Le parole che non hanno il senso del Tempo

Ci sono occhi che toccano come mani e, senza che te ne accorgi, finisci con il ritrovarti lividi in posti strani.  E ci sono anche solitudini che si attorcigliano su se stesse e che si comportano come  polpi trascinandoti in posti dell’anima dove tutto puzza di pneumatico e di spazzatura. Mi disse che quando la vide scendere dal treno la sua vita si era come fermata. Avevano fatto il viaggio da Reggio Calabria a Milano nella stessa carrozza, senza dirsi una parola. Eppure con gli occhi si erano raccontati ogni piccolo particolare delle loro esistenze. Era in grado di poter dire di lei cose che nessuno sapeva, nonostante non avesse mai sentito il suono della sua voce. Questo perché, in mezzo a  passeggeri che  passarono il tempo a mangiare, urlare e rimproverare i ragazzini che disturbavano con i loro giochi infantili,  si erano amati come forse solo Romeo e Giulietta avevano fatto prima. Lei aveva la carnagione scura, una pettinatura da temporale e una singolare elegante tristezza che le riempiva il viso come un velo d’acqua. Una pozzanghera nella quale lui avrebbe voluto infilare il piede. Per tutta la vita. E cosi le chiese di sposarlo. Con gli occhi. E lei, allo stesso modo, sorridendo gli rispose si. Successe, proprio mentre la donna si accingeva a scendere a Piacenza. Lui, però, non ebbe il coraggio di alzarsi e di seguirla. Né di fermarla. O di abbracciarla. Timido e impacciato come tutti coloro che non sanno come fare il passaggio finale per finalizzare l’azione perfetta.  E rimase là, paralizzato,  a guardarla da sopra la vettura, mentre lei, tremando, attendeva sul binario che lui trovasse la forza per raggiungerla. Poi il treno ripartì, e fu solo allora che l’uomo capì la bestemmia che aveva appena urlato contro Dio, senza nemmeno aprire bocca e, mi confessò,  che in quell’istante gli sembrò di essersi trasformato in una caramella sputata sul marciapiede, con tutte le formiche che ti salgono addosso.

Perse il suo cuore dietro a un finestrino di un treno, quel giorno in Emilia. E non lo trovò mai più. Negli anni lo aveva poi sostituito con un transistor che ascoltava per mezzo di auricolari dai quali si sentiva uscire sempre musica italiana di un tempo che fu e con una Madonnina di Lourdes che teneva legata al collo alla quale aveva chiesto la grazia di poter ritrovare il suo amore. In cambio aveva preso a battezzare gli animali che incontrava, cercando però di annegare i rimpianti nell’alcool  per avvelenare lentamente il fegato, giocando a tressette con i suoi fantasmi e con quell’angelo radioattivo che la bussola rotta dei suoi pensieri ogni tanto gli mandava.  Aveva occhi da vampiro, un sorriso da torero e l’espressione di uno che aveva visto città  che in realtà erano deserti con appoggiata sopra tanta gente che cercava di fuggire da qualcosa. Era tuttavia anche pieno di sorrisi e pianti che sembravano non potessero portare da nessuna parte, ma che, quando li notavi,  ti stringevano forte il cuore. Dava, soprattutto, l’impressione di uno che poteva seppellire i propri stronzi ovunque volesse. Cosa che ammiro in modo particolare perché so quanto sia  difficile riuscirci. Certo,  la clessidra nella sua testa, gli nascondeva forse un po’ di sabbia e lui non sempre pareva in grado di poterla ritrovare e c’era anche quel maledetto puzzo delle sue sigarette senza filtro nauseabondo, ma sapeva pregare anche da ubriaco e sono quasi certo che riuscisse a sognare persino senza occhiali.  Lo so perché, a casa sua, un giorno trovai un binocolo di plastica blu nel quale si vedevano diapositive di Bordighera, un orologio con la faccia di Paperino sul quadrante e un accendino a forma di rivoltella. Quando gli regalai la mia vecchia stella da sceriffo con su scritto “Marshall” fu contento come un bimbo e mi disse “Un giorno magari scriverai pure di me”.  Annuii e mi incalzò. Voleva sapere di più. “Cosa dirai?”. Gli risposi che avrei scritto che era un uomo che era stato troppo a lungo in candeggina eppure non si era scolorito più di tanto e che,  per questo, aveva ancora la forza di cercare un numero che non voleva proprio saperne di uscire. Sorrise e accendendosi l’ennesima sigaretta aggiunse: “Penso che prima o poi capirai anche tu che arriva un’ora del giorno che spaventa le finestre ma che raddrizza il cuore.” Ricordo che pensai che siamo stati tutti creati per fare le cose facili e sopravvivere a quelle difficili, ma non glielo dissi perché sapevo che mi avrebbe risposto che ci sono persone che le cose le sanno fare solo per bene senza pensarci troppo sopra. Sempre. E poi ci sono gli altri.  Del resto credo fosse anche un convinto assertore del fatto che la sanità mentale è unicamente un’imperfezione della natura. C’era una mosca che dava fastidio e lui arrotolò il giornale e cercò di ammazzarla ma mancò i tre o quattro colpi. “Non è la tua giornata” gli dissi ridendo. “Se per questo non è neanche la mia settimana nè  il mio mese nè il mio anno nè la mia vita.”

Il Tempo comunque è bravo a togliere i segni che qualcuno ti lascia addosso. Lo fa non per bontà ma solo perché ansioso di lasciarci i propri, eppure può essere che, dopo che hai compreso di essere soltanto uno dei tanti giocattoli con la carica, uno di quelli a cui dai qualche giro di chiavetta e quando si scarica, pace, un giorno tu finisca per confessare a te stesso di voler davvero bene ai tuoi lividi. Succede allora che il Tempo cominci a perdere sangue dal naso e getti la spugna, crollando sul ring. E così ieri, quando sono venuti a portarlo via i meccanici vestiti di bianco, che hanno cercato prima di farlo camminare come si fa con un frigorifero e poi l’hanno sdraiato su un lettino legandolo come uno di quelli animali che lui battezzava, mentre annaspando cercava aria per i polmoni, con gli occhi chiusi  ha sussurrato:

“Vi prego fatele sapere che sto morendo”

Il tempo di morire

A un automobilista ubriaco non importa proprio niente se hai smesso di drogarti da cinque anni e finalmente stai di nuovo bene e hai incontrato la persona giusta e la ami in modo folle. Men che meno al camionista assonnato o al tizio che sta mandando sms dal cellulare mentre viaggia a 100 km/h in città e che non ha la minima idea che forse tra due mesi ti nascerà  un figlio. Se ne fottono del fatto  che magari era tutta la vita che scrivevi o che dipingevi o che facevi fotografie e che, proprio quella settimana, avresti firmato il contratto che ti avrebbe cambiato l’esistenza.  Già, perchè per quanto ci affanniamo a convincerci del contrario, siamo tutti parte del grande gioco del destino. Ogni patetico sforzo che facciamo e gli esorcismi che pratichiamo credendo possano davvero funzionare, non servono a niente.

Cosi, quando stamattina ti ho visto disteso per terra all’incrocio sulla “Pesciatina” con un telo bianco che ti copriva è a questo che ho pensato. Al fatto cioè che danziamo tutti i giorni con l’inevitabile, ubriacandoci di vita solo per cercare di sopravvivere alle nostre paure. Ti ho riconosciuto dagli scarponcini di pelle nera con bordo di velluto marrone che tanto mi piacevano. Impertinenti, di restare nascosti proprio non avevano alcuna voglia.  Facevano capolino, da sotto, urlando a tutti: Ehi signori, guardateci. Non lasciate che mandino anche noi al macero come questo povero Cristo che ci ha comprato e che finirà sotto terra. Poi, poco più in là, ho visto il tuo inconfondibile scooterone da tamarro mezzo distrutto, in mezzo a un lago di sangue. Aveva ancora l’adesivo con la foto di Neil Young davanti. Ricordo bene  di averti detto che ne avevo uno identico sulla mia ET3 da ragazzo. Eppure, ti prego di perdonarmi, non riesco a rammentare il tuo nome. So solo che ti chiamavamo “puntura” perché facevi l’infermiere. Questo maledetto vizio dei soprannomi. Il tuo volto si, però. Quello non lo scordo.  Abbiamo bevuto assieme molte volte. Stavi con una ragazza dalla faccia tutta storta che veniva fuori da una famiglia come tante e che ha una canina di piccola taglia che ha chiamato Tiffany. E io ho sempre pensato come cazzo si facesse a chiamare un cane così: Tiffany. Non te l’ho mai detto, ma ho immaginato i vostri figli con nomi altrettanto assurdi, che so, Jacob o Matthew. L’ho fatto perche la tua donna sembrava molto presa da te. E chissà, forse già vivevate assieme e io non lo sapevo. Sono però  certo che ancora lei non sa che cosa ti è successo. Non ha ancora idea che tutti i vostri piani sono andati all’aria. Magari sta lavorando in ufficio e proprio in questo momento sta dicendo alla collega che stasera avete prenotato all American Dinner a Pontedera e che dopo farete sesso selvaggio nel letto Ikea comprato solo da una settimana. E starà ridendo di gusto alla sola idea che si possa essere felici anche di lunedì mattina. Invece tu sei qua, sotto quel cazzo di telo bianco, con la polizia che mi urla di andarmene. Per loro sono soltanto uno dei “soliti curiosi” e non capiscono che non ho alcuna voglia di lasciarti solo in attesa del medico legale per le foto di rito mentre tutti quelli che ti amano non hanno idea che la tua anima e’ già di fronte a Dio. Oppure dispersa tra tutte le altre che cercano di reincarnarsi.  Ti immagino in mezzo a un casino tremendo di gente che vaga senza sapere dove andare per chiedere di tornare quaggiù. Mi viene da pensare che ti re- incarneresti in qualsiasi cosa per poter dire alla tua donna le cose che ancora non le hai detto.  Anche solo addio. Giuro che se sapessi come trovarla ci andrei io personalmente e non lascerei che venisse a sapere cosa ti e’ capitato da estranei che con professionalità faranno il loro sporco lavoro. Il compitìno per cui sono pagati.

