Io, Anna staccato Lisa, mia nonna e Kurt Vonnegut

Capita a volte che mentre sei impegnato a sparare cazzate o a fare il bagno nelle tue paturnie e nei tuoi piccoli, grandi, drammi giornalieri, qualcosa ti prenda e ti porti via. Schiaffeggiandoti prima, per farti svegliare dal torpore in cui sei caduto e poi facendoti fare un percorso obbligato dove piano piano riprendi coscienza di cose che già sapevi ma che spesso, troppo spesso dimentichi.

Capita cioè che una blogger (Wolkerina) venga a trovarti e ti parli di tutt’altro (Salone del Libro) e ti apra a un mondo che non conoscevi (i malati di cancro).

Cioè si, li conosci. Per sentito dire. Ho pure delle amici che ci sono cascati dentro. Penso a Freedom ma anche a Alter Logos che spesso viene qua a trovarmi. Ma, per quanto voglia raccontarmela, non sono per niente certo di capire minimamente cosa gli ruga dentro l’anima a queste persone. E capita anche che attraverso Wolkerina faccia la conoscenza di una ragazza che amava firmarsi Anna staccato Lisa perché tutti in passato sbagliavano con il suo nome.

Ho detto amava.

Già. Perchè il 4 ottobre dell’anno scorso Anna staccato Lisa è morta.

Non so dire perchè, ma ho passato gli ultimi giorni a rileggermi tutto il suo blog (http://annastaccatolisa1.wordpress.com/) con la gioia di fare la sua conoscenza e la tristezza di averla  irrimediabilmente perduta. Ho pianto e ho sorriso e ho tifato per lei e ho gioito e sofferto con lei. Era, è, come se non se ne fosse mai andata e fosse ancora qua. Curioso diventare amici di una persona che non esiste più. Non nella dimensione di mondo che conosciamo almeno.

Era una donna giovane, attaccata alla vita. Voleva fare tante cose. Sognava un bed & breakfast tutto suo e una fattoria con due asinelli, due caprette, due maiali, due mucche, due papere, due pappagalli, due pecorine, due conigli, due cinghiali, tante galline, tanti gatti, due cani e tante, tantissime api.

Era attaccata alla vita. E aveva ragione.

Ora, io non mi capisco. Davvero, giuro che non ce la faccio. Pochissimi neurochirurghi al mondo forse ci riuscirebbero, ma, fatto sta, che Anna staccato Lisa mi ha fatto ricordare mia nonna. Ero poco più che un ragazzo e lei invece era nel suo letto di morte e, al tempo, a me sembrava vecchissima. Si lamentava in continuazione e ricordo che un giorno la mamma, stufa di sentirla discorrere a quel modo le disse di smetterla. Le disse che la sua vita lei l’aveva vissuta e che in fondo c’era chi stava molto peggio di lei senza avere una speranza di vita nonostante fosse ancora molto giovane e che non aveva diritto di lamentarsi troppo a quel modo.

La nonna allora stupì tutti e si sollevò sul letto e rispose, ricordo ancora, in modo fermo e deciso:

“Che cosa c’entrano l’età e la vita, la percezione che ognuno di noi ha della propria malattia e della propria sofferenza è totale e non lascia spazio per considerare quella di un altro. Non può essere paragonata da un individuo a un individuo.”

Poi mi guardò e sorridendo amaramente aggiunse:

“La voglia di vivere è identica a 14 anni come a 80.”

E aveva ragione lei. Ora lo so. Perchè solo per il fatto che uno ha 80 anni deve rinunciare ad avere la speranza di una vita lunga e senza sofferenza? Una persona a 80 anni può avere ancora una straripante voglia di vivere.

E di nuovo la mia testa è presa a vagare. Così senza costrutto. E mi sono ricordato che ognuno di noi quando nasce ha un’aspettativa di vita. Secondo l’Istat e quindi per il sistema pensionistico e assicurativo italiano è di 79 anni per gli uomini e 84 per le donne. E fare il conto è stato facile. A me restano 30 anni di vita. In altre parole un cazzo di niente. O poco più. Ricordo ancora com’ero 30 anni fa. 30 anni fa ho fatto la maturità e a me sembra appena ieri l’altro. E alcuni dei miei compagni di allora se ne sono già andati. Questo vuol dire che tra un paio di giorni sarò a 79 anni e anche io dirò tanti saluti al mondo.

E allora ho ripensato a Anna staccato Lisa e pure a mia nonna e ho fatto la lista delle cose che vorrei fare nel tempo che ancora mi è dato, teoricamente, di vivere.

