E se ti prendo, brutto bastardo…

Non so voi, ma io ho una serie di dubbi amletici clamorosi che  contribuiscono a rendere la mia vita insostenibile. No, non parlo dei classici  “Chi sono?” “Da Dove vengo?” , “Dove sto andando?”. Quelli oramai li ho superati da mo’. Più o meno.  Parlo di cose come: “Ma i cani inglesi o francesi ecc.ecc. (e tutti gli animali in genere) abbaiano in inglese e quindi non si capiscono con i cani italiani oppure non ci sono dialetti?” O anche “Perchè non esistono cibi confezionati per gatti al sapore di topo”. Insomma cose così. Tra le tante, quella  tuttavia che più di tutte mi tormenta da tempo immemore è un’annosa questione alla quale, nonostante anni di profonde meditazioni, non sono mai riuscito a dare una risposta meno che miserabile: “Cosa cazzo ci troveranno gli americani nella Root Beer?“. Chiunque sia mai stato in America sa di cosa sto parlando. La Root Beer è per me ancora un grande enigma. Forse, il vero terzo segreto di Fatima. Una birra che non è una birra ma solo una bevanda al gusto di sciroppo che mia zia mi dava da piccolo per togliermi la tosse e che loro bevono come noi beviamo il chinotto.

Non ho mai aperto il capitolo America della mia vita (a parte un piccolo accenno in Crossroads). Se lo facessi dovrei dedicarci un blog ad hoc e non mi pare proprio il caso. Forse dovrei invece scriverci un libro sopra e sono certo che, con la giusta casa editrice diventerebbe un best seller internazionale, perchè l’America come l’ho vissuta io, credo pochi altri. Nel bene e nel male. Altro che Beppe Severgnini un genio della mala che è riuscito a scrivere quindici libri tutti uguali, clonandoli  dal primo. Non intendo comunque farlo adesso, occorre però che dica qualcosa per spiegare perchè  oggi mi girano così tanto le palle.

La mia prima moglie era (è) americana. Ho vissuto là per un po’ e ci sono poi andato migliaia di volte a trovare la  figlia che abbiamo fatto assieme e che ci vive ancora con la madre, non sapendo una parola che è una di italiano. Anzi no, una la sa, ma solo perchè mi sono impuntato. L’onore è onore, cazzo. Un giorno, infatti, in una delle mie “visitation”, lei mi guarda seria e mi dice che deve parlarmi di una cosa fondamentale. “Boia deh” penso, non era mai successo “sta’ a vedè che ha capito che to be italian is cool“, invece  (in inglese obviously) mi colpisce alla schiena:

“Sai c’ho pensato molto su e ho deciso che da oggi voglio solo chiamarti Dad”.

“Daddy ‘na sega, bimba. Tu continui a chiamarmi  “babbo” e bada di non farmi più incazzare sai…” Ir budello di tu’ ma’, was included, ma quello non l’ha preso.

No perchè già che devo accettare cose inaccettabili quello non me lo togli, porca troia. Di che parlo? Ad esempio che lei è stata cresciuta da quella matta della madre come luterana. Che ogni volta che ci penso mi viene in mente quella barzelletta da caserma sulla moglie del martin luterano e ci sto male. Essere luterani a Salt Lake City, Utah, è come dire però di essere di destra se uno vive a Livorno oppure, che so, urlare “Forza Lazio” in un bar frequentato da ultras della Roma. Perchè la città sul grande lago salato è la capitale dello Stato più assurdo che esista al mondo. Quello dei mormoni. Un pianeta alieno al sistema solare dove viverci significa abdicare all’uso del cervello.