Avresti potuto morire a causa di un terremoto o per un cancro, per un infarto fulminante, oppure molto più semplicemente di vecchiaia. Invece sei crepato in una giornata di merda in mezzo a un incrocio  perché un bastardo non si è fermato allo stop. Chissà’ che cosa stavi pensando in quel momento. Forse al fatto che gli hamburger dell ‘American Diner sono buoni ma anche pesanti. Impegnativi per la digestione. Se ricordo bene, era quello che più ti angustiava. Non riuscire a digerire. Una volta brindammo a  tuo padre morto dopo una gran mangiata con gli amici che gli provocò una congestione.  Ti faceva paura morire a quel modo. Chissà se hai avuto il tempo di averne morendo invece così. Ti mancava il tuo vecchio dicesti. Mi chiedo se è’ venuto a prenderti come dicono che succeda tutti quelli che credono che esista un dopo  Mi piace pensare che ti abbia preso la mano per portarti in mezzo ai tuoi avi anche se invece è più probabile che non ci sia davvero niente e io stia scrivendo queste cose per qualcuno che è stato ma non sarà mai più.

Ho solo voglia di sputare.

Una gran voglia di sputare fuori la rabbia.

Gli incidenti capitano. Le persone che amiamo muoiono. Niente di ciò che ci è’ caro dura per sempre.

E io ho bisogno di accettare e accogliere questa realtà .

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Con il cuore e senza pensare troppo alle conseguenze.

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Questi i miei ultimi contributi

 

Il sopravvissuto – Masticone 

 

Linda Wolf

Di separazioni e ritorni.

Ci sono uomini che riescono a stare con la stessa donna per tutta la vita. La incontrano da ragazzini e la amano al punto che finiscono per vivere solo per lei. Arrivano a pensare che sia l’unica loro ragione di vita e si convincono che senza di essa non avrebbero alcun ruolo nei disegni immensi del signor Universo.

Ci sono uomini che quando giurano davanti a Dio o al giudice di pace che la ameranno per sempre, credono davvero che debba essere per sempre e che sono tanto forti da autoipnotizzare la propria mente e a volte persino la coscienza al punto da farle credere che deve essere davvero così.

Sto parlando di maniaci sessuali.

Il vero maniaco sessuale, infatti, non è colui che va con mille donne (uomini) nella sua vita. E’ quello che va con una sola. Tutta la vita. Sempre lei.

Ammettiamolo. Occorre avere delle turbe mica da niente per arrivare a questo. E sfatiamo anche il mito della verginità. Ovvia. Solo uno psicopatico minus habens può ambire a sposare una donna vergine, pensando pure che gli resterà fedele .Una donna che si possa dichiarare tale prima o poi avrà (giustamente) voglia di vedere cos’altro c’è nel mondo. Insomma per diana, uno vuole una Donna con la D maiuscola e poi si incazza se questa gli dice “voglio assaggiare anche un piatto di pesce fritto e non sempre la bistecca alla fiorentina?” Una donna vergine è da evitare come la peste se uno vuol mettere su famiglia.Per farlo occorre una donna che ha provato tutto e che sceglie te perchè sa che te in quel momento sei davvero la persona giusta per lei.

In quel momento è la parolina magica.

Quando uno giura “ti amerò per sempre” giura proprio questo. Ossia: io giuro qua in questo momento che, credo, che sarà per sempre. Ma può anche non esserlo.

Così è come la penso io.

O meglio, questo è il main plot.

Però ci sono anche le varianti.

Quelle che fanno male.

Che succede infatti se uno dei due è magari pure necessario, ma non sufficiente all’altro?

Complicato ah?

Evito di entrare in sabbie mobili dalle quali è difficile uscire. Ho premesso tutto questo perchè proprio in questi giorni mi sono capitate, contemporaneamente un paio di cose che mi ci hanno fatto pensare.

Succede, infatti, che sabato sera, un amico mi mandi un sms semi-disperato per dirmi “Cazzo, Masty mi sto separando!!”  senza sapere che quasi nello stesso momento una donna del mio passato è tornata, di sbieco, nella mia vita solo per far sapere che uomo orribile sono nel non averla amata per sempre nei modi monotematici che voleva lei  e cioè chiuso nella gabbietta nella quale voleva tenermi per poter dire a tutti quanto fantastico e eccezionale fossi, ma solo in quanto canarino da allevamento. La sua teoria è semplice: sei mio e solo mio e allora sei straordinario, unico e irripetibile, non sei solo mio allora sei una merda che non meriti di essere chiamato uomo. E se non posso averti io non può averti nessuna, il corollario. Indi, per cui, siccome, ti sputtano.

Sullo stesso tavolo avevo il mio amico, mezzo sbronzo, che mi mostrava il suo dolore e smarrimento di fronte ad un momento difficile che non sa bene come affrontare e una donna che mi accusava di averla tradita perchè ho cercato cose che lei non riusciva a darmi. Un uomo che io tentavo di frenare per  evitargli decisioni irrazionali basate sul dolore del momento e una donna che dimenticava ciò che avevo fatto per lei perchè tutto quello non contava niente rispetto al dolore di affrontare l’amara realtà. Che non era cioè, non solo sufficiente, ma nemmeno necessaria. Una cosa evidentemente impossibile da accettare. Non contava in altre parole che, poichè è sola come una cane al punto che pure il fratello ha giurato di ammazzarla e che al lavoro viene mobbizzata sistematicamente, io l’abbia accompagnata in clinica per starle accanto durante un’operazione delicata nonostante avessi i problemi miei da affrontare o che le abbia prestato dei soldi in momenti in cui stava alla fame nonostante io non sguazzassi nell’oro (che si è sempre dimenticata di restituire per inciso)  o le abbia prestato attenzioni nell’ascoltare le sue paturnie e regalato il mio tempo e la mia energia nel darle conforto nel tempo in cui siamo stati assieme, facendola sentire speciale. No. Non contava niente questo, solo perchè non sono SOLO suo. Se fossi stato SOLO suo sarei DIO. Poichè tuttavia lei non mi bastava e non era nemmeno necessaria nel mio sviluppo di vita, sono diventato un essere da disprezzare. Al punto che quei soldi prestati, allora, con amore, sono diventati per usare parole sue “un modo per comprarla”.

Mavaffanculo mylady.

Avrei voluto dire al mio amico di stare attento proprio a questo. Al rischio di cadere dalle stelle alle stalle. Lui è un bel tipo. Una persona molto intelligente e sa il fatto suo e mi sono ben guardato dal fare la domanda idiota che molti fanno nei casi in cui qualcuno ti dice che si vuol separare:

“ma sei sicuro?”

questo mi sarebbe davvero sembrata mancanza di rispetto. Insomma se stimi una persona, sai anche che se ti dice una cosa simile ci deve aver pensato molto sopra. Razionalmente ne è convinto. Se sta ancora con sua moglie è solo perche emotivamente, invece, qualcosa lo trattiene. E temo sia proprio questa cosa: la perdita di uno status. Non tanto quello di marito di cui sono certo a lui non importa molto. Teme in modo inconscio di perdere il ruolo di “Uomo fantastico” per una donna così come l’ho perso io solo perchè le ho detto la verità: non mi basti! non sei te!

In cuor suo quest’uomo così capace di capire l’animo umano sa che la cosa giusta per lui è prendere una strada diversa, ma ancora non è disposto a pagare il costo al casello autostradale della nuova vita. Dovrà diventare un angelo caduto. Soprattutto dovrà cadere non per una donna come tante, come è successo recentemente a me, ma per una che lui aveva scelto come compagna di vita, sperando che fosse per sempre. Sapendo però che non lo sarebbe stato. E lo stesso legandola a lui in modo tale che se qualcuno le chiedesse, adesso, cosa pensi di tuo marito, lei direbbe: E’ Dio!

Ma che tra un tot di tempo lo infamerà così come sta succedendo a me.

Non so se lui leggera mai queste note su questo blog. Io lo spero.

Vorrei che lui  sapesse allora che gli sono nel cuore e che, se non l’ho cercato domenica o ancora oggi, è solo per non metterlo in difficoltà, ma se vuole ci sono. L’ho fatto per non costringerlo a guardarsi dentro e ad ammettere la propria parte scura. Che c’è e che è là. Maledetto. Come capita a qualcuno.

Eppure anche i maledetti hanno diritto a sedere a mangiare con gli dei, sai?

Anzi, io penso che ne abbiano pure di più, perchè possono regalare molto di più di tanti che mostrano rispetto solo nella forma e non nella sostanza.

Ricorda solo questo: Fai quel che tu ritieni sia la cosa giusta per te!

Solo questo.

Tanto non importa se pensi di aver fatto cose per tua moglie che nessuno avrebbe mai fatto, lei comunque non te le riconoscerà mai.

Questo è un fatto.

Thank you

E cosi stiamo invecchiando assieme.

Chi l’avrebbe mai detto eh?

I nostri “sweet teens” sono solo un ricordo sbiadito e la forza di gravità ha gia procurato devastazioni evidenti anche a occhio nudo.

Si dice che, in genere, la vena artistica duri al massimo, se sei davvero bravo intendo, una decina d’anni. Poi ti ricicli. Ti ripeti. Ti arrabatti per cercare di continuare a cavalcare l’onda anche se quelli dietro cominciano a spingere per chiedere che tu lasci loro posto.

Eppure, ieri sera, ho pensato che tu vuoi dimostrare che anche questa idea è l’ ennesimo luogo comune da sfatare

In mezzo a un energia potente che mi avvolgeva mi sono vergognato di aver avuto dei dubbi nel venire fin lassù a Milano per rivederti ancora una volta con tutti i problemi che mi attanagliano e mi impediscono, a volte, persino di respirare, per le paure e il terrore che vivo in questa fase della mia vita.

Rivederti a urlare sopra quel palco mi ha stretto il cuore. Entrambi avevamo trent’anni meno la prima volta. Come in fondo a un buco che dà nel tempo. E la gente intorno non lo sapeva e non era nemmeno importante perchè, per me, ogni tuo concerto è  come quando vai al mare in inverno. Già. Perchè, d’estate, sulla spiaggia, ci và quasi sempre solo chi vuol prendere qualcosa. Rubare per incassare gratis cose  che non può  avere ne gli apparterranno mai. In inverno no. In inverno quando cammini sulla spiaggia tutte le facce degli sconosciuti che incontri e che, sono venuti fin là come te a fare la stessa cosa, diventano magicamente quelle di fratelli e sorelle. Vengono per scambiare energia. Donarti la loro, per mischiarla con la propria. Una famiglia di sconosciuti che ti incita a non mollare.

Ecco, Bruce, tu sei ancora il mio mare in inverno. E la gente che ti segue, blood brothers, nati dallo stesso nucleo originario. E così cercando di incollare paura e amore, ho tentato di trovare scuse qualunque per non parlare agli amici che erano con me, perchè se mi avessero guardato in faccia e avessero visto le mie lacrime cosa diavolo gli avrei potuto raccontare?

