Sesso e mondiali di ciclismo 2013

La prima volta che ho fatto sesso e’ stato un secolo fa. Anzi, per dirla meglio, tecnicamente è passato pure un millennio. Non ho ricordi speciali di quell’esperienza. Ho rimosso un po’ tutto. Lei era la classica nave scuola e feci la canonica figura di merda standard. Come da regolamento. Insomma niente di che. L unica cosa che rammento bene e il fastidio che mi dava il freno a mano della Fiat 128 di mio padre che, a causa della mia imperizia mi premeva su un fianco causandomi un fastidio micidiale, anche se, pensandoci adesso, forse e’ stato grazie ad esso che sono riuscito a ritardare di qualche decimo di secondo la fine dell’amplesso. Ho evitato almeno che una chiara sconfitta, diventasse una disfatta in stile Waterloo.

Negli anni a seguire ho perfezionato di molto la mia tecnica. La cosa che oggi  mi riesce far meglio e di cui mi glorio sempre nelle serate da ciucchi con gli amici, quelle in cui ognuno tira fuori il suo pezzo migliore, è che so come portare avanti la conversazione dopo che “l’evento” si è’ concluso. Il divertente e’ che nessuno ci crede.  Pensano che li stia prendendo per il culo. Dicono che è’ impossibile. Nessuno, di coloro che frequento, tra le cui fila, va detto per onestà intellettuale, non è iscritto alcun “irreprensibile padre di famiglia“, può davvero sconfiggere la “tristitia post coitum” e annientare quel desiderio di scappar via che assale il maschio predatore  in fase digestiva. Per tutti loro il T-rex, magna di gusto e poi scappa a rintanarsi per fare il chimo e il chilo. O come diavolo si chiamano.  Nessuno può farci niente.

Beh, io si.

Il più grande sostenitore che io la spari grossa è Luigi S., il mio avvocato. Conosco Gigi da anni. E’ stato avvocato di una mia ex dipendente che mi ha mosso causa inventandosi cose fantasiose al solo fine di rubacchiare qualche soldo extra. La zoccola sosteneva di aver lavorato più ore di quanto era stata poi pagata. Cosa del tutto falsa ma, poiché in questo Paese i giudici del lavoro in genere non stanno a perdere troppo tempo per cause di basso profilo, andando giù con la roncola regalando sempre la ragione al lavoratore,  Gigi mi obbligò ad una transazione extra-giudiziale. Da persona furba e disincantata sapeva bene che ogni imprenditore che si rispetti non fa mai battaglie di principio, tentando invece di limitare il più possibile i danni potenziali. Durante la negoziazione che scaturì ci annusammo e ci riconoscemmo. Un po’ come fanno gli animali. Eravamo parte della stessa maledetta genia di essere umano: “l’uomo ossimoro”. I bipedi che rientrano in questa sottoclasse dei sapiens-sapiens, hanno una precisa caratteristica: sono, allo stesso tempo, tutti d’un pezzo e pieni di contraddizioni. Quella volta persi dei soldi, ma guadagnai un amico. Quando firmammo di fronte alla direzione provinciale del lavoro il tombale di chiusura rapporto, salutò freddamente la sua cliente e mi invitò subito al bar a bere. Mi disse: “Cazzo, amico, mi spiace averti derubato. Ma era lavoro lo capisci no?”