Vorrei farci entrare un viaggio in Islanda, uno in Australia e uno in Polinesia. Vorrei suonare in un concerto davanti a tante persone. In 30 anni ci stanno a malapena sette campionati mondiali di calcio e forse è anche possibile che riesca a vederne vincere un altro all’Italia. Non credo però di avere alcuna possibilità di vedere la Fiorentina vincere il terzo scudetto.  Vorrei incontrare tutti quegli amici che non ho mai trovato e che so essere là fuori a cercarsi l’un l’altro. Vorrei imparare un po’ di più e dimenticare un po’ di meno. Vorrei non smettere di pensare che in fondo un motivo per andare avanti c’è sempre. E ricordarmi aveva ragione mia nonna, che per vivere degnamente e con speranze non occorre guardare l’età, che la vita non invecchia mai. Posso riempirli di cose buone, questi 30 anni che mi rimangono davanti, ma posso anche buttarli via, ma spero proprio di non farlo. Anzi nei prossimi 30 anni smetto pure di essere un ipocondriaco.

Poi stamattina, di nuovo la mia testa ha ricominciato a dare i numeri. E ripensando a Anna staccato Lisa e a mia nonna, mi è tornato in mente un genio. Un uomo che ho tanto amato. Uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi Kurt Vonnegut. E mi sono ricordato di un famosissimo discorso che lui ha tenuto all’Università di Syracuse quando aveva 85 anni a dei giovani che si stavano per laureare e ho deciso di postarlo. Ben sapendo che forse è una leggenda metropolitana (si dice infatti che non sia suo ma erroneamente attribuitogli, ma chi se ne frega, a me piace pensare che sia invece proprio suo) e che da esso è stato tratto il monologo finale del film Big Kaluha.

Su una cosa però sono certo. Che a parte qualche evidente e giusta banalità inserita dentro, sia Anna staccato Lisa che mia nonna sarebbero stati d’accordo con esso e che avrebbe dato loro qualche momento di felicità e che spero lo diano a chiunque lo rilegga.

==================================================================================

Se dovessi darvi un solo consiglio per il vostro futuro, allora vi direi: mettete gli occhiali da sole!
 
Perché i benefici dell’impiego a lungo termine degli occhiali da sole sono stati provati scientificamente, mentre tutti gli altri consigli che ho da darvi sono basati, nulla più, sulla mia vagolante esperienza.
Comunque eccoli.
 Godetevi la bellezza e la forza della vostra giovinezza.
Fregatevene del resto.
Non capirete quella bellezza e quella forza se non quando se ne saranno andate.
Ma credetemi quando, fra vent’anni, guarderete le vostre vecchie foto, allora vi ricorderete, in un modo che adesso non potete nemmeno immaginare, quante possibilità c’erano dietro a voi e che fantastico aspetto avevate. Perché, sapete, non siete grassi come credete!
 Non preoccupatevi del futuro. Oppure, preoccupatevene, ma sapendo che tanto è un gesto inutile. Non vi aiuterà più di quanto masticare un chewing gum vi possa aiutare a risolvere un problema di algebra.
 I veri problemi della vita tendono ad essere cose che mai prima hanno incrociato le vostre preoccupazioni. Quel tipo di cosa che ti fulmina verso le quattro di un martedì qualunque.
 Fate, ogni giorno, una cosa che vi spaventi.
 Cantate.
 Non siate avventati con i cuori degli altri, ma non tollerate chi è avventato con il vostro cuore.
 E non perdete il vostro tempo con la gelosia.
 Vi accadrà di essere in testa, altre volte indietro. È una corsa lunga, ma alla fine è una corsa solo con voi stessi però.
 Ricordatevi dei complimenti che riceverete e dimenticate gli insulti.
 Conservate le vecchie lettere d’amore.
 Gettate via i vecchi estratti conto.
 Stiratevi spesso!
 Non sentitevi in colpa se non sapete cosa volete fare della vostra vita. Le persone più interessanti che conosco non sapevano cosa fare della loro vita quando avevano 22 anni. E alcuni dei più interessanti quarantenni che oggi io conosco non lo sanno ancora adesso.
Prendete molto calcio. Siate gentili con le vostre ginocchia, quando cederanno vi mancheranno!
 Forse vi sposerete, forse no. Forse avrete dei bambini, forse no. Forse divorzierete a 40 anni, forse ballerete sul tavolo al party per le vostre nozze d’oro.
 In ogni caso, non congratulatevi troppo con voi stessi e nemmeno state troppo a borbottare contro voi stessi.
 Le vostre scelte saranno per metà frutto del caso, è così per tutti.
 Godetevi il vostro corpo. Usatelo in tutti i modi che potete. Non abbiate paura di lui o di cosa la gente pensa di lui. È il più grande strumento che mai avrete.
 Danzate, anche se non avete altro posto per farlo che la vostra camera.
 Leggete le istruzioni per l’uso, anche se non le seguirete.
 Non leggete le riviste di moda, vi faranno solo incazzare!
 Sforzatevi di conoscere i vostri genitori, non potete mai sapere quando se ne andranno.
 Siate gentili con i vostri fratelli e fratellastri. Sono il miglior legame che avete con il vostro passato e quelli che, più probabilmente, vi rimarranno attaccati nel futuro.
 Cercate di capire che gli amici vanno e vengono, ma alcuni, pochi, è bene tenerli stretti.
 Lavorate duro per costruire ponti sulla terra e nella vita, poiché più vecchi sarete più avrete bisogno di gente che vi conosceva quando eravate giovani.
Vivete a New York almeno una volta, ma andatevene via prima di diventare troppo duri.
 Vivete in California almeno una volta, ma andatevene via prima di diventare troppo molli.
 Accettate alcuni inevitabili verità, tipo: i prezzi saliranno, i politici avranno delle amanti e voi diventerete vecchi. Quando lo diventerete, vi verrà da fantasticare che ai vostri tempi i prezzi erano ragionevoli, i politici persone nobili e i figli rispettavano i genitori.
 Ah!
Rispettate i vostri genitori.
 Non aspettatevi aiuto da nessuno. Magari avete investito in azione sicure, magari avete una moglie sanissima ma non potete mai sapere quando tutto decide di andare storto.
 Non sprecate troppo tempo con i vostri capelli! O quando avrete 40 anni vi sembrerà di averne 85!
 E infine, guardatevi da quelli che vi danno consigli. Ma anche siate pazienti con loro. Dare consigli è un modo di avere nostalgia. È un modo di ripescare il proprio passato dall’oblio e di liberarsene.
Riverniciando le pareti brutte e dandogli un valore che prima non aveva.
 