Tu sei bello come eri allora e ti muovi sul palco con la stessa grazia, solo con più malizia, come si addice a chi sa di poter ammaliare perchè dotato di fascino speciale. Sembravi un padre che parla ai propri figli disegnando con un bastone figure su una spiaggia in inverno. Ed è stato tutto così potente e lieve allo stesso momento, come quando arriva il sole dopo una pioggia violenta e avrei voluto urlarti: “Ehi sono io…” Dirti. Guardami bene come sono cambiato eppure non ti ho lasciato.  Sono ancora qua. Dirti, suona piano, ti prego, non te ne andare, prova a fermare il tempo, fallo per me. Non lasciare che arrivi domani. Finchè puoi stiamo assieme. Anche se so che il futuro è già stato e non cambierà. E’ solo che ho la sensazione che il tempo mi passi sopra e mi abbia tradito. E fa freddo e vorrei solo dormire. E se non mi svegliassi più forse pure meglio.

Grazie per avermi fatto ricordare che, da qualche parte, esistono anche se sembra impossibile, persone che senti vicino al tuo cuore. Che si può essere anche un buon musicista senza essere un fenomeno ma che, un mucchio di buoni musicisti può inspiegabilmente lo stesso diventare assieme la miglior Rock band della storia.

E “Thank you” anche a Nicola e Gennaro, che non leggeranno mai queste note, perchè non sanno manco che ho questo cazzo di blog, ma che non mi hanno fatto sentire solo quando si sono opposti alla mia rinuncia paventata al viaggio milanese per sopravvenuti motivi di forza maggiore. E mi hanno trascinato a Milano. Giuro che un giorno ve lo urlo in faccia quanto vi amo. Grazie a Piero che c’era anche se non c’era. Grazie a Chiara che è venuta ad abbracciarmi anche se aveva gli affari suoi a cui pensare e un marito incidentato a casa che la stava aspettando, solo per dirmi “ti voglio bene, non mollare”. Sappi che fare un pezzo di fila all’entrata assieme a te per poi lasciarti andare è stato un grande privilegio. Grazie a Federico che c’ha provato ma che è arrivato tardi perchè le donne, a volte, possono fare anche incazzare. Voglio che tu sappia che sapere che comunque c’eri, là dentro intendo, mi faceva stare bene. Grazie a Elena e Loredana e Viviana e suo marito Alberto che  si sono sentite in dovere di farmi sapere che avrebbero voluto raggiungerci ma che erano bloccate da altre parti. Così come Luca che mi ha promesso che quando sarà un attore famoso si farà perdonare della mancanza di ieri sera. E grazie a tutti/e coloro che nel loro cuore avrebbero voluto esserci ma che per mille e un motivo non sono potuti venire. Le energie e i flussi energetici a volte prendono sentieri che non si possono ben comprendere. Ma arrivano. O, se arrivano.

Mentre ero in macchina con i miei due pards, bloccato dentro un parcheggio impossibilitati a uscire dalla congestione del traffico post concerto mi sono ritrovato a pensare che, quando si legge un libro, qualsiasi lettore cerca sempre se stesso all’interno della pagine che sta avidamente sfogliando. Si affanna nel ritrovare qualcosa che ha perso e che vuole assolutamente riprendere. E sono giunto alla conclusione che questa cosa vale anche nella musica o in concerti come quello di ieri sera. Perchè se devo dire il momento in cui ho sentito il cuore che mi batteva così forte e che aveva voglia di uscire fuori e di battere i tamburi di Max Weimberg ancora più forte è stato quando hai cantato “Wrecking balls”. La tua ultima creatura. Più o meno. Io, fan della prima ora, che piangevo per una canzone scritta quasi quarantanni dopo le canzoni che me lo hanno fatto amare. Alla faccia della vena artistica decennale. I “Wrecking ball” sono quelle grandi palle di acciaio utilizzate per demolire strutture. Arrivano e fanno devastazioni. A volte per ricostruire. Molto spesso no. Solo per abbattere.

E così quando mi hai imposto di urlare ritmando in modo ossessivo come un mantra per un tempo indecifrabile che: “ hard times comes and hard times go and hard times comes and hard times go and hard times comes and hard times go and hard times comes and hard times go….” beh ecco, io ho capito che ce la posso fare. Di nuovo mi hai parlato amico. Grazie per avermelo ricordato.

E quindi te.

Si parlo proprio a te Signor Universo.

Dai su vieni e porta il tuo “Wrecking balls” nella mia vita.

Ti sto aspettando.

Non ho più paura di te.

C’mon

So if you got the guts mister, yeah if you’ve got the balls, if you think it’s your time, then step to the line, and bring on your Wrecking ball

Come on and take your best shot, let me see what you’ve got

Bring on your wrecking ball

e poi vattene  affanculo stronzo.

La mia piccola goccia

Mio padre era un duro.

Un cazzo di duro con tutti, ma con me in modo particolare.

Non me l’ha mai detto, ma il sospetto che fossi il frutto di una scopata adulterina di mia madre, deve essergli venuto in mente più di una volta. In fondo come dargli torto? Eravamo così dannatamente diversi. Lui, il re della superficie, io che invece ho sempre sentito dolore per cose che alcuni esseri umani nemmeno si accorgono di fare. Lui essenziale e minimalista, io ridondante e spesso eccessivo.

Per tutte questo non abbiamo mai parlato tanto. Una specie di muro di Berlino o di Gerusalemme impediva la comunicazione.

Poco prima di andarsene però, sentì la necessità di raccontarmi una storiella che doveva aver letto su qualche giornalaccio preso dal tavolo del barbiere oppure su una Selezione del Reader’s Digest che a lui piaceva tanto.

Non so dirlo meglio, ma l’ho interpretato come una specie di testamento. Il suo modo per dirmi addio.

Più o meno, largo circa, faceva così:

Tanto tempo fa, durante un temporale, un fulmine incendiò la Savana. Le fiamme si svilupparono altissime e tutti gli animali della foresta scapparono via terrorizzati. A un certo punto un elefante vide una coccinella portare tra le mani una goccia d’acqua e dirigersi verso le fiamme. Gli si parò davanti con tutta la sua mole e le chiese:

“Dove stai andando coccinella?” E lei rispose:

“Sto andando a spegnere l’incendio.”

L’elefante sgranò gli occhi e le domandò perplesso:

“Con quella gocciolina???”

E lei:

“Faccio la mia parte.”

Avevo rimosso il tutto fino a quando, per un bizzarro scherzo del cervello mi è tornata in mente. E’ strano. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. Anche se a volte lo fa in modi che tu non ti aspetti. Che voglio dire? Non lo so. Davvero. Sono solo un tipo curioso con problemi che se uno psicologo si mettesse a lavorare bene su di me finirebbe lui per diventare pazzo. Ad esempio io vivo dei momenti in cui ho desiderio di avere dei super poteri. Parlo sul serio. Non scherzo. Lo so. Sono strano. L’ho appena detto. Dimostro di essere ancora infantile e molto bambino, ma, onestamente, ammetto che più che fantasie erotiche della serie “o famo strano” ne ho alcune in cui sono il salvatore dell’umanità. Mr.Fantastic è il mio mito, ma pure Batman o Iron Man non sono da meno. E subisco persino il fascino maledetto di Magneto. E tanto per chiarire a tutti in che dannato blog  siete finiti, come Troisi nel film  “Ricomincio da tre”, ogni tanto cerco di spostare un vaso con il pensiero convinto che, se ci riuscissi, potrei risolvere tutti i problemi della mia vita. Fake it ’till you make it, dicono gli americani. E io continuo a far finta di riuscirci fino a quando non ci riuscirò davvero.

Sabato stavo passeggiando  sulle mura di Lucca con il cagno e mia figlia grande, Virginia. Eravamo in un momento in cui ognuno pensava ai fatti suoi. Non so indovinare che cosa passasse nella testa di lei, ma so benissimo che io stavo rimuginando sul fatto che essere un apprendista super eroe non è per niente fico. Insomma stavo cercando una spiegazione logica sul perchè diavolo, nonostante mi ci applichi oramai da quasi quattro decadi, quando urlo “Fiamma” non mi si accende ancora la mano destra.

All’improvviso, vicino al baluardo di San Colombano vedo su una panchina un uomo sui trent’anni, dai tratti asiatici che sta piangendo come una fontana. E’ chiaro, dal suo aspetto e dalla sua puzza che deve aver passato qualche giorno “per strada”. Di per se vedere un uomo che piange a me fa stringere il cuore, ma il notare che nessuno dei tanti a passeggio si fermasse per consolarlo mi stava provocando dolore. C’erano un sacco di miei concittadini intenti a correre o ad andare sui roller blade o in bici e pure tanti turisti con le loro belle guide in mano a rimirare le bellezze di una cittadina stupenda, ma nessuno che vedeva quell’uomo che a me pareva disperato.

E io mi sono sentito fuori posto.

Non era più la mia città o la terra che ho sempre amato. E non c’era alcun che di meraviglioso nel passare davanti a un uomo che piange facendo finta di niente. Non c’era alcuna passione, quella che voglio trasmettere come fosse un contagio a mia figlia. Ho sentito freddo e la paura più grande è stata che l’avvertisse anche Virginia. E ho avvertito un’inspiegabile e disperata voglia di aiutare quell’uomo. Voglia di sedermi accanto a lui e parlarci.

E così abbiamo fatto.

Cholsu, così si chiama, mi racconta allora, in un dialetto anglo-italo-coreano particolare, una storia assurda ma allo stesso tempo banale che può essere riassunta in poche battute. Coreano di una qualche cittadina che non ho mica capito bene dov’è, incontra un’italiana laggiù per lavoro, si innamorano e lui la segue qua quando lei ritorna a casa base. Vivono per un po’ assieme, poi lei si stufa come molti fanno con i cani e lo butta fuori di casa. E lui si è ritrovato all’improvviso senza quattrini per strada in una terra all’altro capo del mondo, paralizzato, senza avere un’idea sul come uscire da quella situazione.

E francamente pure io non sapevo proprio che diavolo fare.