La cosa che mi fa impazzire di Gigi è che, nonostante sia bello come un attore, adora cacciarsi in situazioni assurde con persone improbabili. Potrebbe entrare in qualsiasi bar schioccare le dita e portarsi a letto chiunque desideri e invece preferisce spendere soldi sulle chat line a pagamento dove, però, spesso gioca anche a fare la donna per far eccitare il maiale dalla parte opposta, che non sa che si sta facendo una sega parlando con un uomo. Senza contare che è pure il re del “sex over the phone”.  Nelle serate super alcoliche, quelle in cui ti viene voglia di vomitare e che non capisci che cazzo stai davvero facendo, dato che ti sembra di vivere in un film, ci ha pure fornito anche dimostrazioni porcarecce di tale abilità.  Poi, il giorno dopo, lo si può trovare bello lindo in Tribunale a discutere, con cognizione di causa, di come l’ultima sentenza della corte di cassazione rimetta in discussione il principio di legittimità costituzionale di un qualsivoglia diritto. Stamattina avevo bisogno proprio dei suoi consigli. Una cosa che non poteva aspettare e così l’ho chiamato. Ho sentito un rumore di fondo assurdo e lui che mi diceva che mi avrebbe richiamato. Ho insistito. Era troppo importante. Tuttavia non capivo che cosa stesse dicendo e così mi ha detto che se proprio era indispensabile avrei potuto raggiungerlo, in città, in un palazzo di gran pregio, da una sua cliente.  E così ho fatto, smoccolando come pochi tra i lavori in corso che fervono alacremente per permettere che i mondiali di ciclismo possano partire. Eh si, perchè sabato prossimo ci sarà la cerimonia di apertura proprio qua a Lucca. I mondiali di ciclismo. Quelli veri. Quelli che di solito si vedono in televisione trepidando per i campioni vestiti di azzurro,  che le volte che  prendono bombe migliori degli altri vincono pure. Una cosa ganza ah? Piu o meno. L unica cosa davvero fica  e’ che finora il tutto ha provocato solo esilaranti reazioni a catena. Potrei parlarne per ore, ma mi limiterò a sottolineare la genialità di ri-asfaltare per bene SOLO la strade dove verrà svolta la corsa più importante, lasciando TUTTE le altre  con buche e piene di dissesti che, se non ci stai attento finisci per spaccare ogni cosa.

Quando sono arrivato a destinazione mi è venuta ad aprire la padrona di casa, una vecchia matrona, che con fare ottocentesco mi ha accolto con un sorriso di circostanza, cosa che mi ha permesso di ammirare in tutto il suo splendore la sua dentiera appena rifatta con denti troppo bianchi per essere veri. Qualcosa di lei mi ricordava Katia Ricciarelli, solo un po’ più vecchia. Mi ha fatto strada e ho raggiunto la grande hall della casa dove, assieme al mio amico Gigi ho trovato un gran casino. Un nugolo di persone intente a lavorare. Operai che martellavano, elettricisti che saldavano, meccanici che lavoravano su impianti luce appesi un po’ ovunque con grosse cineprese che scivolavano con panoramiche e zoommate verso aree ancora vuote. La vecchia megera mi dice allora piano:

“Ho affittato il palazzo per una serie di spot televisivi e per un’area interviste per i mondiali”.

Guardo meglio e vedo persone che avrei giurato  fossero regista e sceneggiatori che si insultavano sulle scadenze, sforamenti del budget e via discorrendo. Alcuni operai hanno poi chiesto alcune cose tecniche alla proprietaria che ci ha lasciato per accompagnarli nel luogo dove sono tutti gli impianti della casa. Rimasto solo con Gigi, senza pensare e senza dare alcun valore alle parole, gli ho detto:

“Di’ la verità, ti scopi la vecchia babbiona eh?”

L’ho fatto nel modo in cui avrei potuto dire qualsiasi altra cosa. Che so. “Buongiorno” oppure “Hai visto come c’hanno rubato la partita ieri?”. Insomma solo un mero cik-ciak cameratesco per aprire la discussione.  Lui impallidisce e mi dice:

“Ssshhhhh, zitto, ma sei scemo?”

Per un attimo penso che si sia offeso e mi maledico per non essere stato attento a non ferire i suoi sentimenti. Poi aggiunge:

“Come hai fatto a capirlo?”