Non voglio apparir blasfemo ma questa semplice considerazione porta con se una miriade di assurdi e curiosi corollari che ad una persona nata e cresciuta nel mondo occidentale “normale” possono far sbellicare dalle risate oppure accapponare la pelle. Del resto, all’interno degli stessi USA lo Utah è sempre stato considerato un posto “particolare”, da guardare con sospetto e diffidenza. Questo perché nello Utah i mormoni hanno cercato di far passare, proprio come i cattolici in Italia, leggi civili che rispecchiano la loro cultura e il loro credo religioso. E quindi anch’essi hanno i loro Giovanardi e i loro bei “Casini.” Ora, se già provare a credere in un qualche essere sovrannaturale è francamente esercizio molto difficile, la religione mormone, senza offesa per nessuno, è quanto di più anacronistico e impossibile da bersi sia mai stato scritto. Nasce a metà ottocento con un avventuriero in cerca di soldi e fortuna, Joseph Smith, che un giorno riceve l’illuminazione. Dio in sogno gli dice di scavare sotto una montagna dell’Illinois dove dentro ci avrebbe trovato i libri d’oro della rivelazione “vera” della parola del Signore. C’era solo un piccolo problemino: questi libri erano scritti in una lingua sconosciuta. Una lingua celeste.  Allora succede “o ‘miracolo”. A Joseph Smith appare un angelo del Signore che gli presta un paio di occhiali che hanno il potere magico di regalargli il dono delle lingue e con i quali traduce finalmente il testo che è diventata la loro Bibbia: Il libro di Mormon. Per far su qualche dollaro, il tipo, cercò di venderlo a un po’ di creduloni e, visto che ci sapeva fare, riuscì pure a convincere un manipolo di persone a fare comunella con lui. Tuttavia, dato che con il loro modo di fare rompevano un po’ troppo le scatole a tutti, vennero cacciati da dove si trovavano e perseguitati fintanto che, cacciati sempre più a ovest, nella via verso la California trovarono quello che è attualmente il territorio dello Utah, ci si fermarono e fondarono la loro Chiesa.

In poco più di un secolo la Chiesa Mormone è diventata però una potenza economica formidabile. Ogni suo adepto infatti, compresi i bambini che ricevono le mance dai genitori, deve darle il dieci percento delle proprie entrate. Oltre a questo tutti i ragazzi sono tenuti, a carico delle rispettive famiglie, a fare per un anno i missionari per il mondo per convertire nuove persone per poter permettere alla Santa Madre Chiesa di poter ingurgitare ancora più soldi. Inutile sottolineare che niente si muove in quello Stato che la Chiesa Mormone non voglia e quindi anche il legislatore è stato obbligato a far passare alcune leggi che non trovano riscontri in altra parte del Paese. Ad esempio il divieto dei ristoranti di servire alcolici perché secondo la loro religione il corpo, tempio di Dio, deve rimanere puro di alcol e caffeina e tabacco. E la stessa poligamia, ufficialmente combattuta perché reato federale, di fatto è accettata e non osteggiata fin quando non palesemente manifesta. Che siano più megalomani di quanto siamo noi cattolici, che già non scherziamo, lo dimostra il fatto che tutte le vie di Salt Lake City sono chiamate in funzione dalla distanza che hanno dal Tempio, la loro basilica di San Pietro per intenderci, sede ufficiale del culto, la cui entrata è assolutamente proibita ai non battezzati secondo il rito sacro . Insomma non ci sono Vie Verdi o Via Garibaldi o magari Via Abramo Lincoln. E’ stata invece disegnata una griglia basata sul concetto di latitudine e longitudine. E il grado zero non è il meridiano di Greenwich nè l’equatore, quanto proprio il Tempio stesso. Quindi un indirizzo di una qualsiasi famiglia, non importa se ebrea, cattolica o musulmana è composto da due coordinate che indicano la sua precisa distanza dalla sede del culto mormone. Evvai. Del resto da gente che quando muore è convinta prima di andare in viaggio premio su un pianeta che si chiama “Cola” e poi di diventare Dio in un altro universo che ci si può aspettare? Sono poi super reazionari. I gay sono trattati come sub umani, la vittoria di Satana su Dio. Un mio amico mi raccontò di aver subito anche un raid fascista punitivo perchè non voleva essere “curato”. E la famiglia non ha nemmeno voluto che sporgesse denuncia. Le donne sono per lo più solo mezzi per procreare e far da mangiare e nella scala sociale vengono solo prima degli eventuali schiavi (i mormoni sono sempre stati contro l’abolizione dello schiavismo). Cose orribili. Una delle cose che invece mi ha sempre fatto sbellicare dalle risate è l’affermazione (giuro…controllate se volete) che Gesù tornerà come predetto dalle Sacre Scritture, ma quando succederà capiterà NECESSARIAMENTE senza nessun dubbio sul suolo del continente americano.