Ho pensato allora saggio attivare l’unico super potere che, almeno al momento, so di avere: lo spara cazzate a raffica, di serie, incorporato, grazie a un maledetto cromosoma sbagliato che è presente nel mio acido desossiribonucleico. Mi sono così fatto dare il numero della sua (ex) donna, Anna e l’ho chiamata. Senza una strategia o una connessione causa effetto che potesse reggere un normale contraddittorio. Senza niente. In altre parole con pochissima qualità, ma tanta gamba. Anzi voce. Perchè l’ho tenuta al telefono per quasi due ore. Come so instillare i sensi di colpa io, nessuno mai. Anzi no. La mia ex era meglio e da lei, va detto, ho imparato dalla campionessa mondiale pluridecorata. Occorre ammettere anche che, Anna, consapevole della sua malefatta, sembrava colpita dalla mia telefonata e sentivo che stava per cedere al mio fascino perverso anche se una voce cattiva in sottofondo le urlava di chiudere la chiamata. Riesco a capire che è del suo nuovo fidanzato fiorentino che è poi quello che le ha imposto di cacciare di casa Cholso, che non voleva sapere di mollarla.  Anna però non chiude la telefonata e così, alla fine, stressata, riesco ad abbindolarla bene e la costringo ad ammettere che farà la sua parte nell’aiutare soprattutto economicamente Cholsu a tornare a casa sua. Mette però dei paletti rigidi che non riesco a estirpare. Dice che farà ciò che deve, ma solo dopo che il suo nuovo fidanzato se ne sarà tornato a Firenze e che quindi fino a domenica sera non può riprendersi Cholso in casa. Dice che fino ad allora avrei dovuto pensarci io.

Io?

E che cazzo c’entro io?

E a quel punto le parti si sono invertite ed è stata lei a farmi sentire in colpa per tutte le volte che non ho mai dato una mano a qualcuno. E mi sa che quella grandissima stronza della mia ex deve averle dato lezioni private a mia insaputa.

Quando, distrutto nel fisico e nel morale sono tornato alla panchina da dove mi ero allontanato per la telefonata trovo che Virginia e il cagno sono già soggiogati dal coreano e pendono dalle sue labbra. E la cosa mi da un po’ di fastidio.

Ma no, dai. Perchè mentire?

Mi ha davvero rotto i coglioni.

Avrei voluto dire a mia figlia “Guarda cretina che questo il cagno se lo cuoce al barbecue e se lo magna alla faccia tua…” . Però taccio. Non avevo nessuna voglia di aprire un nuovo fronte di guerra di trincea. E decido lo stesso di portarlo a casa mia, offrirgli il pranzo, fargli fare una doccia per ripulirsi e per una notte avrebbe dormito sul divano.

E là è cominciata la mia piccola, personalissima, via Crucis.

Inutile entrare nel dettaglio di piccole, sordide, quisquilie di bottega. Dico solo che è stato difficile. Molto difficile. Ecco. Di fronte al simposio di una riunione familiare allargata per festeggiare il compleanno della sorella della donna di mio fratello con presenza di figli,  cugini e con loro anche mariti e mogli attuali e passate dare spiegazioni.

Che palle dare spiegazioni.

Doversi giustificare a cinquant’anni è una cosa che non auguro a nessuno.

L’obiezioni principale di tutti può sintetizzarsi nella domanda basica, latente, in ogni loro affermazione: “Ma tu, caro Masty, i cazzi tuoi mai eh?”

La verità però è che, in fondo, io credo davvero che i veri super poteri sono soprattutto dentro i piccoli gesti per gli altri. In questo periodo di alluvioni e di case immerse dal fango il nostro essere super eroi sta nel semplice prendere una pala e spalare del fango, nell’abbracciare un anziano in lacrime per aver perso tutto, nel donare un sorriso con un pasto caldo.

Per usare una metafora calcistica, ho raggiunto la consapevolezza che è inutile urlare e sbraitare slogan contro qualcosa o qualcuno. Insultare l’arbitro o i giocatori. Io sarò sempre uno di quelli che per contestare aspetterà la fine della partita. Non sono un tifoso sempre presente in ogni dove. Sono semplicemente uno che cerca di fare la sua parte. Ecco, forse sabato ho capito in modo definitivo cosa prevede il mio copione e quale sia il mio posto in curva. Quella della vita intendo. Ho capito che, accidenti, non diventerò mai un personaggio della Marvel, ma sarò sempre uno di quelli che non abbandonerà il  proprio ideale e farà ad esso un atto di totale abbandono.

Non ho la presunzione di essere nel giusto. Semplicemente prendo atto che è la mia natura e che è il mio contributo per spegnere l’incendio.

La mia piccola goccia.

Nient’altro che la mia piccola goccia.

 

 

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PS.: stamattina mi ha chiamato Anna per dirmi che grazie a me ha capito di essere ancora innamorata di Cholsu e ha mollato il fiorentino.

PPS: Grazie a me????????

PPPS: Cholso le ha detto che sono stati tutti molti carini con lui e che si è sentito a casa sua.

PPPPS: Cholso, listen to me carefully, impara meglio l’itagliano, dai retta…!!!!!!

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L’uomo rutto

Le donne non lo sanno.

Le donne credono che la differenza tra un vero uomo e una minchia qualsiasi siano la forza o la vigoria fisica o l’uso del cervello in tutte le sue variabili, o il conto in banca o il prestigio di cui gode, o il fascino che sprigiona quando apre la bocca o altre puttanate come queste.

No. Le donne sanno una sega loro. Le donne, diciamocelo, non hanno mai saputo un cazzo.

Un vero uomo si riconosce da due semplice variabili che però sono dei “valli” impossibili da attraversare per una minchia umana qualunque.

Come prima cosa, un vero uomo ama le cipolle, di cui si nutre senza vergognarsi anche (e soprattutto) a crudo (pinzimonio).  E gode come un riccio al solo pensiero. Al contrario la merdaccia le schifa con disgusto, facendo smorfie che provocano disagio a tutti i veri “Uomini” che gli sono accanto. La merdaccia allora accamperà scuse barbine riguardo il fatto che essa provoca bruciore di stomaco, crea meteorismo e che non piace alle donne che rifiuterebbero di baciarlo per questo.

Stronzate.

Un uomo che non ama la cipolla è solo una merda e come tale deve essere ricordata.

Tuttavia, amare la cipolla, è condizione necessaria ma non sufficiente per essere considerato degno di appartenere al genero umano maschile.

L’altra cosa FONDAMENTALE che contraddistingue un vero UOMO da una “Human Fave” è il fatto che un egli sa ruttare come si deve. E,  soprattutto, non se ne vergogna. Mai. In nessun luogo. Per nessun motivo. Un vero uomo, quando gli viene, gli viene. Non sta là a guardare chi c’è e chi non c’è. Un vero uomo non deve chiedere mai….. se ruttare. Lo fa e basta. E che cazzo. Ogni vero uomo conosce benissimo questi due postulati. Non ci credete donne? Chiedete. Chiedete, dai su. Provate a chiedere a chi, come me, fa parte della categoria dei veri uomini. Basta ipocrisia. Basta rozzo egualitarismo. Diciamo le cose come stanno.

Tutto questo per dire che, io, Masticone,  vero uomo come sopra descritto, mi vanto  però di essere amico di lunghissima data di un grande Super-Uomo.

Gino.

Gino sono certo è stato musa ispiratore di Nietzsche o di D’Annunzio nelle sue vite precedenti. Gino è il mio vero unico idolo. Gino è gloria per il genere umano maschile. Al punto che tutti quanti lo abbiamo sempre chiamato non solo con ammirazione, ma soprattutto con grande venerazione l’Uomo rutto.

Gino era un compagno di classe di mio fratello, poco più giovane di me. Belloccio con un ciuffo alla Elvis che piaceva tanto alle donne, capì in età giovanile di essere un super dotato nella sacra arte del rutto. In realtà quando lo conobbi non era in grado di gestire bene i suoi super poteri. Era così inesperto che non sapendoli maneggiare con cura essi causavano danni come capita all’antieroe Hancock nel film di Will Smith. Ricordo, ad esempio, che un giorno mio fratello lo invitò a pranzo a casa nostra e lui perse il controllo cominciando a sparare rutti a go-gò che se c’era il babbo gli avrebbe dato due labbrate che se le sarebbe ricordate tutta la vita. La Zita invece, mia madre, era più incline a cercar di comprendere le potenzialità nascoste dentro gli uomini e non disse nulla. Fin tanto che il super-uomo, completamente posseduto da Satana, sparò una bestemmia con un rutto che non si può nemmeno ripetere. Io e mio fratello eravamo per terra piegati in due dalle risate. La povera Zita lo guardò senza odio e gli disse:

“Senti Nini, se vuoi fare buon-pro alla mia cucina falli pure (li chiamava buon-pro, cazzo. Mia madre ha sempre avuto un’eleganza che io mi sogno), ma in questa casa non si bestemmia hai capito?”

Nonostante avessi le lacrime agli occhi dalle risate vidi la faccia di Gino trasfigurarsi. E fu in quel momento che diventò un mito. Perchè gli si accese una lampadina non so dove e partì con il mega rutto del Cantico dei Cantici di San Francesco. Non credo di aver mai più riso come quel giorno.

Negli anni a seguire Gino ha studiato come gestire al meglio e con classe i suoi super poteri. Quando capitava che si fosse a cena assieme e la serata cominciava a languire per mancanza di argomenti ci pensava lui a riportarla in alta quota. Le donne lo hanno sempre trovato irresistibile perchè, ammettiamolo, lo era davvero. Tutti noi ci saremmo cambiati con Gino, l’uomo rutto. Brillante e sensibile aveva imparato a non esagerare e quindi era quasi sempre piacevole. Anche se una volta fece piangere Tara. Che poi si chiamava Laura ma noi l’avevamo battezzata a quel modo perchè si doveva sempre fare la “tara” alle cose che diceva. Tara aveva perso la testa per Gino. Una delle tante va detto. Gino la ricambiava e si misero assieme. Poteva scegliere molto meglio, eppure, curiosamente, il super-uomo vedeva in Tara qualcosa che, per quanti sforzi si potesse fare,  nessuno di noi era in grado di scorgere. Una sera decidemmo di fare una partita a mini-calcio (antesignano dell’attuale calcetto) con in palio la cena. La squadra che perdeva avrebbe pagato la cena all’altra, comprese le donne. Insomma una super sfida. La gara fu tiratissima. Il punteggio sempre in equilibrio. Gli interventi fallosi si sprecavano. Sugli spalti, il pubblico femminile, poco interessato a una cosa per noi uomini fondamentali, cercava in tutti i modi di accorciare la durata della stessa per poter andare finalmente a mangiare. Tara nell’arte di scassare la minchia fuori luogo è sempre stata la numero uno:

“E dai Ginetto, ora basta, è l’ora di andare” – “E su, amore, è tardi”  - “E qua fa freddo, non ne posso più” – “E quanto manca?” – “E non se ne può più” -

Tutti quanti noi, eravamo innervositi da lei, ma per rispetto di Gino non dicemmo nulla. Fin quando che, sul 4-4 al ventesimo del secondo tempo supplementare,  all’ennesimo “Gino mi sto stufando sai, sono certa che se mi fossi messa con Mario lui non mi avrebbe mai trattato cosi”, il super-uomo fermò il gioco si avvicino alla tribunetta dov’erano le donne e urlò in un super mega rutto “Mi hai rotto i coglioniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii”

Un gesto così nobile andava premiato e fummo tutti d’accordo nel considerarlo un gran goal al sette e decidemmo che aveva vinta la partita. Vedere Tara scappare piangendo come una fontana fu per noi un premio di consolazione più che sufficiente.