Se non stessi vivendo una situazione drammatica che, tra le tante cose, mi ha procurato una paresi facciale che mi impedisce di ridere, mi sarei buttato per terra a grattarmi la pancia e a sbellicarmi dalle risate. Lui allora tenta improbabili spiegazioni:

“Guarda non si può nemmeno raccontare. E’ una vera ninfomane. Una malata  Non mi è mai capitato prima, giuro.”

“Cazzo Gigi, sei te il malato”

“Si è vero, ma tu che puoi capì? tu da quanto non scopi come si deve eh?”

“Ah beh, invece  scopare con un ottuagenaria sarebbe scopare per bene?”

“Non ha ottant’anni, idiota…”

“Nel senso che festeggia il compleanno a dicembre?”

L’arrivo improvviso di una comitiva ha impedito il continuo del colloquio.  Si capiva dal codazzo di gente che lo seguiva a distanza che era arrivato il produttore o qualcosa di simile. Era uno di mezza età, ben vestito con a fianco una sventola che aveva una cascata di capelli biondi, cosce che sembravano partire dalla gola e tette abbronzate. Una, per capirsi, che al confronto una coniglietta di playboy è una femminista incazzata. Gigi mi dice che deve chiudere un contratto con il suo segretario personale e mi molla là in attesa e sparisce da qualche parte. Il Boss  mi passa accanto e non mi si fila di pezza. Ricambiato. Vedo tutti gli altri però che, non appena vengono avvicinati abbassano la testa in segno di rispetto. Le regole non scritte che valgono ovunque. La sensazione forte e’ che nessuno voglia incrociare il suo sguardo perché Dio non voglia quello volesse attaccar discorso, rischierebbe il posto in men che non si dica.  Il tipo in questione sembra la rappresentazione vivente della nota espressione “con il capo non si scherza”. Si fa avanti il regista e dalla sua espressione deduco che ha necessità di una conferma da parte del nuovo arrivato che invece duro gli dice:

“Tutto qui? “

“In che senso?”

“Insomma quanti marchi vedi là dietro?”

“Il regista scruta in lungo e in largo il tavolo e i pannelli già tappezzati con i loghi di alcuni marchi: “

“Cinque”

“Fantastico, sai contare. Ora dimmi quanti sponsor ufficiali abbiamo coinvolto?”

Il regista mormora piano: “Venti”

“Allora perché ne vedo solo cinque? “

“Non vedo dove altro potremmo mettere gli altri in questa fase. Poi nell’altra scenografia sono certo che…”

“Forse qui?” lo interrompe il Boss, indicando un punto in fondo sulla sinistra “Laggiù possiamo anche ficcarci una cazzo di macchina per caffè e un’auto. Te lo devo dire io, cazzone?”

“Eh che a me così potrebbe, come dire, sembrare un po’ volgare, ecco..”

“Volgare?”

“Beh, se tappezziamo di pubblicità ogni cosa qua dentro..appesantiamo il prodotto finale” ribatte il regista

“Appesantiamo il prodotto finale ? Ma porca di quella Troia ascoltami bene, non me ne fotte un cazzo se non si riesce a vedere nient altro che la merda che cerchiamo di rifilare alla gente se questo serve a far incassare anche solo un euro in più . Il tuo problema è che il pubblico potrebbe trovarlo volgare?”

“Si”

Il Boss non lo degna di risposta, si volta verso un altro assistente e gli chiede di dire a quelli della raccolta pubblicitaria di piazzare qualche telefonata e vedere chi fa l offerta migliore per i posti che lui aveva indicato. Poi aggiunge cattivo: “E manda anche una email del mio estratto conto al pubblico (detto in modo ridondante)  e vediamo quanto cazzo lo trova volgare. ” fa una pausa e aggiunge “Fallito di merda.”