Per chiunque si rechi in visita o pellegrinaggio è aperto  un tour turistico alle dependance del Tempio stesso che viene offerto, in tutte le lingue, da missionarie poliglotta venute da ogni parte del mondo a servire la Chiesa per il  “servizio militare” previsto prima di diventare moglie e madri. In genere giovanissime. Per i mormoni infatti la donna ha quasi esclusivamente questo ruolo e se, Dio non volesse, una è invece sterile o talmente brutta da non trovare marito velocemente viene quasi sempre emarginata dalla comunità. Il tour di presentazione della loro Chiesa si conclude con la richiesta di informazioni che poi vengono spedite ai missionari sparsi nel globo affinché  il turista tornato a casa propria venga assalito da essi con continue e ripetute visite stile testimoni di Geova. In cerca di soldi ovviamente.

Confesso che  io  quando mi trovo in città, avendo quintali di tempi morti amo fare l’emigrante cazzaro. E così ci finisco tutte le volte a fare il giro del Tabernacolo e del Tempio ben sapendo che, alla fine dello stesso, le cortesi signorine mi chiedono sempre di lasciare  le mie generalità che io dò sempre immancabilmente fasulle.  Ho questo, come dire, vezzo di dare sempre quello di un qualche mio amico, che senza sapere il perché, si vede così arrivare di continuo solerti missionari che sono appiccicosi come pochi e non mollano mai l’osso anche se vengono trattati male. Del resto hanno in mano informazioni (false) che parlano di clamorose conversioni di un italiano passato da Salt Lake City. Che dal loro punto di vista significa soprattutto, donazioni di denaro.

Il fatto è che da qualche giorno anche io sono tampinato, marcato a uomo, da una squadra di missionari mormoni che cerca di convertirmi e di spillarmi dei soldi. Hanno persino il mio numero di cellulare e mi chiamano tre volte al giorno per fissare appuntamento al loro tempio qua da noi o a casa mia, oppure hanno detto che vengono pure in ufficio a trovarmi. E non mollano. Dicono che hanno saputo della mia conversione e che sono molto lieti di poter avere un nuovo fratello scemo pronto a sganciargli quattrini.

Ora, ed è questo il senso del post, se becco lo stronzo che ha fatto il giro a Salt Lake City lasciando detto che mi sono convertito dando pure il mio cellulare dicendo che io voglio essere parte del mondo mormone ma che sono timido e mi vergogno gli faccio un culo come un paiolo…

sallo.

Io un un sospetto su chi può essere stato ce l’ho. Il bastardo.  Eppure si proclama cristiano e invece di porgere l’altra guancia mi ricambia il favore?

bleah, in che razza di tempi viviamo.

La mia New York

Chiunque abbia un po’ di familiarità con You-Tube sa che è prassi comune, in quel luogo, fare video in risposta a qualcun altro che ne ha fatto uno prima di te. C’è addirittura una funzione nel motore che regola quel grande Circo Barnum che consente di evidenziare questa cosa.

Allo stesso modo questo POST è fatto (e dedicato) in risposta a un altro di una cara amica che ne ha recentemente scritto uno.

Questo è il suo: http://dearmissfletcher.wordpress.com/2012/02/27/new-york-new-york/

Per la verità è stata proprio Miss Fletcher a chiedermi di scriverlo. Personalmente non mi sarei mai permesso di scriverle sopra alcun che. Lei è un fenomeno di bravura e quel suo articolo qua sopra che vi consiglio di leggere è di una bellezza talmente raffinata e onirica che andava proprio bene così.

Però lei è una tipa tignosa e ha talmente insistito perchè voleva sapere da me le mie impressioni meno fantasione e più reali poiché, per alcune circostanze curiose della mia vita, New York l’ho davvero vissuta e dove sono stato moltissime volte, che alla fine ho deciso di dirle di si.

L’ho fatto per paura. Poiché, voi tutti sapete, che Miss Fletcher (la signora in giallo) è pericolosissima. Ovunque lei vada muore qualcuno. Non ci sono cazzi, arriva lei e ci scappa sempre il morto ammazzato. Quindi per evitare che venisse a Lucca da me a convincermi di farlo, eccoti accontentata cara Miss.

Comincerò dicendo che io amo New York.

Chiunque abbia dentro di se i germi del mondo occidentale e non si sia già lasciato conquistare dal potere di Siddharta non può che amare la città che non dorme mai. Forse è roba da ragazzi. Ancora oggi, come quando ero piccolo e guardavo le foto dei grattacieli o leggevo le storie e i libri su di lei, penso che forse “over there”  ce la si possa davvero fare a conquistare quel sogno americano che tanto ossessiona, più o meno inconsciamente, tanti di noi.