Il sogno di Gino era diventare pilota di Formula Uno. Ne era davvero convinto ed era così bravo a convincere la gente che tutti quanti noi credevamo che ce l’avrebbe davvero fatta. Invece non c’è mai riuscito. Anzi, non c’è andato manco vicino. Però, adesso, guida gli autobus a Grosseto. Se vi capita, salite su uno che fa la linea dalla stazione al cimitero, ci sta che lo troviate. A me è capitato qualche tempo fa. Avevo l’auto fuori uso e ho preso il pullman e l’ho rivisto. Saranno stati anni dall’ultima volta. Il ciuffo era andato e una pelata meravigliosa aveva asfaltato la sua testa. Solo i basettoni erano là a ricordare le antiche vestigia. C’ho messo un po’ a riconoscerlo. Sono salito di corsa e non ci avevo fatto caso. Poi dal riflesso del finestrino ho notato un’espressione che mi è sembrata familiare e mi è venuto il dubbio. Ho mandato in culo il cartello “Non parlate al conducente”, mi sono avvicinato e gli ho detto: “Gino?”

“Si?”

“Sono Masty”

Lui mi ha guardato e deve aver avuto gli stessi miei problemi nel riconoscermi. Poi un lampo. Ha fermato il pullman su un lato della strada e mi ha abbracciato così forte che mi ha quasi spezzato le ossa facendo mormorare le poche persone dentro l’autobus che dovevano avere una qual certa fretta.  “Allora autiere, andiamo che è tardi. E se lo sbaciucchia dopo il suo amichetto”

Ho guardati Gino negli occhi e gli ho detto, guardandoli:

“Dai fallo”

I suoi occhi erano tristi.

“No, dai”

“Dai fallo. Fagli capire che sei un super-uomo, non un cazzo di autiere. Autiere sarà il budello di su’ ma’”

“No, no, Masty dai”

Si è rimesso a guidare e nel resto del tragitto abbiamo parlato del tempo passato e di ciò che gli aveva regalato la vita. Adesso è un papà felice con i figli già grandi. Tra poco ci sta che diventi nonno. Non c’è più nessun sogno nel cassetto. Una vita tranquilla. La pace dei sensi. E’ stato come vedere il leone della Metro Goldwyn Mayer che non riusciva a ruggire. Un dolore alla pancia forte, che ho cercato di nascondergli. Mi ha chiesto cosa diavolo ci facevo a Grosseto. Gli ho detto che ogni tanto mi piace tornare e che, quando capita, portare un fiore sulla tomba dei miei. Niente di che.

Alla fine arriviamo a Sterpeto. Il cimitero. Scendo e gli auguro tutte le migliori cose che posso, con il cuore.

Vedo i suoi occhi inumidirsi, per non imbarazzarlo oltre misura, gli volto le spalle e mi avvio verso l’entrata. Ad un certo momento sento una voce:

“Ehy Masty. In onore della Zita…”

“Laudato si o mi’ Signore, Laudato si o mi’ Signore…”

I super uomini, sono tali sempre e comunque. Anche da vecchi. Anche da sconfitti dalla vita

Grazie Gino.

Il racket dei bicchierini da fiori nei cimiteri

L’ ho beccata.

La maiala.

In flagranza di reato.

L’ho vista da lontano davanti al fornetto dov’è sepolto il mio vecchio, accanto all’altro, dove sta Zita, mia madre. Attento a non farmi scoprire, le sono arrivato alle spalle mentre lei si stava mettendo il secondo vasino nella tasca destra del paltò. Sono anni che compro bicchierini di vetro, valore commerciale tre euro e cinquanta che, puntualmente, qualcuno si frega, lasciando le orchidee viola,  la mia firma sulla tomba dei miei, sul bordo del marmo a morire prima del tempo. C’ho messo un po’ ma ho scoperto  che,  a “Sterpeto”, il luogo dove vorrei essere sepolto anche io, vige la regola del “frega tu che frego anche io”. Quando a qualcuno gli sparisce il vasino di vetro, va a sua volta a sgraffignarlo da qualche altra tomba. In genere i ladri fanno man bassa in quelle meno curate, tanto, dopo un po’  che frequenti il club “Morituri te salutant”, capisci quali sono.  In tutto questo io sono sempre stato l’anello debole della catena. Quello che pagava per tutti. Non ho mai partecipato al magna-magna generale, non tanto perché  sono buono e generoso, ma solo perché ho sempre avuto il terrore di dovermi trovare nella situazione in cui si è’ ritrovata ieri la simpatica ladra. Con le mani nella marmellata. La figura di merda a gratis l’ho sempre digerita male.

Lei, “Focaccia tosta bum bum”, avrà avuto  la mia età. In evidente sovrappeso, vestiva una palandrana nera che avrebbe dovuto avere, immagino, funzione snellente, eppure, lo stesso, sembrava la figlia di Demis Roussos e Moira Orfei. Le mancava solo il nido del cuculo in testa.  Una volta che l’ho inchiodata alle sue responsabilità sono rimasto a guardarla in silenzio, come un ebete. Una parte di me e’ sempre stata simpatetica con i momenti catartici che sono obbligati a vivere le persone. Il mio sguardo doveva avere però qualcosa di sinistro perché ella, la maiala, mi guarda terrorizzata e mi dice:

“La prego signore non mi denunci. Ho così tanti casini.” fa una pausa, poi, con voce suadente, aggiunge “Possiamo metterci d’accordo, no?” e mi sorride.

Ora, non ne sono molto orgoglioso sia chiaro, ma, per onestà intellettuale, devo ammettere che il maschilista di merda che alberga dentro di me, tenuto sotto controllo da anni di lavoro e di analisi cercando di usare quel poco di cultura che sono riuscito a fare mia, qualche volta chiede però ancora a gran voce che gli venga pagato un tributo molto oneroso.  E così, non so quale razza di maledetto malefico percorso mentale fanno ogni tanto i pensieri dentro la mia testolina bacata, so solo che, in quel momento, mi è venuto da pensare che il balenottero che avevo di fronte volesse pagare in natura, tutte le centinaia di euro che ho speso per comprare i bicchierini di vetro dal fioraio.  L’ho guardata allora meglio e un’espressione di schifo mi è’ salita sulla faccia. Un pompino in un cimitero, a saldo e stralcio dei crediti, dalla figlia di un lottatore di sumo “un si po’ fa’” mi dispiace, ma proprio “un si po’ fa”.

Le dico :

“Signora, scusi, ma non mi pare proprio il caso.”

“No che ha capito. Intendevo dire che, visto che lei non viene quasi mai e questa tomba e’ la più saccheggiata del cimitero, se ha pazienza con me io le prometto che da oggi le faccio la guardia e cambio pure l’acqua ogni tanto alle orchidee”

Poi all’improvviso cambia espressione. Deve aver realizzato, credo, che ho detto di no a una proposta sessuale che lei, invero, non mi aveva mai fatto, ma che, comunque, la cosa le fa male. Si mette a piagnucolare e mi dice:

“E poi anche lei come mio marito pensa che faccia schifo. Anche lei come lui non si farebbe mai toccare da me. E’ scappato sa. Mi ha mollato, perché ha trovato meglio. E mi ha lasciato senza un euro e con un figlio ancora piccolo”

Eh si bella mia. Cara la mia Ciccia Basiccia, sorella di Ciccio Bomba cannoniere, hai proprio ragione. Non mi farei mai toccare da te.  Penso.

Però ho la forza di fare il salto e di “uscire dall’acquario” e riesco a guardarci da fuori. Noi due assieme. Soli in mezzo al cimitero di Grosseto. Due perdenti che il mondo ha preso a schiaffi sulle orecchie. Siamo partiti assieme tanti anni fa nella corsa affannosa della vita. Forse con aspettative diverse, eppure lo stesso eravamo là, dopo decenni, uno di fronte all’altro, con le medesime toppe al culo. Io con soli cento euro in tasca, che erano ciò che rimaneva da un incredibile operazione di “stretching-money” per far durare il più possibile quel niente che ancora avevo dall’ultimo stipendio preso mesi fa. Lei costretta a rubacchiare bicchierini di vetro su una tomba per mettere i fiori su quella dei suoi cari. Io, un equilibrista che su un filo sta cercando di terminare la camminata per arrivare all’altro grattacielo con una sbarra lunga in mano e che nel frattempo è stato colto da una folata di vento malefico chiamato “crisi” che gli sta facendo perdere definitivamente l’equilibrio, ben consapevole che sta per sfracellarsi a terra. Lei che sul filo non c’è mai salita, non tanto perchè tendente all’obeso, ma perchè deve aver preferito regalare la sua vita e il suo amore a uno che ha deciso un giorno che di lei non ne poteva proprio più.

In altre parole due personaggi perfetti per un hard-boiled americano.

E ho provato tenerezza per quella schioppettona. Non so dire bene come, ma sentivo di volerle bene. Eravamo due disgraziati e, per me, è sempre stato molto facile trovare affinità elettive con gente della mia risma. Quindi le ho detto:

“Senti, Ciccia Basiccia, il pompino no. Il pompino proprio non se ne parla. Ma un caffè si, un caffè te lo posso offrire.”

Ok, ok, va bene. Lo ammetto. Non ho usato proprio queste parole, ma il succo era quello.