E se ne va, seguito dalla “pasionaria” bionda, lasciando un silenzio irreale dietro di sè. Dopo un po’ ritornano Katia Ricciarelli seguita da Gigi. La vecchia mi sorride in modo strano. Vedo che l’avvocato dietro sghignazza qualcosa. Rimango impassibile. La soprano mi dice piano:

“Mi piacciono gli uomini mezzi pelati sai..”

Non mi infastidisce tanto il passaggio al “tu” quanto quell’affermazione sul fatto che la mia testa sia oramai quasi una piazza d’armi. Le faccio una smorfia. Lei allora aggiunge:

“Mi ha detto l’avvocato che mi trovi interessante. “

Guardo Gigi che si sta spanciando dietro di lei e capisco che cosa ha fatto il bastardo.

“Si in effetti è una donna di gran classe”

Lo ammetto, come so mentire io, nessuno mai.

“Dammi pure del tu e chiamami tigre. E pensa che con me non avrai neanche bisogno di portare avanti la conversazione….dopo…”

“Ah ecco… senti avvocato dobbiamo parlare…” dico allo scemo.

“Se vuoi prima ti faccio vedere la casa.” rilancia la tigre. Fulmino con gli occhi Gigi e le rispondo:

“Grazie, grazie mille signora, guardi, è come se avessi accettato. Adesso devo proprio andare.”

Ho preso e sono scappato via, seguito poco dopo dal mio amico che si è preso un bel po’ di randellate ma poi, come capita spesso di questi tempi, si è finiti a parlare al bar dei miei problemi. Prima di lasciarmi mi dà una pacca sulle spalle e mi dice: “Capisco tutti i tuoi casini sai? pensa che c’è un tizio che conosco che è diventato impotente a causa dei problemi di lavoro. Dice che è comunque una cosa temporanea.”

“Se non voglio scopare il puttanone non vuol dire che sia impotente, stronzo.”

“Le seghe, amico, non valgono, ricordalo”.

Ed è volato via sulla sua Torpedo Blu.

In effetti, pensandoci bene ha ragione lui.

La prima volta che ho fatto sesso è stato un secolo fa.

L’ultima? e chi se lo ricorda….

vecchi

Le ultime da “I discutibili”

picdisc

 

1) IntesoMale, poeta maledetto, figlio non riconosciuto di Arthur Rimbaud e di Poetella, ha deciso di regalare a tutti il vero quadro familiare del nostro super Gruppo

http://discutibili.com/2013/07/19/vi-presento-la-mia-famiglia/

 

2) Masticone, per non scordare, http://discutibili.com/2013/07/19/maricica-hahaianu-romania-1978-roma-15-10-2010/

 

3) Red Poz, dai suoi amici Khmer , http://discutibili.com/2013/07/19/in-cambodia/

 

4) E, poi LUI, il vero Re dell’Universo, 83 chili di cervello buono per il pappone dei cani, ma un cuore più largo del culo di Fata Chiattona, l’unico e immarcescibile, B O R T ammoniacal, http://discutibili.com/2013/07/18/fuga-da-orio-al-serio-e-dai-suoi-ultras/

 

 

www.discutibili.com

Sta partendo un piccolo/grande progetto.

Gente di grande qualità (a parte me) che vuol provare a fare qualcosa di diverso.

Con il cuore e senza pensare troppo alle conseguenze.

Abbiamo bisogno di sostegno.

Il che vuol dire di followers che ci incoraggino e che ci cazzino e ci bacchettino e che dicano, questo mi piace quest’altro no.

Se qualcuno di voi avesse voglia di farci un sorriso, un like, un in bocca al lupo, di iscriversi ancora meglio per supportarci, beh noi tutti ve ne saremmo davvero grati.

Questi i miei ultimi contributi

 

Il sopravvissuto – Masticone 

 

Linda Wolf

Della Malinconia

Uno delle cose più belle che ci ha lasciato Albert Einstein, è il suo famoso scritto sulla crisi, fatto nel 1935, nel mezzo della Grande Depressione:

«… Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere “superato”. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza di essa tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.»