La prima volta che sono sceso dall’aereo al JFK, uno degli aeroporti peggiori e più pericolosi della terra, la prima sensazione che ho avuto, la primissima in assoluto, la ricordo ancora: era tutto grosso il doppio di quanto avevo in mente io nella nostra cara Europa! Le macchine, le strade, le insegne, persino gli uomini e le donne. Tutto over-size.

E poi vieni immediatamente catapultato in un formicaio umano dove il cartello “Adesso sono cazzi tuoi” è messo in bella vista affinchè tu non ti faccia soverchie aspettative su ciò che ti aspetta. Homo homini lupus di hobbesiana memoria è stato scritto e pensato in funzione della grande mela. E capisci il senso del famoso detto “se ce la fai qua, puoi farcela ovunque”

Eppure, nonostante questo, cominci a percepire dopo poco tempo che, per assurdo, la vita a New York non è più alienante di quanto non lo sia in metropoli come Milano o Roma. Perchè New York non è America. New York è New York. E’ la capitale del mondo. Gente di ogni razza e censo e milioni di immigrati, spesso clandestini, sono là a correre con te. Non contro di te.

Non sempre almeno.

Quello che noi chiamiamo New York poi è l’unione di cinque (mega) città diverse che vivono separatamente e che stanno assieme unite con lo sputo: Manhattan, l’isola che quasi tutti fanno coincidere con l’idea di N.Y. è solo una di esse assieme al Queens, a Brooklyn, a Staten Island e al Bronx.

Ma perchè amo New York e perchè ogni volta che ci torno mi lascio travolgere dalle stesse emozioni un po’ candide? Perchè mi sorprendo ancora oggi a invidiare chi vive lì? Chi la sera di Natale torna a casa con l’albero sotto la neve di New York? Chi la mattina si affaccia alla finestra di New York?

L’ho già detto, è roba infantile. Alla mia veneranda età e dopo averla vissuta mi emoziona ancora l’idea di girare in carne e ossa per quello scatolone magico di cui conosco ogni angolo attraverso cento libri: da O.Henry a Miller, a Saul Bellow, per non parlare di Simenon che ha scritto uno dei libri più belli di sempre proprio ambietandolo a Manhattan; cento documentari, dal lunedì nero di Wall Street all’ultimo black-out; mille film, da Frank Capra a Scorsese a Woody Allen; diecimila telefilm con Serpico, Kojac, Forrester, NYPD, C.S.I.

Un’analoga emozione l’avrei provata se mi fossi trovato a tu per tu con Marilyn Monroe e Gary Cooper. Sono un provinciale. Mi piace sentirmi un maledetto provinciale, illudermi che la realtà sia come me immagino.

Per questo ancora nel 2012 farei l’emigrante a New York: non cercherei un posto, cercherei un’altra vita.

Rimuovo l’ovvia considerazione che, dopo un mese, facendomi la barba a un trentottesimo di West Side, vista sul Central Park, ritroverei la mia solita faccia, le solite angoscie o noie o brevi speranze come al quinto piano del quartiere S.Anna a Lucca dove vivo adesso.

Poichè l’esistenza mi appare come un disegno comprensibile sospeso in un vuoto incomprensibile mi attira quel capolavoro di non senso esistenziale che è New York. Fendere la folla della Madison, sentirmi un intruso che intralcia quella marea frenetica che corre a vendere a comprare, ad addizionare col calcolatore, a dire O.K., d’accordo così. Osservare una signora in pelliccia che si sbraccia per fermare un taxi.

E all’improvviso avere la netta sensazione che non si sia fabbricato il taxi per servire la signora ma che New York abbia fabbricato la signora per far funzionare il taxi; e che continui a fabbricare esseri umani (ragazzotti in pattini a rotelle e cuffia stereo, genitori-bambini con infante nel passeggino, vecchi tristissimi, fanciulle lentigginose col trequarti trapuntato, madame in visone e zoccoli, negri barboni e negre ossigenate, tipi manageriali ecc.) perchè facciano funzionare ascensori, scale mobili, negozi di elettronica, slot machine, cancelletti girevoli della subway, piastre elettriche trasudanti hamburger, reparti confezioni che mettono il nastrino nel pacchetto regalo.

Il segreto è non spezzare mai questo incantesimo. Non venire mai a vivere a New York.

Passarci una settimana o due l’anno e continuare ad ingannar se stessi: che sogno rifarsi una vita a New York!