E così, seduti come fossimo stati amici da sempre, lei mi ha raccontato la sua storia, scofanandosi, nel frattempo, tre pezzi dolci, ripieni di crema, che al mercato nero del barrino davanti al cimitero di Grosseto valgono ben di più di un bicchierino di vetro per orchidee. Ciccia, che poi si chiama Patrizia, mi ha detto che quando è nervosa le viene da mangiare tanto. Ho evitato di suggerirle che allora basterebbe qualche goccia di Valium ogni tanto per tornare in forma. Mi ha detto che il suo uomo, un impresario o qualcosa di simile, l’ha piantata dopo che le aveva giurato che non l’avrebbe mai lasciata e che sarebbero sopravvissuti assieme alla crisi. Invece una sera ha semplicemente telefonato per dirle che non tornava a casa. Per toglierle anche la speranza ha specificato che non valeva solo per quel giorno, ma per sempre.Lei lo ha supplicato. Si è umiliata come mai prima. Lo ha pregato di non rovinare tutto. Gli ha detto che era un momento difficilissimo per lei che aveva appena perso il padre e pure il lavoro. Lui le ha semplicemente detto “Non so che dire. Mi dispiace .” Ha scoperto poi che si è messo con una molto più giovane che sembra abbia risvegliato in lui i sensi che con lei avevano trovato la pace. Davide, il loro figlio, da allora vive con grande ansia perchè il padre lo ha come rimosso dalla sua vita senza dargli spiegazioni. Alimenti compresi. Patrizia è tornata nella casa d’origine e vive con il contributo miserabile della madre pensionata. Pulendosi la bocca sporca di crema con il fazzolettino di carta, si è passata il tutto sugli occhi per asciugarsi le lacrime che avevano ricominciato a scendere. Dice che il giorno dopo sarebbe stato il compleanno di Davide e lei non può permettersi di pagargli alcuna festa. Questo significa che lui verrà deriso anche dai suoi compagni di classe che non lo inviteranno più alle loro di feste e finirà per essere escluso pure da essi.

E, mentre pregavo che la modella boteriana non tentasse l’assalto al quarto pezzo dolce, mi è venuta in mente “l’androcrazia” dei bambini ai miei tempi. E di come, nella loro purezza, nella loro quasi totale assenza di opinioni, i ragazzini possono lo stesso far molto male a un loro simile. E ho pensato anche che era il mio di compleanno e che quasi nessuno se n’è accorto. Quasi tutti se ne sono fregati e, chi sapeva, ha rimosso. Nessuna festa, nessuna torta, nessun augurio.  Un ectoplasma non festeggia. Davide però avrebbe invece dovuto. Ha difficoltà un adulto a gestire mancanza di attenzioni figuriamoci un ragazzino già pieno di complessi per conto suo. E mi sono messo a calcolare velocemente, a mente, se, distante più o meno 200 chilometri da casa mia, se andando a 60 all’ora sull’Aurelia, facendo incazzare i Tir, avrei potuto evitare di far benzina. La mia espressione pensosa deve aver fatto credere a Ciccia che mi ero rotto di sentire le sue lagne e quindi si è alzata per prendere congedo. Questo suo gesto ha disturbato i miei calcoli e ho dovuto prendere una decisione di corsa. E così senza aver ben chiaro che cosa stavo facendo ho tirato fuori la mia riserva, i miei bei “100 eurini” e gliel’ho allungati. Lei mi guarda con occhi feroci e ha rilanciato:

“Guardi che non sono mica una puttana sa?”

Il tono mi indispone, il maschilista di merda che è dentro di me, dalle segrete in cui è cacciato, in fondo alla mia anima urla che devo risponderle “E certo.  Che un lo so? E chi ti paga bella mia…” Riesco a zittarlo e le dico:

“Ci mancherebbe. Però al “Mago Merlino”, il locale con i gonfiabili, mi pare che con un centinaio di euro si possa fare bella figura con gli amici. Lei però mi promette che non mi ruba più i bicchierini dalla tomba ok?”

Ciccia mi guarda. Mi sta studiando. Capisco che sarebbe lei a non volermi fare la fellatio, qualora io la pretendessi. Un bel colpo al mio ego già ammaccato.

“E’ sicuro?” mi dice, titubante.

“Non sono mai sicuro di niente. Sto solo investendo sul mio futuro. Con quello che mi costano i vasini, se lei mi assicura adeguata “protezione”  faccio un affarone”.

“Guardi che non mi deve niente. Non le ho certo raccontato tutto questo per cercare la sua pietà io…”

La interrompo:

“Non si preoccupi. So bene tutto.”

“Cosa sa esattamente mi scusi?” mi incalza lei.

“So come ci sente quando una donna che ami, mentre tu ti umilii, ti dice le parole che  ha detto a lei suo marito “Mi dispiace non so che dire”

“Pensi che io gli avevo promesso che sarei cambiato. Che sarei cambiata, ha capito? Che mi sarei messa a dieta per farlo felice. E lui se n’è fregato”

“E che un lo so? Quando lo feci io, lei mi ha sfanculato e poi mi ha detto “Stai bene, se puoi”, veda lei””

“Tutti piangono e soffrono.”

Fa una pausa.

Poi aggiunge

“A volte”.

Mi viene da ridere e mi tocca risponderle a tono:

“Si. E allora resisti, resisti, resisti.”

Lei mi guarda in un modo che non avrei mai detto e mi fa una grande tenerezza. Poi con voce sommessa:

“Conosce anche lei i REM eh?”

“Eh beh…”

“No è che di solito ci frego tutti co’ sta cosa…”

“Non è ancora nato quello che mi frega con i REM”

Poi all’improvviso le torna quell’espressione di dolore fortissimo sulla faccia. Una specie di spasmo. E mi chiede:

“Non tornerà vero. Mio marito non tornerà da me?”

La osservo mentre mi chiede di raccontarle una bugia. Lo so. Sento che già sa la verità, ha solo bisogno di drogarsi come capita a volte anche a me. Mi verrebbe di accontentarla. In fondo è ciò che chiede. Eppure lo stesso le rispondo:

“Io glielo auguro. La mia non l’ha fatto. Ha solo pensato a salvare se stessa. Era fatta così. Sana. Siamo noi quelli strani, cara Patrizia. Noi i malati e i perversi. Noi le persone che non fanno i conti e che si donano sempre e comunque. E siamo destinati a pagare costi che conducono a fallimenti che gli altri, i sani, non vivranno mai. A noi, loro, non ci perdonano niente ma noi siamo condannati dalla nostra natura a perdonare sempre loro. “

“Eh già”

“Pensi che la mia aveva un figlio che si chiama proprio come il suo. A volte la vita eh? Prenda questi soldi dia retta.”

“E’ davvero sicuro?”

“Ognuno di noi ha il proprio modo di pagare i propri conti con il signor Universo. Questo è il mio. Lo consideri un regalo a Davide”

Ha allungato la zampa e si è incassato il bottino. Ci siamo scambiati il cellulare. Un modo come un altro per sancire l’inizio di un’amicizia nuova. A onor del vero si è anche offerta di pagare almeno lo spuntino, ma non gliel’ho permesso. E che cazzo, una volta che faccio il signore, fammelo fare per bene.

Ecco, quest’ultimo atto di orgoglio, ha fatto però incazzare il signor Universo. No perchè, Lui, come ci insegnano gli ebrei, non è mica buono e caro come Gesù. Eh no. Lui è fumino e gli stanno sui coglioni gli sboroni. E, poichè pare che Jesus sia andato in missione con lo Spirito Santo a Roma per il conclave, dove ha fatto tutto di fretta perchè si era rotto di stare a sentire i suoi cardinali a discutere di banche e pedofilia e che per dimenticare ogni cosa s’è poi presa una sbronza colossale a Trastevere in Paradiso c’è un bel trambusto. Eh già, perchè sembra che al Figlio dell’Uomo la cosa sia piaciuta talmente tanto che lui e lo Spiritoso Santo sono rimasti là a fare bisboccia. Il numero Uno è stato così costretto a riprendere tutto in mano. Tornare a lavorare, da pensionato che era, lo ha fatto andare su tutte le furie (la Fornero è avvisata, mo’ so cazzi sua). E così, com’è e come non è, quel mio atto di superbia lo ha fatto particolarmente incazzare. E me lo ha fatto ricacare bello bello. Più precisamente all’altezza del chilometro trecentouno, località Quercianella, dove la mia splendida Megane ultracentenaria ha deciso di morire per disidatrazione.

Ecco, se fumassi, quello sarebbe stato un momento stupendo per scendere dall’auto e accendermene una appoggiato al cofano. Ma sono talmente inetto che non so fare nemmeno quello. Quindi, poichè amo il contradditorio e nell’uno contro uno sono sempre stato bravino (bovino?), mi sono limitato a dire al signor Universo che cosa pensavo di Lui con una sequela di Bestemmie ben assestate sparate ad altezza uomo. Lui allora ha pensato bene di mostrarmi i muscoli e ha fatto venire giù un diluvio pazzesco con lampi e tuoni da paura,  ricordandomi chi comanda. Dentro l’abitacolo, impaurito, infreddolito, avvilito ho chiamato il mio amico Nicola perchè venisse, rifornito di tanica di benza, a salvarmi ed egli, ca va sans dire, si è preso tutto il tempo del mondo lasciandomi solo in mezzo a niente, con il mio “aifon” in mano pronto a fare danni. Il signor Universo, infatti, usando tecniche che ha imparato dal suo antagonista Louis Cypher, ha tentato in mille modi di farmi cedere e farmi chiamare chi non dovevo. Si è scordato però che sono un maremmano. E noi butteri sappiamo morire senza chiedere pietà a nessuno. Quasi sempre almeno. E quando ci capita di farlo, ce ne vergognamo per l’eternità.

Come Ciccia Basiccia.

Come me.

Siamo una gran coppia io e lei, altro che. E allora anzichè umiliarmi di nuovo, mi sono strafatto di “Jewel Mania” e “Castle Story” (a proposito cerco vicini…) e poi “Gravitarium” e “Sudoku”.

Alla fine è arrivato Nicola.

Che detto così fa molto “Along came Polly”, uno dei miei film preferiti. Ma, porca zozza, Nicola non c’assomiglia nemmeno a Polly. E’ pure una merda. E così per farmi star meglio mi saluta con affetto:

“Oh fava” mi dice “e la devi smette di spendere tutti i soldi con le migne. Metti la benzina prima, laido”

“Guarda che non vado a migne. Io. So mi’a come te.”

“Lo so, tu vai co’ i trans. E’  peggio”.

Il dibattito intellettuale va avanti ancora per un po’, specie dopo che gli chiedo un cinquantino per riempire il serbatoio. Lui è un lucchese vero. Bravo ragazzo eh, ma “pelle corta”, come si dice qua. Alla fine sgancia, ma solo perchè sa che con me va sul sicuro. Io, i miei debiti, foss’anche con il signor Universo, li pago sempre. Magari lo sfanculo, ma pago sempre.