Ogni volta che mi sento giù, questo è uno dei pezzi che amo rileggere per darmi una scossa. Soprattutto ricordarmi chi sono.

Anche se, diciamocelo, si ha un bel dire che la crisi è una benedizione. Certo, in un’ottica di ampio respiro ciò è di certo vero, ma nel brevissimo, nell’immediato, è spesso una gran produttrice di malinconia. Lo “Spleen” è una cosa sulla quale continuo ad avere percezioni ambivalenti. Del resto essa stessa non è univoca. Può dare delle soddisfazioni, è vero, ma occorre anche aver la forza e la capacità di non abusarne perchè, quel sentimento che provoca una tristezza costante, se qualora latente è un compagno di viaggio di inestimabile valore, ciò che Victor Hugo chiamava “la gioia di essere tristi”,  quando però prende troppo campo,  provoca gravissime forme di depressione che possono arrivare a costringere a rimanere a letto malati.

In ogni caso, le persone che più ho amato e che più ho sentito vicino alla mia anima, “soffrivano/godevano” di essa.  Perchè io sono come loro. Gli altri,  quelli che non hanno la minima idea di che cosa stia parlando in questo momento non si rendono mica conto di quale tipo di sofferenza è toccato gestire a gente come noi. I “normali”, infatti, quasi sempre, si convincono che la nostra sia una posa. Un modo di metterci in mostra. Non riescono a comprendere che ci sono momenti in cui noi ci si sente quelli che devono reggere sulle proprie spalle tutti i dolori del mondo. Poi, riacquistata un briciolo di serenità ci rendiamo conto che anche milioni di altri esseri umani sopportano gli stessi dolori e vagano nello stesso labirinto. E per un attimo ci sembra di esser meno soli. Persino in equilibrio. O quasi. Fino a quando, proprio come il ciclo delle stagioni, la malinconia riprende piano piano campo e torniamo a essere come Atlante.

E lei, la maledetta, colpisce alle spalle quando meno te l’aspetti.

Capita così che guardi passare una banda di paese con le majorettes improbabili che sgambettano incuranti della loro cellule impazzita o della mancanza di grazia che le permea sin dentro l’anima e che, dopo averci fatto una grassa risata sopra ,vieni assalito dall’“umorismo pirandelliano”.  Il sentimento del contrario. Quello che ti fa piangere e che trasforma la comicità, appunto, in umorismo. E  cosi vedi che proprio accanto a te c’è il fidanzato della “supersized”. Quella che sta in mezzo al gruppetto di smandrappate, la cui ciccia traborda i vestitini da parata, e le cui zampe sembrano quelle di un maiale da squartare per farci il prosciutto. La stessa per cui hai riso di gusto prima. E senti che lo stronzo da fuori le urla che deve muoversi in modo più sexy e ammiccante perchè così proprio non va. E ti giri e vorresti sparargli una papagna proprio sotto il naso per poi suggerire a lui di muoversi un pochino più sensualmente adesso. E invece ti paralizzi e non fai niente che non sia tornare a guardare quella donna con grande disagio. Capisci il suo dramma e ti vengono gli occhi umidi perchè ti vergogni di aver riso di lei. E vorresti fare qualsiasi cosa per poterla salvare da quel destino da bestia da circo che le hanno costruito addosso. E sai invece che non puoi fare niente. E cosi torni a casa e ci pensi. Per giorni. Per quanto ti sforzi di non farlo, quell’immagine torna a farti visita. E stai male. Come un cane. E la gente attorno a te, ti chiede, ma che c’hai? sei scemo?

Yes. I am.

E allora fai il clown. Così che tutti si mettano tranquilli e pensino che sia tutto a posto.

Oppure capita che essa, Mademoiselle Melancolie, ti venga a trovare nel momento che proprio non ti aspetti: la sera di Natale!