E comunque alla fine, fidatevi di me, mettete sti occhiali da sole!”

A mio padre

Frugando in mezzo ad alcune fotografie che ho trovato in fondo a un cassetto, sono stato colpito da una dove c’eri te.

Per la verità ce n’erano anche altre che so che sono certo ti sarebbero piaciute di più, ma, secondo me, in quelle non era stato catturato davvero il tuo spirito. In questa invece ti si vedeva mentre ti stavi girando per guardare che ci fosse dietro di te e io, che l’ho fatta, sono riuscito perfino a catturare quel tuo sorriso che tanto amavo, in un momento di sorpresa, rendendolo così naturale e ancora vivo.  Anche se, adesso che la riguardo, posso vedere meglio anche le tracce di tristezza che c’erano nei tuoi occhi.

Ricordo anche bene quando e dove è successo. Ero poco più di un bambino ed eravamo in un grande parco. Io, allora, ero ossessionato dalle statue e sognavo che un giorno ne avrebbero costruita una apposta per me, per ricordare a tutti che grande uomo fossi stato nella mia vita. Ne volevo una con un bella aiuola intorno, dell’acqua e la scritta “Guardate quest’uomo!”

Tu cercasti inutilmente di farmi capire la mia stupidità del tempo in modo dolce, senza farmi sentire sbagliato.

Dicesti che non avrei dovuto fare miracoli o muovere le montagne. Non era necessario che vincessi un Premio Nobel per meritare il rispetto degli altri.  Provasti a insegnarmi a non accettare mai un business a perdere: cedere e perdere amore in cambio di una qualsiasi gloria perchè,  provasti a dirmi, alla fine sarebbe stato solo un brutto affare per me.

In fondo tu guardavi alla vita solo attraverso l’amore che puoi dare e ricevere e null’altro. E mi hai insegnato ad andare avanti in questo modo, tenendo duro e non vergognandomi delle lacrime che avrei dovuto versare per il dolore che questa scelta di vita avrebbe potuto causare.

Poi gli anni, lentamente ma in modo inesorabile, se ne sono andati lenti e ho finito per trovare me stesso e la mia vita da solo. Circondato da estranei che pensavo fossero amici, mi sono trovato sempre più lontano da te e dalla mia casa di allora.

Immagino di essermi perso in mezzo alle tante vie che avrei potuto prendere.

Ho vissuto per correre e ho corso per vivere e non mi sono mai preoccupato del prezzo che ho dovuto pagare per questo o di quanti debiti ho contratto per la strada, correndo come un pazzo e rompendo e distruggendo regole alle quali non mi sono mai piegato.

Fin quando non mi sono scoperto a cercare, ogni giorno di più, rifugi per ripararmi dal vento e posti dove riposarmi e dove riprovare quella sensazione di allora, di quando stavamo assieme. La sensazione di casa.

Tra non tantissimo tempo avrò gli anni che avevi te quando te ne sei andato ed è una sensazione strana perchè solo adesso riesco a capire cose di cui mi parlavi e che allora mi sembravano impossibili da comprendere. Persino che le statue servono solo come cesso per i piccioni e per i cani.

Dandomi la vita tu mi hai fatto un regalo che io non potrò mai ripagare, tuttavia a vedere bene, vorrei tanto che qualcuno ti dicesse ovunque tu sia adesso, che la mia vita è stata solo un povero, miserabile, tentativo di imitare la tua grandezza che nessuna statua potrebbe mai mostrare al mondo. E che il tuo sangue e la tua energia continua a vivere nella mia penna e nelle cose che porto dentro la mia anima.

Grazie per tutta la musica che mi hai fatto ascoltare e per le storie che mi hai raccontato e per la libertà che mi hai concesso quando arrivò il tempo di lasciarmi andare e per la gentilezza che hai avuto nel non dirmi mai che “me lo avevi detto”.

E invece, papà, io non penso di averti detto mai “Ti voglio bene” abbastanza volte.

I love you dad.