Ora non so se quest’ultimo pensiero deve essere arrivato a Lui. So solo che prima che entro in casa, dopo un viaggio di ritorno estenuante, mi arriva un sms: “Grazie signore, non la conosco. Mia madre mi ha raccontato del regalo che mi ha fatto per il mio compleanno. Il più bello di sempre. Grazie ancora”. Firmato: Davide.

Credo fosse il modo che Geova ha scelto per dirmi che anche lui, a modo suo,  fa lo stesso.

That’s all Folks!    

 

I dieci attimi per cui vale la pena di vivere

C’è stato un momento nella mia vita in cui ero un vero credente.

Insomma davvero credevo ciecamente al Paradiso e all’Inferno. Alla dannazione eterna e a tutto ciò che dicevano i preti.

Poi sono cresciuto.

Qualcuno direbbe involuto. Insomma, le mie certezze sono sparite tutte. Una dopo l’altra.  Ed è cominciata la mia peregrinazione nel deserto alla ricerca della Terra promessa, vagando, arso dal sole e puntando solo sulla Manna che ogni tanto continua ad arrivare senza che me l’aspetti e che non riconosco mai.

In teoria, poichè ho già vissuto la fase dell’adorazione del vitello d’oro e di Mosè che s’encazza facendomi ricacare tutto il mio orgoglio, se tanto mi dà tanto, dovrei essere vicino al punto di svolta. A momenti dovrei vedere la terra di Cana. O l’Eldorado che ne so. Insomma casa mia. Perchè, per quanto il cervello sia là a dirti che è tutta una buffonata, i semi che sono stati seminati nei tanti catechismi da bambino, hanno comunque attecchito e non riesco proprio a pensare a me stesso come un ateo. E sono diventato un vero “Casinò royale”. Insomma, un casino vivente. Pastiche de Dieu.

E così, quando ho letto questo post di Intesomale ho avuto un sussulto. Perchè non c’è una cosa che ha scritto lui che la mia testa non avrebbe scritto allo stesso modo, ma, allo stesso tempo, tutto ciò che ha scritto là dentro il mio cuore lo scaccia e lo rifugge e urla “Anatema” (a parte le cose materiali del cazzo. A proposito, voi, sudicioni con il Suvve, mi state profondamente sui coglioni. Sappiatelo. E se poi qualcuno di voi avesse mai un X5 è pregato di unfollowarsi. Perchè l’X5 è il vero grande insulto, assieme al Cayenna, alla dignità delle persone che stanno male e soffrono di questi tempi.)

Ho riflettuto molto su quel che il mio amico ha scritto.

Ho pensato che se davvero la pensassi a quel modo, come la mia testa mi ordina di fare, probabilmente mi suiciderei. Il non senso della vita unito alla fatica che costa cercare di farcela, mi spingerebbe a cercare un modo “dolce” per farla finita. Inutile dire che molte volte questo pensiero è venuto a farmi compagnia. A volte pure di recente. Molto di recente. Credo che qualunque “anima” dotata di un minimo di sensibilità di serie, (nei Suv essa è introvabile manco come optional) ha avuto pensieri del genere. Cercare a tutti i costi di trovare un senso a cose che sembrano del tutto prive di logicità conduce alla follia e purtroppo la gente come me ha bisogno di averne uno per andare avanti.

Ecco perchè, leggendo il post di Intesomale, che mi ha obbligato a guardarmi allo specchio e a fare i conti con i miei abissi e i miei deliri interiori, ho deciso di sforzarmi di pensare positivo e di trovare a tutti i costi dieci cose per le quali valga la pena vivere a prescindere dall’esistenza di un Dio e di un senso per tutto quello che ci tocca vivere. Dieci attimi per i quali tutto questo  (melo)dramma che chiamiamo vita merita di essere comunque vissuto. Nonostante tutto. Nonostante tutti:

1) Quel sorriso di una donna:

Quel momento specifico, particolare, in cui capisci che qualcosa è cambiato. Quell’attimo magico in cui ti accorgi che i suoi occhi ti guardano sotto un luce nuova. Come se ti avessero scoperto solo allora. Fino al momento prima eri solo un amico, un conoscente, uno così, un rompipalle,  un puttaniere come tanti. Poi, taaaac, qualcosa cambia. E vedi nel suo volto una luce che non avevi mai visto. E noti nel suo sguardo qualcosa che ti fa capire che anche lei si è innamorata di te.

2) Le tue figlie che ti dicono che sei un impiastro e che i papà delle loro compagne di scuola sono più bravi di te a fare quasi tutto. Ma che loro, lo stesso, non ti cambierebbero mai con nessuno di essi. Perchè come sei te, mai nessuno.

Lo so. E’ moscia e banalotto come attimo unico e irripetibile. Piuttosto trito oltre tutto. Ma come tutti gli evergreen non muore mai. E poi lo champagne con le fragole mi sta sui coglioni (come il Suvve). Preferisco ancora pane e salame con vino rosso.

3) Quando arrivi davanti a un capolavoro dell’umanità:

può essere un quadro, un’opera ingegneristica, una scultura, un libro, qualsiasi cosa, fatta da un altro uomo. Qualcosa che ti spinge a credere che devi sentirti orgoglioso di appartenere al genere umano, nonostante i suoi errori e gli abominii di cui ogni tanto si macchia. Quando capisci che essere un uomo è comunque un privilegio e che è tuo preciso compito perpetuare le belle cose che esso è in grado di generare e limitare le storture a cui può dare origine.

4) Quando hai la percezione del mondo come UNO:

Momento rarissimo. Estremamente difficile per noi occidentali. Ma a volte per sbaglio o perchè stai meditando o perchè le tue antenne sono in un certo preciso momento ipersensibili, puoi riuscire a farcela. Puoi davvero sentire per un secondo o due, chi è più bravo e fortunato cinque o sei, che tutto è uno. Gli animali e le piante e gli uomini e la roccia e il fango promordiale e il big bang. Che siamo una cosa sola. In quell’istante ti senti parte di un qualcosa di meraviglioso.

5) Quando ti rendi conto di cosa sia davvero la bellezza.

Stai da cani. Ti senti morire dentro e pensi che è l’ora di farla davvero finita. Magari sei ubriaco o sei senza una casa, un amore, un lavoro. Tutto sta andando in senso contrario e tu sei capace di sentire che il mondo là fuori continua a girare lo stesso fregandosene dei tuoi drammi. E fa pure rumore. Poi fai partire Beethoven e ti accorgi che forse, non è detto, ma che ce la puoi anche fare. Il potere della musica. Di certa musica.

6) Quando qualcosa che hai fatto, cambia la vita di qualcun altro.

Non importa cosa. Non deve essere necessariamente una grande opera. Può bastare un biglietto d’auguri, oppure una poesia, una pacca sulla spalla, un sorriso, un incoraggiamento, insomma un gesto qualsiasi,  ma ti accorgi che quella piccolissima cosa ha cambiato l’esistenza di altro umano. Quando capisci che se non c’eri te a farlo la sua vita sarebbe stata molto peggiore di quello che sarà in futuro

7) Il primo bacio di un nuovo amore, il primo sorso di birra quando hai sete, il primo pensiero del mattino, il primo sorriso che ricevi dopo che hai pianto.

Insomma, tutto ciò che ti fa sentire che il futuro esiste e che non è necessariamente uno schifo come ti suggerisce la testa.

8) Quando fai la spesa comprando solo schifezze

Lo so, sembra stonare con tutto il resto. In realtà è un modo di dire: quando non ti prendi troppo sul serio. Quando capisci che non c’è niente di cui vantarsi anche se hai vinto il premio Nobel, quando mandi affanculo tutto e pensi “machisenefrega”. E sorridi. E ti vuoi bene.

9) Quando riesci a gioire per la felicità di un altro anche se hai la morte nel tuo cuore

Perchè sei finalmente riuscito a comprendere che non esisti solo te e il tuo egoismo ma che anche gli altri hanno diritto alla loro felicità che include che tu sia felice per loro anche se hai mille cazzi tuoi a cui pensare che ti corrodono l’anima.

10) Quando ti accorgi che stai ridendo, facendo sesso e filosofeggiando con la stessa persona. E che non vorresti essere da nessun’altra parte del mondo che non sia là. Con lei.

 

Ps: Io ti amo Bobo, se rinasco uomosessuale, ti sposo.

Il mostro di “Vega” (Space Oddity version)

Ogni persona ha un desiderio segreto che non riesce mai, per un motivo o per un altro, a soddisfare. Il mio è  quello di diventare Vegano, o quanto meno vegetariano.  E’ sempre stata una cosa che è in cima alla mia lista dei “to do’s”. Lo vorrei fare per motivi etici. Credo che mangiare la carne di altro essere vivente sia, se uno ci pensa bene, veramente una cosa orribile.  In più, mentre se ancora può essere accettabile il ciclo della vita “cacciatore-preda che può scappare”  trovo aberrante l’idea di allevare per poi scannare polli e maiali. Sembra che, quando un maiale viene ucciso, abbia l’intelligenza di un bambino di 4 o 5 anni e sia in grado di capire che cosa  gli stia capitando. E chiunque sia mai stato vicino a un macello e abbia sentito le urla di quegli animali sa che cosa intendo. Come ebbe modo di dire il grande filosofo Theodor W. Adorno: “Auschwitz comincia quando si vede un macello e si pensa: ‘sono solo animali’”.  E per citare anche Leonardo da Vinci: “verrà un giorno in cui uccidere un animale sarà considerato allo stesso modo che uccidere un essere umano”.