Ogni uomo normale aspetta la notte di Natale in gloria.

Perchè tutto è bello quella sera. C’è il cenone e la felicità traborda da tutti i lati dell’universo conosciuto. C’è lo scambio di regali e poi soprattutto, che diamine, siamo tutti più buoni la notte di Natale.

Lo dice anche lo spot della Coca Cola.

Siamo tutti in magica armonia.

Evviva Gesù che nasce.

Tu, allora,perchè hai deciso che vuoi essere come gli altri, decidi di regalare tempo ed energia e qualche soldo facendo sacrifici per fare un regalo come si deve alla donna (uomo) che ami. E così, per settimane, pensi a tutte le opzioni possibili e immaginabili che le possano far scaturire quel sorriso che hai conosciuto quando ti sei innamorato di lei. Ti ingegni e fai domande ai parenti più prossimi, ai suoi colleghi e agli amici per capire che cosa possa davvero farla felice e, quando scopri finalmente che cos’è, ti sbatti per giorni per scegliere il pezzo migliore che si può trovare sul mercato compatibilmente con il tuo budget. Con tutto questo bagaglio di esperienza e di emotività arrivi alla sera di Natale pronto a fare il grande scambio.  Sei pompato al massimo dal jingle con l’alberone di Natale e le candele accese e sei convinto che, in quel momento, qualunque cosa possa succedere non cambierà ciò che senti dentro. Cominci però ad avere dei dubbi quando lei scarta il tuo regalo. Il sorriso che aspettavi giunge si. Ma dura poco. Le muore in faccia come un fiore reciso il giorno dopo che l’hai messo nel bicchiere. Non capisci bene, all’inizio. Lei è infatti felice di ciò che le hai fatto. Prova però imbarazzo. E le chiedi che cosa c’è che non va. Ed essa si schernisce:

“No è tutto troppo fantastico. Solo che, ecco, non dovevi. No davvero. Proprio non dovevi. Chissà quanto avrai dovuto ammattire per trovarlo, tesoro. Quanto tempo e quanto impegno c’hai messo”

“Si vabbe ma che c’entra”

“No, hai ragione solo che non dovevi, davvero. Non me lo merito”

E così mentre lei continua a ridere per l’imbarazzo, tu che non capisci proprio di che cosa stia parlando, apri il regalo che lei ti ha portato quella sera, per stare in  magica armonia con te.

E scopri che è un maglione.

Un cazzo di maglione della Upim.

A te, che ami le cose elettroniche, i gadgets, le cose frizzanti e che pensi che il regalo deve essere una cosa inutile altrimenti non è un vero regalo, lei ha regalato una minchia di maglione in offerta speciale, comprato la sera stessa, che fa pure, decisamente cacare.

E pensi mavaffanculo.

E invece sorridi di circostanza, ringrazi come si deve, poi prendi quella merda di maglione e la nascondi in un cassetto che sai che non aprirai mai più.

La malinconia però non sta tanto qua dentro.

No.

La malinconia sta nel fatto che dopo tantissimi anni tu riapra quel dannato cassetto e ritrovi quel maglione regalatoti da una donna che al tempo per te era importante e, guardandolo meglio, pensi che non è poi cosi male. E , nei giorni seguenti, quando hai cominciato a metterlo, ti convinci  che anzi è proprio fico. E che non c’è nessun altro maglione che vorresti metterti se non quello. Perchè è proprio quello che desideri. E lui che ti veste come vorresti sempre sentirti vestito. E pensi che vorresti ringraziare quella donna per ciò che ti ha dato e che tu non sei stato in grado di apprezzare nel momento. Perchè sei uno sfasato e arrivi come il leasing. Sempre dopo. Solo che non sai che fine abbia fatto lei e per quanto ti sforzi di cercarla ti rendi conto che non la potrai più nè vedere, nè abbracciare, nè ringraziare.

Insomma, qual è la morale di tutta questa cosa?

