprezzava le cose che io potevo mettere sul piatto in cambio del suo amore, mi dichiarai da manuale. Lei mi guardò sorridendo e mi disse:

“Masticone mi spiace io non ti amo e so che la mia vita non potrà essere con te. Però mi fai sesso da morire e se vuoi possiamo essere amanti e finchè dura ci divertiamo”

M’avesse dato uno schiaffo mi avrebbe fatto meno male.

Tutto quello che avevo sempre pensato di essere, i miei valori, il mio modo di essere, la mia simpatia. Tutto ciò che credevo di valere per lei non contavano. Lei mi voleva solo come amante.

Le dissi che non mi avrebbe mai avuto a quel modo e che se non mi amava, preferivo non vederla più.

E così fu.

Lei allora scelse di uscire dal gruppo in cui stavamo e prese la sua strada. Io invece diventai lo zimbello di tutti i miei amici che non credettero mai a questa storia e se ne prefigurarono molte altre, tutte assurde ma che non ho mai provveduto a smentire. Sarebbe stato fiato sprecato.

Questa donna ha poi fatto una luminosa carriera nel mondo della moda, modella prima e manager poi, entrando anche nel mondo del cinema dalla porta principale.

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere una sua intervista su una rivista online.

Il giornalista le faceva domande sulla sua vita e lei non si risparmiava nel raccontarle la sua vita glamour e avventurosa.

Ad un certo punto l’intervistatrice le chiede quanti uomini ha sedotto in vita sua.

Lei le ha risposto, testuali parole:

“Non so con quanti uomini sia stata. Un numero imprecisato. Ho avuto e sedotto tutti coloro che ho desiderato. Tutti tranne uno. Uno che gli amici chiamavano “Il Re” “