Allora, perchè non riesco a cambiare? Beh, perchè sono un invertebrato, senza palle. La dimostrazione più lampante di come la strada per l’inferno sia lastricata di buone intenzioni. Soprattutto sono un drogato. All’ultimo stadio. Provate a chiedere a uno che ha nelle vene eroina da quando è nato, se si può accontentare di metadone e vedrete. Per gente come me non c’è più speranza.  Solo cercare di limitarsi. C’ho provato almeno cinque volte a disintossicarmi per diventare una persona civile. L’ultima volta ho battuto il mio record: sono riuscito a durare addirittura una settimana.  Una settimana di seitan dovrebbe garantirmi il paradiso. Una settimana di seitan è peggio di un mese a Guantanamo. Una vera tortura.  Sono però crollato davanti al profumo di un panino con la porchetta che un mio amico, vero spacciatore di bovini, mi ha fatto passare sotto il naso dopo che io avevo giurato che avrei resistito a tutte le tentazioni. Il bastardo godeva nel vedermi gemere e poi supplicare per un pezzetto di cotica che lui mi ha regalato con il gusto di Lucignolo che sa di aver riportato Pinocchio sulla cattiva strada. So come si sentiva. Era capitato anche a me la stessa cosa. Una volta ho avuto una storia con una donna buddista. Una vera vegetariana, una pasionaria. Tempo pochi mesi ed ero riuscito a contaminarla. La vestale si lasciò convincere a cucinarmi e poi a mangiare dei succulenti manicaretti a base di porco e cacciagione varia. Avevamo raggiunto un grado di follia tale che, in intimità, anzichè dirci le solite “maialate”, ci eccitava chiamarci l’un l’altra: “Besciamella mia” o “Bella Mousse di mamma” mentre lei mi ricambiava con “Polpettone mio” anche se l’orgasmo lo raggiungevo quando mi sussurrava all’orecchio “sei il mio Ragù di carne”

Scene tratte dal film “Un pesce di nome Masticone”.

Mi è tornato in mente tutto questo ieri, in uno dei momenti più brutti della mia vita.  Ho firmato la proposta di vendita di casa dei miei, quella in cui sono cresciuto. In realtà svenduta solo per fare casa e dare una chance all’azienda. Sarebbe troppo difficile spiegare le sensazioni che mi sono passate nel cuore. Le immagini di mio padre che, per pagare il mutuo che avevano accesso per comprarla, si è spaccato la schiena e si è beccato una depressione formidabile dalla quale non è mai piu uscito e che poi l’ha portato alla tomba e mia madre che faceva qualsiasi cosa pur di tirare la cinghia e risparmiare per farci andare avanti. Perderla, praticamente regalandola, solo per raccattare qualche soldo utile a superare la crisi economica è una cosa che non auguro a nessuno. Ora,già detta così, sarebbe durissima e, nella mia dabbenaggine, ero convinto che Dio si ritenesse soddisfatto di avermi umiliato a questo modo. Insomma, dai,  poteva anche bastare. Invece il signor Universo aveva preparato per me l’effetto speciale. Perchè, in effetti, esiste una cosa peggiore che svendere la casa della tua giovinezza e che è costata una vita di sacrifici ai tuoi.  Proprio così. Ed è vendere quella casa a qualcuno che, in cuor tuo, veramente disprezzi! Per fare un paragone blasfemo è  un po’ come portare personalmente tua figlia a farsi scopare da un mostro, solo per guadagnare quattro soldi per tirare avanti.  Il tipo in questione, in realtà, qualora non lo si conoscesse, potrebbe sembrare anche un innocuo uomo anziano, con problemi di udito, una moglie che non smette un secondo di ragliare e la prostata che gli sta per presentare il conto. Io però so chi è.  P. era un amico del mio vecchio, uno che giocava a carte con lui al bar che mio padre frequentava e che sapeva benissimo i sacrifici che lui aveva fatto e pure le difficoltà che sto affrontando adesso io e, lo stesso, voleva a tutti i costi la casa a quasi metà prezzo. Non sapevo che c’era lui dietro. L’ho scoperto troppo tardi. Di nascosto era andato all’agenzia immobiliare dove l’avevo messa in vendita e abbiamo avuto una lunga trattativa per interposta persona. Ketty, la mia amica agente, una furbettina che conosco da anni, me l’aveva tenuto nascosto.  Pecunia non olet, deve aver pensato. Dopo mesi in cui non c’era stato nessun altro vero interessamento e visto la gravità della mia situazione avevo deciso di dire si all’offerta indecente. Con molto rimorso nel cuore. Non avevo mai pensato che avrei potuto accettare la proposta di qualcuno che ti mette la pistola alla tempia e ti dice “O la casa o la vita”. Quando ho scoperto chi era l’ignoto acquirente, per un attimo ho pensato di mandare tutto a monte. Ero  arrivato già incazzato per come si era comportato durante la trattativa cercando di prendermi a tutti i costi per il collo e, scoprire che era lui, che mi ha visto crescere ed era presente pure al funerale dei miei, mi ha fatto quasi vomitare. Quei quattro soldi che mi avrebbe dato però mi servivano troppo per potermi permettere un atto di orgoglio.

Ground control to major Masti, Ground control to major Masti Take your protein pills and put your helmet on 
(Ten) Ground control (Nine) to major Masti (Eight) (Seven, six) Commencing countdown (Five), engines on (Four) 
(Three, two) Check ignition (One) and may gods (Blastoff) love be with you

L’ho visto giungere dalla grande finestra dell’agenzia e si muoveva in modo strano. E’ evidentemente un seguace di un famoso movimento culturale d’avanguardia che da anni, mimetizzandosi da robaccia da balera, plasma menti e coscienze. Il ballo liscio. Il famoso pezzo di merda P. è  così entrato nella stanza con un passo che sembrava che stesse danzando una mazurca. Relevè, Relevè. Un-due-tre, Un-due-tre. Raul Casadei sarebbe orgoglioso di lui. Poi mi ha sorriso e ha aperto le braccia come a dirmi “C’est la vie””. Mi sono sentito una caccola, piu o meno come i Pink Floyd, quando scrissero “A momentary lapse of reason” per scrollarsi di dosso il fantasma pesante di Roger Waters. E non mi consola affatto sapere che, dopo quell’album, i Pink Floyd hanno fatto pure puttanate peggiori. Ho deciso allora di essere zen e di tenere un contegno. Volevo essere all’altezza del supplizio che il signor Universo mi aveva regalato. Ho sempre ammirato coloro che sul patibolo, per quante mostruosità hanno compiuto nella vita, si comportano come dei galantuomini e così sono diventato coprofago, uno d’annata intendo e mi sono abboffato di lei fino a diventarne satollo. E se non è essere vegano questo…

This is major Masti to ground control, I’m stepping through the door And I’m floating in a most peculiar way And the stars look very different today Here am I sitting in a tin can far above the world

Poi mi ha detto: “Apperò, hai perso altri capelli eh?”. Un vero simpaticone. Un sorriso di plastica sulla mia faccia messo con una fatica indescrivibile non l’ha dissuaso dall’andare avanti: “Secondo me hai avuto un tracollo sai?” e ride. L’ ho guardato con sdegno e gli faccio: “Puoi allora chiamarmi Tracollo Do-no-sor, se ti piace di più”. Lui, ovviamente, non capisce la battuta. Anzi non capisce un cazzo, ma questo non conta.  Pensa allora di tranquillizzarmi:  “Gli affari sono affari. Niente di personale” chiosa serio. E, mentre Ketty scrive la proposta finale che avremmo dovuto firmare , P. si mette a parlare, con la moglie che gli stava accanto, e a discutere di magnate e bagordi straordinari. Di bisteccone e rosticciane e tutta la gamma di serie che, se solo me l’avesse a suo tempo la buddista, sarei venuto senza nemmeno toccarla ma che, detto da lui, mi manda in “bestia”. Giusto contrappasso.  Lui non è vegano. E’ però un mostro di Vega, il pianeta da dove venivano i mostri che attaccavano Goldrake. E sentire i suoi refrain, i magna che ti rimagna, mi ha fatto venire a schifo pure l’amata porchetta. A quella merda  è venuta la gotta al cervello. Ketty gli chiede al volo dei dati e lui, debole all’apparato acustico non capisce. Ketty ripete e lo scemo ride sgangherato senza motivo. Ride grasso come un uomo non dovrebbe mai ridere quando sta rubando qualcosa a qualcun altro, anche se la rapina è legale, e dentro la sua bocca vedo agnelli uccisi con pistolettate di chiodi alla testa e sento maiali che urlano al macello. E il silenzio dei bovini mi chiede giustizia. E allora decido di vendicarli tutti.

Alabarda spaziale.

Lo guardo e gli dico:

«Sai se slasti la zattera?»

«Eh?» risponde il beota.

«Poppa. Perché mi hai fangato la Mara?»

«Eh?»

«Poppa. Scusi ma mi sembra un po’ abnoido, forse anzi sbristi?

«Eh?»

«Poppa. Ibrahimovic?»

«Eh?»

«Oh basta, per Dio» interviene Ketty che pur capendo il perchè lo stessi facendo urla «Masti, ma sei scemo?  ti sembra il caso di fare la supercazzola adesso?» P. con la velocità intellettiva di un bradipo in letargo capisce solo quest’ultima parola e si incazza con lei:

«Lei come si permette di darmi dello scemo e di offendermi?»

«No, guardi, mi scusi io stavo dicendo a lui…» fa indicando me.

«No, no, non faccia la furba. Ho capito benissimo. Lei ha usato anche la parola cazzo, oltre che scemo. Io la denuncio sa?.»

«Ho detto supercazzola, che è diverso..»

«Lei è una maleducata, le va bene solo perche sto facendo un grande affare altrimenti non finiva qua»

Io e Ketty ci guardiamo e abbiamo lo stesso pensiero. Se lo merita, di essere ucciso intendo. E  così gli dico:

«Ma Dersu Uzala ha letto i Prosposi Messi?»

«Eh?»

«Poppa» diciamo all’unisono io e Ketty dandoci il cinque immaginario., per un nuovo patto di sangue e di amicizia, di cui, so bene, presto mi pentirò. Siamo una perfetta coppia di cattivi da hard boiled americano.

Per contrastare il nostro strapotere culturale è intervenuta la moglie del mostro che ha prosaicamente chiesto di firmare il tutto e sciogliere la riunione. Al momento in cui ho preso la penna in mano per apporre la firma che avrebbe sancito la fine dei sogni che furono dei miei tanti anni fa sento un mancamento

Ground control to major Masti, your circuits dead, there’s something wrong 
Can you hear me, major Masti? 
Can you hear me, major Masti? 
Can you hear me, major Masti? 
Can you…..

Firmiamo, senza fiatare, senza parlare senza fare un cazzo.

Quando si muore dentro, si muore quasi sempre cosi.

Esco di corsa. In realtà scappo. La vergogna del fallimento mi prende alla pancia. A furia di magnarmi porchetta e affini mi sono magnato anche l’eredità dei miei. Almeno fossi  bulimico. Mi guardo attorno e tutto si sta muovendo nello stesso modo che poche ore prima. Non frega niente a nessuno. E io mi sono messo a guardarlo decidendo di lasciarmi andare.

Here am I sitting in my tin can far above the Moon Planet Earth is blue and there’s nothing I can do