Non lo so. Davvero.

Non ci deve sempre essere una morale, in ogni cosa.

Però mi piace pensare che a volte il Natale non è il Natale e i maglioni non sono sempre maglioni. Possono essere anche esseri umani. E se qualcuno di voi, là fuori, si guarda attorno con occhi consapevoli, forse può fare ancora in tempo a riaprire il suo cassetto e a tirar fuori il maglione che gli fa schifo e che pensa di non mettere mai. Tempus fugit. E magari è più fortunato di me.

E se qualcuno mi chiedesse: ma te Masty, di cosa hai davvero bisogno allora?

I need more cowbells

what else?

:)

Genetica

Non ho mai creduto molto alle leggi della genetica. Cerco di praticare, infatti, quante più forme possibili di resistenza passiva alla “scienza uber alles” che prima o poi dominerà l’intero pianeta. Io lo so. So bene che succederà. E’ solo una questione di tempo. So solo che non sarà il mio.

Eppure, nonostante tutto questo, come sempre, vince lei. Anche quando non ne ha voglia. Anche quando di mostrarmi che lei è Dio, o almeno la sua mano armata è l’ultima cosa che gli passa per la mente. E ancora non è nemmeno detto che l’abbia davvero fatto. Un casino vero? so pure questo.

Ieri sera ero all’ospedale.

Hanno ricoverato mia figlia. Aveva delle convulsioni anomale. Nel taglio indiscriminato di welfare hanno eliminato pure la guardia medica pediatrica e sono finito al pronto soccorso. Quello che tutti conosciamo. Quello “normale”, intasato come pochi da gente come me, con prole annessa, che tra codici gialli, verdi e rossi veniva seguita da medici il cui compito precipuo è stabilizzare esseri umani in fin di vita affinchè possano crepare da un’altra parte. Per come l’ho capita io, con i bambini le loro regole sono basiche: se hanno una febbre imputabile a batteri, antibiotico generico e andare. Se hanno doloretti di ignota natura ma che non suscitano il loro interesse, una qualche minchiata che giustifichi le tre ore di attesa per entrare e un caldo consiglio a vedere il proprio pediatra il giorno seguente. Se infine hanno cose di cui ignorano l’esistenza, ricovero, perche non si sa mai che cazzo ci può essere sotto e non vogliono correre il rischio di essere incriminati da qualche zelante pubblico ministero a decesso avvenuto.

E così siamo finiti nel reparto di Pediatria dove mi è stato chiaro che il timore che avevano tutti era che potesse essere meningite fulminante. Me l’hanno detto come si dice a qualcuno che incontri per caso: “Hai visto che luna piena c’è stasera?”

Routine.

Insomma erano preoccupati ma “con judicio” avrebbe detto il Manzoni. In altre parole solo una rottura di coglioni da evitare.

Quando hanno preso la bimba per portarla a fare analisi particolari di cui ignoro pure il nome sono rimasto in silenzio davanti al lettino della sua stanza non so per quanto tempo. Ho quasi perso la percezione del tempo e dello spazio. Vedere soffrire qualcuno di così caro per un tempo ingeneroso è quasi insopportabile. E mi è tornata alla mente la fine di mia madre che, da lucida, avrebbe voluto le venisse praticata l’eutanasia nel caso fosse diventata quel che diventò, ma che finì il suo tempo su questa terra come una pianta arida senza linfa vitale a cui i medici si sforzavano di dare acqua comunque in ogni caso. Ho continuato a fissare il lettino vuoto davanti a me e sono ripiombato in un vortice di frammenti di memoria. Davanti agli occhi ho rivissuto i flash che più hanno impressionato la pellicola della mia anima durante quegli anni di inferno. Ho composto con la mente un DVD di emozioni indimenticabili e nonostante tutto mi sono sentito di essere un privilegiato solo per il fatto di averle vissute in prima persona, cosa che non è capitata a mio fratello. E poi sono andato ancora indietro nel tempo e ho rivissuto le strette dei suoi abbracci più caotici, risentendo nitidamente il calore che riusciva a trasmettermi. Ho rivisto davanti a me il suo volto scosso da un mare di emozioni intrigantemente altalenanti per le cose, non tutte belle, che mi sono capitate. Emozioni che lasciano il raschio in gola, corde vocali e Santi sollecitati all’unisono. Un cortometraggio che è arrivato a sfiorarmi abissi d’intimità per cui nutro pudore e gelosia. Mi sono emozionato quando sono giunto alla consapevolezza che, nonostante l’assistenza finale, senza dubbio sono sempre io ad essere in debito con quella donna che adesso chissà dov’è, per tutto ciò che mi aveva donato prima. La vista si è fatta umida e le labbra aride, l’imbarazzo mi ha costretto a scendere dal treno dell’emotività. Mi sono rifatto il trucco e ho spento il televisore dentro la mia testa. O meglio stavo  per spengerlo quando il pensiero è andato a ripescare un particolare che contraddistingueva mia madre. Mi sono sorpreso a ricordare che lei usava storpiare le parole e soprattutto a mescolare le poche parole di inglese che ero riuscito a insegnarle con i suoi idiomi italiani su cui  costruiva le sue frasi. Ad esempio, dopo che ero riuscito a passarle che “Vaffanculo”, in inglese, si dice “Fuck off”, lei, per anni, ha continuato a dire, pensando di essere nel giusto “Ma va a Facoffe”. Sono quasi certo che per essa, questo posto, Facoffe, dovesse essere un paesino sperduto nello Utah dove si viveva da cani. Quello che dalle mie parti chiamiamo Monculi scalo.
All’improvviso riportano mia figlia. E’ mezza scombussolata da tutto ciò che le hanno fatto. C’ha una faccia lunga che non rammento di aver mai vista. Il medico però sorride. Mi dice che è una peste ma che hanno escluso la meningite e quindi si tratta di una qualche forma influenzale strana. In altre parole rientra nelle casistiche di cui sopra. Un lieve antibiotico e andare con il suggerimento di chiamare l’indomani subito il pediatra di famiglia.

La guardo e per tirarla su la prendo un po’ in giro. Tanto per farla ridere. E così per giocare le dico:

“You are a weirdo baby”

Lei con un ghigno mi risponde:

“Uirdo sei te babbo e pure ‘sti medici sono super uirdi peggio di te.”

Non riesco a trattenermi e la abbraccio forte, perchè, che Dio mi fulmini, se non funziona la genetica!!!

A testa in giù

E mi dispiace.

No. Davvero.

Tuttavia, poichè oramai manca pochino alla mia completa distruzione psico-fisica-somatica-attitudinale-lirico-inguinale e un lavoro non avrò più e poichè la mia carriera di scrittore non è mai manco decollata e quella da porno star mi crea problemi perchè comincio a essere riconosciuto troppo spesso e quindi la devo finire là, ho deciso che mi butto sulla musica.

Ho scritto una canzone che arriverà in cima alle classifiche del mio condominio ma con il vostro aiuto posso pure puntare a vincere il disco d’oro della circoscrizione dove abito, nella quale c’è il maledetto ferramenta che continua a diffidare di me.

E’ dedicata a una donna.

S’è mai vista in fondo una canzone, troiaio che fosse, che non lo sia?

Certo che se fossi gay sarebbe tutto più facile.

Purtroppo non ho la fortuna di IntesoMale, Edoardo terzo, WishakaMax, Mr.Incredible, Allegria di Nubifragi, Luca, Eddus, Speakermuto e tutti gli altri. Vi invidio cari amici uominisessuali. Vorrei essere come vuoi ma proprio per quanto mi sforzi ancora un mi riesce.

Chissà magari, nella prossima vita.